ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Sistema “minoritario”?

Intervento al Webinar Una nuova legge elettorale? promosso da Costituzione e democrazia
21 aprile 2026
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ABSTRACT

1. Il sistema elettorale maggioritario, nella concezione più diffusa, è quello che sacrifica la proporzione rappresentativa tra le forze politiche partecipanti all’elezione per garantire nel parlamento e nel governo democratici maggioranze più ampie e stabili. Proprio per questo motivo, ossia perché deve diminuire per legge la rappresentatività di fatto per costruire maggioranze più solide ed estese, un sistema che diciamo maggioritario deve assolvere non solo il compito procedurale di dare equilibrio e fotografare la rappresentatività, ma deve fare i conti appunto con il vincolo di risultato di puntellare la maggioranza; un vincolo di risultato questo che non può essere solo pensato a tavolino ed astrattamente forgiato dalla legge ma deve fare sempre i conti con gli atteggiamenti mutevoli dei partiti e con il voto degli elettori, i quali potrebbero mutare radicalmente avviso soprattutto, come è ovvio, quando essi temono di più il risultato maggioritario ed ostentano perfino in partenza la difficoltà di adeguarsi ad esso.

 

2. In altre parole, un sistema elettorale sorretto dalla legge o da una pluralità di leggi omologhe o coerenti tra loro può cambiare completamente il modo del proprio funzionamento, tradendo il principio maggioritario, anche solo per il mutare degli atteggiamenti dei partiti e degli elettori.

Per esempio, e non solo per esemplificare, un sistema elettorale a turno unico basato sulle candidature uninominali in collegi territoriali che coprono in modo omogeneo tutti i territori da rappresentare, come è nella tradizione inglese, non è, contrariamente ad una vulgata corrente, un sistema che produca per sé necessariamente un esito di elezione maggioritaria. Con un tale sistema elettorale, l’esito maggioritario viene garantito o può essere garantito quanto più piccolo è il numero dei partiti, partecipanti alla competizione, preferibilmente da ridurre a due, e tanto più quanto la forza di questi stessi partiti sia distribuita in modo omogeneo ed uniformemente tra i diversi collegi in cui si procede alle candidature. Giacché, come ormai ci insegna anche la storia del Regno Unito, se i presupposti di fatto riscontrabili nel sistema politico mutano rispetto a quelli appena enunciati ciò che può prodursi è un effetto diametralmente opposto a quello maggioritario, ossia un effetto potenzialmente disgregativo di qualunque maggioranza stabilmente acquisita.

Il sistema elettorale uninominale a turno unico uscito in Italia dai referendum del 1993, nonostante proclamato maggioritario, difficilmente avrebbe potuto produrre larghe maggioranze senza mutamenti significativi contestuali del sistema politico, da noi caratterizzato da un’accentuata pluralità di partiti nazionali, peraltro molto diversi nel radicamento sociale nelle varie parti del paese. E le cose non mutarono significativamente neanche con gli sforzi profusi nella progettazione di quello che diventò il “Mattarellum”, mirante a soluzioni più raffinate negli accorgimenti per indurre i partiti a coalizzarsi.

In realtà, se un qualche barlume maggioritario si manifestò nel post referendum fu perché il sistema politico italiano mutò nella sostanza, tra l’altro con la promozione di una forza polarizzatrice del sistema (Forza Italia), nonché della stranissima idea di un “polo” comprendente forze tra loro diverse, ed anzi potenzialmente confliggenti nel nord e nel sud Italia. L’esito, maggioritario per quel che vi fu, fu comunque di scarsa efficienza come si dimostrò sin dalla formazione del Governo Dini.

 

3. La storia successiva dei sistemi elettorali in Italia è stata comunque una storia opaca e a tratti poco edificante, che si è consumata essenzialmente in due differenti tendenze: da un lato, la tendenza del sistema dei partiti a chiudersi in se stesso e separarsi dalla società, anche attraverso la compiuta pretesa di dominare le selezioni dei candidati per le loro qualità personali tagliando fuori le preferenze degli elettori; dall’altro lato, la tendenza a tradurre la propensione maggioritaria dei sistemi elettorali facendo leva primariamente su “premi di maggioranza” e cercando di rifuggire il dare ai “premi” medesimi una dimensione rigorosamente predefinita.

