ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

La repressione nell’Africa coloniale italiana

Il Generale Graziani e la Senussia. La straordinaria storia del Capitano Lontano, avvocato
10 ottobre 2026
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Incontro di Sidi Rahuma, 19 giugno 1929. Omar al-Mukhtar (capo della resistenza senussita) è il secondo da sinistra, Pietro Badoglio (governatore di Tripolitania e Cirenaica) è il quarto da destra, Domenico Siciliani Siciliani (vice governatore della Cirenaica) è il secondo da destra. Fonte Wikimedia Commons.
Incontro di Sidi Rahuma, 19 giugno 1929. Omar al-Mukhtar (capo della resistenza senussita) è il secondo da sinistra, Pietro Badoglio (governatore di Tripolitania e Cirenaica) è il quarto da destra, Domenico Siciliani Siciliani (vice governatore della Cirenaica) è il secondo da destra. Fonte Wikimedia Commons.
ABSTRACT

1. Gli italiani in Africa. Una storia coloniale novecentesca. La Libia e il ruolo di Rodolfo Graziani

Il contesto internazionale e le premesse interne

Le vicende del colonialismo italiano in Libia si inquadrano nel più ampio contesto dell’invasione, spartizione e colonizzazione del continente africano (la cosiddetta Scramble for Africa), avvenuta a partire dalla fine dell’Ottocento a opera delle principali nazioni europee (principalmente Gran Bretagna, Francia, Germania e Belgio). Lo sviluppo capitalistico aveva imposto la ricerca di nuove fonti di materie prime e di mercati riservati per l’esportazione di risorse, che riparassero dal rischio di crisi dovute al ristagno dell’espansione economica portata dalla rivoluzione industriale, così come era accaduto con la “grande depressione” del 1873.

L’Italia fu l’ultima potenza europea ad affacciarsi sullo scenario africano. L’indipendenza nazionale era freschissima e i problemi causati dalla fragile unità interna erano notevoli. L’impresa cominciò durante il sesto governo di Agostino Depretis, esponente della Sinistra storica, con lo sbarco a Massaua, in Eritrea, il 5 febbraio 1885. Fin dagli albori l’espansione fu osteggiata da un massiccio fronte anticoloniale interno, alimentato dal tragico massacro di Dogali, località eritrea non lontana dalla costa, dove il 26 gennaio 1887 una colonna di 500 soldati comandata dal tenente Tommaso De Cristoforis venne annientata dalle forze del condottiero etiope Ras Alula Engida.

L’episodio di Dogali inaugurò l’avvio di un nazionalismo revanscista e retorico, propulsore delle successive imprese coloniali. Si alternarono cocenti sconfitte, come quella di Adua in Etiopia nel 1896, a successi, come la conquista della Libia. Tale ossessione si saldò con il problema dell’imponente emigrazione degli italiani verso le Americhe: i governi che si succedettero all’inizio del Novecento cercarono una sponda alternativa che accogliesse le masse lavoratrici afflitte dalla miseria. L’obiettivo era fermare l’emorragia di uomini e risorse che attraversava l’Atlantico in cerca di un futuro migliore, conquistando una destinazione più vicina della quale l’Italia conservasse il controllo economico e politico.

La guerra italo‑turca e la prima occupazione

Le truppe italiane sbarcarono a Tripoli nel 1911, durante il quarto governo di Giovanni Giolitti. Grazie anche a una complessa preparazione diplomatica, la Libia fu facilmente sottratta all’Impero ottomano, ostacolato nella reazione da difficoltà logistiche (i rifornimenti potevano essere trasportati solo per mare) e da un notevole divario con la Regia Marina. La vittoria fu suggellata dal Trattato di Ouchy del 1912, con cui i turchi dovettero cedere all’Italia la Tripolitania (comprendente Tripoli e l’area circostante) e la Cirenaica (regione nord‑orientale della Libia, estesa dalla zona costiera verso sud, fino al deserto). La guerra italo‑turca, poco dispendiosa in termini di perdite, fu anche teatro di notevoli progressi tecnologici in ambito bellico, come il primo impiego dell’aeroplano e dell’automobile con finalità militari e l’utilizzo della radio.

