Più volte è stato osservato che il patto politico che lega l’attuale maggioranza si articola e si cementa attorno a tre linee di riforma, una sorta di tavolo a tre gambe: una, quella dell’autonomia differenziata, piuttosto malferma dopo la sentenza di (parziale) illegittimità costituzionale; la seconda, la madre di tutte le riforme: il cosiddetto premierato, al momento scomparsa dai radar e la terza, sulle “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, caduta sotto i colpi del referendum, con un susseguirsi di effetti a catena, alcuni dei quali certamente inaspettati.
In realtà, sulla giustizia, questo Governo non si è risparmiato e si può ben dire che non passi giorno in cui non si abbia notizia di un nuovo ddl, decreto o emendamento, in un continuo rincorrersi e affastellarsi di provvedimenti, che incidono sul diritto penale sostanziale (abrogando o limitando i reati dei colletti bianchi e introducendo nuove figure di reato, talora del tutto improbabili, per lo più miranti a reprimere il dissenso o la piccola criminalità), su quello processuale (v. regime delle intercettazioni, riforma del GIP collegiale, etc.) e sulla giustizia contabile, fino all’ennesima norma sugli “incentivi” agli avvocati, inserita nell’ultimo decreto sicurezza, offensiva della Costituzione e, in particolare, del diritto alla difesa e della funzione essenziale dell’Avvocatura, categoria che fino ad ieri, in larga parte, aveva marciato al suo fianco nel sostenere la riforma presuntamente “garantista” appena respinta dal popolo sovrano: una mossa, quest’ultima, che sarebbe seguita dalla questione di fiducia sulla legge di conversione e da un parallelo decreto correttivo dettato dal Quirinale, che dimostra la perdita di lucidità del Governo, ormai sempre più triste, solitario y final.
In questo contesto si colloca l’improvvisa accelerazione sulla legge elettorale, un testo articolato e complesso, che nel suo insieme configura un “premierato di fatto”, con l’intento forse di abbandonare le «Modifiche agli articoli 59, 88, 92 e 94 della Costituzione per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei ministri, il rafforzamento della stabilità del Governo e l’abolizione della nomina dei senatori a vita da parte del Presidente della Repubblica»: troppo rischioso mettere mano alla Costituzione; gli italiani sono sensibili ed è meglio trovare alternative alle ordalie, capaci di assicurare – almeno potenzialmente – il raggiungimento dello stesso risultato.
Da qui il ddl, subito ribattezzato dalla stampa “Stabilicum” o “Melonellum”, ma che io chiamerei “Mino(ri)tarium”, per sottolineare la mostruosità del prodotto normativo: volto proporzionale e corpo “pelosamente” maggioritario, ipoteticamente in grado di trasformare – attraverso un premio, predeterminato in misura abnorme e alieno dai principi stabiliti in Costituzione e ribaditi dalla Corte costituzionale – una minoranza di voti in una maggioranza di seggi, pericolosamente vicina ai quorum previsti a garanzia dell’effettivo funzionamento di freni e bilanciamenti e, ancora una volta, ignaro del principio rappresentativo, cardine della nostra forma repubblicana.
Ma anche qui, come già con la c.d. “riforma della giustizia”, troppo zelo e altrettante contraddizioni e criticità: un premio eccessivo riconoscibile a una lista (più verosimilmente una colazione) che raggiunga anche solo il 40% (altro che legge truffa) e addirittura, nell’ipotesi del ballottaggio, il 35%: troppo o troppo poco e, in entrambi i casi, e per diversi motivi, incostituzionale; premio che – essendo attribuito su base nazionale – contrasta con il disposto dell’art. 57 della Costituzione, che vuole per il Senato il riparto dei seggi su base regionale; liste bloccate (ivi compresi i due listoni nazionali del premio) e, ancora una volta, pluricandidature, fino all’indicazione del candidato “Premier”, in evidente spregio del carattere parlamentare della nostra forma di governo e poi e poi…
Evidentemente, la chiara lezione referendaria non è stata del tutto compresa: i cittadini vogliono contare e quando i conti non tornano, stanno a casa. I listini bloccati, la camicia di forza dei meccanismi “maggioritari” volti ad artificialmente ridurre ad uno il pluralismo e, ancora, l’occhio strabico puntato solo sulla governabilità (rectius: sulla stabilità del potere), così come il dibattito sulle primarie, non scaldano i cuori, per l’ovvia ragione che sono – o come tali vengono percepiti – solo formule per la ripartizione e la perpetuazione del potere in capo ad oligarchie sclerotizzate.
