ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Pensieri sparsi sull’esperienza referendaria

Una difesa sul campo della Costituzione
1 giugno 2026
389 visite
Monumento alla Costituzione italiana a Borghetto Santo Spirito (SV). Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

Monumento alla Costituzione italiana a Borghetto Santo Spirito (SV). Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

ABSTRACT

1. All’inizio in tanti, anche tra i magistrati, credevano che l’esito referendario fosse scontato e che non fosse realistico immaginare la bocciatura della riforma costituzionale voluta del Governo Meloni.

Pochi si mostravano cautamente ottimisti e tra costoro alcuni non vivevano una speranza convinta e osservavano per lo più un dovere, per così dire di metodo: accingendosi ad una difficile stagione di confronti e dibattiti sulla riforma per sostenere le ragioni del No alla consultazione referendaria, sapevano di poter ambire ad efficacia ed incisività soltanto mettendo da canto rassegnazione e disincanto.

La martellante campagna di discredito della magistratura, condotta per anni anche per mezzo dell’uso, nell’ultimo periodo decisamente strumentale, delle vicende del cd. scandalo Palamara aveva indotto alla generale convinzione che fosse stato ormai preparato il contesto per una vittoria a mani basse della riforma.

V’erano pure quanti, non credo soltanto un gruppetto sparuto, volgevano indietro lo sguardo rimuginando che se l’associazione nazionale magistrati, negli anni di questa legislatura che si avvia alla fine, avesse avuto più realismo politico, se avesse tenuto un atteggiamento meno rigido e ideologicamente meno oppositivo, forse la maggioranza di governo avrebbe smussato qualche asprezza di quel testo e si sarebbe potuta strappare qualche concessione, specie in tema di modalità di scelta dei componenti del Consiglio superiore della magistratura.

Insomma, con l’approvazione in quarta lettura del testo della riforma costituzionale, tutto sembrava ormai compiuto e i mesi che separavano dall’interpello popolare apparivano come una parentesi troppo breve anche solo per imbastire una qualche azione capace di incidere su una parabola storica ineludibile.

Nel momento in cui il sentimento di impotenza e di rassegnazione sembrava impadronirsi di ogni spazio, individuale e collettivo, l’Associazione nazionale magistrati ha avuto il merito, che non esito a definire storico, di non arrendersi e di proseguire con coerenza in una linea di politica associativa tracciata con chiarezza da tempo, in specie dalla mozione del XXXVI Congresso nazionale, tenutosi a Palermo dal 10 al 12 maggio 2024.

In quella mozione, approvata all’unanimità, i magistrati italiani, in un quadro di rinnovato vigore e ripresa di autorevolezza della loro Associazione, avevano manifestato una «intransigente contrarietà alla separazione delle carriere e al complessivo indebolimento del Csm che ne costituiscono il contenuto principale».

La scelta di promuovere la costituzione di un comitato per il No al referendum è stata la naturale, ma non perciò scontata, prosecuzione di un atteggiamento di ragionata critica, per nulla arrogante o superficiale, in ordine alla impossibilità di vedere in quel sovvertimento dell’assetto costituzionale parti meno indigeste, e quindi accoglibili in una ipotetica trattativa dal sapore eccentricamente sindacale.

2. La negoziabilità di soluzioni compromissorie di emendamento del testo, ammesso e per nulla certo che potesse riconoscere un ruolo all’Associazione dei magistrati, non avrebbe comunque prodotto un risultato accettabile.

Ha avuto così inizio un viaggio, faticoso ma entusiasmante, di pochi e intensi mesi in cui i magistrati aderenti al comitato, trovando preziosi compagni di strada in esponenti del mondo giuridico, accademici ed avvocati, e in tanti cittadini mossi dalla genuina volontà di difendere una Carta che non considerano né vecchia né superata, hanno parlato dentro e alla comunità in cui quotidianamente operano.

Per molti anni i magistrati, sospinti dall’aggressività di azioni politiche che dai tempi di Mani pulite avevano il fine, spesso dichiarato, di regolare i conti con la magistratura, avevano vissuto la sgradevole sensazione di asserragliamento dentro la loro cittadella.