Sin dall’inizio dell’occupazione, tuttavia, si palesò una strenua resistenza della popolazione libica, che rese necessario un progressivo rafforzamento del contingente. Il controllo del territorio rimaneva peraltro limitato all’area costiera, motivo per cui si ritenne di dover intraprendere una serie di operazioni militari, intensificate con l’avvento al potere del regime fascista, che miravano a una completa “Riconquista” di tutta la Libia.

La “Riconquista” e l’ascesa di Graziani

Le operazioni cominciarono nel 1922 e presero piede in Tripolitania, con l’intento di far arretrare le popolazioni berbere dell’interno ancora più a sud, verso l’area montuosa del Gebel. Ciò serviva anche in funzione di difesa dal tentativo di organizzazione di uno Stato libico unitario in chiave antitaliana, allora in corso da parte dei capi indigeni non collaborazionisti. Successivamente, l’azione di espansione fu portata ancora più a fondo verso sud e in modo più costante, anche grazie ai soldati indigeni eritrei, libici e somali (i cosiddetti ascari, dall’arabo ʿaskarī, soldato) arruolati nell’esercito italiano, tra i quali vi erano gli zaptié, effettivi dell’Arma dei Carabinieri.

In questa fase emerse la figura di Rodolfo Graziani, quarantenne già colonnello, precedentemente arruolato nel 1° Reggimento Granatieri di Roma e in servizio in Eritrea dal 1908. Oltre a dimostrare notevoli doti di comando, Graziani conosceva l’arabo e il tigrino ed era dotato di spiccate capacità relazionali e di contatti con le tribù locali.

Alla guida di due battaglioni libici e di due eritrei, Graziani contribuì in maniera incisiva, a partire dal 1924, alla fase di affondo in Tripolitania, mirando a occupare Sirte sulla costa e, successivamente, l’area montuosa a sud fino ad Agedabia, al confine con la Cirenaica. La zona, abitata dalla tribù nomade dei Mogarba, costituiva un’interruzione geografica del territorio conquistato; tale cesura andava ridotta allo scopo di propiziare un governo unitario delle due regioni e assicurare, tramite presidi, il confine meridionale con il deserto del Fezzan.

I Mogarba, soverchiati dalle forze e dal numero, evitavano lo scontro diretto e sfruttavano la perfetta conoscenza del territorio per nascondersi fra le alture. Solo nel 1930, grazie al massiccio impatto delle forze indigene filo‑italiane, il risultato si poté ritenere raggiunto. L’operazione si concluse con il sostanziale sterminio o con l’internamento dei resistenti, oltre che con azioni di brutale sottomissione della popolazione locale attraverso le più varie forme di repressione (impiccagioni, confisca di terre e bestiame, deportazioni e decimazioni).

Graziani si intestò di fatto il successo dell’azione di “Riconquista della Libia”, dando alle stampe, con l’editore Cacopardo, il suo primo libro dal titolo Verso il Fezzan.

2. In Cirenaica. La resistenza senussita. Omar al‑Mukhtar

Le origini della Senussia

La Senussia era una confraternita musulmana fondata nel 1837 dallo sharif (termine arabo per “illustre”, ovvero uomo eletto) Muhammad Ibn ‘Ali, chiamato Al‑Sanusi dal suo maestro. La sua predicazione si sviluppò principalmente in Tunisia e Tripolitania. I Senussi predicavano un rinnovamento spirituale nel segno di un Islam pratico, all’insegna della continenza e della frugalità, depurato da ogni forma estrema di tecnica contemplativa, come ad esempio la danza estatica dei sufi. Affermavano al contempo la propria indipendenza dall’influenza religiosa esercitata dagli ulema egiziani, ritenuti troppo legati alle autorità ottomane.

