Questo non vuole essere un intervento, ma una raccomandazione.
È un fatto che nel complesso dibattito che si sta sviluppando intorno all’ennesima legge elettorale, la maggiore attenzione non possa che concentrarsi sulla c.d. “formula elettorale”, destinata a garantire, spero per un tempo più lungo rispetto quello dei precedenti tentativi, il difficile e sempre più problematico rapporto tra interessi e valori costituzionali che – come ha sottolineato la Corte – si dividono fra esigenze di stabilità e di governabilità e le altrettanto necessarie esigenze di rappresentatività; entrambe poste a fondamento dell’impianto su cui si costruiscono gli elementi portanti di ogni moderna democrazia.
Un equilibrio, dicevo, sempre più difficile e complesso che oggi, proprio a partire dalla proposta di partenza, tende di nuovo a previlegiare il primo dei due corni del problema. E ciò secondo una tendenza che non solo risponde a scelte governative ben precise, ma che più in generale è oggi tributaria di un quadro politico che, sia a livello interno che internazionale, esige (lo si voglia o meno) non solo la maggiore efficienza e rapidità dei processi decisionali, ma impone politiche governative che in modo chiaro e condiviso guidino senza ambiguità e contraddizioni gli indirizzi del Paese.
Una scelta, tuttavia, che allo stesso tempo non può certo permettersi di sacrificare in modo eccessivo od irragionevole quel “deficit di democraticità” imposto dal sistema.
Il quale ci obbliga piuttosto all’attenta combinazione di tutti gli elementi che definiscono alla fine il “verso”, diciamo così, dei processi che si andranno a costruire.
Elementi che, è inutile dirlo, si esprimono non solo nel rapporto numerico che si viene a definire tra eletti ed elettori attraverso la formula elettorale, ma anche attraversano tutti quei meccanismi “minori”, se così si vogliano chiamare, e di contorno, spesso non abbastanza insistiti se non anche trascurati, (la formazione delle candidature, la composizione delle liste dei candidati, l’ammissione di pluricandidature ed oggi l’equivoca ed oscura norma sui “listoni” nazionali di Camera e Senato per l’assegnazione del premio…): tutti ugualmente indispensabili a comporre quel difficile equilibrio, a cui non è più possibile rinunciare.
È questo un appello che può risultare quasi banale a fronte di vicende, quelle interne ed internazionali che, contro ogni previsione, hanno ampiamente evidenziato il valore che può assumere quel “capitale di partecipazione” spesso sacrificato alle esigenze, ritenute prevalenti, imposte dalle logiche politiche ed istituzionali. Un richiamo che, invece, come si comincia con sempre più insistenza a sottolineare, si impone come questione preliminare ad ogni problema che – come quello della legge elettorale – riconsideri i meccanismi della nostra democrazia.
La questione, lo sappiamo, è ogni volta la stessa: colmare il divario sempre più profondo che separa gli eletti dagli elettori.
I primi, ormai incapaci di rispondere e soddisfare le molte aspettative che affiorano da una società mossa da sempre nuovi bisogni ed interessi.
I secondi, resi coesi attraverso la “rete” ed in grado di esprimere una volontà che, divenuta sempre più attiva ed organizzata, rifiuta oggi di incanalarsi lungo rivoli, quelli istituzionali, sempre più logori ed angusti. Inadeguati, comunque, a rispondere alle esigenze di soggetti che, ormai capaci di dialogare al di là e nonostante la mediazione dei partiti, sono disposti a “partecipare” solo se sollecitati da forme di intervento che siano realmente efficaci (la corsa alla sottoscrizione dei vari referendum, primo fra tutti quello costituzionale, ne è oggi una prova significativa).
Il pericolo – l’ho già detto – è che questa nuova forza espansiva non sia adeguatamente valorizzata e piuttosto, come un fiume privo di rivoli lungo i quali incanalarsi, possa alla fine inondare i nostri meccanismi di governo; non sufficientemente rafforzati da un deciso “cambio di passo” che muti radicalmente la prospettiva, davvero asfittica, con la quale si sono fino ad oggi costruiti i vecchi equilibri istituzionali.
Credo che questa volta non si debba in nessun modo sottovalutare il problema. E ciò non solo da parte di una più attenta ed insistita opposizione parlamentare che ne pretenda la soluzione, ma anche, perché no, attraverso la ripresa di quel benefico rapporto con la società civile, di cui stiamo godendo i risultati.
