ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Il buon ordine e le leggi in una rinnovata prospettiva di democrazia

23 maggio 2026
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Oplita greco e guerriero persiano in combattimento. Raffigurazione su una kylix antica. V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Atene.Foto tratta da Wikimedia Commons / CC BY 2.0

Oplita greco e guerriero persiano in combattimento. Raffigurazione su una kylix antica. V secolo a.C. Museo Archeologico Nazionale di Atene.
Foto tratta da Wikimedia Commons / CC BY 2.0

ABSTRACT

Nel mondo antico il discorso sul buon ordine e sulla funzione insostituibile delle leggi si articola in varie fasi e con argomenti che ancora oggi continuano ad interrogarci. Già a partire dal VI secolo a.C. i poeti e i legislatori contribuiscono a fondare il pensiero politico pure con l’apporto di una nuova prospettiva “scientifica” di cui si fanno portatori i primi “filosofi” che non si avvalgono più del mito ma cercano un metodo “razionale” per spiegare non solo l’origine del mondo ma pure la collocazione in esso dell’uomo e delle sue relazioni intersoggettive. Per tutti valga l’assunto eracliteo secondo cui la Legge accanto al λόγος (Logos) e alla Lotta devono intendersi come principi cosmici sui quali si fonda la polis. Ma se nel VI secolo il problema si configura come ricerca del buon ordine, ovvero di quella che i greci definiscono come eunomia, poi già alla fine del secolo questa cede il posto all’isonomia che la costituzione di Clistene si propone di instaurare. Come fa notare T. Sinclair «l’eguaglianza implicita nell’isonomia non è l’uguaglianza assoluta, ma significa uguali diritti per tutti sotto una costituzione legale»[1]. L’eunomia non significava che le leggi fossero buone ma solo che dovevano essere rispettate; l’isonomia, invece, prevede l’uguaglianza dinanzi alla legge e parità di condizioni per tutti. Certo la grande fiducia nell’avvento dell’isonomia è dovuta alla vittoria nella guerra contro i Persiani da tutti avvertita come una seconda liberazione della Grecia (dopo la liberazione dalla tirannide di Ippia). Ne fa fede la rappresentazione ad Atene nel 472 a.C. della tragedia I Persiani di Eschilo con quello splendido incipit. «Orsù figli dell’Ellade liberate il vostro paese, liberate anche i figli, le mogli, i templi degli Dei dei vostri padri, le tombe dei vostri antenati. Noi combattiamo per tutto ciò che è nostro»[2] Atene, Sparta e quasi tutti gli stati greci avevano combattuto, solo i Tebani si erano astenuti e per lungo tempo subiranno l’accusa di biasimo (μηδισμός). Tucidide testimonia che da tale accusa essi si difendevano affermando che non avevano leggi, non un governo autonomo ma solo un piccolo gruppo al potere (δυναστεία ὀλίγων ἀνδρῶν). Voleva dire che i Tebani non avevano una costituzione legale. L’importanza delle leggi e della costituzione legale è intimamente collegata alla riflessione sulle forme di governo. E qui bisogna considerare che il primo documento esemplare in merito alla questione è contenuto nel terzo libro delle Storie di Erodoto (485‑425 a.C.). Si tratta del dialogo tra Otane e Megabizio, ovvero una discussione che sarebbe avvenuta tra nobili capi persiani circa la costituzione da adottare dopo la caduta di Mago l’usurpatore nel 522 a.C. Otane è contrario alla monarchia dato che essa sicuramente degenera in tirannide come è già storicamente avvenuto. L’alternativa ad essa è che il potere passi nelle mani del πλῆθος (plethos), cioè dei cittadini maschi adulti. Questo potrebbe essere considerato un governo dal nome seducente di “uguaglianza” perché tutti i funzionari vengono sorteggiati e il popolo li elegge e al popolo devono rispondere del loro operato. Anche se, secondo Sinclair, Erodoto conosceva la parola democrazia, questa nel confronto tra Otane e Megabizio non viene usata ma se ne evoca in toto il significato[3]. L’altro interlocutore, Megabizio, propende per il governo di pochi, una oligarchia costituita dagli uomini migliori, dunque una forma di governo aristocratico. A tirare la somma del discorso è Dario il quale, tenendo conto della degenerazione delle due forme di governo così bene rappresentate, propende nuovamente per la monarchia che, nonostante i suoi limiti, può garantire ai Persiani una maggiore stabilità. In questo confronto delle tre posizioni già si adombra con chiarezza il rapporto fra le tre forme classiche di governo e le rispettive degenerazioni oggetto del pensiero filosofico successivo e soprattutto quello di Aristotele in cui si trova ulteriore riflessione e codificazione. Il riferimento al mondo greco classico non verrà mai meno in tutto il complesso sviluppo della questione nel mondo moderno, specie a partire da Montesquieu il quale già nelle Lettere Persiane distingue il governo dispotico proprio dei paesi asiatici e i governi più conformi alla “ragione” propri del vecchio continente. Egli nello Spirito delle leggi critica le possibili involuzioni, convinto che i popoli non debbano modellarsi