ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

In memoria di Ebru Timtik: la resistenza dell’Avvocatura in Turchia. Un reportage di Barbara Spinelli - Parte Seconda: L’Avvocatura alla prova dello stato di emergenza

In memoria di Ebru Timtik: la resistenza dellAvvocatura in Turchia

Un reportage di Barbara Spinelli

Parte Seconda: LAvvocatura alla prova dello stato di emergenza

Sommario: 1. Lo stato di emergenza, i decreti emergenziali e le “purghe” - 2. L’impatto sociale dei decreti emergenziali e la normalizzazione dell’emergenza - 3. La riforma presidenziale in Turchia - 4. La persecuzione dell’avvocatura in Turchia durante e dopo lo stato di emergenza.

(Qui il link alla parte prima del reportage)
In memoria di Ebru Timtik: la resistenza dell'Avvocatura in Turchia. Un reportage di Barbara Spinelli Parte Prima: Essere giovani avvocate/i in Turchia
https://www.giustiziainsieme.it/it/attualita-2/1476-in-memoria-di-ebru-timtik-la-resistenza-dell-avvocatura-in-turchia-un-reportage-di-barbara-spinelli-parte-i-essere-giovani-avvocate-i-in-turchia



1. Lo stato di emergenza, i decreti emergenziali e le “purghe”

Forse quanto fin qui condiviso è sufficiente ad esprimere la difficoltà di essere avvocati e di scegliere di difendere “il nemico” nella Turchia di Erdoğan.

Ma per certo è insufficiente a rendere idea della paranoia che ha caratterizzato la produzione legale emergenziale, e di conseguenza la difficoltà dell’esercizio del diritto di difesa e della professione legale dopo il “fallito colpo di Stato” del 15 luglio 2016.

Il 21 luglio si è riunito il Consiglio di Sicurezza, che ha dichiarato lo stato di emergenza, ai sensi degli articoli 15 e 120 della Costituzione Turca, ed il giorno stesso ha comunicato al Segretario Generale del Consiglio d’Europa di avvalersi della facoltà di sospendere gli obblighi derivanti dalla Convenzione europea per i diritti umani (CEDU) facendo ricorso alla clausola derogatoria contenuta nell’art. 15 della Convenzione stessa, ed altresì ha comunicato all’Ufficio OHCHR delle Nazioni Unite la deroga a numerosi articoli ICCPR[1].

La proclamazione dello stato di emergenza ha consentito l’estensione del “trattamento speciale” prima riservato agli avvocati di Ocalan e dei terroristi di sinistra, a tutta la categoria dell’avvocatura indipendente, identificata con il “nemico” di volta in volta difeso, e per ciò solo perseguitata. Si è registrato un vero e proprio passaggio da un utilizzo indiscriminato del diritto penale del nemico alla società del controllo totale.

Le parole migliori per descriverla sono quelle di un avvocato turco intervistato da HRW nel luglio 2018: “For courts to see no distance between a lawyer and their client is a new development. If a lawyer defends a Kurd these days that makes him a Kurdish nationalist. If he defends a FETÖ suspect he is a FETÖ member. As a lawyer you meet your client in prison and you have no possibility of confidential communication since there’s a prison guard present, a microphone, and a camera. In court, the judges accept none of your requests, such as hearing independent expert witnesses. We are seeing eight-hour trial hearings which are purely symbolic and in which nothing is taken seriously. The courts are completely unresponsive to lawyers. There is no equality of arms left, no possibility of being able to look the judge in the eye.”[2]

Vale la pena tuttavia ricordare sinteticamente in ordine cronologico tutti i provvedimenti che hanno colpito l’avvocatura durante lo stato di emergenza, che, ricordiamo, è stato prorogato in Turchia per sette volte, e cioè per due anni dopo il fallito colpo di stato, fino al 19 luglio 2018[3].

I 31 decreti emergenziali che si sono susseguiti dal 2016 al 2018[4], emessi ai sensi dell’art. 121 della Costituzione turca[5], oltre ad aver disposto le famigerate “purghe”, hanno introdotto fortissime compressioni al diritto di difesa. Qui sinteticamente si citano solo alcune delle disposizioni principali, al fine di intellegibile la portata della normazione emergenziale, sia per il numero di persone raggiunte da misure limitative della propria libertà personale e comunque incidenti sui propri diritti fondamentali in maniera significativa, sia per la compressione del diritto alla difesa ed al giusto processo.

