ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

La riforma sbagliata

I partiti prima della legge elettorale
Intervento al Webinar Una nuova legge elettorale? promosso da Costituzione e democrazia
21 aprile 2026
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ABSTRACT

L’Italia si distingue per le molteplici riforme del sistema elettorale. Le democrazie consolidate tendono generalmente a mantenere i sistemi elettorali e il numero totale di riforme elettorali negli ultimi settant’anni si aggira intorno a venti. Tra le riforme a livello mondiale, l’Italia è notevolmente ben rappresentata, con quattro principali cambiamenti del sistema elettorale dal 1948 e altri tentativi di riforma sono stati respinti. Quali sono stati i fattori scatenanti di tali riforme? Le “cause” sono state un insieme di congiunture: iniziativa della leadership, azione giudiziaria, pressione popolare e cambiamenti e vincoli internazionali. Inoltre, se è “improbabile che i fattori scatenanti delle riforme siano prevedibili a partire dalle caratteristiche sistemiche” (Katz 2005: 74), in Italia non è facile generalizzare sulle cause. Pertanto, è necessario analizzare sia le caratteristiche di ciascuna riforma elettorale in Italia sia il contesto in cui essa si è generata.

Il sistema elettorale proporzionale del primo sistema partitico (1948‑1992)

Presupponendo che la scienza politica abbia raggiunto la maturità per quanto riguarda l’impatto dei sistemi elettorali sul numero dei partiti e sulla sproporzione elettorale, uno studio diacronico del caso italiano appare opportuno sia per un’analisi approfondita sia per una verifica generale della teoria. Come sappiamo, i sistemi elettorali contano: “possono fare una grande differenza nella forma del sistema partitico, nella natura del governo (di coalizione o monopartitico), nel tipo di scelte che gli elettori si trovano ad affrontare alle elezioni, nella capacità degli elettori di chiedere conto personalmente ai propri rappresentanti, nel comportamento dei parlamentari […]” (Gallagher e Mitchell 2005: 4). Infatti, concentrarsi su un paese che ha sperimentato diversi sistemi elettorali e altrettante riforme elettorali nel recente passato è al contempo cruciale e stimolante. Seguendo l’approccio “classico”, questo testo analizza gli effetti dei sistemi elettorali sul sistema partitico negli ultimi trent’anni.

L’Italia ha formalmente avuto quattro sistemi elettorali tra il 1948‑2026. Nel 1946 (per l’Assemblea Costituente) e poi dalle prime elezioni parlamentari democratiche del 1948, fu adottato un sistema proporzionale (quota Imperiali) con voto di preferenza. Il sistema di rappresentanza proporzionale fu introdotto prima dell’approvazione della Costituzione e non vi fu mai incluso, pertanto la riforma delle regole non richiede un emendamento costituzionale. Il sistema combinava una proporzionalità relativamente elevata con la competizione interna ai partiti. Dal 1946 al 1992 l’Italia aveva 32 circoscrizioni elettorali. Un sistema a due livelli di “aggregazione dei voti rimanenti” in cui i seggi residui venivano assegnati in un livello superiore (in base al numero di voti non utilizzati, circa il 10%). Tuttavia, per partecipare all’assegnazione dei seggi rimanenti, i partiti dovevano soddisfare due requisiti: aver ottenuto almeno 300.000 voti a livello nazionale ed essere riusciti a eleggere almeno un candidato in un collegio, il che significava avere un sostegno elettorale geograficamente concentrato di circa 60‑70.000 elettori.

Il sistema proporzionale a liste aperte enfatizzava la competizione interna al partito tra i candidati e generava – o quantomeno non impediva – il fazionalismo di partito. Tra il 1946 e il 1991, gli elettori potevano esprimere fino a quattro voti di preferenza a seconda della grandezza del distretto. Pertanto, le modalità di elezione dei candidati da una lista erano interamente determinate dai voti di preferenza individuali espressi dagli elettori del partito in un dato distretto. Durante quel periodo, fu approvata solo una riforma minore del sistema elettorale: la riduzione del divisore nel calcolo delle quote. Le fasi per l’assegnazione dei seggi rimanenti erano le seguenti: 1) tutti i voti non utilizzati per ottenere un seggio venivano raccolti a livello di distretto nazionale (collegio unico nazionale); 2) a questo livello veniva calcolato il numero di seggi per ciascun partito; 3) per decidere come assegnare tali seggi, veniva stilata una graduatoria tra i distretti. Pertanto, il partito X avrebbe vinto i suoi seggi nei distretti con i resti più alti in percentuale (ad esempio il partito 4), infine, in termini di quale candidato verrà eletto, verrà considerato prima quello con il maggior numero di preferenze.

Sebbene non sia mai entrata effettivamente in vigore, va considerata anche l’emanazione e poi l’abrogazione della legge Truffa nel 1953, che mirava a garantire una maggioranza parlamentare. La DC ottenne la maggioranza assoluta dei seggi (53,1% nel 1948) con il 48,5% dei voti. Questa fu l’unica elezione in cui un singolo partito ottenne più del 50% dei seggi. Tuttavia, il declino dei DC nelle elezioni locali e il timore di una rinascita neofascista indussero il partito al governo a cercare un sistema che garantisse una maggioranza stabile dei seggi. Approvata infine nonostante la veemente opposizione dei partiti comunisti e socialisti, la legge stabiliva che, dopo le elezioni, 380 dei 590 seggi della Camera dei Deputati sarebbero stati assegnati a qualsiasi coalizione di partiti che avesse ottenuto oltre il 50% dei voti. La coalizione era composta da quattro partiti: la DC, i Socialdemocratici (PSDI), i Liberali (PLI) e i Repubblicani (PRI). Il punteggio totale dei partiti della coalizione fu del 49,2%, con la DC come partito dominante (40,1%). Tuttavia, questo buon risultato non fu sufficiente per raggiungere l’obiettivo. Infatti, pur mancando solo 204.742 voti per ottenere la maggioranza e quindi il bonus di seggi, la legge truffa non entrò in vigore. Inoltre, la legge fu abrogata nel 1954 e venne ripristinato il sistema del 1948, che rimase in vigore fino agli anni '90.

