La Dichiarazione di Indipendenza proiettata sulla facciata della New York Public Library
1. Il paradigma del 1776: diritti naturali, consenso dei governati e promesse incompiute
Una pronuncia della Corte Suprema degli Stati Uniti ha forse dato il senso più compiuto al 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti che altrimenti sarebbe stato solo offuscato dalla concretezza della deriva illiberale dell’ “era Trump”. La Corte nel caso Trump v. Barbara ha riaffermato la solidità del XIV Emendamento confermando il principio dello jus soli: la cittadinanza è “il diritto di avere diritti” e non può essere cancellata da un decreto presidenziale. Certo, è ancora poca cosa perché lo scenario attuale degli Stati Uniti interroga oggi più che mai sul senso attuale di quell’atto fondativo che, il 4 luglio 1776, aveva aperto a tante promesse nella Storia di una umanità che aspirava a nuove idee di libertà, di governo partecipato pienamente dai cittadini, all’uguaglianza politica e alla tutela dei diritti della persona. A due secoli e mezzo di distanza, quella promessa è chiamata a misurarsi con la prova della storia, di fronte alle trasformazioni, alle contraddizioni e alle inquietudini che attraversano gli Stati Uniti e interrogano l’intera comunità globale, i popoli e le nazioni chiamati oggi a confrontarsi con il riemergere di derive illiberali, nuove forme di autoritarismo e una crescente crisi della democrazia rappresentativa.
Non vi è dubbio che la modernità politica occidentale abbia trovato una matrice originale nel Mayflower Compact del 1620 quando i Padri Pellegrini, giunti sulle coste del New England, decisero un patto di autogoverno dichiarando di costituirsi in un "corpo politico civile" e impegnandosi ad adottare "leggi giuste ed eque" per il bene comune della colonia. Da lì fu naturale concepire diritti naturali e una nuova sovranità popolare che ispireranno la Rivoluzione americana per approdare alla Dichiarazione d’Indipendenza: nasceva una nuova nozione di legittimità politica, destinata a consolidarsi nella tradizione costituzionale occidentale, dove il governo trae la propria autorità dal consenso della comunità politica e trova il proprio limite nel riconoscimento dei diritti di ogni individuo. Era questo il senso dei passaggi più suggestivi della Dichiarazione del 1776, ove si proclama che «tutti gli uomini sono creati uguali», «sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili» e che «i governi derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati». In queste formule si condensa il pensiero politico moderno di John Locke e della tradizione giusnaturalista, che Thomas Jefferson traduce in linguaggio politico nella Dichiarazione d’Indipendenza, di cui fu il principale ispiratore. È netta la sua intuizione, che segna una rivoluzione non solo politica, ma morale e giuridica: tutti gli uomini sono creati uguali e dotati di diritti inalienabili; il potere è legittimo solo se fondato sul consenso ed è revocabile se tradisce la sua funzione. Nel XIX secolo questa promessa incontra la sua prova più drammatica nella Guerra civile americana (1861‑1865). Con Abraham Lincoln, la democrazia viene reinterpretata come un processo incompiuto: un «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» è chiamato a confrontarsi con la contraddizione più radicale della giovane Repubblica, quella tra la proclamata uguaglianza dei diritti e la persistenza della schiavitù. La prima grande espansione sostanziale della promessa del 1776 si compie proprio con il celebre Discorso di Gettysburg del 1863, nel quale Lincoln ridefinisce la stessa architettura costituzionale della Repubblica come un ordinamento fondato sul governo del popolo, dal popolo e per il popolo, legando in modo indissolubile la sopravvivenza dell’Unione al definitivo superamento della schiavitù. La vittoria dell’Unione apre una nuova stagione costituzionale: il XIII Emendamento abolisce la schiavitù, mentre il XIV riconosce la cittadinanza e garantisce l’eguale protezione della legge. Con quest’ultimo, approvato nel 1868, il diritto di cittadinanza per nascita viene definitivamente costituzionalizzato, trasformando la promessa politica dell’uguaglianza in un principio giuridico destinato a incidere profondamente sulla futura evoluzione della democrazia americana. I principi del 1776 sono così tradotti in ordinamento giuridico. Tuttavia, si tratta ancora di tappe dove le promesse rimangono contraddette e incompiute. L’espropriazione delle terre, la violenta sottomissione e la progressiva distruzione delle società dei popoli nativi, e ancora la segregazione razziale degli ex schiavi e dei loro figli rivelano quanto fosse ancora profonda la distanza tra l’universalismo proclamato e la sua concreta attuazione.
