Il risultato del referendum sulla giustizia non è stato un incidente politico né una scelta dettata da contingenze emotive. È stato, al contrario, un atto consapevole di difesa costituzionale. Gli elettori hanno respinto una riforma percepita non come un intervento tecnico, ma come una modifica capace di incidere sugli equilibri più delicati della democrazia: il rapporto tra poteri dello Stato, l’indipendenza della magistratura, la tenuta dello Stato di diritto. Ora il punto è comprendere fino in fondo le ragioni di quel NO, e tradurle in atti concreti.
La prima consapevolezza da preservare riguarda la natura stessa del dibattito che ha preceduto il voto e che ha nauseato gli elettori, soprattutto i più consapevoli e informati. Esso è stato segnato da semplificazioni e distorsioni che hanno tentato di confondere l’opinione pubblica, sovrapponendo temi tra loro estranei: errori giudiziari, sicurezza, immigrazione. Ma il cuore della riforma era un altro: la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice. Una questione che non poteva essere ridotta al solo slogan che tutto è dipeso dalla distorsione delle correnti e dall’abuso dei magistrati: la narrazione non ha convinto, perché in fondo la gente comune, fondamentalmente, ha più fiducia nei magistrati che nei politici. Da qui la preoccupazione raccolta dagli elettori che si trattasse un ‘regolamento dei conti’ dei governanti contro i pubblici ministeri che li hanno indagati, e che quindi era fondata l’accusa che si volesse alterare la struttura costituzionale della giurisdizione per metterlo sotto controllo dell’esecutivo. Il NO ha rappresentato un rifiuto netto di questo modello, a scansi di equivoci.
La scelta di respingere la riforma ha dunque riaffermato un principio fondamentale della Costituzione: l’unità della magistratura come presidio di indipendenza. Il modello disegnato dai costituenti – da Alcide De Gasperi a Piero Calamandrei e Sandro Pertini – non fu casuale. Esso colloca il pubblico ministero all’interno della giurisdizione, non come “parte” contrapposta, ma come organo di giustizia, vincolato alla legge e orientato alla ricerca della verità, anche a favore dell’imputato. Già separate le ‘funzioni’ nel processo accusatorio tra pm e giuridici, andare oltre nel separare le ‘carriere’ avrebbe significato incidere sulla identità comune di ‘magistrati’ – non meri ‘funzionari’ – sottoposti solo alle leggi, e non al governo di turno. E si è confermato di non volere trasformare progressivamente il pubblico ministero in superpoliziotto, o comunque in mero sostenitore dell’accusa: la sua funzione rimane pur sempre giurisdizionale, nell’affermare sempre un rigoroso controllo della legalità, anche riconoscendo le prove a difesa dell’imputato e guardando sempre all’interesse superiore della giustizia.
Ed è qui che emerge il rischio più profondo che il voto referendario ha inteso evitare: la trasformazione del pubblico ministero in un attore esposto, nel tempo, a condizionamenti politici. Non è necessario modificare formalmente i principi costituzionali per alterarne la sostanza. La storia costituzionale europea lo dimostra: gli equilibri possono essere incrinati attraverso riforme indirette, che incidono sull’organizzazione, sulle carriere, sulle priorità dell’azione penale. Il NO è stato, dunque, un atto di prudenza istituzionale: il rifiuto di aprire una traiettoria potenzialmente irreversibile. Questa preoccupazione si inserisce in un contesto più ampio, che non può essere ignorato. Negli ultimi anni si è assistito, in diverse democrazie, a un progressivo rafforzamento dell’esecutivo, spesso accompagnato da una compressione dei contrappesi. Anche in Italia si colgono segnali in questa direzione: l’uso esteso della decretazione d’urgenza, la riduzione di alcune fattispecie di reato contro la pubblica amministrazione, il ridimensionamento di organi di controllo, le proposte di riforma in senso maggioritario o di rafforzamento del potere di governo. In questo quadro, la separazione delle carriere non è apparsa una riforma isolata, ma un tassello di una possibile riconfigurazione complessiva a favore dell’esecutivo: d’altronde non è affatto accantonato il progetto di riforma del premierato che andrebbe ad erodere i poteri del Capo dello Stato. Il NO non ha definitivamente interrotto questa dinamica, per cui occorre vigilare, perché ha espresso una visione esigente della democrazia: non una semplice difesa dell’esistente, ma la tutela di un sistema di garanzie costruito per evitare concentrazioni di potere. Per questo, sarebbe un errore interpretarlo come un semplice rifiuto del cambiamento. Al contrario, esso contiene un mandato preciso: riformare la giustizia senza intaccarne i fondamenti costituzionali.
È qui che si apre la fase più difficile, quella che segue il referendum. Difendere la Costituzione non significa cristallizzare lo status quo, ma attuarne pienamente i principi. Ciò implica intervenire su nodi reali e non più rinviabili. In primo luogo, l’efficienza del sistema: una giustizia lenta è una giustizia ingiusta. Occorre investire sull’organizzazione degli uffici, sulla digitalizzazione, sulla semplificazione delle procedure. Ma accanto all’efficienza vi è la qualità: formazione continua dei magistrati, attenzione alla dimensione deontologica, capacità di coniugare rigore giuridico e sensibilità sociale.