Con il decreto emergenziale (d.e.) n. 667 del luglio 2016, è stata disposta l’estensione del fermo di polizia e la videoregistrazione e limitazione dei colloqui tra indagato/imputato e difensore. Sono state introdotte deroghe al diritto dell’imputato di comparire in udienza, anche se si tratta di udienza di convalida di misura cautelare personale. E’ stato imposto di omissare i nomi della polizia giudiziaria in tutti gli atti. Il Pubblico Ministero è stato autorizzato a presentare in udienza un capo di imputazione provvisorio. E’ stata estesa la possibilità di cancellazione del passaporto anche al coniuge della persona che sia licenziata o indagata per presunti legami terroristici.

Con il d.e. 668 del luglio 2016 sono stati chiusi 45 giornali, 16 televisioni, 15 riviste, 3 agenzie stampa, 23 radio e 29 editori, ed è statat autorizzata la polizia ad interrogare ed arrestare le persone senza previa delega della magistratura.

Con il d.e. 669 dello stesso mese sono stati licenziati oltre 2000 tra militari e poliziotti, e scarcerati 38mila detenuti.

Con i d.e. 670 e 671 dell’agosto 2016 sono state chiuse tutte le scuole militari e riordinato il sistema scolastico militare. Tutte le compagnie di telecomunicazioni sono state obbligate a provvedere entro due ore agli ordini che, in esecuzione dei d.e., dispongano intercettazioni e controllo di internet, con immediato trasferimento dei dati all’autorità richiedente.

Nel settembre 2016 sono stati emanati i d.e. n. 672, 673 e 674, con i quali sono stati imposti il rientro di giudici e pubblici ministero andati spontaneamente in pensione (672) ed il riassetto dell’organizzazione penitenziaria (673). E’ stato disposto il commissariamento delle municipalità i cui membri fossero stati indagati, il che potrebbe apparire una disposizione secondaria, ma non lo è se si considera che Erdoğan ha costruito il suo consenso interno identificando il partito filo-curdo di opposizione HDP come “braccio politico” del PKK, sicché il numero di sindaci[6], assessori e consiglieri delle municipalità a guida HDP indagati per terrorismo e rimossi dal loro incarico già prima del decreto, nel corso delle operazioni antiterrorismo del 2015, è impressionante. Per non parlare poi degli attacchi alle sedi del partito HDP, successivi alle elezioni del 7 giugno 2015[7], e che si sono susseguiti in tutto il Paese per mesi: ben 105 solo tra il 6 e l’8 settembre 2015[8], cioè una settimana dopo l’entrata in vigore del decreto emergenziale 672, con cui il governo turco ha commissariato tra il 2016 ed il 2018, 95 Comuni di 102 a guida curda (HDP), ed arrestato 93 sindaci. 15 di loro sono stati già condannati. La maggior parte di loro è ancora dietro le sbarre[9]. In totale, quasi 15'000 membri e rappresentanti eletti del partito HDP membri e rappresentanti eletti sono stati arrestati. 5'000 di loro sono ancora detenuti. In una conferenza stampa del 7 gennaio 2020, l'HDP ha dichiarato che nel solo 2019 ci sono stati 4567 arresti e 797 detenzioni. Cioè il governo turco ha continuato ad utilizzare i decreti emergenziali per perseguitare i politici curdi anche dopo la fine dello stato di emergenza, senza sottoporre le disposizioni emergenziali al vaglio del parlamento come prescritto dalla legge. Ad oggi, 20 co-sindaci HDP eletti nel marzo 2019 e almeno 27 sindaci curdi eletti alle elezioni amministrative del 2014 restano dietro le sbarre. Decine di altri sindaci eletti nel 2014 e nel 2019 hanno trascorso anni ìnteri in prigione prima di essere rilasciati, senza aver potuto assumere la loro carica.