La riforma elettorale del 1993: dal sistema proporzionale al sistema maggioritario misto: Mani Pulite, Tangentopoli e Scorporo

Il referendum del 9 giugno 1991 modificò un elemento cruciale della legge elettorale. Agli elettori fu chiesto se la norma relativa al numero di voti di preferenza dovesse essere ridotta a uno. Il risultato fu del 95,6% a favore, con un’affluenza del 65,1%. Il catalizzatore di questo cambiamento fu il rifiuto del governo di introdurre una nuova legge elettorale a corredo della riforma degli enti locali introdotta nel 1990. Il referendum del 1991 rappresentò il primo passo verso l’abbandono del sistema proporzionale nel sistema italiano, seppur solo parzialmente. Agli inizi degli anni '90, il consolidato sistema politico italiano crollò in seguito ai drammatici cambiamenti del sistema politico internazionale, con la fine della Guerra Fredda, l’attivismo giudiziario, le indagini e un diffuso malcontento popolare, culminati in diversi referendum. La magistratura, soprattutto a Milano, smascherò gli estesi legami tra politici e attività illecite. Le cosiddette indagini “mani pulite” presero di mira numerosi parlamentari e segretari di partito, come quelli della DC e del PSI. Lo scandalo Tangentopoli screditò definitivamente la classe dirigente italiana agli occhi di un’opinione pubblica esasperata dalla corruzione dilagante.

Tra le altre conseguenze, questi eventi portarono all’adozione, nel 1993, di una nuova legge elettorale. Sebbene un referendum (su iniziativa popolare) sulla Costituzione italiana non consenta l’emanazione di nuove leggi – ma solo l’abrogazione di una legge o di parte di essa – il referendum dell’aprile 1993 rappresentò chiaramente una svolta nel sistema politico e nel quadro elettorale. L’enorme successo ottenuto ha indubbiamente spianato la strada alla successiva riforma completa della legge elettorale. Il Parlamento non poteva ignorare la “volontà popolare”, ovvero la richiesta di un cambiamento significativo e reale che ponesse particolare enfasi sul ruolo degli elettori nella scelta, o meglio nella determinazione, della formazione del governo e della nomina del suo leader. Il consolidato fenomeno della nomina dei primi ministri tramite una contrattazione tra i leader di partito era un rituale ormai impopolare tra gli elettori. Oltre 8 elettori su 10 (l’82,7%, con un’affluenza del 77,1%) hanno risposto Sì al quesito referendario sulla modifica delle regole per l’elezione del Senato, in particolare eliminando la componente proporzionale della ripartizione dei seggi.

Le conseguenze del referendum furono significative sia a livello istituzionale che politico. Il risultato fu un Senato in cui il 75% dei seggi fu assegnato tramite collegi uninominali (SSD), e il resto con sistema proporzionale. Se il nuovo sistema fosse stato applicato alle successive elezioni generali, ci sarebbe stata la concreta possibilità di un governo “diviso” tra le due Camere, entrambe con pari potere di voto di s/fiducia al governo.

La nuova legislazione introdusse un sistema maggioritario misto (MMM): la legge prevedeva un sistema in cui tre quarti dei seggi (475) assegnati in collegi uninominali (SSD) con sistema maggioritario a turno unico (FPTP), e il restante quarto (155) tramite liste di partito con sistema proporzionale (liste bloccate, per i partiti che avevano ottenuto almeno il 4% a livello nazionale). Per l’elezione della Camera dei Deputati, nel 1993 l’Italia è stata divisa in ventisette circoscrizioni. Tuttavia, poiché la distribuzione dei seggi proporzionali veniva calcolata a livello nazionale, come nel sistema proporzionale precedentemente adottato, le circoscrizioni servivano solo a eleggere i singoli candidati all’interno delle liste di partito. Al contrario, per il Senato, ogni regione costituiva una circoscrizione a sé stante e i voti non venivano conteggiati a livello nazionale.

I sistemi maggioritario e proporzionale erano collegati, soprattutto attraverso un sistema di “trasferimenti negativi di voti”. L’obiettivo di questo meccanismo era ridurre la sproporzione tipica delle elezioni maggioritarie sottraendo voti ai partiti che si aggiudicavano i seggi nelle sedi distaccate. Nell’assegnazione dei seggi proporzionali, il primo passo è il calcolo del “voto effettivo” per ogni lista in ogni circoscrizione. Questo si fa sottraendo, dal totale dei voti di una lista, un numero superiore di uno rispetto ai voti ottenuti dai candidati arrivati ​​secondi in tutte le sedi distaccate in cui candidati affiliati a quella lista hanno ottenuto seggi. Il “voto effettivo” diventa quindi il conteggio utilizzato per determinare il numero di seggi proporzionali assegnati a ciascuna lista. Una volta effettuato questo calcolo, il secondo passo è determinare quali liste hanno ottenuto più del quattro per cento dei voti proporzionali a livello nazionale (indipendentemente dallo scorporo). Queste liste ottenevano seggi in base al loro “voto effettivo” secondo il metodo LR‑Hare. Tuttavia, i partiti più grandi, che avevano maggiori probabilità di vincere nei collegi e quindi di subire trasferimenti di voti scorporo, hanno inventato una scappatoia per aggirare la regola del trasferimento negativo dei voti. Hanno creato “liste false” di cui nessun elettore era a conoscenza, e i voti in eccesso sono stati sottratti da queste liste, evitando la penalizzazione per la lista reale. Il risultato dello scorporo è stato quello di rendere il sistema solo parzialmente compensativo, motivo per cui è più propriamente considerato un tipo di sistema a maggioranza mista (MMM), piuttosto che proporzionale misto.

