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Leggendo l’ultimo libro di Cetta Brancato si fa esperienza – fin da subito, dai primi componimenti – di un profondo silenzio. La parola scarna, nel verso breve, asciugato in una densità di cui si avrà modo di dire, ricopre un ruolo almeno pari a quello del coprotagonista di queste pagine. Il lettore di poesia sa che il verso insegna a fare dell’assenza presenza, del silenzio vuoto denso (uno spazio per la possibilità). Quando l’assenza assume una sua propria autonomia, ecco che la parola, strappata all’indicibile e portata – vergata – nello spazio vuoto della pagina bianca diviene lapidaria. Di questo silenzio – qualcosa di assai diverso dal mero intervallo tra due entità – il lettore di Brancato fa esperienza diretta, a partire dai versi che aprono il primo componimento della raccolta:
Con abiti disadattati
tornerà come malinconia.
Di nuovo a dargli
un nome tenteremo
perché si prova
a essere felici.
Il suono delle parole penetra la corposità del silenzio, la trafigge, portando con sé un potere salvifico al quale la poetessa si aggrappa con smisurata fiducia:
Aldilà della strada
compromessa dai corti
imprevisti del mattino
so che verrai.
Qualcosa non accade senza te.
La sua voce risuona profonda colta nell’atto di consegnare a uno sguardo la parola, spogliata di tutto e inchiodata alla sua essenza, fedele alla sua missione, che è quella di parlare una sola volta. Nel potere creativo della parola agita, noi esseri mortali lo sappiamo bene: ci è consentito vivere una volta sola, nessun corpo nasce due volte, così la parola poetica, viva e pulsante, non nasce due volte. Impregnata di quel silenzio, trovando l’essenza nel proprio troncamento, non può che lasciare bianca la riga. Ecco il ruolo profondo del silenzio di cui il lettore fa esperienza, verso dopo verso.
Nella brevità di chi con urgenza cerca la parola che possa dire si compone la verticalità dei componimenti di Con abiti disadattati. Brancato strappa al buio e consegna, in un costante lavoro che conosce chi è abituato ad avere i piedi sporchi di fango e la testa carezzata dagli dèi, come ci ha insegnato Giuseppe Conte. Terreno di rifrangenza del suo viaggio tra gli abissi e le vette è la verticalità prosciugata della sua poesia.
Sono precise, tagliano, bruciano, le parole racchiuse nei suoi versi (raramente più di tre o quattro), fedeli alla tradizione che vuole la parola poetica come seme – o ferita – chiamato a sedimentare. Fermentazione che sarebbe impossibile senza il tocco del poeta. A lui, pur non conoscitore di verità da rivelare, spetta la fertilità della parola, il ruolo di svelare quel lumicino che brillando per un momento, tremando e poi spegnendosi porta nel discorso della notte il compito di un fuoco centrale:
quando talvolta passa
qua e là una stella
nelle fosse d’asfalto,
la mano che la raccatta
è del poeta.
Sembra di sentir risuonare la voce di Ignazio Buttitta («chi mi cuntati? / io u pueta fazzu!»). Se poesia è sciogliere il cappio agli impiccati, rompere catene e lacci e nodi, allora Cetta Brancato altro non potrebbe essere che poetessa e il suo poetare coincide con l’esistere
i versi erigono
ospizi di malinconia
nell’acido di rime con
aspra vergogna variegata.
Finché qualcuno,
poi, ci segna a dito.
Perché affannati
di virgole, capoversi e bivi
rifiutiamo che
le parole uccidono.
Poeta è dunque anche chi riesce a scorgere l’amore (quel “brutto affare”, quel “gran bugiardo”) tra quelle stesse tenebre, talvolta affidato alla “grafia anarchica” di un rigo sul muro giallo di chi ha cercato l’amata "in una notte, dissipata / da vino fermentato", talaltra a chi lo delega all’
ineffabile
disfatta delle rose […]
dozzinale ordigno dell’amore
certi che "amore è santità / mai benedetta”, “è ciò che resta / se tutto è già accaduto”.
Brancato e la sua poesia sono ontologicamente sicule
Vi è in me il battito
del dimenticato.