Va poi osservato che da tale persecuzione non sono rimasti indenni i vertici nazionali del partito. Infatti prima ancora dell’adozione di tale decreto emergenziale, e prima ancora del colpo di stato, a maggio del 2016 era già stata approvata la riforma costituzionale che modificava l’art. 83 della Costituzione, prevedendo l’abolizione dell’immunità parlamentare nei confronti dei parlamentari indagati. A seguito di questo emendamento, il numero di procedimenti aperti nei confronti dei parlamentari di opposizione è aumentato del 200%. I co-presidenti del partito HDP e parlamentari Selahattin Demirtaş e Figen Yuksekdag sono stati arrestati il successivo novembre insieme ad altri 11 deputati HDP. Ad oggi, solo quattro di loro sono stati rilasciati. Nel settembre 2018 Demirtaş è stato condannato a quattro anni e otto mesi di carcere per aver diffuso propaganda terroristica, guidato un gruppo terroristico e incitato all'odio e all'ostilità del pubblico[10]. Tra dicembre 2015 ed aprile 2016, sono stati aperti 510 fascicoli di indagine nei confronti dei parlamentari curdi dell’HDP, la maggior parte dei quali per reati di opinione[11] collegati ai fatti occorsi durante i coprifuoco, per i quali è stata rimossa l’immunità. L’HDP ha commentato affermando che “Revocando le immunità dei deputati HDP il regime di Erdoğan ha ottenuto qualcosa che non avrebbe potuto raggiungere in precedenza tramite i mezzi legali e paralegali a sua disposizione: e cioè l’esclusione dell’opposizione dei curdi e dei loro alleati, che è basata su una piattaforma democratica, attraverso un colpo amministrativo ben architettato”. La portata della persecuzione è stata così significativa da venire criticata anche dall’IPU[12] e dalla Commissione Venezia del Consiglio d’Europa, che, con l’opinione del 14.10.2016 ha affermato che “L'attuale situazione nella magistratura turca rende questo il momento peggiore possibile per abolire l'inviolabilità” e che “L'emendamento costituzionale del 12 aprile 2016 è stato una misura ad hoc, un provvedimento “one shot”, ad homines, diretto nei confronti di 139 singoli deputati per cause già pendenti prima della costituzione del Parlamento. Agendo come potere costituente, la Grande Assemblea Nazionale ha mantenuto il regime di immunità come stabilito negli articoli 83 e 85 della Costituzione per il futuro, ma ha disposto la deroga a questo regime per casi specifici riguardanti persone identificabili, sebbene mediante l’utilizzo di un linguaggio generico. Si tratta di un uso improprio della procedura di modifica costituzionale.” [13]

Significative in tal senso le due pronunce della Corte Europea per i diritti umani relative al “caso Demirtaş”, che hanno confermato la natura strumentale e persecutoria della riforma costituzionale. Con la prima pronuncia del 20 novembre 2018, nel procedimento  Selahattin Demirtaş c. Turchia, la Corte ha accertato la violazione degli articoli 5, par. 3, 18 e 3 del Protocollo n. 1 alla Cedu stabilendo che la detenzione di Selahattin Demirtaş doveva cessare, in quanto perseguiva il secondo fine predominante di reprimere il pluralismo e limitare la libertà del dibattito politico. Nello specifico la Corte aveva dichiarato all'unanimità, che ci era stata violazione dell'articolo 5 § 3 della Convenzione, e 5 § 4 perché, sebbene egli fosse stato arrestato e detenuto con "ragionevole sospetto" di aver commesso un reato, visti i motivi addotti dai tribunali nazionali, ha ritenuto che le autorità giudiziarie abbiano ingiustificatamente prolungato la durata della misura cautelare in carcere. La Camera ha inoltre ritenuto, all'unanimità, che vi era stata violazione dell'articolo 3 del Protocollo N. 1 (diritto a libere elezioni) della Convenzione in quanto, sebbene il signor Demirtaş avesse mantenuto il suo status di membro del parlamento per tutta la durata del suo mandato, ha riscontrato che la sua incapacità di prendere parte alle attività dell'Assemblea Nazionale a seguito della sua custodia cautelare avevano costituito un’ingiustificata ingerenza con la libera espressione dell'opinione popolare e con il suo diritto ad essere eletto e a sedere in Parlamento. La Camera ha inoltre dichiarato, con sei voti contro uno, che vi era stata violazione dell'articolo 18 (limitazione