Nel momento di maggiore difficoltà, le porte di quella cittadella assediata sono state aperte per costruire coraggiosamente un ponte verso l’esterno. Un mutamento di azione, questo, imposto dalla vicenda referendaria.

È dunque inconsistente l’accusa che ogni tanto si sente e si legge, di una magistratura che, in spregio del suo ruolo e della sua funzione, si atteggerebbe a soggetto politico volendo occupare la scena con una propria identità politica.

I magistrati null’altro hanno fatto che proseguire in quella disponibilità al confronto che mai avevano dismesso, raccogliendo sempre ogni occasione di dialogo con il Ministro della giustizia, e per lui con il Governo, e con il Parlamento, mai mancando ad audizioni e confronti pur quando l’aspettativa che il proprio punto di vista potesse essere considerato più in profondità era assai debole.

È nelle regole costituzionali che, con una riforma della Carta non a maggioranza qualificata, il soggetto che decide, che ha l’ultima parola, e con cui quindi occorre costruire momenti di dialogo, è il corpo elettorale.

La politicità della procedura di revisione costituzionale ha imposto le modalità di un confronto necessariamente assai più esteso e assai più visibile perché non rinchiuso dentro il Palazzo; non per questo quella stagione ha segnato un salto di qualità dell’associazionismo giudiziario che si sarebbe fatto soggetto politico.

3. La seconda felice intuizione, dopo quella della promozione di un comitato referendario, si è avuta nella selezione dei contenuti della comunicazione con la società. Su questo piano, forse, si è registrata la maggiore novità.

Molti si attendevano che un comitato promosso dall’associazione dei magistrati avrebbe patito le tradizionali difficoltà di comunicazione.

Le tecnicalità e i combinati disposti, questa la convinzione della gran parte di quanti assistevano ai primi passi del comitato “Giusto dire No”, avrebbero imbrigliato pensieri e parole.

Le pastoie del discorso tecnico, intraducibili in linguaggio comune, avrebbero avuto la meglio, e i luoghi di dibattito pubblico assai presto si sarebbero svuotati per la noia indotta da relazioni paludate su un testo di riforma per nulla gestibile in una discussione sviluppata al di fuori della ristretta cerchia dei chierici.

Il comitato, invece, ha avuto l’intelligenza, la sensibilità di cogliere il senso politico della riforma e di disvelarlo con parole piane.

E sono prontamente giunte, numerose ed aspre, le critiche più malevole di molti avversari referendari.

L’accusa al comitato “dei magistrati” è stata ed è di aver mentito, di aver addirittura procurato allarme tra i cittadini diffondendo la falsa notizia che i giudici, approvata la riforma, non avrebbero avuto la stessa indipendenza dalla politica che la Costituzione del 1948 garantisce in termini di bene comune.

Questa sintesi, racchiusa in una breve ed icastica espressione, è stata additata come menzognera, gravemente menzognera perché divulgata da quanti per mestiere devono praticare la verità.

Una reazione, dal fronte dei sostenitori della riforma, probabilmente frutto della sorpresa che li ha colti nel constatare, contrariamente ad ogni aspettativa, che non aveva sortito effetti l’abusato argomento per il quale i tecnici devono affrontare soltanto gli aspetti tecnici e lasciare ai politici il discorso sui contenuti politici di un progetto riformatore.

La distinzione tra tecnica e politica, spesso utilizzata per indurre al silenzio, questa volta non ha funzionato, anche perché in una riforma dell’assetto costituzionale della magistratura è assai difficile sfuggire alla riflessione politica se non a costo di restare ai margini del tema e di rendersi sostanzialmente irrilevanti.

Eppure, già all’interno del mondo della magistratura questa distinzione negli ultimi, non pochi, anni aveva ripreso smalto. Anche in ragione della crisi dell’associazionismo, della progressiva perdita di credibilità, non solo esterna, della vita e dell’impegno associativo occasionata e amplificata da episodi di malcostume a tutti noti, serpeggiava tra i magistrati l’idea che il buon magistrato, quello che può esibire un profilo professionale di maggior qualità e spessore, si tiene lontano dalla politica associativa, non milita, e ne mena vanto, in alcun gruppo o corrente che dir si voglia, percorre sentieri diversi, non contaminati da esperienze altre rispetto alla giurisdizione tecnicamenteintesa.