2. Dall’universalismo wilsoniano all’ordine democratico del secondo dopoguerra
Eppure, da questa tensione irrisolta prende avvio, nel primo Novecento, l’iniziativa di Woodrow Wilson di proiettare gli ideali della democrazia americana oltre i confini nazionali. Con i Quattordici Punti e il progetto della Società delle Nazioni, la promessa del 1776 viene riletta come fondamento di una comunità internazionale regolata dal diritto e dalla cooperazione tra le nazioni. Per la prima volta la vocazione originariamente interna della democrazia americana viene tradotta in una proposta di ordine mondiale, nella quale la forza del diritto avrebbe dovuto progressivamente sostituire il diritto della forza nei rapporti tra gli Stati. L’isolazionismo del Congresso statunitense impedirà tuttavia l’adesione degli stessi Stati Uniti alla Società delle Nazioni, riducendo nell’immediato la portata di quel progetto, ma senza cancellarne la straordinaria eredità ideale. Il disegno rimarrà ancora da realizzare, ma inaugura una traiettoria di cui oggi si avverte ancora il bisogno: l’idea che la legittimità politica possa assumere una dimensione globale.
Sarà la seconda, drammatica deflagrazione mondiale a rendere nuovamente attuale quella visione, preparando il terreno all’ordine internazionale del secondo dopoguerra e alla definitiva universalizzazione del linguaggio dei diritti fondamentali.
La Seconda guerra mondiale segna la svolta decisiva. Con Franklin D. Roosevelt, la tradizione della democrazia americana viene ripensata in chiave universale nel celebre discorso sulle Quattro Libertà – libertà di parola, libertà di religione, libertà dal bisogno e libertà dalla paura – che definiscono un orizzonte morale comune per le democrazie occidentali e per l’intero sistema postbellico. Questo patrimonio ideale divenne la spina dorsale della Carta delle Nazioni Unite (1945), mentre fu poi la moglie Eleanor Roosevelt a presiedere la commissione redattrice della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948). Da quei documenti ha preso forma l’architettura istituzionale del secondo dopoguerra, consolidando l’idea di una comunità globale fondata sul diritto, sulla dignità della persona e sul rispetto e la cooperazione tra le nazioni. È dunque in questo passaggio storico che la promessa americana diventa ancora più parte della grammatica costitutiva della nuova Europa liberata e dell’ ordine globale del secondo Novecento. L’Occidente moderno diventa uno spazio storico e politico condiviso tra europei e americani costruito da continui scambi e trasferimenti teorici, giuridici e politici, di cui sono innumerevoli gli esempi. Fra tutti spicca la riflessione di Hans Kelsen, che nel suo esilio negli Stati Uniti – tra Harvard University e University of California, Berkeley – contribuisce a definire la democrazia come ordine normativo fondato sulla centralità delle Costituzioni come limiti del potere. Poi, John Dewey interpreta la democrazia come esperienza sociale e processo educativo continuo, fondato sulla partecipazione e sulla comunicazione pubblica. E ancora, John Rawls fornisce la più influente sintesi normativa del liberalismo contemporaneo, definendo la giustizia come equità e tentando di conciliare libertà individuale e uguaglianza in un contesto di pluralismo permanente. In questa successione Kelsen, Dewey e Rawls tracciano i principi dell’Occidente contemporaneo, laddove il diritto opera come limite del potere, la democrazia si configura come pratica sociale e la giustizia come principio di legittimazione dell’ordine politico, tre livelli complementari di una stessa architettura storica e concettuale matrice del costituzionalismo moderno. Questa costruzione trova una sua significativa traduzione politica negli anni della presidenza di John F. Kennedy, che negli anni ‘60 dà sostegno politico al movimento di Martin Luther King Jr. e un forte impulso alle riforme che condurranno alle storiche leggi sui diritti civili, abbattendo i pilastri legali della segregazione.