Colpito da una scomunica (fatwa), Al‑Sanusi spostò la predicazione in altre zone dell’area islamica, ma fu osteggiato in modo costante dalle autorità religiose della Mecca. Queste lo costrinsero infine a rifugiarsi in Cirenaica dove, tra le montagne nei pressi della città di Al Bayda, fondò la Zāwiya Bayḍā (“Monastero Bianco”). Qui, appoggiato dalle tribù locali, il movimento senussita poté diffondersi in tutta l’area circostante. La Senussia prese col tempo a gestire in modo articolato la vita della popolazione locale: controllava i commerci con l’Egitto, amministrava la giustizia, percepiva le imposte e teneva i rapporti con le potenze coloniali. Dopo la morte di Al‑Sanusi, a capo della confraternita gli succedette il figlio, il quale promosse con tenacia una trasformazione della Senussia in chiave militare, rendendola così una milizia in costante conflitto contro ogni genere di invasione politica o territoriale dell’area.

La prima resistenza e la politica liberale

I senussiti si opposero strenuamente all’invasione francese del Sahara algerino e, dopo il 1913, all’occupazione italiana del territorio libico, godendo del pieno appoggio della Germania, alleata dell’Impero ottomano. Dal 1914 si moltiplicarono in tutto il territorio, e specialmente nel Fezzan, i tentativi di insurrezione. Questi culminarono nell’aprile del 1915 con la drammatica disfatta del Regio Esercito a Qasr Bu Hadi (la più grave nella storia del colonialismo italiano in Libia) e nella conseguente riconquista araba dell’area, che ridusse il controllo degli occupanti alla sola fascia costiera.

Il governo liberale italiano intraprese allora una politica di inclusione varando la cosiddetta Legge Fondamentale, detta anche Statuto. Questa concedeva un parziale diritto di cittadinanza, istituiva un parlamento locale e prevedeva la promozione della lingua araba al pari dell’italiano anche nel sistema scolastico, la presenza di cittadini libici eletti nei consigli amministrativi locali, nonché l’abolizione del servizio militare obbligatorio. Con gli accordi di Akroma (1920‑1921) venne poi sancito il potere di fatto della Senussia in Cirenaica, oltre al diritto di conservare attivi i propri campi militari nell’area. La confraternita diventava così uno “Stato nello Stato”. Attorno a essa si raccolse il favore delle popolazioni cirenaiche, che la intravidero come l’unica autorità legittima. Venne inoltre riconosciuto al leader della Senussia, Mohammed Idris, il titolo di emiro, dal forte e inequivocabile rilievo politico.

L’avvento del fascismo e l’azione di Omar al‑Mukhtar

Tale situazione di compromesso entrò in crisi nel marzo del 1923 quando, nel corso delle operazioni di riconquista, i colonizzatori attaccarono le forze senussite ponendo fine al modus vivendi di Akroma. Il governo fascista ripudiò gli accordi e intraprese la conquista del Gebel, installandovi una serie di fortini con guarnigioni eritree. Il terreno, tuttavia, si prestava alla guerriglia. La Senussia godeva dell’appoggio compatto della popolazione e di una direzione politico‑militare unitaria che trovò un grande leader nell’anziano Omar al‑Mukhtar, detto “il leone del deserto”. Le tribù del Jabal al‑Akhdar e delle regioni semidesertiche meridionali del Fezzan organizzarono una resistenza decisa, ottenendo numerosi successi sotto la guida di questo personaggio che divenne quasi mitico.

Fra la fine del 1927 e il 1928, Omar al‑Mukhtar ottenne vittorie militari umilianti per il governo del Duce. Nonostante le crescenti iniziative italiane, che cominciarono a servirsi anche dell’aviazione, la resistenza riuscì a impedire la conquista e il controllo dell’altopiano cirenaico, che costituiva una delle mire principali della politica coloniale fascista. Il “governo della notte” di al‑Mukhtar manteneva un ampio controllo di fatto del territorio e delle popolazioni ufficialmente sottomesse, minacciava i distaccamenti e gli insediamenti italiani, continuava a percepire le imposte e ad amministrare la giustizia, eliminando spie e collaborazionisti. I tentativi di negoziati tra l’Italia e il leader della resistenza vennero definitivamente rotti nell’estate del 1929, probabilmente anche per il mancato coinvolgimento di Idris, il capo della Senussia, spingendo così l’Italia a pianificare la totale sottomissione dei ribelli.