Anche questa linea di tendenza è stata bruscamente interrotta dalla consapevolezza che il responso referendario avrebbe potuto mutare irreversibilmente il volto della magistratura in cui tutti (o quasi), con sensibilità e intensità diverse, si riconoscevano, e sono state accantonati i pregiudizi che stavano prendendo piede con sempre maggiore consistenza.

La campagna referendaria, che, vista con la lente della diffidenza per l’attività politico‑associativa, poteva esser considerata terreno poco praticabile per un magistrato, ha coinvolto tanti, ha fatto comprendere e riscoprire che la pienezza dell’impegno giudiziario a maggior vocazione costituzionale non poteva fare a meno della partecipazione ad uno dei più alti livelli di vita democratica del Paese, anche e, direi, soprattutto dei magistrati, spettatori privilegiati di una trasformazione, che si preannunciava radicale, nelle relazioni tra i poteri dello Stato.

4. La critica alla riforma incentrata sul suo nucleo politico è stata compresa, ha suscitato curiosità, ha destato preoccupazione.

Si è riusciti ad andare al cuore della questione e di lì poi a dare conto anche degli aspetti a maggior tasso di tecnicismo, che sono stati discussi alla luce di una prospettiva critica che ne faceva emergere le potenzialità involutive rispetto ad un quadro di effettività dell’autonomia e dell’indipendenza dell’intero ordine giudiziario.

Non è per nulla vero, dunque, che si sia parlato per slogan o che si sia imbastito un racconto fatto di frasi tanto vuote quanto sganciate dai dati normativi in costruzione.

L’attenzione critica dei tanti uditori in cui ci si è imbattuti ha posto la necessità di letture approfondite, ma sempre orientate dalla consapevolezza della carica politica dell’atto normativo oggetto di una così rilevante riforma.

Sin dai primi incontri hanno colpito la sala gremita, le sedie occupate fino alla massima capienza del teatro, del cinema, dell’aula di liceo o di università, della sala parrocchiale o comunale che di volta in volta ospitavano dibattiti quasi sempre condotti nel rispetto della pluralità delle voci.

E ciò ha fatto subito comprendere che l’ambizione con cui ci si era incamminati progressivamente veniva soddisfatta, che l’auspicio di essere ascoltati era divenuto realtà.

Il comitato “Giusto dire No” ha coltivato non la pretesa ma, al più, la speranza di persuadere, di convincere della giustezza delle tesi esposte; mirava ad ottenere ascolto e confidava nella forza delle idee e degli argomenti spesi a tutela di un consolidato equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato.

La risposta è andata oltre le aspettative. L’ascolto si arricchiva di condivisione e se ne aveva percezione chiara in ogni incontro. Chi prendeva parola a difesa della Costituzione sentiva una corrispondenza ideale con la platea attenta e ne era rincuorato.

Ma come sperare che quelle piccole porzioni di cittadinanza fossero indicative di un sentimento generale e diffuso nel Paese?

All’ottimismo indotto dal modo in cui si era accolti si passava abbastanza rapidamente al timore che la gran parte dell’opinione pubblica si sarebbe alimentata dei motti e delle formule, quelli sì in‑sensati, che le forze politiche di maggioranza dispensavano senza farsi scrupolo alcuno del discostamento dalla realtà.

Si è riproposto lo slogan di una giustizia giusta, si è venduta la riforma come antidoto potente e sicuro a nuovi casi Tortora, a nuovi casi Garlasco, si è propagandato che con la riforma gli stupratori sarebbero stati puniti, che l’immigrazione illegale sarebbe stata efficacemente fronteggiata, che i magistrati non avrebbero fatto più opposizione ai programmi di governo per risolvere il problema della criminalità e dell’insicurezza ad essa conseguente.

Si è cercato di ottenere l’assenso alla riforma costituzionale scommettendo sulla radicata insoddisfazione della comunità nei confronti del sistema giustizia, per i suoi ritardi, per le sue inefficienze, per le sue carenze, convinti che il popolo avrebbe agito rispondendo ad un impulso per così dire di pancia.