3. Dalla crisi del modello americano all’egemonia illiberale all’era Trump
Questa costruzione ideologica che collega un’America dei diritti a un’Europa con analoghi valori e ad un Occidente condiviso va incontro nelle stagioni storiche successive a gravi inquietudini e contraddizioni: è il passaggio dalla fase della ricostruzione morale e costituzionale del secondo dopoguerra a quella dell’esercizio globale della potenza americana. È a partire da questo squilibrio tra universalismo dei principi e realismo geopolitico che si sviluppa una ancora controversa traiettoria degli Stati Uniti rispetto ai suoi valori fondativi. Oggi, la promessa universale della democrazia liberale americana è sottoposta a una duplice torsione, esterna e interna. Sul piano internazionale, il revisionismo strategico della Russia, l’ascesa della Cina e la crescente autonomia del Global South stanno ridefinendo gli equilibri della comunità globale, mettendo in discussione l’idea di un modello occidentale automaticamente universale. D’altro canto, sono gli stessi Stati Uniti ad aver alimentato una lunga linea di tensione storica, oscillando tra la difesa dell’ordine liberale e una sua interpretazione selettiva, con il conseguente ampliarsi della distanza tra valori proclamati e pratiche geopolitiche. Dalla logica della Guerra fredda all’unilateralismo americano, con le operazioni di influenza e sostegno ai regimi autoritari in America Latina, e dalla risposta ai tragici attentati dell’11 settembre 2001 culminata nelle torture di Guantanamo e nella guerra in Iraq del 2003 – fondata su presupposti rivelatisi infondati – e nella discussa campagna in Afghanistan alla fine è stata profondamente compromessa l’autorità morale degli Stati Uniti e del mondo libero. Così anche alla più recente guerra dei dazi, alle aggressioni al Venezuela, alle minacce a Canada, Groenlandia e Panama, alle tensioni in Medio Oriente – con il dramma disumano ancora in divenire per i palestinesi – e all’ultimo fallimentare confronto strategico con l’Iran, emerge l’ultima deriva: non c’è più l’intenzione nemmeno di proclamare i principi, seppure in un’ipocrita interpretazione selettiva, la sola dimensione che conta è la pratica concreta della potenza nella visione personalistica di Trump.
Sul piano interno, analoghe dinamiche di contraddizione sono emerse rispetto ai tratti fondativi della democrazia americana. Le politiche migratorie dell’amministrazione Trump hanno costituito una delle manifestazioni più controverse di questa svolta, raggiungendo momenti di particolare drammaticità con le deportazioni operate dall’ICE, le separazioni forzate dei nuclei familiari alla frontiera meridionale e una gestione securitaria dell’immigrazione che ha profondamente inciso sull’immagine storica degli Stati Uniti quale terra di asilo e di accoglienza. Va detto però che il senso dell’"era Trump" vede la figura di Donald Trump solo come catalizzatore di una frattura già profonda nel tessuto sociale e politico del Paese. È infatti la narrazione di J. D. Vance in Hillbilly Elegy ad offrire una delle rappresentazioni più efficaci di questa crisi, descrivendo la condizione delle comunità operaie e rurali colpite dalla deindustrializzazione, dall’insicurezza economica e dalla progressiva perdita di mobilità sociale. È da questo contesto sociale, segnato da discontinuità economiche e fragilità identitarie, che emergono le tensioni politiche contemporanee su cui il movimento Make America Great Again ha dato forma politica a un chiaro disagio: ha tradotto la crisi sociale in un linguaggio identitario in cui immigrazione, globalizzazione, cooperazione con l’Europa e competizione con la Cina vengono interpretate come fattori convergenti di declino economico e culturale. Ma è anche chiaro che questa dinamica non è esclusivamente americana. In Europa, come in molte democrazie occidentali si osservano fenomeni analoghi: erosione del ceto medio e conseguente costruzione del consenso politico sulla logica del nemico, sempre più spesso centrata sul tema dell’immigrazione declinato persino nella “remigrazione” e sulla retorica della sicurezza dei confini. Ne deriva una