sulle leggi, ma la leggi sui popoli. In questa luce, per lui, il giusnaturalismo si rivela inutile sul piano teorico perché l’interesse si deve concentrare non sul diritto naturale ma sulle leggi positive che reggono le società reali. E nelle società reali la forma di governo preferibile è la monarchia purché limitabile attraverso i corpi intermedi: parlamenti, magistrature, istituti rappresentativi. La Costituzione richiede la libertà politica e un sistema di governo da cui nasce la teoria ancora oggi alla base del moderno stato di diritto, ovvero la separazione dei poteri (potere legislativo, esecutivo e giudiziario come tre organi distinti e autonomi che si equilibrano e bilanciano reciprocamente) e dell’indipendenza della magistratura (il sistema giudiziario va affidato ad una magistratura permanente, protetta da interferenze esterne nella sua neutralità super partes). «Non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo. Se fosse unito con il potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore»[4]. Nel dibattito storiografico si riconosce a Montesquieu il merito di avere codificato i principi del costituzionalismo moderno che restano anche dopo la Rivoluzione francese e l’avventura napoleonica come elementi costitutivi delle democrazie moderne. È un fatto che Alexis de Tocqueville nel suo La democrazia in America pubblicato nel 1835 sottolinea che l’esercizio della libertà politica è possibile in un sistema democratico solo se in esso vengono mantenuti i corpi istituzionali intermedi attraverso i quali si rafforzano le relazioni sociali e si evita che l’individuo deleghi allo Stato un diritto come quello di associazione che è fondamentale per un compiuto esercizio della libertà politica. «Dopo la libertà di agire da solo, l’idea più naturale all’uomo è quella di collegare i suoi sforzi con quelli dei suoi simili e agire in comune. Il diritto di associazione mi sembra dunque per sua natura inalienabile quasi quanto la libertà individuale»[5]. Gli elementi costitutivi delle democrazie moderne hanno sicuramente basi e fondamenti teorici di lunga e articolata tradizione come si evince da qualche esempio fin qui riportato e tuttavia si assiste ad un progressivo indebolimento delle istituzioni democratiche proprio nell’Occidente che le ha prodotte e difese all’interno dei singoli Stati attraverso le garanzie costituzionali. Nell’attuale temperie storica non risulta certo facile una definizione o ridefinizione di “democrazia”, né tantomeno una traduzione dei principi nelle democrazie realizzate per il fatto che i più non si accorgono o non vogliono rendersi conto che le cosiddette democrazie ormai si fondano sul predominio delle élites non più da intendersi in senso gramsciano, ma per quello che effettivamente sono, ovvero élites di natura “economica”. La cultura occidentale si è per così dire contaminata a partire dall’affermazione dei grandi monopoli non più controllati e controllabili. Lo scontro economico si è ben presto tradotto in scontro militare per lo più giustificato come difesa o “esportazione” della libertà. Il programma di “esportazione della libertà” come ben spiega Luciano Canfora copre in realtà esigenze di potenza: «Non potendosi colpire indiscriminatamente tutti i luoghi dove, a giudizio dell’amministrazione americana, la libertà andrebbe esportata e installata, bisogna concentrarsi sugli “Stati canaglia”, cioè su quegli Stati che non solo appaiono macchiati del peccato basilare della “non libertà”, ma si industriano di turbare la serenità del “mondo libero” attraverso lo strumento del terrorismo»[6]. La parola magica “terrorismo” si collega poi ad “allarme atomico” e questo mix esplosivo produce guerre “a pezzi” quasi destinate a collegarsi in un unicum col rischio di diventare guerra mondiale. In Europa l’incompetenza di alcuni governi costituzionali ha già portato alla messa in discussione e in qualche caso allo svuotamento di quell’impianto che ha reso possibile la nascita della UE come grande potenza che ha svolto dal secondo dopoguerra un ruolo fondamentale nella complessa evoluzione delle relazioni tra mondo occidentale e mondo orientale. Bisogna impegnarsi perché questo ruolo torni ad essere determinante nel contribuire ad un assetto di pace prima che sia troppo tardi come si evince dall’aprirsi continuo di nuovi fronti di guerra i cui danni sulle nostre economie sono diventati insostenibili con l’ultimo attacco di Trump all’Iran e la chiusura dello stretto di Hormuz.

[1] T.A. Sinclair, Il pensiero politico classico, Bari, Laterza, 1973, 43.

[2] Eschilo, Tutte le tragedie, Roma, Newton Compton, 2004, traduzione di Enzo Mandruzzato, vv.402‑405.

[3] T.A. Sinclair, cit., 46 e ss.

[4] C.L. Secondat de Montesquieu, Lo Spirito delle Leggi, a cura di S. Cotta, Torino, Utet, 2005, tomo I, pp.273‑277.

[5] A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, Milano, Bur, 2004, 204 e ss.

[6] L. Canfora, Esportare la libertà, Milano, Mondadori, 2007, 74‑76.

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