Non si sarebbe curato, questa l’idea che con ogni probabilità ha mosso la comunicazione del fronte del Sì, di interrogarsi e di interrogare sul nesso tra le inefficienze e i declamati casi di malagiustizia con una riforma del Csm e con la separazione in due carriere della magistratura.

Così non è stato. La maturità del corpo elettorale ha prevalso e ha spiazzato quanti confidavano nella capacità imbonitrice di usurate formule.

5. I mesi di partecipazione referendaria hanno condotto ad un altro felice approdo. Hanno persuaso i più dell’importanza che la magistratura non viva ripiegata su se stessa, che ricerchi maggiori momenti di dialogo con l’avvocatura e l’accademia. Su questo versante, un sostanziale progressivo isolamento era spiegabile considerando il peso dell’esperienza della giustizia penale, spesso attraversata da incomprensioni e conflittualità con parti del mondo forense, rispetto a cui l’accademia ora era rimasta indifferente, ora in maggior misura aveva condiviso le critiche per una magistratura accusata di scarsa sensibilità per le garanzie difensive e di arroccamento su soluzioni poco rispettose del principio di legalità soprattutto processuale.

Diversa, invece, la situazione sul terreno della giustizia civile, che nel tempo aveva registrato la nascita di forme di fattiva collaborazione tra gli attori del mondo giuridico, penso al rilievo conquistato dagli Osservatori sulla giustizia civile nati intorno ai primi anni Novanta del secolo scorso.

Si è così presa consapevolezza della fragilità di un altro tradizionale monito – del parlare poco e comunque del parlare soprattutto per mezzo delle sentenze – che ha per tanto tempo gravato sulla costruzione di una diffusa disponibilità al confronto, spesso malamente osteggiata dalla esigenza, tutt’altro che infondata, di difendere immagine e credibilità della funzione.

Era infatti quel che andava evitato, il coltivare solitudine scambiandola per terzietà, e ciò proprio nella prospettiva di una difesa di principi che, in ragione della reazione di chiusura all’esterno, si traduceva nella percezione di una difesa di corpo.

Sarebbe un grossolano errore se confronto e dialogo, parole nobili all’interno di una visione democratica di qualunque potere pubblico, fossero riposti come strumenti non più utili una volta che si è conclusa, positivamente, la stagione referendaria.

I magistrati devono evitare la ricerca di vecchi o nuovi recinti e confidare piuttosto nella capacità della parola – quando consapevole, misurata e rispettosa dell’altrui punto di vista – di favorire credibilità della funzione giudiziaria, la cui immagine di imparzialità e di terzietà è assai più esposta al pericolo di appannamento se si praticano atteggiamenti di distanza e di isolamento nella errata convinzione che siano coerenti con un profilo deontologico improntato a riserbo e compostezza e che finiscono, invece, per alimentare diffidenza se non, peggio, insofferenza.

6. Come spesso accade, i momenti più difficili, se vissuti con fedeltà ai principi che innervano l’identità professionale di cui si è parte, possono costituire straordinarie occasioni di benefici mutamenti. Occasioni, appunto, e come tali da saper sfruttare per disinnescare almeno alcuni dei fattori che avevano concorso a creare una faglia nella relazione di fiducia con la comunità e gran parte dei suoi rappresentanti istituzionali.

Una strada sembra tracciata: si tratta ora, e non è poca cosa, di percorrerla con la forza di un’esperienza che ha irrobustito e restituito vigore a idee e valori scampati al pericolo di essere sacrificati in nome di una malintesa modernità e di cui occorre saper essere, soprattutto nel quotidiano, interpreti autentici.

Il dialogo con la cittadinanza, che oggi molti invocano pensando financo a nuove forme e soggetti, dovrebbe essere sperimentato ogni giorno sin dai palazzi di giustizia, nelle relazioni con gli avvocati, le parti, i consulenti, e tutti quanti abitano quei palazzi, sforzandosi sempre di dare alla giustizia il volto di un servizio efficace e di un potere gentile.

Il futuro della giurisdizione, mai come oggi, è affidato alla buona volontà dei magistrati.

Altri articoli dell’Autore