ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Pubblico ministero figura controversa

Recensione del saggio di Edmondo Bruti Liberati
La vera sfida consiste nella costruzione di una cultura giuridica comune tra tutte le professioni del diritto
11 marzo 2026
53 visite
ABSTRACT

Edmondo Bruti Liberati, con il suo saggio edito da Raffaello Cortina Editore, esamina a tutto tondo la figura del pubblico ministero e, con linguaggio chiaro e costante contestualizzazione storica, ne ricostruisce il ruolo e la funzione quale organo pubblico. Ne emerge la figura di un protagonista controverso della giustizia italiana, la cui evoluzione istituzionale e culturale accompagna quella della Repubblica.

L’opera è estremamente godibile anche per i non addetti ai lavori. Si tratta di una lettura utile – se non addirittura indispensabile – per chi, anche in vista del prossimo referendum, desideri comprendere meglio la funzione e il ruolo del pubblico ministero delineati dalla Costituzione.

Durante il regime fascista, così come nella monarchia liberale prefascista, il pubblico ministero non era altro che un rappresentante del potere esecutivo presso l’autorità giudiziaria, posto sotto la direzione del Ministro della giustizia. La magistratura requirente si è emancipata dal potere esecutivo solo con la Costituzione repubblicana, che le ha riconosciuto l’autonomia e l’indipendenza da ogni altro potere già attribuite alla magistratura giudicante.

Come ricorda il saggio, i Costituenti – aderendo all’intuizione di Piero Calamandrei – hanno stabilito l’unità dell’ordine giudiziario e affidato il governo autonomo della magistratura nel suo complesso al Consiglio superiore della magistratura, affinché l’enunciazione di autonomia e indipendenza non rimanesse una mera dichiarazione di principio.

Quando la Costituzione fu scritta è bene ricordare che l’Italia usciva dal ventennio fascista, dalle persecuzioni politiche, dalla soppressione dei diritti fondamentali e dagli abusi dei tribunali speciali. In quel contesto la consacrazione dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura non poteva rischiare di restare lettera morta.

Il percorso verso la piena attuazione della Costituzione è stato lungo e accidentato. Come sottolinea Bruti Liberati, anche la magistratura fu interessata dal fenomeno della cosiddetta “Costituzione inattuata”. Per almeno i primi due decenni della Repubblica, lo spirito conservatore di molti magistrati formatisi nel periodo fascista si tradusse in un atteggiamento prudente – quando non apertamente ostile – nei confronti dei principi costituzionali e del nuovo sistema democratico.

Molto interessante, sotto questo profilo, è la rassegna di casi giudiziari degli anni Sessanta che restituisce l’immagine di una magistratura talvolta più attenta ai fenomeni di costume che alla criminalità organizzata, che proprio in quegli anni stava riorganizzandosi nel Paese. Solo a metà degli anni Sessanta i magistrati iniziarono a confrontarsi apertamente con i grandi problemi della società italiana. Nel 1965, a Gardone, prese avvio una riflessione collettiva sul ruolo della magistratura in una società in rapido mutamento.

Dopo questa premessa, il saggio ripercorre la storia d’Italia nella prospettiva del pubblico ministero. Nel periodo della cosiddetta strategia della tensione emergono posizioni molto diverse all’interno della magistratura requirente. Da un lato quella che Agostino Mortati definì, riferendosi alla Procura di Roma del cosiddetto “Porto delle nebbie”, simbolo di pavidità e di compiacenza verso il potere; dall’altro lato una magistratura che, spesso nelle periferie del Paese, indagava con determinazione su trame eversive e tentativi di golpe, come quelli di Sogno o di Borghese.

Sono gli anni del terrorismo, delle stragi e della scoperta della loggia massonica P2. La lista dei pubblici ministeri uccisi nella lotta al terrorismo è lunga: Vittorio Occorsio, assassinato per le sue indagini su Ordine Nuovo; Mario Amato, impegnato nelle indagini sui Nuclei Armati Rivoluzionari; Emilio Alessandrini e Nicola Giacumbi, vittime del terrorismo rosso. Essi rappresentano solo una parte delle vittime: l’elenco completo è molto più ampio e comprende sia pubblici ministeri sia giudici.

La magistratura, requirente e giudicante, fu in prima linea nel contrasto a vicende che fecero tremare le fondamenta della vita democratica del Paese. La Repubblica si salvò anche grazie all’azione di magistrati che, nonostante depistaggi e ostacoli, riuscirono ad assicurare alla giustizia i responsabili delle stragi che insanguinarono l’Italia.

