Nel centrodestra non c’è vera volontà di coinvolgimento delle opposizioni nella definizione della riforma elettorale.
Se le aperture al dialogo fossero state sincere, si sarebbe puntato a scrivere un testo insieme con le minoranze. Questo non è successo.
Parimenti si sarebbe evitato alla Camera di compiere un blitz sia sui tempi della discussione sia sul tema dell’allargamento alla disciplina del voto degli italiani all’estero del perimetro della discussione in atto nella Commissione Affari Costituzionali.
Allo stesso tempo non si sarebbero messe in campo altre forzature che qui non posso approfondire. Soprattutto, non si sarebbe deciso di presentare un ddl zeppo di disposizioni di dubbissima legittimità costituzionale (a partire da un premio di maggioranza che può diventare un premio di onnipotenza e di occupazione integrale delle istituzioni) come il ddl 1822 a prima firma Malan.
Condividendo i rilievi di contrasto con la Costituzione prospettati dagli interventi precedenti al mio, mi concentro su poche questioni, non prima di aver manifestato una preoccupazione circa il fatto che c’è motivo di sospettare che uno degli intenti della maggioranza sia quello di approvare la riforma elettorale con tempi tali da rendere arduo o impossibile il controllo di legittimità costituzionale della Consulta prima delle elezioni.
La prima questione di merito che affronto concerne l’incompatibilità sostanziale tra leggi a premio e bicameralismo paritario. Le leggi a premio possono avere senso se si tratta di formare una sola assemblea elettiva (come nei Comuni e nelle Regioni). Non ne hanno – perché possono dar luogo a vari esiti paradossali e illogici – se le elezioni servono a comporre in modo del tutto indipendente due assemblee dotate entrambe del potere di fiduciare e sfiduciare l’esecutivo. Per di più con regole per le quali quello che è possibile alla Camera (il recupero nazionale dei resti e la distribuzione top-down degli eletti) non è possibile al Senato, dove in virtù dell’articolo 57 della Costituzione il recupero nazionale dei resti è vietato e i seggi si distribuiscono solo regione per regione.
La seconda questione ha a che vedere con il meccanismo, apertamente contrario alla sentenza 1-2014 della Consulta, con cui si prevede di distribuire il premio di maggioranza fisso di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato tra i partiti collegati della coalizione più votata. Il meccanismo individuato consiste nell’attribuzione, ai gruppi dirigenti della coalizione che vince, del potere di nominare in blocco il 17.5% della intera rappresentanza parlamentare, fissando i rapporti di forza tra gli alleati prima delle elezioni (questo ha preteso la Lega per rinunciare ai collegi uninominali del Rosatellum) e nascondendo agli elettori i nomi di questi candidati, visto che quelli che di fatto sono due criptolistoni nazionali bloccati di coalizione vengono spezzettati in tante ingannevoli liste locali, di circoscrizione alla Camera e regionali al Senato. Ingannevoli perché il voto degli elettori di una circoscrizione non determina l’elezione della lista coalizionale presentata in quella circoscrizione, essendo decisivo solo il computo nazionale dei voti validi delle liste e coalizioni in competizione tra loro.
Gli elettori non sanno e non vedono a cosa serve il voto che danno.
Infine – esprimendo a titolo personale la mia predilezione per sistemi elettorali proporzionali selettivi che siano semplici e trasparenti, down-top nel distribuire i seggi (ad esempio il sistema spagnolo o portoghese) e semplificanti non in virtù di soglie nazionali legali ma in virtù di soglie naturali circoscrizionali in presenza di un numero elevato di circoscrizioni di dimensioni medio-piccole – sottolineo che uno dei problemi principali da superare è quello delle liste bloccate, essendo estremamente dannoso continuare ad eleggere un Parlamento per cooptazione come ormai sostanzialmente accade in Italia dal 2006.
Le liste bloccate – a maggior ragione in un Paese come il nostro, dove non esiste a garanzia della democrazia interna ai partiti una legge statale rigorosa come quelle invalse in Germania e in Spagna – hanno indebolito la legittimità e la credibilità del Parlamento e dei parlamentari.
Quando parliamo di sistemi elettorali dobbiamo tener conto del fatto che il principio di rappresentatività, che è principio primario, si riferisce non solo alla formula di traduzione dei voti in seggi (il sistema non è sufficientemente rappresentativo se per perseguire fini di governabilità si distorce eccessivamente la volontà popolare nel momento in cui si trasformano i voti in seggi) ma anche al grado di rappresentatività territoriale dei singoli eletti.
Le liste bloccate producono zero rappresentatività.
Come superarle? Con sistemi che, come ha ben detto Lorenzo Spadacini, stringano in modo forte il rapporto eletti-elettori.
Le vie possibili per arrivare a un rapporto più stretto e diretto tra eletti e elettori, e quindi a una maggiore rappresentatività del Parlamento, sono, elencati in ordine di efficacia, tre: a) il voto di preferenza – già utilizzato per comporre consigli comunali, consigli regionali e rappresentanza nazionale nell’Europarlamento – ovviamente prevedendo un numero elevato di collegi plurinominali in modo che la loro dimensione sia ragionevolmente contenuta; b) piccoli collegi uninominali proporzionali (sistema utilizzato a lungo nel nostro Paese, per eleggere il Senato dal 1948 al 1992 e per eleggere i consigli provinciali fino al 2013); c) piccoli collegi uninominali maggioritari a doppio turno.
