ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Il lascito della campagna referendaria

Un dialogo da alimentare e rapporti da coltivare
In una prospettiva orientata ad un’analisi propositiva e condivisa delle criticità della giustizia la Rivista intende avviare nuove rubriche di approfondimento
1 aprile 2026
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ABSTRACT

La vicenda relativa alla proposta di revisione Meloni-Nordio, al suo iter di approvazione e alla campagna conclusasi con il rigetto popolare del 22 e 23 marzo, è destinata a entrare nella storia della Repubblica italiana quale tentativo di riformare la Costituzione in spregio al metodo del confronto e al principio della centralità del dibattito parlamentare. L’esito referendario, con il No alla revisione costituzionale, non può essere semplicemente archiviato come un nulla di fatto, come avvenuto per i precedenti tentativi non riusciti (referendum del 2006 e del 2016). Ciò non solo in ragione degli obiettivi della riforma, così come esplicitati dai proponenti, ma anche per il livello di delegittimazione di un’istituzione dello Stato, che ha raggiunto toni di aggressività inaspettati: un tema sul quale occorrerà riflettere approfonditamente, con animo lucido e pacato.

Non può essere trascurato, d’altro canto, il contesto internazionale in cui il tentativo di revisione costituzionale ha preso forma. Come ha ricordato il Presidente Sergio Mattarella nel discorso tenuto all’Università di Salamanca il 19 marzo scorso: «Accade oggi che si assista alla delegittimazione delle Corti internazionali e dei loro giudici, negando il valore del diritto internazionale, rimuovendo la storica scelta di civiltà di predisporre autorità preposte a verificarne il rispetto e a sanzionarne le violazioni». Il diritto è messo a repentaglio da una forza distruttiva – una vis destruens, ha spiegato il Presidente – che non nasce dall’esigenza di preparare il terreno a una costruzione migliore, ma dalla volontà di eliminare quei limiti all’esercizio di una sovranità statale sconfinata, introdotti per impedire la prevalenza di aspirazioni egemoniche dei gruppi dirigenti dei Paesi più forti, più ricchi e meglio armati.

In questo scenario, che interessa una parte significativa del mondo occidentale, la riforma Nordio e la relativa propaganda governativa hanno fortunatamente risvegliato i giovani, la società civile, l’accademia, la magistratura e parte dell’avvocatura: settori della società che, consapevoli della posta in gioco, sono scesi in campo senza esitazioni.

In questo contesto globale, segnato da un attacco ai diritti, alla solidarietà e all’uguaglianza, e dal prevalere della legge del più forte, è emersa con chiarezza l’imprescindibile esigenza di proteggere la nostra Carta costituzionale.

Sarebbe tuttavia miope considerare il rigetto popolare della riforma come un punto di arrivo. Esso deve piuttosto rappresentare un punto di partenza per una riflessione profonda, che coinvolga tutti coloro che si sono impegnati a favore del No. Occorre avviare un confronto privo di pregiudizi sui temi emersi durante la campagna referendaria, così come su quelli dell’efficienza e della irragionevole durata dei processi, che rappresentano i veri nodi critici della giustizia nel nostro Paese. È necessario farsi carico delle criticità, proporre soluzioni e delineare riforme capaci di migliorare concretamente il servizio giustizia.

Le questioni sul tappeto – come, ad esempio, quella della credibilità della funzione giurisdizionale e della reputazione professionale di chi la esercita – richiamano la magistratura a un rigoroso rispetto della deontologia, all’equilibrio nei comportamenti e all’avvio di un dialogo libero da autoreferenzialità e atteggiamenti difensivi.

Nel corso della campagna elettorale è inoltre emersa la carenza di strumenti di comunicazione istituzionale idonei a consentire ai cittadini di comprendere il funzionamento della giustizia. Su questo punto appare quanto mai opportuno aprire un confronto e pensare a momenti di ascolto come metodo di lavoro.

La credibilità della magistratura, va ribadito, passa anche attraverso il netto rifiuto delle degenerazioni correntizie e richiede l’elaborazione di strumenti adeguati a prevenire condotte come quelle emerse nel caso Palamara.

Occorre ricominciare a pensare alle associazioni e ai corpi intermedi come luoghi di confronto delle idee – garantiti dall’articolo 18 della Costituzione – essenziali alla crescita culturale e politica non solo della società civile, ma anche di contesti istituzionali come quella dei magistrati, poiché il pluralismo delle idee è essenziale per promuovere percorsi di miglioramento, incluso quello del servizio giustizia; l’associazionismo assembleare che richiama alla responsabilità delle condotte è l’unico possibile rimedio al clientelismo correntizio.