Inoltre, la presenza di due livelli e di un gruppo di seggi compensativi proporzionali ha reso pressoché irrilevanti gli effetti dell’entità “effettiva”, che è considerata il “fattore decisivo”. Il sistema differiva di poco per le due camere: come già detto, per la Camera dei Deputati, i seggi proporzionali potevano essere assegnati solo ai partiti che avevano ottenuto, in una votazione separata, almeno il quattro per cento dei voti a livello nazionale. Tale soglia nazionale non è stata introdotta per il Senato, dove i seggi proporzionali erano assegnati su base regionale. Inoltre, il sistema del Senato consentiva ai candidati meno votati nelle circoscrizioni regionali di entrare in parlamento. Tuttavia, il sistema di trasferimento dei voti negativi scorporo era in vigore anche al Senato, seppur con una differenza significativa rispetto alla Camera dei Deputati: venivano sottratti tutti i voti ottenuti dal vincitore in ciascun distretto, e non solo la differenza di voti tra il vincitore e il primo sconfitto. Questo limitava notevolmente il principio di maggioranza nel sistema, rispetto a quello della Camera.

Riforma elettorale del 2005: ritorno alla proporzione ma con un bonus di maggioranza

In questo caso, il sistema è stato modificato quale meccanismo difensivo in risposta alle potenziali perdite elettorali previste per la coalizione di governo di centro‑destra. La nuova legge ha abolito il sistema misto ed è stata presentata come una possibile “semplificazione” della struttura partitica. La norma ha introdotto un sistema proporzionale con liste bloccate che assegnava un consistente “bonus di maggioranza” – garantendo il 55% dei seggi – alla coalizione pre‑elettorale di partiti che ha avesse ottenuto il maggior numero di voti. La nuova legge ha introdotto una regola definita per queste coalizioni, obbligando le liste ad aderirvi formalmente specificando fin da subito il nome del leader politico della coalizione o del partito. Ha quindi introdotto un forte elemento maggioritario, dando priorità alle coalizioni pre‑elettorali che potevano ottenere la maggioranza relativa. L’elemento proporzionale entrò in vigore solo dopo l’applicazione del bonus di maggioranza, assegnando i seggi tra i partiti che componevano la coalizione vincente e le altre.

I principali promotori della modifica legislativa furono i partiti minori della coalizione di centro‑destra, come l’UDC e l’Alleanza Nazionale, con il forte sostegno della Lega Nord, il cui leader fu il principale relatore e autore (Roberto Calderoli). La legge fu approvata solo pochi mesi prima delle elezioni del 2006 (Legge 270, 21 dicembre 2005), e la coalizione di centro‑destra desiderava esplicitamente reintrodurre un sistema proporzionale, visti i migliori risultati elettorali ottenuti in quella categoria rispetto ai seggi uninominali nel precedente sistema elettorale. Tuttavia, l’obiettivo implicito, spesso invocato, della legge, ovvero quello di ostacolare il probabile successo del centrosinistra, risiedeva in tre aspetti: 1) la nazionalizzazione della competizione elettorale, ritenuta vantaggiosa per Forza Italia, a causa del divario tra l’attrattiva dei suoi candidati e quella del leader; 2) le modalità di assegnazione del bonus di maggioranza e la concentrazione geografica del sostegno del centrodestra in due grandi distretti del nord; e 3) la differenziazione dei criteri di ripartizione dei seggi nelle due Camere. La probabilità che diverse coalizioni vincessero in ciascuna Camera sarebbe aumentata dalla differenziazione dei criteri di ripartizione dei seggi, combinata con la diversa distribuzione geografica della forza elettorale dei partiti.

La particolarità della riforma elettorale del 2005 risiede nel modo in cui è stato assegnato il bonus di maggioranza al Senato: ripartito regione per regione. Pertanto, ogni maggioranza relativa in ciascuna regione ha ottenuto il 55% dei seggi attribuiti a quella specifica regione. Di conseguenza, vincere nelle regioni più popolose e con il maggior numero seggi aumentava la possibilità di ottenere la maggioranza al Senato. Data la roccaforte elettorale dei diversi partiti, la possibilità di un “governo diviso” era molto concreta. La conseguenza è che questo meccanismo non garantiva una maggioranza assoluta a nessun blocco al Senato, a differenza del sistema di super assegnazione nazionale alla Camera. Di conseguenza, il risultato al Senato è diventato una sorta di lotteria. Infatti, il centrosinistra ha ottenuto una consistente maggioranza parlamentare alla Camera, cosa che non è avvenuta al Senato (in maggioranza per soli due seggi).

Insieme al bonus di maggioranza per la coalizione vincente e alla lista proporzionale chiusa nei collegi plurinominali, la nuova legge elettorale ha introdotto una serie di soglie per l’assegnazione dei seggi: 617 dei 630 seggi sono stati assegnati tra i partiti che hanno superato le soglie del totale dei voti a livello nazionale, per la Camera. Le soglie erano le seguenti: 1) 10% per una coalizione (a condizione che almeno una lista all’interno della coalizione pre‑elettorale abbia ottenuto il 2%); 2) 4% per i partiti singoli; 3) 2% per qualsiasi partito in una coalizione, eccetto il primo partito al di sotto del 2% nella coalizione. Per il Senato, le soglie erano le seguenti, a livello regionale: 1) 20% per una coalizione (a condizione che almeno una lista abbia ottenuto il 3%); 2) 8% per qualsiasi partito non in una coalizione; 3) 3% per ciascun partito di coalizione (a differenza della Camera, non è prevista alcuna eccezione per il primo partito di coalizione al di sotto di questa soglia).

