ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

25 aprile: i principi della resistenza vanno difesi contro i “nuovi” fascismi

25 aprile 2026
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ABSTRACT

Andrebbero rilette con attenzione in questi giorni le pagine del saggio Storia della Resistenza (2022) di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli, storici rigorosi del fascismo e dell’Italia repubblicana. Dovrebbero essere monito oggi almeno le inquietanti ricostruzioni sugli eterni ‘processi alla Resistenza’, in cui dall’immediato dopoguerra si è diffuso una perdita di senso, fino ad arrivare ad una vera e propria damnatio memoriae, come se di quel momento fondativo ci si dovesse vergognare. Negli anni si è alimentata solo la polemica contro le efferatezze dei partigiani (dall’eccidio di Porzûs, in cui partigiani comunisti uccisero membri della brigata Osoppo, alle tristi vicende delle Foibe) dimenticando il clima esasperato di ‘guerra civile’ e le responsabilità del fascismo nelle persecuzioni del ventennio, nella Seconda guerra mondiale e nella complicità delle stragi naziste. La retorica e i processi hanno tentato di scaricare persino la responsabilità dei nazisti dell’eccidio delle Fosse Ardeatine ai partigiani che avevano compiuto un ‘legittimo atto di guerra’ nell’attentato di via Rasella, come stabilì la Cassazione nel 1957. L’ipocrisia e l’ambiguità d’altronde erano iniziate con l’amnistia Togliatti, il decreto presidenziale n. 4 del 22 giugno 1946 che portava il nome del comunista Palmiro Togliatti, Ministro della giustizia. L’intento era fermare la vendetta rabbiosa manifestatasi a Piazzale Loreto e in tanti linciaggi, ma da lì si perpetrò l’azzeramento delle responsabilità dei ‘crimini’ dei fascisti, mentre ai processi furono portati molti partigiani cui non fu riconosciuto che le loro azioni rientravano in ‘fatti di guerra’. Per i fascisti ad essere escluse dall’amnistia dovevano rimanere solo le “sevizie particolarmente efferate”, una scelta che oggi fa ribrezzo nel leggere alcune sentenze della Corte di Cassazione. Ad esempio, i giudici concessero l’amnistia per “un capitano delle brigate nere che, dopo avere interrogata una partigiana, l’abbandona in segno di sfregio morale al ludibrio dei brigatisti che la possedettero, bendata e con le mani legate”, perché “tale fatto bestiale non costituisce sevizia ma solo la massima offesa all’onore e al pudore di una donna” (Cass. Pen. Sez. II, 12 marzo 1947, su ricorso Progresso). E ancora un’altra stabilì: “Le percosse prolungate seguite da scosse nervose del paziente e l’obbligata ingestione di un frammento di disco di fonografo con conseguenze dannose per gli organi addominali, le quali facilitarono lo sviluppo successivo dell’ileotifo, malattia che produsse poi la morte, non arrecarono dolori torturanti in grado intollerabile, né rivelano animo del tutto disumano, quindi non costituiscono sevizie particolarmente efferate.” (Cass. Pen. Sez. II, 24 aprile 1948, su ricorso Guidotti). Quell’idea di ‘pacificazione nazionale’ ha fatto sì che non ci fu mai un processo compiuto di allontanamento dal fascismo: alti funzionari e magistrati rimasero al loro posto, tanto che a capo dell’ufficio legislativo del Ministero di Grazia e Giustizia dello stesso Togliatti era stato posto il magistrato Gaetano Azzariti ex presidente del Tribunale della razza. Seguì la sostanziale impunità di criminali di guerra coinvolti non solo nella prima fase del regime ma anche nella complicità nelle stragi nazifasciste durante la Repubblica di Salò: è il caso del Maresciallo Rodolfo Graziani, Ministro della guerra nella Repubblica Sociale Italiana, e di Junio Valerio Borghese, capo di quella parte della Xª MAS complice dei crimini nazisti, entrambi finiti liberi già tra il 1949 e il 1950. Per non parlare dell’ ‘armadio della vergogna’ scoperto nel 1994: centinaia di fascicoli per crimini di guerra erano stati archiviati segretamente nel 1960 dal procuratore generale Enrico Santacroce perché qualcuno del governo gli fece intendere che non era il caso di incrinare ‘i buoni rapporti’ con la Germania ora nuovamente alleata e di rinverdire le complicità di italiani rientrati nei palazzi. Per questo oggi la Resistenza oggi deve essere raccontata senza ambiguità: fu una scelta consapevole di chi scelse la lotta contro l’occupante tedesco ma anche contro l’Italia fascista, e il suo perno fu certamente un élite culturale e ideologica, oggi