Quanto al Consiglio Superiore della Magistratura, una volta esclusa l’ipotesi del sorteggio, appare necessario ripensare il sistema elettorale, interrogandosi su quale sia la soluzione più idonea. Si potrebbe valutare un ritorno al sistema del 1975, che, attraverso le preferenze di lista, consentiva ai magistrati di scegliere tra più candidati dello stesso gruppo. Tale possibilità è stata preclusa dal sistema maggioritario con collegi uninominali introdotto con la legge n. 44 del 2002, con l’obiettivo dichiarato di contenere il peso delle correnti: un classico esempio di heterogonie der Zwecke. Quel sistema ha infatti prodotto l’effetto opposto, rafforzando le degenerazioni correntizie attraverso meccanismi di selezione verticistica e accordi elettorali. Un effetto che non è stato superato neppure dalla complessa riforma di cui alla legge n. 71/2022.

Quanto al tema del carrierismo, occorre ripensare le procedure di nomina dei vertici degli uffici giudiziari, al fine di limitare l’eccesso di discrezionalità che alimenta le degenerazioni correntizie, e recuperare una visione della giurisdizione come servizio al cittadino.

Il tema dell’efficienza della giustizia è centrale e deve essere affrontato con l’obiettivo di ridurre la durata irragionevole dei processi, tenendo conto degli organici, della geografia giudiziaria e dei dati statistici.

In questa prospettiva, orientata a un’analisi propositiva e condivisa delle criticità del settore, Giustizia Insieme intende avviare nuove rubriche:

  • sui temi ordinamentali e di politica giudiziaria, per affrontare, de iure condendo, i possibili sistemi elettorali della componente togata del Csm, il tema delle correnti e della cosiddetta politicizzazione della magistratura;
  • sulle criticità inerenti all’amministrazione della giustizia per affrontare il tema degli organici, dei flussi in entrata e della geografia giudiziaria;
  • sulla durata dei processi per individuare gli interventi strutturali necessari per riformare utilmente i riti. L’irragionevole durata dei processi richiede riforme strutturali ma anche leggi chiare e facilmente comprensibili; il settore civile richiede riforme costruite non su modelli puramente astratti ma in base alla loro reale efficacia e praticabilità; il settore penale richiede un ripensamento rispetto all’espansione incontrollata dell’area del penalmente rilevante che ha caratterizzato la legislazione degli ultimi anni, in contrasto con la tendenza alla depenalizzazione delle democrazie più avanzate. Soluzioni adeguate infine vanno pensate per risolvere il sovraffollamento carcerario.

Il vaglio critico della legislazione esistente alla luce delle concrete esigenze quotidiane della giustizia, l’elaborazione di proposte, è un lavoro che va portato avanti.

L’esito referendario e l’amplissima mobilitazione popolare ci impongono di imprimere al nostro lavoro uno sforzo ulteriore di sistematizzazione e di divulgazione. Sistematizzazione finalizzata a riallacciare un dialogo sereno e proficuo con il legislatore. Divulgazione, in quanto ciò che è emerso nelle ultime settimane è che le cittadine e i cittadini sono consapevoli di quanto i temi della giustizia li riguardino, vogliono conoscerli e comprenderli, rimanere protagonisti del dibattito in quanto utenti del servizio giustizia. D’altro canto, la complessità del diritto può essere semplificata, tutto può essere spiegato e compreso. Ogni spazio di potenzialità apre doverosamente a uno slancio di responsabilità.

La rinnovata attenzione rivolta dalla società civile alla Costituzione della Repubblica italiana, da un lato, e, dall’altro, la sistematica violazione dei diritti fondamentali in atto in paesi a democrazia evoluta – paesi che ritenevamo non dissimili al nostro – ci rafforza nell’idea che i principi sanciti nella Carta costituzionale non devono rimanere lettera morta ma devono essere vissuti e rafforzati attraverso la loro quotidiana applicazione.

I principi non basta enunciarli ma occorre osservarli in tutti i contesti, giorno per giorno.

La pari dignità sociale e l’uguaglianza, la solidarietà sociale, il diritto di asilo, il ripudio della guerra e l’inviolabilità della libertà sono il nucleo portante del nostro sistema democratico; essi, in tutte le possibili declinazioni, continueranno ad essere il fil rouge dei nostri approfondimenti.

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