sull'uso delle restrizioni sui diritti) in combinato disposto con l'articolo 5 § 3. Ha ritenuto che fosse stato stabilito oltre ogni ragionevole dubbio che il prolungamento della custodia cautelare in carcere del sig. Demirtaş, in particolare durante due campagne cruciali, vale a dire il referendum costituzionale e le elezioni presidenziali, aveva perseguito lo scopo ulteriore predominante di soffocare il pluralismo e limitare la libertà del dibattito politico, che è al centro del concetto di società democratica[14]. La sua avvocata Benan Molu ha affermato  che si è trattato della prima volta che la Turchia è stata condannata per violazione dell’Articolo 18, l’unico non approvato all’unanimità. La violazione è stata infatti approvata con 6 voti a favore e uno contrario, dove Işıl Karakaş, la giudice che rappresenta la Turchia, si è dissociata dalla decisione[15]. Il 18.3.2019 la Grande Camera ha accettato di pronunciarsi su ricorso di entrambe le parti. Il 22.12.2020 è stata pubblicata la sentenza nel procedimento Selahattin Demirtaş c. Turchia (2), che è particolarmente significativa e merita in una disamina approfondita in separata sede. Basti qui ricordare che, con riferimento al giudizio circa l’illegittimità della rimozione dell’immunità parlamentare dal quale siamo partiti verso questa digressione, la Corte EDU richiama testualmente l’opinione del 14.10.2016 della Commissione Venezia, affermando che l'emendamento costituzionale del 20 maggio 2016 è un emendamento ad homines una tantum, senza precedenti nella tradizione costituzionale turca, che ha costituito un “uso improprio della procedura di modifica costituzionale”. La Corte ha quindi ritenuto che vi era stata violazione dell’articolo 10 della Convenzione, perché  l'ingerenza nell'esercizio della libertà di espressione del ricorrente non soddisfaceva il requisito della prevedibilità, poiché difendendo un punto di vista politico, il ricorrente avrebbe potuto legittimamente aspettarsi di godere dei benefici del quadro giuridico costituzionale in vigore, e quindi dell'immunità per i discorsi pronunciati nell’esercizio delle sue funzioni, che gli è stata invece negata a seguito della riforma costituzionale. La Grande Camera ha poi confermato anche tutte le altre violazioni già riscontrate nel 2018 dalla Camera. La sentenza della Corte del 2020 può definirsi coraggiosa, in quanto riconosce la natura strumentale alla compressione dei diritti fondamentali del ricorrente del lungo periodo di detenzione, e quanto ciò incida sullo stato di diritto. La Corte ha attribuito un peso considerevole alle osservazioni dei terzi intervenienti, ed in particolare al Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, che aveva indicato l’utilizzo strumentale della legislazione nazionale per mettere a tacere le voci dissenzienti. La Corte ha rimarcato che il ricorrente in particolare era stato privato della sua libertà durante due cruciali campagne, quella del referendum del 16 aprile 2017 e quella delle elezioni presidenziali del 24 giugno 2018. A giudizio della Corte, la sua custodia cautelare gli aveva senza dubbio impedito di contribuire efficacemente alla campagna contro l'introduzione di un sistema presidenziale in Turchia. Inoltre, era evidente che gli oppositori politici del ricorrente erano stati avvantaggiati dal fatto che egli avesse dovuto condurre la sua campagna elettorale dal carcere. Secondo la Corte poi il fatto che non solo la voce del ricorrente, ma anche quella degli  altri parlamentari HDP e sindaci eletti, fosse stata silenziata attraverso la detenzione cautelare, e per un periodo così lungo, non solo aveva privato migliaia di elettori di rappresentanza in Assemblea Nazionale, ma aveva  anche mandato un pericoloso messaggio all'intera popolazione, riducendo sensibilmente l'ambito del libero dibattito democratico.

Ritornando alle misure introdotte con i decreti emergenziali, con i d.e. 675 e 676 dell’ottobre 2016, hanno disposto il licenziamento di oltre 10.000 pubblici impiegati, oltre 2700 impiegati del ministero della salute, ed oltre 1200 del ministero dell'educazione. E’ stata disposta la cancellazione dalle scuole pubbliche turche degli studenti presenti in Gran Bretagna, negli Stati Uniti ed in Canada, ed è stata tagliata la borsa di studio per coloro che si trovavano in programmi di scambio all’estero. C'è stata poi una stretta sul controllo delle università, con il licenziamento di oltre 1200 accademici scomodi e previsione in capo al Presidente della Repubblica del potere di nomina dei rettori. Sotto il profilo del diritto alla difesa, è stata imposta per legge la registrazione e la trasmissione al pubblico ministero dei colloqui tra difensori e detenuti.