Nel 2014 la Corte Costituzionale è intervenuta nella questione della riforma elettorale dichiarando incostituzionale la precedente legge elettorale del 2005, già utilizzata nelle elezioni generali del 2006, 2008 e 2013. In particolare, la Corte Costituzionale ha dichiarato inapplicabile il bonus di maggioranza e ha stabilito che all’elettore deve essere consentito di esprimere un voto di preferenza (Legge Costituzionale n. 1/2014). La Corte ha quindi reintrodotto il sistema elettorale in vigore tra il 1991 e il 1993, modificando però la legge anche con l’introduzione del voto di preferenza per il Senato. In tal senso, il sistema del 2005 garantiva la maggioranza, ma solo per la Camera, mentre il Senato era esposto all’andamento casuale dei risultati elettorali di ciascuna regione. Infine, un nuovo sistema elettorale è stato approvato nel 2015.

La riforma del sistema elettorale del 2015 e l’Italicum

In seguito alla sentenza della Corte Costituzionale, nel 2015 è stata approvata una nuova legge elettorale (il 5 maggio). È entrata in vigore nel luglio 2016, pur non essendo stata utilizzata in alcuna elezione generale, ed è stata parzialmente modificata dalla Corte Costituzionale nel 2017. I principali attori politici coinvolti nel processo sono stati il ​​Partito Democratico e il suo leader e Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Praticamente tutti gli altri partiti erano contrari alla riforma, ad eccezione di Forza Italia, che inizialmente aveva votato a favore e successivamente con il proprio sostegno. A prima vista, il sistema del 2015 mostra analogie con le leggi del 2005. In sostanza, condividono la logica del bonus, essendo entrambi sistemi di rappresentanza proporzionale con bonus. Tuttavia, il nuovo meccanismo di assegnazione dei bonus – il cosiddetto Italicum – si differenziava in quanto il bonus di maggioranza era assegnato alla lista più votata (e non, come nel 2005, a una coalizione di partiti). Alla lista con la maggioranza relativa erano assegnati 340 deputati su 618, a condizione che raggiungesse il 40% a livello nazionale (non era assegnato alcun bonus se la lista avesse raggiunto tale quota tramite la distribuzione proporzionale). Se nessuna lista raggiungeva questo numero di voti, si sarebbe ricorso al ballottaggio due settimane dopo. Non erano ammesse alleanze formali per il ballottaggio. La soglia un’unica per l’accesso alla distribuzione dei seggi era del 3% nazionale. Una volta assegnato il bonus di maggioranza (in questo senso il sistema garantisce la maggioranza, qualunque sia l’esito del primo turno), i restanti seggi erano assegnati con il sistema proporzionale (quota Hare). Era stato reintrodotto il voto di preferenza (il capolista è tutelato) con alternanza di genere. La particolarità dell’Italicum è che sarebbe stato in vigore solo per la Camera. Per il Senato, la legge elettorale era proporzionale senza bonus di maggioranza, come previsto dalla legge del 2005 dopo le modifiche introdotte dalla Corte Costituzionale nel 2014.

2017: Legge Rosato

Nell’ottobre 2017, il Parlamento ha approvato una nuova legge elettorale (n. 165/2017). Il sistema MMM (senza differenze tra le due Camere) prevede il 37% dei seggi riservati al sistema SSD e il 61% eletti con liste bloccate (LR‑Hare) con una massima ampiezza di circoscrizione di 7 o 8, e nessun collegamento tra i due livelli. Inoltre, 12 seggi alla Camera dei Deputati e 6 al Senato devono essere eletti da italiani residenti all’estero. La soglia nazionale è fissata al 3% per un partito o al 10% per una coalizione, con una soglia inferiore per le liste che rappresentano le minoranze linguistiche. I voti per le liste che ricevono meno dell’1% nelle coalizioni vengono scartati (i voti per i partiti tra l’1% e il 3% vengono attribuiti agli alleati). La legge prevede che le liste PR debbano alternare i candidati per genere; Inoltre, i partiti non possono nominare più del 60% (candidati SSD e capilista delle liste PR) dello stesso sesso. La scheda elettorale è unica: gli elettori possono votare per una lista “proporzionale” e in tal caso il voto viene attribuito anche al candidato nell’uninominale. Tuttavia, un elettore può votare separatamente per il candidato SSD e per una lista collegata a quel candidato. Nel caso di voti solo per un candidato uninominale nominato da una coalizione di partiti, i voti per il candidato vengono distribuiti proporzionalmente alle liste di partito collegate in base alle quote di voto all’interno della coalizione. La scheda elettorale quindi non consente la divisione dei voti tra il partito o la coalizione del candidato uninominale e un partito esterno alla coalizione (no voto diviso).

Il sistema elettorale “Meloni”

Non esiste al mondo

Sistemi elettorali con premio di maggioranza fisso non esistono nel “globo terracqueo”. La Grecia lo ha abolito nel 2006 lasciando una formula che modula il premio tra zero e il 16.6% dei seggi e quindi non rimarrebbe che l’Italia, che adottò un sistema majority assuring pari al 55% dei seggi (alla Camera) tra il 2005 e il 2014 allorché la Corte costituzionale la dichiarò parzialmente illegittima.