Contemporaneamente, nel Sud del Paese, altri magistrati ricostruivano con pazienza la struttura e i collegamenti della criminalità mafiosa con l’economia e la politica. Anche nella lotta alle mafie la lista dei servitori dello Stato caduti è lunga.

Alla fine degli anni Ottanta le procure avevano ormai assunto un ruolo centrale nelle indagini penali. In questo contesto maturarono le prime inchieste sulle tangenti e sulla corruzione politica ed economica. Con Tangentopoli l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso la magistratura cambiò rapidamente: da un entusiasmo quasi da tifoseria si passò, nel giro di pochi anni, a una delegittimazione altrettanto radicale.

Questo repentino cambiamento è efficacemente riassunto nel saggio attraverso la citazione di Marcello Pera. Nel 1993, in piena stagione di Mani Pulite, egli scriveva che di fronte alle indagini «i partiti devono retrocedere e alzare le mani» e che «il garantismo, come ogni ideologia preconcetta, è pernicioso». Tre anni dopo, lo stesso Pera affermava invece che l’inchiesta Mani Pulite era stata «un’operazione mirata, diretta a decapitare una parte dello schieramento politico».

Con l’entrata in vigore nel 1988 del nuovo codice di procedura penale – il cosiddetto codice Vassalli – e con l’abolizione di figure ibride come il giudice istruttore, il pubblico ministero assunse la centralità che ancora oggi caratterizza il processo penale italiano.

Nel saggio vengono inoltre analizzati comparativamente diversi sistemi processuali occidentali. Il confronto mostra come spesso il dibattito pubblico sia dominato da semplificazioni e luoghi comuni. Il sistema processuale italiano non è direttamente comparabile con quello accusatorio del Regno Unito o degli Stati Uniti, dove, peraltro, il passaggio tra funzioni giudicanti e requirenti è pienamente consentito.

Come ricordava Giuliano Vassalli, l’argomento della terzietà e dell’imparzialità del giudice non è sufficiente a sostenere la separazione ordinamentale tra magistratura requirente e giudicante. Il principio contenuto nell’articolo 111 della Costituzione – secondo cui ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti davanti a un giudice terzo e imparziale – riguarda il processo, non lo statuto ordinamentale dei magistrati.

In ogni caso, ed è questo un punto essenziale, le funzioni del pubblico ministero e quelle del giudice sono già oggi separate. In seguito alla riforma Cartabia, entro nove anni dall’ingresso in magistratura il magistrato deve compiere un’opzione irreversibile tra funzioni requirenti e giudicanti.

Il saggio ricorda inoltre alcune funzioni del pubblico ministero poco conosciute ma fondamentali per comprendere il ruolo che l’ordinamento gli attribuisce. Il pubblico ministero è infatti un organo pubblico che agisce a tutela degli interessi collettivi e, pur rivestendo formalmente il ruolo di parte nel processo, coopera con il giudice per l’attuazione del diritto e per la garanzia della legalità.

In questa prospettiva il pubblico ministero è tenuto a svolgere accertamenti anche a favore dell’indagato (art. 358 c.p.p.) e, al termine delle indagini, a formulare un giudizio prognostico sulla ragionevole previsione di condanna. Anche l’impugnazione delle sentenze non risponde a una logica di parte, ma alla corretta applicazione della legge sostanziale e processuale.

Il tema della separazione ordinamentale tra magistratura requirente e giudicante riapre dunque una questione che l’Assemblea costituente aveva risolto scegliendo il modello dell’ordine giudiziario unitario.

La proposta di Edmondo Bruti Liberati, formulata con grande lucidità in un contesto di dibattito pubblico spesso dominato da semplificazioni – come quella dell’arbitro e delle squadre di calcio – è quella di prendere sul serio la complessità della giustizia penale.

Il saggio indica la via da percorrere: occorre abbandonare le contrapposizioni schematiche e concentrarsi sull’unica strada realmente utile: l’innalzamento della professionalità dei protagonisti del processo – giudici, avvocati e pubblici ministeri.

Più che inseguire improbabili separazioni ordinamentali, la vera sfida consiste nella costruzione di una cultura giuridica comune tra tutte le professioni del diritto.

Altri articoli dell’Autore