Con riferimento al licenziamento degli accademici, vale la pena ricordare la portata massiccia dell’operazione punitiva portata avanti nei confronti dei c.d. “accademici della Pace”. Nel gennaio 2016, molti eminenti docenti di università pubbliche e private (medici, ingegneri, architetti, scienziati, economisti, letterati, giuristi), con una conferenza stampa, resero pubblico un appello dal nome “Non saremo parte di questo crimine” che chiedeva la fine delle operazioni militari dell’esercito turco nel sud est a maggioranza curda. L’appello ebbe 1.128 firmatari, tutti accademici turchi, cui si aggiunsero  alcune centinaia di accademici e ricercatori di altre parti del mondo, fra cui intellettuali come Noam Chomsky e David Harvey. Gli accademici denunciavano come dietro la patina delle operazioni antiterrorismo si nascondessero in realtà violenze sproporzionate nei confronti dei civili: città assediate e distrutte, stragi, torture, definendo la violenza in atto “un massacro deliberato e pianificato”. Tutti i firmatari sono stati indagati per propaganda a favore di organizzazioni terroristiche (KCK/PKK)  ai sensi dell'articolo 7/2 della legge turca contro il terrorismo e dell'articolo 53 del codice penale turco. Hanno tutti perso il loro lavoro, prelevati dalla polizia negli atenei, professori o all’alba dalle loro case davanti ai familiari, le porte dei loro uffici sigillate e in alcune casi vandalizzate. Alcuni sono stati arrestati, altri hanno “solo” ricevuto il divieto di uscire dal Paese. Nel 1984 il leader della giunta militare Kenan Evren aveva preso di mira gli intellettuali che chiedevano democrazia durante il colpo di stato militare. Kenan aveva definito gli intellettuali “traditori”. Dopo 32 anni il presidente turco Reccep Tayyip Erdoğan ha fatto la stessa dichiarazione affermando: ”Questi intellettuali chiedono a persone di altri paesi di seguire la situazione in Turchia. Sono dei traditori.” Il boss mafioso nazionalista Sedat Peker li ha minacciati con queste parole: "Faremo scorrere il vostro sangue" e "Faremo il bagno nel vostro sangue". Molti di loro oggi sono rifugiati in Europa[16].

Il numero totale di accademici vittime delle purghe in Turchia nel corso dello stato di emergenza è di 6081. 398 di loro erano gli “accademici per la pace”[17].

Molti degli accademici per la pace sono stati condannati a pene detentive comprese tra 15 mesi e 3 anni[18]. E’ stata sospesa l’esecuzione della pena nella maggior parte dei casi, ma per 29 accademici no, in quanto la pena detentiva in questione era superiore a 2 anni. Nel luglio 2019, la Corte costituzionale turca ha stabilito che i diritti di espressione dei firmatari della petizione erano stati violati, e nel settembre 2019 un tribunale turco per la prima volta ha assolto uno degli Accademici per la pace. Grazie all’intervento della Corte Costituzionale 171 accademici per la pace sono stati dichiarati innocenti da 17 tribunali separati a settembre 2019[19].

Con i d.e. 677 e 678 del novembre 2016 sono state chiuse 375 associazioni accusate di mettere in pericolo la sicurezza internazionale. Tra queste numerose associazioni di avvocati, di giudici e fondazioni per i diritti umani, le quali svolgevano una funzione cruciale nella promozione dell’applicazione dei principi del giusto processo, per la protezione dei diritti dei detenuti e nel rapportare sulle violazioni dei diritti umani ( ÖHD, CHD, MHD, IHD, TOHAV, YARSAV).

Con il medesimo decreto è stato previsto che tutti i dipendenti di scuole e istituzioni guleniste licenziati, indagati per presunti legami terroristici, con il passaporto proprio e del coniuge cancellato ed i beni già sequestrati,   lasciassero entro 15 giorni gli alloggi pubblici dei quali disponevano e che non potessero mai più a vita avere lavori di pubblico impiego.

Con i d.e. n. 679, 680 e 681, 682 e 683 del gennaio 2017 sono state disposte ulteriori “liste di proscrizione” per pubblici ufficiali ed accademici sospettati di essere in contatto o affiliati di organizzazioni terroristiche, ed è stata disposta la revoca della cittadinanza a chi si trovasse all’estero ed entro 90 giorni non avesse risposto all’avviso a comparire.

Con il d.e. 684 del gennaio 2017 è stato diminuito il periodo di custodia di 30 giorni, a 7 giorni, prendendo in considerazione le raccomandazioni del Consiglio d'Europa, ed è stata abrogata la disposizione che prescrive che il colloquio con i loro avvocati delle persone arrestate possa essere limitato per un periodo di cinque giorni.