irrepetibile per la carica morale che la contraddistinse. La costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale non fu un evento improvviso, ma l’esito di sacrifici di figure come Giacomo Matteotti, Piero Gobetti e i fratelli Rosselli, e dell’azione di reti clandestine, oppositori in esilio e confinati, che contribuì a costruire le basi ideali di un’Italia nuova. Da queste esperienze nacquero visioni ampie, come quella europeista del Manifesto di Ventotene e il pensiero di Piero Calamandrei, che avrebbe definito la cultura giuridica della nuova Italia, fondata sul primato della legge, sulle libertà costituzionali e sulla responsabilità civica. Il Comitato di Liberazione Nazionale fu dunque espressione di un’inedita unità tra forze politiche differenti: comunisti come Palmiro Togliatti e Luigi Longo, socialisti come Pietro Nenni e Sandro Pertini, cattolici come Alcide De Gasperi e Paolo Emilio Taviani, azionisti come Ferruccio Parri. Questa pluralità rese possibile, dopo l’8 settembre 1943, la nascita di un organismo capace di guidare la Resistenza, anche grazie a una struttura militare organizzata nel Corpo Volontari della Libertà, guidato dal generale Raffaele Cadorna. Nel vuoto di potere seguito all’armistizio e alla fuga di Vittorio Emanuele III, la Resistenza prese forma immediata negli scontri di Roma e in episodi come le Quattro giornate di Napoli, momenti iniziali, spesso disperati, ma decisivi nel segnare l’avvio di un nuovo corso politico e morale. Il CLN seppe quindi affrontare la difficile convivenza tra ideologie diverse, mantenendo come obiettivo prioritario la liberazione dal nazifascismo. Questa capacità di unità d’intenti emerse con forza anche nella crisi del 1944, quando il proclama del generale Harold Alexander invitò a sospendere le operazioni partigiane: di fronte alla preoccupazione degli Alleati che il movimento resistenziale potesse essere facile preda del ‘blocco comunista’ che si stava estendendo nei Balcani e in Grecia, la composita Resistenza italiana riuscì a non dissolversi, conservando le proprie strutture e preparandosi alla ripresa. Nella primavera del 1945 la Resistenza giunse così alla sua fase decisiva: sotto la guida del Comitato di Liberazione Nazionale, le formazioni partigiane avviarono l’ “insurrezione generale” nell’Italia settentrionale. A Milano, Torino e Genova, i partigiani riuscirono a mobilitare operai, militari, semplici cittadini per liberare e controllare i centri urbani prima dell’arrivo degli Alleati, assumendo un ruolo diretto e determinante nella fine dell’occupazione. Emblematico fu il caso di Genova, dove le truppe tedesche furono costrette ad arrendersi alle forze partigiane: un evento raro nel panorama europeo, che sancì simbolicamente la forza politica e militare della Resistenza. Quell’insurrezione segnò non solo la sconfitta del nazifascismo, ma anche la piena legittimazione della Resistenza come fondamento della Repubblica. Da essa nacque la Costituzione italiana, che tradusse in principi giuridici i valori maturati nella lotta: rifiuto della dittatura, centralità dei diritti, equilibrio tra i poteri e sovranità popolare. La Resistenza fu dunque capace di trasformare in profondità la coscienza civile del Paese: per questo il significato del 25 aprile, Anniversario della Liberazione non può esaurirsi in un passaggio rituale. Oggi emergono segnali preoccupanti: la riemersione di simboli e linguaggi autoritari, le retoriche discriminatorie contro i diseredati della terra e il tentativo di delegittimare il diritto internazionale e le istituzioni di garanzia. Il rischio non è una ripetizione identica del passato, ma una progressiva erosione dei principi democratici. Dopo lo scampato pericolo della riforma della giustizia in cui si è tentato di alterare l’equilibrio dei poteri, altre prassi e proposte di riforma istituzionale appaiono sempre più orientate a rafforzare l’esecutivo e a ridurre la rappresentanza, sollevando ancora pesanti interrogativi sulla tenuta dell’equilibrio costituzionale. Difendere l’eredità della Resistenza significa allora esercitare una vigilanza attiva, riaffermando il legame tra democrazia e partecipazione. Come ricordava Ferruccio Parri, quella lotta fu un “riscatto morale e civile” del Paese: preservarne il significato oggi implica riconoscere che i principi costituzionali devono essere continuamente difesi, anche dai ‘nuovi’ fascismi.

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