La repressione di Badoglio e Graziani

Si arrivò così al 1930. La ripresa delle ostilità minò la credibilità del governatore Pietro Badoglio davanti al Ministro delle Colonie e, ancor peggio, davanti a Mussolini. Badoglio gridò al tradimento di Omar al‑Mukhtar; dal canto suo il Ministro delle Colonie, Emilio De Bono (che non aveva grandi simpatie per il generale), inviò in Cirenaica Graziani, fresco del successo ottenuto in Tripolitania, con il titolo di vicegovernatore della regione, affinché attuasse un piano di annientamento sistematico della resistenza. Graziani operò con spietata lucidità ed efficienza nei due anni successivi, attraverso un’azione massiccia condotta con mezzi tecnologici moderni e una straordinaria violenza nei confronti dei locali, portando alla riconquista del Fezzan.

La collaborazione e la solidarietà tra i gruppi armati e la popolazione civile costituivano il vero punto di forza della resistenza araba, la quale trovava rifugio e rifornimenti. Per spezzare questo legame, Graziani privò la resistenza dei rifornimenti provenienti dall’Egitto, creando un reticolato di 270 km presidiato da tre ridotte e sei fortini lungo il confine orientale.

Soprattutto, ciò che sottrasse irrimediabilmente agli uomini di Omar al‑Mukhtar ogni sostegno e copertura fu il trasferimento forzato delle popolazioni dell’altopiano in appositi campi di concentramento allestiti dagli italiani lungo la costa. Le tribù del Gebel, con le proprie armenti che costituivano la principale fonte di sostentamento, vennero costrette a spostarsi dalle loro terre con marce forzate di diverse centinaia di chilometri. Il numero delle vittime di questa operazione attuata dall’esercito italiano non è a tutt’oggi accertabile con precisione, ma secondo alcune fonti delle 100.000 persone deportate ne giunsero vive nei campi solo 85.000.

3. La cattura ed il processo farsa ad Omar al‑Mukhtar. L’avvocato Roberto Lontano

La caccia nel Wadi Bu Taga

La resistenza guidata da Omar al‑Mukhtar, privata dei suoi sostenitori e isolata dall’Egitto, continuò faticosamente a combattere per poco più di un anno. Nella seconda metà del 1931, la strategia del terrore e del totale isolamento logistico strinse i resistenti cirenaici in una morsa fatale. Privata del sostegno delle popolazioni civili – ormai recluse nei campi di concentramento della costa – e impossibilitata a ricevere rifornimenti dall’Egitto a causa del lungo reticolato di filo spinato, la guerriglia del Jabal al‑Akhdar era ormai ridotta allo stremo. Nonostante le condizioni disperate, l’anziano leader Omar al‑Mukhtar rifiutò la resa, continuando a guidare piccoli nuclei di combattenti in azioni di logoramento.

Il destino della resistenza si compì l’11 settembre 1931 nel Wadi Bu Taga, una gola impervia nei pressi di Slonta. Durante uno spostamento di pattuglia, uno squadrone di ascari si diede all’inseguimento di un gruppo di una cinquantina di uomini in fuga e catturò Omar al‑Mukhtar, ferito a un braccio e intrappolato sotto il proprio cavallo. Non è chiaro se il vecchio leader sia stato riconosciuto nell’immediatezza dagli ascari o solo successivamente dagli ufficiali italiani, una volta trasportato a Bengasi assieme ai compagni. Il prigioniero fu poi trasferito sotto scorta provvisoria a bordo del cacciatorpediniere Orsini, e la notizia venne immediatamente telegrafata a Roma, dove si trovavano Graziani e De Bono, e a Tripoli, a Badoglio.

L’arresto del “leone del deserto” rappresentò il trionfo politico‑militare che il regime fascista attendeva da un decennio. Graziani partì immediatamente per Bengasi, trovando a Tripoli il telegramma spedito da De Bono il 14 settembre, che riportava un ordine: «si farà processo et conseguente indefettibile esecuzione clamorosa. Per ora raccomando nuovamente assoluto segreto».

Graziani telegrafò a sua volta descrivendo il proprio incontro con al‑Mukhtar, cui aveva proposto di farsi da tramite per la sottomissione dei ribelli del Gebel: «ha risposto lealmente che oggi, in qualità di prigioniero del governo, nulla può garantire a riguardo. Do subito inizio all’azione giudiziaria».