Con i d.e. 686 e 687 del febbraio 2017, sono state previste specifiche relative ai funzionari del pubblico impiego colpiti dalle misure ed alla gestione dei beni congelati durante le operazioni.

Con i d.e. 688 e 689 del marzo 2017 sono state revocate le misure adottate nei confronti di alcuni pubblici ufficiali e studenti che si trovavano all’estero.

Con il d.e. 690  dell’aprile 2017 sono state adottate disposizioni in materia di competenza giudiziaria e per la nomina dei membri della Commissione d'inchiesta sullo stato di emergenza.

Con il d.e. 691 del giugno 2017 vengono introdotte ulteriori misure accessorie alla legislazione antiterrorismo. Con il d.e. 692 del luglio 2017 sono state disposte nuove “purghe” e con i d.e. 693 e 694 dell’agosto 2017  sono continuate le “purghe” e sono state disposte nuove chiusure di associazioni ed agenzie stampa. Il periodo massimo di detenzione preventiva per i reati in materia di terrorismo è stato aumentato da tre a cinque anni. E’ stato introdotto il diritto all’esame in forma protetta degli investigatori. Si è prevista la possibilità di riservare la decisione e dare lettura del dispositivo della sentenza anche nelle ipotesi in cui l’avvocato difensore dell’imputato non sia in udienza e non abbia rassegnato le proprie conclusioni. Con il d.e. 695 del dicembre 2017 sono stati licenziati altri 115 pubblici ufficiali.  Con il d.e. 696 dello stesso mese sono state introdotte modifiche al codice di procedura penale lesive del diritto alla difesa, come la previsione che è consentito il proseguimento del processo anche quando neppure l’avvocato d’ufficio si presenti in udienza senza giustificato motivo, o come l’introduzione per il pubblico ministero della possibilità di ricorrere avverso le decisioni che dispongano il rilascio del sospettato o dell’accusato. In materia di esecuzione della pena, è stato introdotto l’obbligo di indossare le divise fornite dall’amministrazione penitenziaria, a pena di sanzione disciplinare. E’ stata poi disposta l’immunità totale per tutte quelle azioni compiute dai civili “che hanno agito per proteggere la democrazia durante il tentativo di colpo di stato terroristico”. Con il d.e. 697 del gennaio 2018, è stata chiusa una radio e sono continuate le “purghe”. Alcuni pubblici ufficiali con gli ultimi decreti sono stati reimmessi nel loro impiego.

Si tenga conto che dei pubblici ufficiali vittime delle purghe, stando ai numeri ufficiali, il numero di giudici e pubblici ministeri licenziati ed indagati è stato di 3926, cioè il 30% circa dei magistrati in carica all’epoca in Turchia[20].  

2. L’impatto sociale dei decreti emergenziali e la normalizzazione dell’emergenza

L’impatto dei decreti emergenziali sull’accesso alla giustizia, di sopra accennato, non può essere letto disgiuntamente all’impatto socio-economico delle misure disposte dai medesimi decreti: i decreti emergenziali hanno costituito uno strumento sistematico di

oppressione contro persone di tutte le età, generi, religioni, in generale per tutte/i coloro che  non si adattavano all'ideologia, alle politiche, alle pratiche o all'agenda del governo, che per questo motivo sono state etichettate, accusate di coinvolgimento nella trama del colpo di stato o di essere nemici dello stato con vari pretesti. Per la loro “neutralizzazione” sono stati utilizzati i  poteri di emergenza, associate alle già esistenti  leggi sul terrorismo formulate in modo vago. Di conseguenza, le autorità governative sono state in grado di sospendere, licenziare ed eliminare più di 250.000 persone con posizioni nel settore pubblico e arrestare o detenere più di 130.000 di loro in un breve lasso di tempo. Inoltre centinaia di istituzioni del settore privato, imprese, associazioni, fondazioni, media, canali televisivi sono stati chiusi, persino confiscando alcuni dei loro beni o facendole rilevare da amministratori nominati dal governo. Azioni di questo tipo hanno creato danni incommensurabili e immense vittimizzazioni di uomini d'affari e lavoratori anche nel settore privato. Quindi, migliaia di persone che lavoravano nel settore pubblico, privato e volontario venivano arrestate, detenute o imprigionato in quei processi. Di conseguenza, volendo fare una stima delle vittime primarie e secondarie dell’abuso dei poteri emergenziali da parte del governo, il numero supera 1.200.000 persone[21].