crescente difficoltà delle istituzioni rappresentative nel garantire stabilità e legittimazione democratica: una sfida che riguarda ormai direttamente l’intero spazio politico occidentale. Diversi osservatori orientati a valorizzare la ripresa di un certo spirit of America democratico e liberale hanno enfatizzato la pronuncia già menzionata in premessa della Corte Suprema che nel caso Trump v. Barbara ha riaffermato la solidità del XIV Emendamento confermando che il principio dello jus soli non può essere cancellato da un ordine presidenziale. Ci sono state invero anche altre pronunce, come quelle che hanno riconosciuto il primato del Congresso in altre materie come le politiche sui dazi, ma Trump non demorde e si propone altre modifiche legislative per allargare il suo potere esecutivo. Né la Corte suprema, dove a prevalere numericamente sono giudici conservatori, ha assunto posizioni univoche sul checks and balances. Con la decisione Trump v. United States del 2024 sono state riconosciute ampie forme di immunità presidenziale di fatto esonerando il presidente da qualsiasi responsabilità giuridica. Altre pronunce hanno consolidato la discrezionalità presidenziale nei poteri di nomina e revoca della gestione degli apparati pubblici, contribuendo alla erosione del principio della imparzialità e indipendenza dalla politica dei pubblici funzionari e di autorità di garanzia. Il sistema dei pesi e contrappesi è dunque in una profonda crisi strutturale che coincide con la ridefinizione dei confini della democrazia costituzionale. Siamo tuttavia di fronte a uno scenario in costante evoluzione. Le pratiche di deportazione dell’ICE, gli effetti dell’inflazione percepiti in modo particolare dal ceto medio e dalle fasce popolari come conseguenze della guerra dei dazi e delle spese militari per le controverse aggressioni a Venezuela e Iran alimentano sempre di più un’area di dissenso insieme alle ritorsioni nel sistema universitario non compiacente alle ideologie Maga, e alle epurazioni e a tagli operati in tutti gli apparati dello Stato. Peraltro le ultime inchieste giornalistiche hanno riaperto il confronto sul colossale conflitto di interessi che ha visto segnare progressivi guadagni milionari di Trump e del suo seguito in criptovalute ed altri strumenti finanziari. Nel loro insieme, questi fattori contribuiranno certamente a fare delle elezioni di midterm un punto di svolta dell’era Trump.
4. Conclusioni: le sfide delle democrazie costituzionali tra diritto, libertà e responsabilità
In una prospettiva conclusiva di queste riflessioni, si può osservare allora che, nonostante le tante ombre, gli Stati Uniti hanno comunque rappresentato il perno economico, militare e simbolico del mondo libero, garantendo per decenni lo spazio geopolitico entro cui le democrazie occidentali hanno potuto consolidarsi. A questa costruzione storica l’Europa ha contribuito non solo come alleato strategico, ma come matrice del costituzionalismo moderno, dalla tradizione illuminista alla codificazione dello Stato sociale e dei diritti fondamentali. In questa lunga evoluzione si è definita un’architettura occidentale comune, nella quale la legittimità del potere non si fonda sulla efficacia della forza, ma sulla sua limitazione giuridica e sulla verifica costante dei poteri. Oggi questo equilibrio storico è sottoposto a una tensione strutturale ovunque. Sul piano geopolitico, il passaggio da un ordine unipolare a una configurazione multipolare ha ridotto lo spazio dell’universalismo occidentale. La Federazione Russa, la Cina e l’Iran agiscono come poli revisionisti e alternativi, contestando non solo l’assetto strategico globale, ma l’idea stessa di una normatività occidentale universale. Di fronte a queste provocazioni, gli Stati Uniti di Trump hanno risposto con la stessa logica di potenza, mentre tutte le democrazie occidentali – gli stessi Stati Uniti – sul piano interno sono attraversate da una crescente crisi dei modelli costituzionali: è costante la tensione tra poteri esecutivi, istituzioni di garanzia e opinioni pubbliche fortemente polarizzate sui temi delle diseguaglianze e dell’immigrazione incontrollata.