Un cuore di polvere
e di sputo, un’innocenza
di iena nel folto
clamore di Sicilia
espressione radicata di quella che buona parte della migliore cultura siciliana ha chiamato sicilitudine, termine attribuito a Leonardo Sciascia, ma che lo scrittore ha restituito al suo reale inventore, Crescenzio Cane, in occasione della presentazione, nel 1972, del catalogo di una sua mostra. «Sicilitudine», precisa Cane, «è una condizione dello spirito […] che scaturiva dalla paura e dalla solitudine che ti assaliva a vivere in Sicilia, terra di illusioni e delusioni, di slanci e di tirannidi: il fascismo prima, la mafia dopo». La sicilitudine è stata descritta come «la “coscienza” definitivamente “infelice” delle contraddizioni e dunque il modo più attivo – pessimisticamente agnostico – di reagire alla condizione della separatezza o della esclusione»[1].
Della stessa sostanza suona anche
Aveva il nome
corto dei perdenti.
Due consonanti
accese da vocali
ma ancor più la condizione umana qui magistralmente condensata:
Condividiamo noi
frodi di cielo. Siamo l’eccesso,
la pustola gioiosa,
l’inciampo sulla
soglia del macello
la sottile grazia tutta umana del rinvio, che fa dire alla poetessa
[…] diamo
nome alle pietre
che ci lapidano
perché
a essere felici
ci si guadagna poco.
Ciascuno porta
la pena come nido.
Altrimenti è sudore
aver vissuto tanto.
Il suo è il canto dei perdenti, dunque degli uomini, di chi con abiti disadattati riconosce la propria condizione di “ciocchi di grano / mai formati in pane”, di chi sa che “racimolare vita: / questo ci è dato”, di chi porta detriti e si rivolge a se stessa riconoscendosi “nata incompiuta” e dicendo “mia anima d’acciaio, / non vali il baratto / di un bacio o di un coltello”. Parole fendenti, parole di fuoco, dinanzi alle quali non sbocciano fiori, ma insorgono gerani sul balcone.
Questa disposizione d’animo – che suona oltremodo familiare – invita ad apprezzare la caducità, “la bassa / intensità di un fallimento”, l’eternità dell’effimero, onorando
la lama astuta
della dimenticanza.
E accogliendo
l’agonia dei fiori
che, a capo chino,
attendono comunque primavera.
Per compiere l’esistenza non è, però, sufficiente, cercare un nodo dove alloggiare l’anima, ma è necessario aver lottato. La consapevolezza che si delinea in filigrana proseguendo nella lettura del libro trova il proprio compimento nella nota di lettura in chiusura, in cui la poetessa ci guida nel labirinto personale che tutti dovremmo sapere di avere, dove è necessario raggiungere e uccidere il proprio Minotauro “secondo la propria legge interiore”. Chi saprà mantenere la propria credibilità, recuperando l’uscita del dedalo è solo colui che è stato in grado di lasciare tracce, ossia solo chi ha «fatto esperienza del labirinto tutto, a occhi aperti, con abiti disadattati e in alta densità di precisione». Questo il monito assai esigente di Brancato.
In lei, la fiducia nella parola creatrice di mondi radica il proprio fondamento nella piena consapevolezza di ciò che è stato, nei sapori e negli odori della casa avita, dove arriva nitido il sibilo della morte che soffia dalle superfici, abitata da un “sapere attendere / un credo che non salva”, avendo chiaro che
sputare un rosario
di superstizioni ha avuto
il suo corso avvelenato.
E pare intatto
l’odore dei tappeti
su cui nutrimmo
rivoluzioni di polvere
Pare sia nato lì tutto quanto Cetta Brancato è e sa dirci oggi:
sappiamo, ancora,
cos’è la conta
davanti al nostro mare.
Che di molluschi
ci ingombra la vita
Pur nella convinzione di chi afferma di non essere nata da un padre e da una madre con carne d’anima / ho conformato / una placenta di versi”, ma, avendo appreso da un orfano amore, arriva a dire “io sono al mondo, / venuta per tradire”. Quanto c’è della sconfitta tipicamente umana in queste fertili parole!
Nei suoi abiti disadattati Brancato ci consegna un manifesto artistico ed esistenziale.
Nel solco lasciato dal rigore di parole sopraffine e definitive ci insegna che
la poesia è patria
imprecisa di vigore.
Una sconfitta, anche.
Ma perfetta.
Cetta Brancato, Con abiti disadattati, La Vita Felice, Milano, 2026.
[1] Così G. Zagarrio, Linguaggio e categorie della sicilitudine, in G. Zagarrio (a cura di), Febbre, furore e fiele. Repertorio della poesia italiana contemporanea, 1970‑1980, Milano, Mursia, 1983.