Il governo ha goduto così tanto dei poteri dello stato di emergenza che lo ha prorogato più e più volte, avvicinando la sua durata di applicazione a due anni.

Finito lo stato di emergenza, le disposizioni liberticide introdotte con i decreti emergenziali sono state riassorbite nella legislazione ordinaria, normalizzando l’eccezione. Infatti, con le nuove leggi introdotte nel luglio 2018, ed in particolare con la legge n. 7145, è stato consentito al Presidente ed all'esecutivo di mantenere i poteri conferiti loro nel quadro dello stato di emergenza, che pertanto di fatto prosegue con tutte le limitazioni che ciò comporta per la compromissione definitiva della situazione dello Stato di diritto e dei diritti umani in Turchia, considerato che molte delle procedure in vigore durante lo stato di emergenza ancora oggi sono applicate dalle forze di polizia e dai funzionari locali.  

3. La riforma presidenziale in Turchia

Non si deve poi dimenticare che medio tempore, ad un anno dal fallito colpo di stato, tra un decreto emergenziale e l’altro, con il leader dell’opposizione in carcere, si è tenuto, durante lo stato di emergenza, nell’aprile 2017, il referendum costituzionale che ha introdotto il sistema presidenziale in Turchia. Il giudizio che, a tre anni di distanza, è pervenuto da parte della Corte EDU nell’ambito del caso Demirtaş, è stato tranchant, circa la sua illegittimità. Infatti questa riforma elettorale è stata votata durante lo Stato di Emergenza, da un Parlamento in cui il leader dell’opposizione democratica Selahattin Demirtaş , la copresidente del partito HDP Figen Yüksekdağ e numerosi parlamentari si trovavano all’epoca (e si trovano tuttora) in custodia cautelare in carcere, in conseguenza dell’emendamento costituzionale votato il 20.5.2016 che aveva rimosso l’immunità per i parlamentari indagati. Sicché il Parlamento (monco) aveva iniziato a discutere la riforma costituzionale il 9 gennaio 2017. Quel giorno, una manifestazione pacifica di protesta davanti al Parlamento è stata dispersa dalla Polizia con la violenza. Il dibattito parlamentare è stato contrassegnato da episodi di violenza fisica tra i parlamentari del partito di maggioranza AKP e quelli del partito CHP. Sono state mosse accuse di violazione della segretezza del voto.  Il Parlamento ha adottato la riforma costituzionale il 21 Gennaio 2017, con 339 voti a favore, 142 voti contrari, 5 voti bianchi e 2 voti nulli. Il Presidente ha firmato il testo della riforma il 10 febbraio 2017 e fissato il referendum elettorale il 16 aprile 2017. Molte fonti autorevoli ed istituzionali hanno evidenziato che nel merito la riforma costituzionale mira ad introdurre un “sistema presidenziale alla turca” irrispettoso del principio democratico fondamentale della divisione dei poteri e del bilanciamento dei poteri tra gli organi costituzionali. Numerose sono state le censure di illegittimità segnalate in particolare dalla Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, con l’opinione  875/2017[22].  E’ stata censurata in primo luogo la tempistica e la regolarità della procedura costituzionale. La Commissione sul punto ha affermato senza mezzi termini che “se una riforma costituzionale deve essere necessariamente approvata durante uno stato di emergenza, devono essere rimosse tutte le restrizioni alle libertà politiche oppure il referendum deve essere rimandato dopo il termine dello stato di emergenza”. Infatti, sebbene la Costituzione turca non impedisca l’adozione di riforme costituzionali durante lo Stato di emergenza, a differenza di numerose altre costituzioni, è evidente che nessuna riforma elettorale può dirsi democratica se avviene in un contesto dove non è assicurata la libertà di espressione del pensiero e di manifestazione, in assenza della possibilità di un discorso democratico sul testo della riforma. La Commissione ha rilevato che con oltre 150 media chiusi per decreto emergenziale, è palese che i pochi altri rimasti aperti adotteranno una sorta di autocensura preventiva su un tema così scottante, con l’esito di una probabile campagna elettorale monolaterale. A ciò si aggiunga che la regolarità della procedura parlamentare è stata minata da molteplici fattori ed in particolare dalla sua breve durata, dall’assenza di 11 deputati di opposizione al momento del dibattito e della votazione, in quanto detenuti in custodia cautelare in carcere a seguito dell’eliminazione dell’immunità