Il premio di maggioranza è inutile e dannoso

Il premio di maggioranza è inutile e dannoso. Inutile perché se una forza politica ha già una sua maggioranza (anche relativa) non si vede perché debba beneficiare di 10‑15 punti omaggio in seggi; viceversa, è dannosa perché struttura in forma diseguale una sproporzione tra consensi reali e rappresentanza parlamentare. I seggi che andrebbero attribuiti (70 alla Camera) sarebbero assegnati “in blocco”, una sorta di listino chiuso selezionato dai partiti, a prescindere, sia che il premio scatti sia che non scatti. Infatti, ci sono vari rischi connessi alla proposta di legge menzognera e mal congegnata che è stata depositata. Inoltre, il sistema del “premio” spinge a coalizioni disomogenee/forzose, con poca o punto sintonia programmatica, tanto da portare in pancia potenziali rischi di successiva deflagrazione parlamentare.

Soglia bassa, nominati un quinto di deputati

La soglia elettorale è bassa, se l’obiettivo è contribuire alla stabilità delle maggioranze parlamentari e quindi alla riduzione della frammentazione (in Germania è pari al 5%). Inoltre, la presumibile presenza di clausole “salva liste” sotto al 3% purché in coalizione, per tutelare gli aspiranti junior partener (oggi Calenda, Lupi, Più Europa e Renzi) rende un risultato contraddittorio, e incoerente nella logica, con quanto declamato circa la “stabilità”.

Premio che non premia

La parte più strampalata è poi quella riferita al ballottaggio che non è proprio per nulla “majority assuring”, non assicura un bel nulla, solo confusione e pressappochismo. La norma non garantisce la maggioranza assoluta, e non è detto che il premio scatti posto che è possibile che nessuna forza o coalizione superi il 40% come in una competizione tripolare, ad esempio, oggi forse non probabile, ma lo scenario del 2013 non è tanto lontano. Potremmo inoltre avere il caso di un ballottaggio senza maggioranza assoluta, posto che potrebbe vincere il partito che al primo turno abbia avuto il 35.1% o il 39.9% dei voti insufficienti a trasformarsi nel 50.1% dei seggi nonostante i 70 eroi nominati. Infine, il ballottaggio scompare come neve al sole se nessuna forza politica ottiene il 40% e se non ce ne siano due che raggiungano tra il 35% e il 40%. Ancora una volta: dove sta la maggioranza promessa? Viceversa, c’è un rischio sistemico e democratico: il pericolo di una “super maggioranza”. Con diverse liste sotto al 3% e alta dispersione di consensi, un partito con “pochi” voti 35%-38% potrebbe vincere “tutto”. Si tratterebbe di un vincitore sostenuto da circa il 20%-25% degli elettori, se consideriamo la partecipazione potenziale del 65%. Una sciagura popolare.

Un esempio viene dall’Argentina di Milei

Alcuni sistemi, solitamente presidenziali, conferiscono il “premio” a un candidato che ottenga una percentuale “alta” (40%-45%) purché distanzi il secondo di almeno 10‑15 punti percentuali. Si tratta dei sistemi double complement rule, che permettono la vittoria “maggioritaria” anche a chi non l’abbia raggiunta al primo turno, ma solo a condizione che il voto dimostri la sua effettiva forza rispetto agli altri e che, ad esempio, non sia concentrata in alcune zone del Paese. Uno di questi esempi viene proprio dall’Argentina del sovranista Milei. Insomma, la stabilità non è data (solo) dal premio, ma dalla presenza strutturata di partiti (o coalizioni) coesi, forti, nazionali e disciplinati. Il premio “sproporzionato” è incostituzionale probabilmente, ma certamente illogico e ingiusto, e comunque la possibilità che una forza politica possa da sola modificare la Costituzione pur avendo all’incirca un quarto del sostegno elettorale è sulla soglia dell’eversione. La lista bloccata di quasi un quinto dei parlamentari è veramente al limite della decenza e ricorda periodi bui per la democrazia. In ogni caso, in un sistema parlamentare la sfiducia è sempre possibile, persino auspicabile. Come per il cosiddetto e mal detto/mal scritto “premierato”, bastava introdurre il voto di sfiducia costruttiva anziché utilizzare una proposta di legge sul sistema elettorale quale fonte di distrazione di massa.

 

Le storture del sistema elettorale “Meloni”

1. Premio di maggioranza

  • I sistemi elettorali con “premio fisso” non esistono al mondo (la Grecia lo ha abolito nel 2016, 50 seggi)
  • 70 seggi (35 al Senato) “fissi” attribuiti alla coalizione vincente
  • centralizzazione del potere nei partiti che indicano i deputati nominati con il Premio
  • Induce e favorisce coalizioni disomogenee/forzose

2. Soglia elettorale

  • Il 3% è basso (Portogallo[1], Spagna2:, Germania)
  • La presenza di clausole “salva liste” sotto al 3% purché in coalizione aumenta frammentazione
3. Ballottaggio non “majority assuring”

4. Il “premio” scatta o non scatta, in “blocco”

  • La norma non garantisce la maggioranza assoluta
  • Ballottaggio con “soglia minima” (35%): che ballottaggio è?
  • Non è detto che il premio scatti (nessuno sopra il 40%)

DUE RISCHI OPPOSTI

1. Rischio di super maggioranza: con diverse liste sotto al 3%, un partito con “pochi” voti 35%-38% vince “tutto”

  • vincitore sostenuto da circa 20%-25% degli elettori (con partecipazione al 60%-65%) potrebbe raggiungere il 60% dei seggi;

2. Una coalizione ottiene il 40.1%, ma con il “bonus” potrebbe non avere la maggioranza assoluta

  • Dipende dalla distribuzione geografica del consenso: un partito potrebbe superare di poco quota 200 (i seggi sono 400, meno 70 del premio = 330, meno TAA, VdA ed Esteri= 314; il 40% sarebbero 126 + 70= 196+ 4 esteri= 200???) al netto di TAA, VdA e di distribuzione geografica.
  • Una forza politica ottiene il 40.1% e il Premio; la seconda il 39.9%. Una sproporzione esagerata. Una maggioranza non rispecchiata nel Paese.
  • Due forze con il 36%-38% non raggiungerebbero maggioranza nemmeno con premio.
  • Infatti, alcuni sistemi conferiscono il “Premio” a una coalizione (o candidato) che ottenga una percentuale “alta” (40%-45%) e che distanzi il secondo di almeno 10 punti.

