ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

In memoria di Enzo Bianchi

Un viaggio dalla solitudine alla comunità, tra autorità e cambiamento
9 settembre 2026
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Foto di Niccolò Caranti. Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0

Foto di Niccolò Caranti. Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 3.0

ABSTRACT

Fondatore della Comunità monastica di Bose, scrittore, uomo di dialogo ecumenico e interprete del cristianesimo contemporaneo, Bianchi ha attraversato più di sessant’anni della storia religiosa e culturale italiana cercando una risposta a una domanda semplice e radicale: che cosa significa essere cristiani quando la società non è più cristiana? È un tema che va oltre la vicenda religiosa, perché porta dentro di sé domande universali ed attuali: quale rapporto avere con la tradizione in questo mondo di costante cambiamento? come si convive con chi è diverso da noi? che spazio c’è per il dubbio nella fede? E soprattutto: può un’istituzione rinnovarsi senza perdere la propria identità?

Enzo Bianchi nasce nel 1943 a Castel Boglione, nell’Astigiano. La sua formazione avviene nell’Italia cattolica del dopoguerra, quando la società sta cominciando a trasformarsi profondamente. È giovane quando arriva il Concilio Vaticano II, l’evento destinato a cambiare il volto della Chiesa cattolica nel Novecento. Bianchi non interpreta il Concilio come una semplice operazione di modernizzazione. Ne coglie soprattutto un invito a tornare alle fonti: alla Bibbia, ai Padri della Chiesa, alle origini del cristianesimo, alla dimensione comunitaria della fede. L’8 dicembre 1965, mentre il Concilio Vaticano II si conclude a Roma, Bianchi si stabilisce in una vecchia cascina nella località di Bose, presso Magnano, nel Biellese. In Italia governa la democrazia cristiana ma siamo alle porte del “Sessantotto”: i giovani si allontanano progressivamente dalle forme tradizionali dell’autorità, il movimento operaio e quello studentesco mettono in discussione gerarchie e istituzioni. La sessualità, la famiglia, il ruolo delle donne, il rapporto con la politica e la libertà individuale stanno cambiando.

Enzo Bianchi ha poco più di vent’anni. All’inizio è solo. Vive nella preghiera, nello studio e nel lavoro manuale. Nel 1968 arrivano i primi compagni e nasce progressivamente quella che diventerà la Comunità monastica di Bose. Bose è una comunità composta da uomini e donne, cattolici e appartenenti ad altre confessioni cristiane, che scelgono di vivere insieme secondo il Vangelo attraverso la preghiera, il lavoro, il celibato e la condivisione. Bianchi non è sacerdote: il monachesimo non viene concepito come una realtà riservata al clero, ma come una possibile forma radicale di vita cristiana accessibile anche ai laici.

Bose diventa così un laboratorio religioso ma anche antropologico: come possono persone diverse per storia, confessione e sensibilità vivere insieme senza cancellare le loro differenze? La risposta è mettere la fraternità prima della differenza.

Uno dei tratti distintivi del percorso di Bianchi e del monastero di Bose è che la modernità arriva attraverso un grande studio della tradizione antica: i monaci del deserto, i Padri della Chiesa, la tradizione orientale. Il suo obiettivo è trovare, nelle origini, una forma di cristianesimo capace di parlare al presente. Da questa prospettiva nasce la sua critica del clericalismo e della ricerca del potere: l’autorità deve tornare ad essere servizio. Quando una religione possiede una posizione dominante nella società, può facilmente confondere la fede con la cultura, il Vangelo con la tradizione sociale, la convinzione religiosa con l’appartenenza collettiva. Quando invece perde il potere, è costretta a confrontarsi con una domanda più difficile: perché qualcuno dovrebbe ancora ascoltarla? Bianchi risponde che il cristianesimo non dovrebbe cercare innanzitutto di convincere attraverso il potere, ma attraverso la testimonianza. Una testimonianza di dialogo: Bose diventa nel tempo un luogo di incontro fra diverse tradizioni cristiane: non è necessario risolvere tutte le differenze per cominciare a vivere una relazione di fraternità. Bianchi non pensa all’ecumenismo come a una diplomazia fra Chiese, ma come a una trasformazione delle relazioni fra persone.