Forse è vero l’antico detto secondo cui “quos vult Iupiter perdere, dementat prius”, dato che si potrebbe persino dubitare della convenienza dell’attuale maggioranza a imbarcarsi in una riforma elettorale manifestamente illegittima. Certo, l’attuale Rosatellum, che pure le ha garantito un numero di seggi molto alto, potrebbe, alle prossime elezioni, favorire il campo avverso, ma non è detto che il Mino(ri)tarium assicuri maggiori chance di vittoria. Perché, allora, una nuova legge elettorale, per giunta alla fine della legislatura, in spregio delle regole di buona condotta in materia elettorale, poste dalla Commissione di Venezia e fatte proprie dal Consiglio di Europa? Perché ostinarsi in violazioni già stigmatizzate dalla Corte nel 2014, con la sentenza n. 1, sul cd. "Porcellum" e dalla sentenza n. 35/2017, sul cd “Italicum”?
Sono forse domande ingenue e però il punto è che, forse, dietro questo macinare acqua c’è l’azzardo del baro che sa che, se il colpo riesce, la vittoria arriverà prima che il trucco (l’eventuale illegittimità costituzionale della legge) sia svelato, data la mancanza di un controllo preventivo da parte della Corte e la riluttanza, da parte del Presidente della Repubblica, ad andare oltre la moral suasion per utilizzare in modo più incisivo gli strumenti e i poteri connessi alla promulgazione.
Eppure, questi argini costituzionali ben potrebbero – oggi – essere alzati per far fronte, qualora l’attuale ddl fosse deliberato, all’ennesima legge elettorale, che non si esiterebbe a definire “manifestamente illegittima”, anche alla luce dei precedenti costituzionali, i cui motivi potrebbero evidentemente tornare utili a supportare il messaggio presidenziale di rinvio e financo a sostenere la difesa del Quirinale in un (eventualissimo) conflitto di attribuzioni per il caso di rifiuto di promulgazione.
Fantapolitica? Forse. Non più fantasiosa però di quella cui tutti i giorni ci capita di assistere, sia sul piano internazionale che all’interno dei nostri confini. Il che è quanto dire che a una politica che sembra ormai ignorare ogni limite, si può e si devono opporre tutti i limiti che la Costituzione consente.
Certo è che, anche questa volta, il nostro impegno – non solo come costituzionalisti ma innanzitutto come costituzionalisti – sarà importante per spiegare, come abbiamo fatto con il referendum sull’ordinamento giudiziario (tecnico, tecnicissimo, si è detto, e, come tale, lontano dalle ordinarie preoccupazioni dei cittadini), che le regole del gioco non sono nella disponibilità della maggioranza di turno e che, se è vero che i nostri Costituenti non hanno costituzionalizzato il sistema proporzionale, è altrettanto vero che il sistema di garanzie, di pesi e contrappesi da loro forgiato può adeguatamente funzionare solo sul presupposto di sistemi elettorali capaci di garantire l’adeguata rappresentanza delle diverse parti.
Se, dunque, le alchimie e i magheggi delle formule non appassionano i cittadini, spetterà ancora una volta a noi spiegare che qui non si tratta dei temi che interessano la “casta” quanto piuttosto delle regole del gioco e dunque della democrazia e spetterà a noi dimostrare che una buona legge elettorale, rispettosa dei principi costituzionali (personalità, libertà, eguaglianza, segretezza del voto) è necessaria per ristabilire un rapporto più diretto fra parlamentari ed elettori e, con esso, ricucire una “connessione sentimentale” tra cittadini e istituzioni.
Saremo in grado di farlo e sono certa che gli italiani saranno, anche stavolta, perfettamente in grado di seguirci.