 

Problema di rappresentanza/rappresentatività

Nel calcolo della percentuale per ottenere il Premio non vengono considerate le Regioni VdA e TAA; inoltre, non hanno rappresentanti tra i 70 del Premio, ma parteciperebbero comunque al ballottaggio. Per il Molise tale rischio c’è per il Senato.

Una evidente distorsione e potenziale illegittimità costituzionale

Quindi non è un sistema “majority assuring” e per questo il legislatore parla di “stabilità”. Un concetto che non c’entra con il sistema elettorale e non è data dal premio, ma da partiti (o coalizioni) coesi.

In un sistema parlamentare la sfiducia al Governo è sempre possibile

 

DATI

“Mattarella” 1994‑2006 senza 'premio’
8 governi media 550 giorni in carica

“Calderoli” 2006‑2018 con 'premio’
6 governi media 732 giorni in carica

“Rosato” 2018‑2026 senza 'premio’
4. governi media 719 giorni in carica

 

Contano i partiti!

Anziché tentare di cambiare per la sesta volta il sistema elettorale, è opportuno ragionare comparativamente su interventi mirati, quali il voto di sfiducia costruttiva, una legge sui partiti, la modifica dei regolamenti parlamentari, eliminazione del “gruppo misto”… 

Riforma elettorale e stabilità di governo

Per quasi cinquant’anni (1948‑1993) il sistema politico è stato caratterizzato da governi altamente instabili (durata media 11,6 mesi), in parte a causa della frammentazione del sistema partitico, pur con una certa stabilità a livello politico e governativo. Ciò era solo in parte una conseguenza di un sistema elettorale puramente proporzionale che offriva numerose opportunità di rappresentanza ai partiti minori. Inoltre, i due partiti maggiori non erano in grado di governare da soli e, di conseguenza, i democristiani tendevano a formare coalizioni sovradimensionate. Con l’avvento di una figura politica polarizzante – Silvio Berlusconi – il sistema partitico e la competizione elettorale si sono orientati verso un quadro bipolare. Dalle elezioni del 1994 si sono susseguiti sei avvicendamenti al potere tra coalizioni di centrodestra e di centrosinistra. Tuttavia, la frammentazione delle coalizioni, la debolezza e l’eterogeneità dei partiti hanno compromesso la stabilità governativa e la capacità di attuare programmi e politiche. In sostanza, le parole di Giuseppe Di Palma (1977), pronunciate più di trent’anni fa, sono ancora valide: i partiti italiani sopravvivono anche senza governare. La nascita del Movimento 5 Stelle e il crescente successo elettorale (25,6% nel 2013 e 32,7% nel 2018), ha spinto, quale risultato inatteso della riforma elettorale, verso un sistema partitico tendenzialmente tripolare.

La legge elettorale, adottata per la prima volta nelle elezioni generali del 1994, non ha prodotto stabilità di governo. In circa trent’anni, l’Italia ha visto succedersi 18 governi (tre dei quali tecnocratici), dodici diversi primi ministri, tre coalizioni sovradimensionate e due cambi di maggioranza parlamentare nella stessa legislatura. Lo scioglimento anticipato del Parlamento, il cambio di primi ministri, la mancanza di una maggioranza parlamentare e la conseguente instabilità e frammentazione partitica sono rimaste le caratteristiche principali del sistema politico italiano, nonostante le riforme del 1994 e del 2005.

Il sistema partitico e le riforme elettorali

Le riforme elettorali italiane offrono anche l’opportunità di esplorare l’effetto del sistema elettorale sul sistema partitico. Per quanto riguarda il numero effettivo di partiti che hanno ottenuto seggi, si possono osservare i seguenti dati: durante la Prima fase del sistema partitico (1948‑92) la media era di 3,7, mentre durante il sistema elettorale maggioritario (1994‑2001) la media era di 6,4. Per il sistema proporzionale a maggioranza relativa, dal 2006 al 2013, il valore era di 3,9, stesso valore dal 2017 ad oggi. Pertanto, contrariamente alle aspettative riguardanti gli effetti della legge elettorale, il numero dei partiti è aumentato durante le elezioni tenutesi con un sistema elettorale a maggioranza mista.

In effetti, anche il numero di partiti con una percentuale di voti superiore al 4% ha raggiunto il picco sotto il sistema MMM nel periodo 1994‑2001 (6,7), e il punteggio più alto è stato effettivamente nel 1996 (8); con un leggere calo dal 2006 (5,5). Inoltre, se consideriamo solo il numero di partiti, tra quelli che hanno ottenuto almeno un seggio, osserviamo che il numero più alto è stato raggiunto nel 1992 (sedici), e che la media per il periodo 1948‑1992 è stata di 11,4. Se confrontiamo i tre periodi, dobbiamo anche considerare che il periodo “misto” deve essere diviso in due parti: la prima in cui vengono considerati solo i partiti che hanno vinto seggi nella parte PR del 25%, la seconda in cui sono inclusi anche i seggi che un partito ha vinto nelle competizioni SSD. In quest’ultima situazione, il numero di partiti che hanno vinto almeno un seggio nelle elezioni 1994‑2001 è stato in media di 6,7 se consideriamo il 25% dei seggi PR, e ha raggiunto 8,3 se consideriamo il 75% dei seggi assegnati in SSD. La differenza è dovuta al fatto che i partiti etno‑regionalisti sono riusciti a conquistare (pochissimi) seggi nelle loro roccaforti. A parte il 2008 (7 partiti), il valore è cresciuto successivamente attestandosi a 10.