Per queste ragioni il punto decisivo è dunque riconsiderare l’ idea di Occidente non come blocco geopolitico, ma ancora come contesto culturale di un rinnovato ordine politico legittimato dalla coerenza tra potere e diritto, sul piano interno e internazionale. In un contesto in cui la forza e il decisionismo degli autocrati ritornano nel linguaggio centrale della politica, la credibilità delle democrazie dipenderà dalla loro capacità di dimostrare che la potenza non è arbitrio, ma potere limitato.
A duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione del 1776, la questione non riguarda perciò la sola sopravvivenza della promessa americana, ma la resilienza dell’intera comunità delle democrazie costituzionali nel conservarne il significato universale. Dall’Europa al Nord America, dal Giappone all’Australia, dal Canada all’India e al Brasile, oltre due miliardi e mezzo di persone vivono ancora entro ordinamenti che, pur attraversati da profonde tensioni, continuano a riconoscere la centralità della persona, della separazione dei poteri e dello Stato di diritto. È questo patrimonio comune che oggi è chiamato alla sua più difficile prova storica. Per questo occorre tornare alle grandi Carte della modernità costituzionale: dalla Magna Carta Libertatum al Bill of Rights inglese, dalla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 alla Déclaration des droits de l’homme et du citoyen dei rivoluzionari francesi, dalla Carta delle Nazioni Unite alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sino alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ai Trattati dell’Unione europea e alle Costituzioni democratiche del secondo dopoguerra. Non come simboli del passato, ma come linguaggio giuridico e morale condiviso universalmente sui temi delle libertà. E tuttavia questo patrimonio non può essere custodito soltanto dalle istituzioni: richiede un sussulto convergente delle università occidentali, della ricerca, delle magistrature, dell’informazione libera, delle forze sociali e delle leadership politiche che continuano a riconoscere nella democrazia rappresentativa e nello Stato di diritto l’orizzonte irrinunciabile della convivenza civile. Come ricorda Amitav Acharya (Storia e futuro dell’ordine mondiale, Roma, Fazi, 2026) il futuro dell’ordine mondiale non sarà tracciato dall’egemonia di una sola potenza viste le forze contrapposte, per cui occorre ritrovare capacità di costruire un ordine realmente inclusivo, pluralistico e fondato sulla legittimità. Questa prospettiva trova un significativo punto di convergenza nelle riflessioni di Martha Nussbaum, secondo cui la democrazia vive soltanto attraverso la costante educazione ai valori della cittadinanza, dell’empatia e della responsabilità pubblica, nonché nella teoria di Jürgen Habermas, che individua nella costruzione di una sfera pubblica transnazionale fondata sul dialogo tra le rappresentanze politiche e sociali e sui diritti fondamentali la condizione per preservare la legittimità delle democrazie costituzionali nell’età della globalizzazione.
È questa la sfida che attende oggi Europa e Stati Uniti che perciò dovrebbero ritrovare le ragioni culturali della loro storica alleanza: non per difendere un primato, ma per dimostrare, con la coerenza tra principi e comportamenti, che la libertà, la dignità della persona e il diritto continuano a rappresentare il fondamento più credibile di un ordine internazionale in cui abbia senso concreto parlare ancora di rispetto, eguaglianza e cooperazione tra nazioni, popoli e cittadini finalmente liberi dalle guerre e dalle logiche di potenza. In questo contesto, l’Europa è chiamata a completare il proprio processo di maturazione politica e strategica, rafforzando la capacità di concorrere alla sicurezza collettiva in un rapporto di piena corresponsabilità con gli Stati Uniti. Non si tratta di riproporre di logiche di potenza, ma di costruire relazioni più equilibrate con il resto del Mondo, il Global South in particolare, sempre più sensibile al rifiuto di forme di dipendenza politica, economica o militare e alla richiesta di una maggiore coerenza dell’Occidente nell’applicazione dei principi che dichiara di difendere. Solo in questo modo il patrimonio costituzionale occidentale potrà dimostrare che la democrazia rappresentativa e lo Stato di diritto non costituiscono strumenti di egemonia, bensì condizioni universali della libertà, della dignità della persona e della pacifica convivenza.