Il che ha portato la Corte Costituzionale ad inaugurare un’inedita giurisprudenza a tutela della libertà di valutazione degli elettori circa le qualità personali dei candidati e circa il rispetto ragionevolmente dovuto, nonostante la legittimità di un effetto maggioritario a consolidamento di stabilità e durata dei governi, al principio rappresentativo come principio che, in uno con quello di maggioranza, fonda la democrazia e la sovranità popolare su di una corrispondenza quantitativa e qualitativa della conformazione dei partiti e dell’associazionismo politico ai movimenti effettivi in seno alla società.

Ed è questo oggi sul piano del rispetto dei principi costituzionali il principale problema per cui trovare soluzioni credibili e condivise.

 

4. È in questo frangente che la destra vorrebbe, ovviamente in ottemperanza alle proprie attitudini e scelte, buttare per così dire il cuore al di là dell’ostacolo, prospettando di facciata una sterzata “maggioritaria” senza precedenti, consistente, per quel che pare di capire, in un sistema di voto per lista, eventualmente integrato con una quota uninominale che garantisca comunque la maggioranza assoluta del Parlamento, anche in relazione alla formazione di Governo, alle forze politiche le quali raccolgano solamente il 40% degli elettori votanti.

Sebbene quello che così si vorrebbe introdurre possa di facciata assomigliare ad una sorta di “super premio” di maggioranza l’interrogativo più macroscopico che qui si pone è quello – che è un classico interrogativo per molti aspetti del sistema politico – se soluzioni apparentemente opposte, portate agli estremi, non finiscano per apparentarsi tra loro.

Con la proposta in commento, infatti, la vittoria nelle elezioni verrebbe assicurata a forze politiche le quali, isolatamente o in coalizioni, costituirebbero per definizione una minoranza: consegnare la vittoria per legge, in una competizione elettorale, a chi abbia ottenuto meno della metà dei suffragi dei votanti, significa, infatti, consegnare la vittoria a chi ha ricevuto il dissenso della maggioranza degli elettori che hanno attivamente partecipato al voto. Che la vittoria consegnata in tal guisa a chi ha più “voti contro” che “voti a favore” possa essere dipesa da errori o anche incapacità degli avversari non toglie che in questa maniera il principio di maggioranza, per cui i più debbono prevalere sui meno, venga addirittura obliterato: i vinti, raccogliendo un minor numero di voti a favore, diventano vincitori forse per demeriti degli avversari, nell’organizzarsi e nell’agire politicamente, ma certo (anche) senza dimostrare in nessuna misura di avere meriti particolari.

Anche l’addurre che la vittoria consegnata con un artificio legislativo ad una minoranza sia pur qualificata dei votanti possa valere ad evitare taluni inconvenienti di un ballottaggio, non pare un buon motivo per ignorare dove sta la maggioranza e quindi la rappresentatività; giacché in una libera elezione anche chi vota contro, e non solo chi vota a favore, ha da essere rappresentato. Il ballottaggio ha sovente dimostrato i limiti di approssimazione e le incertezze persistenti nel principio di maggioranza, e dunque del principio rappresentativo. Ma al riguardo il sostituire al ballottaggio la previsione ex lege della vittoria di una minoranza potrebbe essere rimedio peggiore del male.

Il rischio è qui che spingendo per una soluzione apparentemente maggioritaria si costituisca uno sbilenco sistema che, all’inverso, può essere ordinariamente “minoritario”, non rappresentativo e pertanto pericoloso per la democrazia: il principio di rappresentatività e quello di maggioranza potrebbero essere persino superati e travolti per quello che invece dovrebbe essere e rimanere solo “un’esigenza” di rafforzamento della stabilità e della durata dei governi.

 

5. Di tutto ciò bisogna tenere in debito conto se non si vuole scordare il significato più palese del recente referendum costituzionale sulla giustizia. Quel referendum ha dimostrato che il popolo tiene, più di ogni altra cosa, alla conservazione dei principi, dei valori e delle tradizioni del moderno costituzionalismo. Ebbene, come tra questi principi, questi valori e queste tradizioni vanno a collocarsi a pieno titolo le garanzie di autonomia e di indipendenza della giurisdizione, salvaguardate con il referendum sulla giustizia, parimenti sono da salvaguardare i principi della democrazia politica riposti nel principio di maggioranza ed in quello rappresentativo.

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