Davanti al Tribunale Speciale. Una condanna già scritta

Il processo cominciò il 15 settembre 1931, nel Palazzo Littorio di Bengasi blindato dalle truppe, davanti a un Tribunale Speciale per la difesa dello Stato.

Si trattava di un organo giudiziario speciale istituito dal regime nel 1926, nel novero delle “Leggi fascistissime”, e reso operativo subito dopo con una serie di regi decreti, competente a giudicare i reati contro la sicurezza dello Stato e del regime. Un tribunale straordinario costituito da ufficiali provenienti dalle forze armate e composto da un presidente (spesso scelto nell’ambito della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale), due vicepresidenti e cinque giudici individuati tra gli ufficiali. La costituzione del collegio era ordinata dal Ministro per la guerra, che ne determinava composizione, sede e comando. Si applicava il codice di procedura penale di guerra.

L’istruttoria era di breve durata e gli spazi difensivi erano ridotti e ostacolati, anche con vere e proprie intimidazioni, tanto che per lo più si preferiva “pilotare” la scelta degli avvocati di fiducia (come accadde nel processo Zamboni). Le sentenze non erano suscettibili di ricorso né di alcun altro mezzo di impugnativa, salva la revisione.

I Tribunali speciali furono uno strumento potentissimo ed efficace nella repressione del dissenso politico, e nel giugno 1929 se ne estese l’utilizzo anche in Libia e Somalia con il chiaro intento di farne uso in ambito coloniale per il soffocamento della resistenza.

Al‑Mukhtar non fu considerato prigioniero di guerra, benché l’Italia avesse aderito pochi mesi prima alla Convenzione di Ginevra del 1929, ma delinquente comune e per questo sottoposto alla giurisdizione del tribunale straordinario. Pur mancando una idonea catalogazione storica degli archivi giudiziari coloniali, del processo si conservano i verbali. Si tratta di una fonte interessantissima, grazie alla quale sappiamo che all’imputato venne assegnato un difensore d’ufficio su designazione del Presidente del Tribunale, che lo sceglieva tra gli ufficiali del Regio Esercito o della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale laureati in giurisprudenza.

Per al‑Mukhtar fu scelto un capitano dei bersaglieri trentacinquenne, Roberto Lontano.

Di lui non si sa nulla, se non che era nato nel 1896, ma del suo nome rimane un’indelebile traccia negli incartamenti di questo processo. Di certo il capitano, di fronte a un Tribunale composto interamente di ufficiali superiori e presieduto dal colonnello Umberto Marinoni (già eroe della Grande Guerra), e a un pm avvocato militare, il colonnello Giuseppe Bedendo, doveva percepire una soverchiante situazione di disparità anche gerarchica.

Il dibattimento durò poche ore. I capi di imputazione (“dati per letti”, nel verbale) erano piuttosto pesanti, comprendendo l’attentato contro l’unità dello Stato (l’art. 241 del neonato Codice Rocco puniva chi commettesse fatti diretti “a distaccare dalla Madre Patria una colonia” con la pena di morte), l’omicidio di quattro carabinieri, facenti parte di una pattuglia attaccata mentre era intenta alla riparazione di una linea telegrafica, e l’uccisione del tenente Beati, fatto prigioniero in combattimento.

Dopo l’invito a gridare un fervido “alalà” collettivo per il genetliaco del Principe di Piemonte, il Pubblico Ministero diede inizio all’esame dell’imputato. Al‑Mukhtar si difese con fermezza affermando a più riprese di essere in guerra contro il Governo italiano, escludendo una responsabilità diretta nell’omicidio del tenente Beati, ma ammettendo di aver compiuto rapine e razzie e di aver dato l’ordine di attaccare la pattuglia intenta nella riparazione del telegrafo a Gasr Benighden. Tale fatto era ritenuto dall’accusa particolarmente rilevante, in quanto sarebbe stato all’origine della ripresa delle ostilità dopo un periodo di pacificazione. Dalla verbalizzazione emerge con chiarezza come ad al‑Mukhtar si attribuisca principalmente la colpa di avere interrotto le trattative in corso con Badoglio, ridando energia al conflitto.

