ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

La Grazia

Recensione del film di Paolo Sorrentino
31 gennaio 2026
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ABSTRACT

Giunto agli ultimi mesi del suo mandato, il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (nel suo ruolo un sempre perfetto Toni Servillo) si trova avviluppato in un grande duplice dilemma, se promulgare o meno la legge sull’eutanasia e concedere o negare la grazia a due soggetti condannati per omicidio, un uomo e una donna, rei di avere soppresso i rispettivi partner, l’uno per porre fine ad una straziante agonia da malattia mentale, l’altra per interrompere una storia coniugale troppo densa di angherie e sevizie, subite dal marito.

Due casi, insomma, che fungono da sfondo e preludio insieme di un tracciante filmico che, tra simbolismo e schiettezza, si alimenta di tematiche di contorno che, in perfetto stile sorrentiniano, s’intrecciano vicendevolmente e al tema principale in una trama narrativa intrisa di lirismo e contemporanea oggettività.

A volere scorgere quel nucleo centrale condensato nella scelta da prendere, due aspetti sembrano contendersi il campo: da un lato, una spasmodica ricerca etica, in bilico tra desiderio e concretezza; dall’altro, ma non scollegato dal primo, la prospettazione al pubblico – e del regista a se stesso, in linea con precedenti suoi lavori – dell’eterno dualismo tra tradizione e innovazione, tra l’angustia del protocollo burocratico e la scioltezza di ruoli e stili avanguardisti, in grado di liberare leggerezza e frivolezza; un antagonismo, ravvisato più che come fattore di disarmonia esistenziale, come viatico risolutore che, non a caso, nella più alta figura istituzionale del Paese trova la sua rappresentazione più simbolica e convincente.

Avvinto dal dubbio di non sbagliare nell’opzione che gli compete, il Presidente De Santis (chissà che nella selezione del nome non concorra una sottile allusione al grande critico letterario italiano, convinto assertore della funzione etica della letteratura!?) si ritira in una solitudine meditativa molto coerente al suo ruolo, ma in verità solo in apparenza; fumando assorto le sue sigarette vietate, scrutando la sontuosa e indifferente austerità degli ambienti quirinalizi e dei cieli romani, ma allo stesso tempo tuffandosi in un’incursione nel reale, consultando un pontefice in vesti tanto tradizionali (nei contenuti) quanto estreme (nelle forme); ancora recandosi personalmente in carcere per incontrare i due condannati per esplorare il perché delle loro colpe, infine assistendo rapito all’invidiata gioia dell’astronauta in lacrime nei suoi volteggi aerei senza gravità.

A far da sponda sonora in questa sua odissea del surreale irrompono, nel geniale accostamento di un regista, vero artista della combinazione degli estremi, musiche techno dotate del magico potere, non già di spazzare via idealmente dalla sagoma del protagonista la grigia polvere di palazzo, bensì di attualizzarne e umanizzarne la figura, fino a contagiare lo spettatore alla comprensione e condivisione del suo travaglio; in altri termini – per stare al lessico del film – a sciogliere nel brodo dell’ultima scena a cena, al tavolo privato, a fine mandato e a scelte fatte, in compagnia dell’amica Coco Valori (una straordinaria Milvia Marigliano), la durezza di quel cemento armato, affibbiato a De Santis come nomignolo identificativo di quell’indole granitica da lui ingenuamente ignorata.

 

E nella sua ricerca etica è proprio la Valori, incrocio tutto sorrentiniano tra nobildonna e vaiassa, a sostenere e guidare il Presidente, richiamandolo ad una lucidità terrena e molto contemporanea. Una figura tanto attraente, quella dell’amica Coco, nel suo impatto verbale, quanto commovente risulta la scena nel domestico registro affettivo dei colloqui confidenziali dei due commensali.

Non esistono solo le carte, ci sono le persone, è la frase detta da De Santis alla figlia Dorotea (un’intensa Anna Ferzetti) a risuonare quale editto etico destinato a sancire nel film il primato della comprensione umana sul freddo formalismo documentale; una frase che in verità manifesta l’esigenza di una lunga riflessione per la decisione e che il Presidente avverte necessaria (anche) per comporre i suoi scrupoli d’immagine, nella potenziale apparente risultanza di torturatore (se non firma la legge) o di assassino (se invece la firma).

È proprio in questo dilemma, che corre in parallelo con l’urgenza della figlia, giurista anch’ella, alla definizione delle pratiche, che il regista calibra in lei il ruolo di istigatrice morale, respinta ma nello stesso tempo attratta dal temporeggiamento paterno, ben conscia com’è che anche il suo ruolo è rimasto incancellabilmente contaminato da quello del padre Presidente.

A sé stesso e al suo intorno De Santis chiede di chi sono i nostri giorni?; e in questo interrogativo mescola l’amarezza di una solitudine scandita dal mai placato dolore per l’assenza dell’amata moglie con l’assillo di una scelta che lo tormenta. Un quesito in fondo che apre alle ferite e alle incertezze della vita che, tutta intera, ci appartiene.

Giocano poi, col ruolo di comparse di coerente abbellimento scenico nelle loro marcate caricature, il generale degli alpini, addetto militare del Presidente, tronfio di militarismo e paonazzo di vino, il sorridente e irridente segretario generale dagli iperburocratici occhiali e la presenza del noto rapper Guè Pequeno, ingegnosamente incastonato tra i destinatari delle onorificenze presidenziali, anche lui a far dire, con la crudezza di un messaggio hip-hop, che la verità comunque e dovunque vince e convince.

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