Allo stesso tempo, il numero di partiti “rilevanti” è aumentato sia in termini quantitativi che in relazione al loro potere (“ricatto” e “coalizione”) a causa dell’elevata eterogeneità politica delle coalizioni di governo. Nel senso di Sartori (1976), l’Italia aveva circa 7 partiti rilevanti nel periodo dei partiti Repubblicani, 10 nel 1994‑2001, poi tornato a 7 con il sistema 2006‑2013 e 6 dal 2018. Viceversa, il numero più basso di gruppi parlamentari è stato quello del 2008 (6), mentre il più alto è stato nel 1992 (13).

Come riportato nella Tabella 2, solo nel 2008 si è registrata una significativa riduzione del numero di partiti che hanno ottenuto seggi, ma anche questo è stato dovuto alla nascita di due nuovi partiti, ciascuno frutto della fusione di due partiti preesistenti. La fusione tra Forza Italia e Alleanza Nazionale ha dato vita al Popolo della Libertà guidato da Berlusconi, mentre i Democratici della Sinistra e La Margherita hanno costituito la base del Partito Democratico di centrosinistra. Questi partiti hanno ottenuto circa il 75% dei voti e altrettanti seggi. Ciononostante, il potere acquisito dai due partiti si è eroso, soprattutto a causa della loro partecipazione congiunta al governo di unità nazionale “coalizione arcobaleno” formatosi dopo le dimissioni di Berlusconi per problemi giudiziari e finanziari.

La percentuale di voti ai due partiti maggiori è stata di poco inferiore ai due terzi (62,7%) durante il dopoguerra, con due picchi (1948: 79,5%; e 1976: 73,1%) e uno nel 2008 (70,6%).

L’indice di frammentazione parlamentare è risultato più elevato tra il 1994 e il 2001 (0,86), e piuttosto simile negli altri due periodi (circa 0,73), con le elezioni del 1948 (0,66) e del 1996 (0,87) che rappresentano rispettivamente il periodo meno e più sproporzionato.

Possiamo anche utilizzare l’indice di dis‑proporzionalità di Gallagher (1991) per confrontare i diversi sistemi elettorali. Il valore più basso dell’indice è stato registrato nel 1987 e nel 1992 (2,5), mentre il più alto è stato quello del 2013 (17,3), risalito al 13 nel 2022 dopo la flessione del 2018. Durante le elezioni con sistema proporzionale, l’indice si è attestato in media a 2,9, prima di aumentare a 8,3 con la legge ’94-‘01 e infine a 8,9 dal 2003.

Riforma elettorale ed elettori: responsabilità e volatilità

Sebbene si possa riscontrare un generale spostamento verso una struttura bipolare a partire dal 1994 e verso un sistema quasi bipartitico nel 2008, l’Italia ha anche assistito a una notevole volatilità elettorale. Ciò include l’emergere di nuovi partiti come il Movimento 5 Stelle populista. In parte, questo è una conseguenza non intenzionale della riforma elettorale, come verrà discusso in seguito.

Nel periodo 2006‑2013 e con la presenza di un sistema elettorale proporzionale a liste bloccate, senza voto di preferenza, il partito (al governo) ha rafforzato notevolmente il proprio potere nel reclutamento del personale. Ciò ha accresciuto il malcontento degli elettori a causa della ridotta capacità di influenzare la scelta dei partiti e, in una certa misura, di determinare la rappresentanza sociale (soprattutto in termini di genere, competenze e generazione). La frustrazione provata dai cittadini è stata, in definitiva, uno dei principali fattori che hanno favorito l’astensione, l’ascesa di partiti populisti come la Lega Nord, la fioritura di nuovi (e significativi) partiti come il Movimento 5 Stelle, e così via. È interessante notare che, se consideriamo la volatilità elettorale, si può osservare che le elezioni del 1994‑2001 hanno registrato un punteggio diverso: hanno ottenuto la media più alta in termini di volatilità (24), mentre le elezioni del 2013 sono state quelle in cui è stato registrato il valore più alto (39,1), e quelle del 1994 (37) e del 2002 (33).

Dopo la riforma elettorale del 1993 (la Tabella 2 riporta tutte le riforme elettorali), gli elettori hanno iniziato ad attribuire maggiore importanza alle caratteristiche dei candidati, in particolare aumentando la rilevanza dei candidati come rappresentanti di specifici distretti. Sebbene il voto per un determinato candidato fosse possibile nel sistema elettorale 1948‑1993, le preferenze non garantivano l’elezione del candidato scelto. Inoltre, gli elettori si sono generalmente abituati sempre più alla competizione bipolare e all’aspettativa di avere un governo che rifletta i risultati elettorali di coalizioni pre elettorali. Il crollo del sistema partitico pre‑1989 ha aperto la strada a comportamenti elettorali più basati sull’opinione pubblica, insieme a nuovi partiti non legati a tradizioni politiche storiche.

Infine un riferimento alla nazionalizzazione elettorale. I sistemi elettorali possono influenzare la geografia del voto. L’indice di nazionalizzazione, che varia tra 0 e 1 – minore è l’indice, maggiore è la concentrazione dei voti dei partiti in poche aree, maggiore è l’indice, maggiore è la nazionalizzazione del voto – (Caramani 2004; Bochsler 2010; Passarelli 2013) è rimasto piuttosto omogeneo durante tutto il periodo. Il livello più basso è stato registrato nel 1994 (0,749), e il più alto nel 1976 (0,888).

 

TABELLA 1. I SISTEMI ELETTORALI IN ITALIA, 1946‑2026

tabella 1

Fonte: adattamento dell’autore da Passarelli 2014; 2019.