Agli atti è riportato anche l’esame dell’imputato svolto da Lontano, il quale sembra interessato a far emergere come l’imputato avesse combattuto anche contro i turchi già prima dell’occupazione italiana e che fosse stato sin da giovanissimo educato secondo le regole della Senussia.

L’arringa dell’Accusa è imbevuta di retorica fascista. Prende il via con l’apologia del generale Graziani, il quale aveva dimostrato «chiaramente a tutti come la politica di altri tempi è tramontata», e prosegue poi con un violentissimo attacco diretto e personale all’imputato, accusato – tra l’altro – di codardia: «Tu non sei un combattente, ma un bandito che ha sempre vissuto alla macchia. Il vero combattente uccide l’avversario in guerra, ma non lo sevizia, mentre tu hai seviziato i cadaveri dei nostri ufficiali e dei nostri soldati. Hai ucciso i nostri feriti. Non uno di essi ha fatto tra noi ritorno. Ti sei vantato in pubblica udienza d’aver partecipato a tutti i combattimenti: di averne dato l’ordine anche se non sei stato presente».

Bedendo conclude nel modo più ovvio, ossia chiedendo «che il Tribunale, affermata la responsabilità del giudicabile in ordine ai reati ad esso ascritti voglia condannarlo per il reato più grave quello cioè di aver prese le armi per staccare questa Colonia dalla Madre Patria, alla pena di morte in essa restando assorbite le altre irrogande per i reati minori».

La difesa dell’avvocato Lontano e la sentenza

Il verbale riporta le conclusioni di Lontano in modo estremamente sintetico. Il difensore avrebbe semplicemente chiesto «che il Tribunale tenendo conto della età del giudicabile e del suo fanatismo religioso, voglia concedergli il beneficio delle circostanze attenuanti generiche». Ma da fonti ulteriori, attinte dalla testimonianza dei presenti, apprendiamo che con straordinario coraggio (e rasentando la follia, visto il contesto), il difensore di Omar al‑Mukhtar ne avrebbe giustificato l’azione di guerriglia in ragione della difesa della sua Patria, ribadendone il diritto a essere considerato prigioniero di guerra e perciò non imputabile. La concessione delle attenuanti generiche avrebbe in ogni caso salvato l’imputato dall’irrogazione della pena capitale.

La ricostruzione, pur esulando da documenti dell’epoca che riportino fedelmente il contenuto (scomodo) della discussione di Lontano, risulta assolutamente attendibile. Si evince infatti dai documenti dell’Archivio Graziani (riesumati da Giorgio Rochat in un lavoro del 1973) che al capitano Lontano vennero comminati dieci giorni di arresti di rigore perché, «incaricato d’ufficio della difesa di un capo ribelle reo confesso di ogni capo di accusa, ne pronunciava la difesa con tono apologetico, in contrasto colla figura del reo e colle particolari condizioni di luogo e di ambiente in cui si svolgeva il dibattimento».

Condannato a morte, Omar al‑Mukhtar fu impiccato la mattina del 16 settembre 1931 nel campo di concentramento di Soluch, a sud di Bengasi. Per l’occasione, le autorità coloniali imposero la presenza forzata di oltre ventimila civili libici, deportati dai vicini campi d’internamento per assistere al supplizio. L’uomo, mantenendo fino all’ultimo fermezza e dignità, affrontò la morte recitando i versi del Corano; le sue ultime parole furono quelle di un noto versetto coranico: Innā li‑llāhi wa‑innā ilayhi rājiʿūna (“A Dio apparteniamo e a Lui ritorniamo”). Con la sua morte si spense definitivamente la resistenza in Cirenaica.

Il “leone del deserto” rimase però il simbolo del riscatto nazionale e dell’anticolonialismo libico. Di Roberto Lontano e del suo personale destino la Storia ha perso ogni traccia.

Nel contesto degli incontri legati alla firma del Trattato di amicizia tra Libia e Italia siglato nel 2008, il leader libico Mu’ammar Gheddafi esibiva sul bavero dell’uniforme militare una foto di Omar al‑Mukhtar al momento della cattura. E nel 2009, tra gli invitati sotto la tenda di Gheddafi per il conferimento di onorificenze agli italiani amici della Libia, c’erano anche gli eredi del capitano Roberto Lontano.

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