Un altro terreno decisivo riguarda il rapporto tra indipendenza e responsabilità. L’autonomia della magistratura è un valore irrinunciabile, ma deve accompagnarsi a trasparenza e verificabilità delle scelte. In questo senso, è necessario affrontare senza ambiguità il tema delle correnti, ricondotte alla loro funzione originaria di luoghi di elaborazione culturale, evitando che diventino centri di potere. Allo stesso modo, vanno regolati con maggiore rigore gli incarichi extragiudiziari, per preservare l’imparzialità e la credibilità della funzione.
Vi è poi una dimensione spesso trascurata ma cruciale: quella della giustizia come servizio al cittadino. Il referendum ha mostrato una domanda di giustizia più vicina, più accessibile, più concreta. Ciò significa rafforzare la giustizia di prossimità, intervenire sul sistema carcerario, sviluppare forme di giustizia riparativa, garantire tutela effettiva anche nelle controversie quotidiane. La credibilità dello Stato di diritto si misura anche — e forse soprattutto — nella capacità di rispondere ai bisogni ordinari delle persone. In linea generale, emerge soprattutto con evidenza la necessità di una “giustizia di prossimità”: occorrerebbe forse ripensare al dispositivo territoriale per renderlo più ramificato sul territorio, e pensare a presidi dedicati nelle aree più ad alto rischio, come quelle dei quartieri posti sotto controllo della criminalità. Occorre cioè una giustizia capace di rispondere tempestivamente ai problemi quotidiani, non solo ai grandi processi simbolici, ma anche alle piccole controversie che incidono sulla vita di ciascuno come abusi apparentemente “minori”, prepotenze diffuse, violazioni che, se trascurate, alimentano un senso di impunità e di sfiducia. Il cittadino non può essere lasciato solo di fronte all’illegalità diffusa, né costretto a rassegnarsi a tempi incompatibili con la tutela effettiva dei propri diritti. Una giustizia lenta o distante è, nei fatti, una giustizia negata. E questa prospettiva deve necessariamente includere anche la giurisdizione civile: è soprattutto lì che si assicurano le tutele dei diritti più immediati e concreti, prevenendo derive -come quelle della ‘famiglia del bosco’ – che trasformino la giustizia in summa iniura esacerbando questioni sociali o educative che non possono più richiedere interventi repressivi. Solo un sistema capace di bilanciare tempestività ed equità sostanziale può ritenersi davvero credibile agli occhi dei cittadini.
Infine, non può essere eluso il rapporto con la dimensione internazionale della giustizia. La coerenza con i principi del diritto internazionale e con gli impegni assunti nelle organizzazioni internazionali è parte integrante dello Stato di diritto. Difendere la legalità non può essere selettivo: richiede una posizione chiara e coerente anche nei confronti dei crimini più gravi e delle responsabilità globali. Non va dimenticato l’arretramento compiuto rispetto alla giurisdizione universale contro le atrocità di massa punite dalla Corte penale internazionale: liberando il torturatore libico Almasri l’Italia si è sottratta agli obblighi di cooperazione imposti dallo Statuto di Roma che nel 1998 fu sostenuto proprio dall’Italia e firmato in Campidoglio. Occorre perciò riprendere quel percorso anche attraverso il varo dell’atteso Codice dei crimini internazionali, per riaffermare la piena adesione al sistema della Corte penale dell’Aja.
In definitiva, il NO al referendum sulla giustizia non è stato un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Ha segnato un limite che i cittadini non hanno voluto oltrepassare: quello oltre il quale l’equilibrio tra i poteri rischia di spezzarsi. Ma ha anche indicato una direzione: quella di una riforma autentica, capace di migliorare la giustizia senza indebolirne le garanzie.
Dimenticare le ragioni di quel NO sarebbe l’errore più grave. Perché significherebbe esporsi, ancora una volta, al rischio di riforme che promettono efficienza ma sacrificano equilibrio, che invocano sicurezza ma comprimono libertà, che semplificano problemi complessi fino a svuotarli di senso. Ricordarle, invece, significa assumere una responsabilità: vigilare, partecipare, pretendere che ogni cambiamento sia coerente con i principi fondamentali della democrazia costituzionale.
La posta in gioco non è soltanto l’assetto della giustizia. È la qualità stessa della nostra democrazia. In conclusione, il referendum ci consegna, dunque, un’indicazione chiara ma impegnativa: non è tempo di facili trionfalismi per chi ha vinto. È il momento di assumere una responsabilità condivisa, di esercitare una vigilanza esigente, di rinnovare l’impegno civile. Le riforme o le conferme di norme vigenti, da sole, non determinano il destino di una democrazia: a deciderlo sono le coscienze dei cittadini, la loro capacità di comprendere, partecipare, non distogliere lo sguardo. La sfida che rimane non riguarda soltanto l’assetto della giustizia, ma la democrazia stessa, la sua capacità di rigenerarsi mantenendo fermi i principi di uno Stato di diritto forte, coerente e pronto ad essere consegnato alle generazioni future.