 

TABELLA 2. SISTEMI ELETTORALI E SISTEMA PARTITICO IN ITALIA, 1946‑2026

tabella 2

Fonte: adattamento dell’autore da Passarelli 2014; 2019.

 

TABELLA 2a. SISTEMI ELETTORALI E SISTEMA PARTITICO IN ITALIA, 1946‑2026

(media per sistema elettorale)

tabella 2a

 

Conclusioni

L’Italia ha vissuto quattro importanti riforme elettorali negli ultimi trent’anni ed elezioni con sistemi piuttosto diversi: proporzionale, misto e proporzionale con bonus di maggioranza. La suddetta analisi dei principali risultati politici nel contesto italiano e delle riforme elettorali ha sostanzialmente confermato la nostra conoscenza degli effetti prodotti dai sistemi elettorali. Tuttavia, non tutte le aspettative politiche sono state soddisfatte. Ad esempio, gli effetti della riforma del 1993 sia sui partiti che sugli elettori sono stati significativi, anche se non ha raggiunto gli obiettivi politici di rafforzamento delle maggioranze parlamentari, prolungamento dei governi e maggiore responsabilità. In particolare, l’assenza di grandi partiti nazionali coesi ha attenuato gli effetti delle riforme elettorali, soprattutto nel caso del sistema misto maggioritario (1994‑2001), come confermato dal calo delle percentuali di voti e seggi assegnati ai due partiti maggiori. Al di là degli aspetti tecnici e dei dettagli delle leggi elettorali, ciò che è importante ricordare del caso italiano è il seguente: un cambiamento così radicale rispetto ad altri Paesi è in gran parte spiegato dalla frammentazione del sistema partitico e dall’instabilità governativa. Da un punto di vista teorico, quindi, il caso italiano si adatta perfettamente al quesito di ricerca sugli effetti dei sistemi elettorali. Il caso ha dimostrato empiricamente che il sistema elettorale da solo non può modificare il sistema politico se i cambiamenti elettorali non sono accompagnati da altre caratteristiche, vale a dire la presenza di partiti forti e di rilevanza nazionale.

Il quadro teorico conferma gli effetti dei sistemi elettorali sugli esiti politici. Nel contesto italiano, tuttavia, i dati ci forniscono un secondo elemento da analizzare più a fondo: l’assenza di partiti forti, nazionali e di grandi dimensioni (dominanti), spesso internamente divisi e faziosi, ha privato le riforme elettorali della loro portata generale di influenza.

È vero che la dinamica generale del sistema partitico è ora più bipolare e, sebbene la durata dei governi sia aumentata (da 11 mesi, a 21 mesi post 1993), la governabilità non è migliorata.

Di conseguenza, da un lato, il ruolo del Parlamento rimane cruciale data l’importanza degli accordi parlamentari, mentre dall’altro, l’incapacità dei partiti di guidare chiaramente il governo ha conferito maggiore “potere” al suo leader, il primo ministro. La scarsa comunicazione tra partiti e Parlamento ha fortemente frustrato sia le scelte che le aspettative degli elettori. Data tale debolezza di partiti e governo, le politiche sono state spesso incomplete, parziali o limitate nella loro capacità di risolvere i problemi che affliggono il Paese e i suoi cittadini.

Nel periodo 2006‑2013, e data la presenza del sistema elettorale proporzionale a liste bloccate, il partito (al governo) ha rafforzato notevolmente il suo potere nel reclutamento del personale. Ciò ha ulteriormente aumentato la disaffezione degli elettori a causa della ridotta capacità di determinare le scelte operate dai partiti e, in una certa misura, di determinare la rappresentanza sociale (soprattutto in termini di genere, competenze e generazione). La frustrazione provata dai cittadini è stata uno dei principali fattori che hanno portato all’astensione, all’ascesa di partiti populisti come la Lega del Nord, alla fioritura di nuovi (e importanti) partiti come il Movimento Cinque Stelle.

Insieme a questo elemento di continuità tra la Prima e la Seconda Repubblica, va detto che, in seguito alla riforma elettorale del 1993, si sono verificati alcuni importanti cambiamenti. Gli elettori hanno iniziato a orientare sempre più la propria scelta elettorale in base alle caratteristiche dei candidati. Inoltre, questo aspetto è stato accentuato dalla competizione bipolare a livello nazionale, basata sulla sfida tra i leader delle due principali coalizioni. Sebbene la proposta elettorale e le richieste politiche abbiano modificato il funzionamento del nuovo sistema elettorale, il sistema politico non si è adattato a questa tendenza in termini di stabilità e di un rafforzamento elettorale stabile dei due principali partiti.

Tuttavia, la presenza del 25% di seggi proporzionali (legge del 1993) e il “bonus di maggioranza” per le maggioranze politicamente e numericamente deboli (35%-40%), unitamente a coalizioni legislative fortemente frammentate (sistema del 2005), hanno garantito, nella migliore delle ipotesi, una scarsa efficacia di governo.

[1] Soglia implicita; 2soglia del 3% circoscrizione.

Bibliografia

Katz, R. “Why Are There So Many (or So Few) Electoral Reforms?” In The Politics of Electoral Systems, edited by P. Gallagher and M. Gallagher. Oxford: Oxford University Press, 2005.

Michael Gallagher, “Proportionality, disproportionality and electoral systems”, Electoral Studies 10:1 (1991).

Caramani, D. The Nationalization of Politics. Cambridge: Cambridge University Press, 2004.

Bochsler, D. “Measuring Party Nationalisation: A New Gini-Based Indicator That Corrects for the Number of Units.” Electoral Studies 29 (2010).

Passarelli, G. “National and Regional Elections between Homogeneity and Differentiation: The Case of Italy.” Modern Italy 18, no. 3 (2013).

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