Bianchi è stato anche uno dei grandi divulgatori italiani della cultura biblica (Pregare la parola, ed. Gribaudi 1974) e della tradizione monastica. La Bibbia, per lui, è soprattutto una scuola di umanità: nei suoi scritti tornano continuamente temi come il dolore, la solitudine, il perdono, l’amore, la morte, l’ospitalità, il conflitto, la vecchiaia, il fallimento. Il Vangelo diventa così una lente attraverso cui interrogare l’esistenza. (La differenza cristiana, Einaudi, 2006) Bianchi non chiede al credente di smettere di farsi domande. Gli chiede, piuttosto, di imparare a vivere dentro le domande. E questo spiega anche il suo dialogo con gli atei e con gli agnostici, vissuto come occasione di arricchimento e non come mezzo per tentare una conversione.

Un’altra caratteristica centrale del suo pensiero riguarda il rapporto fra norma e persona. Bianchi non nega il valore delle norme morali, ma riconosce che la vita concreta è più complessa: ci sono ferite, storie familiari difficili, fallimenti, solitudini, fragilità. Il Vangelo è un invito ad accogliere e non a giudicare. La critica al attraversa tutta la sua esperienza ma proprio qui la parabola di Enzo Bianchi assume una dimensione quasi paradossale.

Per più di cinquant’anni egli è il fondatore e il principale riferimento di Bose. La comunità cresce, acquista autorevolezza, diventa conosciuta in Italia e all’estero. Nel 2019 la Santa Sede dispone una visita apostolica dopo aver ricevuto “serie preoccupazioni” relative alla situazione interna della comunità, specificamente riguardo a esercizio dell’autorità del fondatore, gestione del governo e clima fraterno. Nel maggio 2020 il decreto di Pietro Parolin, approvato specificamente da Papa Francesco, ordina a Bianchi e ad altri tre membri di lasciare Bose. Quando nel 2021 viene reso pubblico il testo del decreto, emergono formulazioni molto più dure di quelle inizialmente diffuse. Secondo il testo pubblicato, Bianchi sarebbe stato accusato di essersi posto al di sopra della regola della comunità, esercitando la propria autorità morale in maniera ritenuta impropria e provocando scandalo. 

Il viaggio era cominciato dalla contestazione dell’autorità nel 1965. Adesso è sua l’autorità oggetto di critica. Il fondatore carismatico è indispensabile per creare l’istituzione, ma può diventare un ostacolo quando questa deve emanciparsi? E quanto è coerente con la cultura del dialogo e della fraternità di Bose una soluzione del contrasto così verticale? È una contraddizione che non va nascosta e che interpella una riflessione sul rapporto tra individuo, comunità e istituzioni che va ben oltre il mondo cattolico.

Dopo l’uscita da Bose, Bianchi continua la sua attività di scrittore e di conferenziere e vive alla Casa della Madia, vicino a Ivrea. Gli ultimi anni assumono un tono più meditativo. La vecchiaia, la morte, il fallimento, la solitudine diventano temi sempre più presenti.

Enzo Bianchi ha lasciato innanzitutto un esperimento: la possibilità di vivere un monachesimo contemporaneo, laico, comunitario ed ecumenico. Lascia una straordinaria opera di divulgazione biblica e spirituale ed ha contribuito a creare uno spazio di dialogo fra cattolici, protestanti e ortodossi. Ha cercato di tornare a una domanda elementare: che cosa succederebbe se prendessimo davvero sul serio il Vangelo? (Il radicalismo cristiano, ed. Gribaudi 1980). L’allontanamento dalla comunità che aveva fondato ha mostrato quanto sia difficile trasformare un’intuizione personale in un’istituzione capace di sopravvivere al proprio fondatore. La sua storia non racconta soltanto la ricerca di Dio e dell’uomo (Adamo, dove sei?, ed. Qiqajon, 1994), ma anche la ricerca, molto più universale, di una forma di vita fondata sulla fraternità, sul limite del potere, sull’accettazione della differenza e sulla capacità di continuare a mettere in dubbio le proprie convinzioni.