parlamentare (nonostante la Commissione di Venezia avesse già con sua precedente nota chiesto il ripristino dell’immunità parlamentare), dalla violazione del voto segreto, addirittura attraverso la videoregistrazione e la diffusione televisiva della procedura in forma integrale, che ha consentito di identificare gli astenuti dal voto e di mostrare deliberatamente il proprio voto ad altri parlamentari, ed è stata mandata in onda televisivamente. La Commissione di Venezia inoltre ritiene che il regime presidenziale “alla turca”, ben lontano dal sistema presidenziale statunitense, poiché attribuisce enormi poteri al Presidente, senza prevedere un idoneo sistema di contropoteri, rischia piuttosto di assomigliare a uno dei tanti regimi autoritari asiatici, africani o latinoamericani che hanno tratto solo ispirazione dal sistema statunitense, senza riproporre le medesime garanzie di separazione dei poteri, in particolare per quanto riguarda il controllo dell’operato del Presidente. Davanti all’impressionante numero di nuovi poteri attribuiti al Presidente, i contropoteri attribuiti al Parlamento sono stati ritenuti del tutto insufficienti. Anche per quanto riguarda l’indipendenza del potere giudiziario, la Commissione di Venezia ha ritenuto gli emendamenti costituzionali sottoposti al referendum si pongono in contrasto con gli standard europei in quanto riducono l'indipendenza del potere giudiziario nei confronti del presidente. Senza mezzi termini, la Commissione di Venezia ha rilevato che “le modifiche costituzionali rappresentano un pericoloso passo indietro nella tradizione costituzionale democratica della Turchia”, ed ha voluto sottolineare “i pericoli di degenerazione del sistema proposto verso un regime autoritario e personalistico”, rimarcando che “l’attuale stato di emergenza non garantisce il setting democratico dovuto per l’esercizio di un referendum costituzionale”. La campagna elettorale infatti è stata caratterizzata da incidenti diplomatici all’estero da parte dell’AKP, ed all’interno del Paese da numerosi episodi di repressione di ogni tentativo di campagna elettorale per il no. Basti pensare al licenziamento di Irfan Degirmenci, storico conduttore di programmi di in-formazione sull'emittente nazionale Kanal D, licenziato per aver dichiarato su Twitter il suo 'no' al referendum. O all’arresto del 21enne studente universitario Ali Gül, per essere comparso in un video - diventato virale in rete - in cui promuove il “No” al referendum.  Un rapporto pubblicato dal quotidiano Cumhuriyet, che ha monitorato i passaggi televisivi e radiofonici dei vari partiti del panorama politico nazionale, riporta che in 22  giorni la tv e radio di stato turche hanno concesso al partito AKP 4.113 minuti, di cui solo ad Erdoğan 1309, al CHP 216 minuti, al Movimento nazionalista 48 minuti, all’HDP 1 minuto. Fanatici dell’AKP hanno colpito anche in Europa, con un’aggressione in danno di curdi che si recavano a Brussels in consolato turco per registrarsi per il voto. Tre sono le persone che hanno riportato conseguenze dall’aggressione, una donna in particolare è stata ferita al collo.

Il referendum costituzionale del 16 aprile 2017 ha costituito uno spartiacque storico in grado di segnare le sorti della democrazia in un importante Paese membro del Consiglio d'Europa e della NATO. Ha costituito l’occasione per Erdoğan di monopolizzare tutte le funzioni legislative, esecutive e giudiziarie.

Volendo spiegare in maniera elementare ed in pochi passaggi il contenuto della riforma in senso presidenziale[23], si può illustrare il venir meno della separazione dei poteri sintetizzando come segue: Il Presidente della Repubblica ha assunto i poteri del presidente del Consiglio dei ministri e del Consiglio dei ministri, e queste cariche sono state abolite. E’ il Presidente della Repubblica che indica il Parlamento una rosa dei ministri tra cui scegliere. Il Parlamento non ha più il potere di controllare o di istituire i ministri, e non ha più il potere di sfiducia nei confronti del Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica può essere anche il capo di un partito, assumendo il potere di scelta della lista dei deputati. Può sciogliere unilateralmente il Parlamento. Può porre il veto sul bilancio. Può emanare decreti anche aventi lo stesso contenuto di una legge respinta dal Parlamento. Il veto del presidente su una legge può essere superato solo da 301 parlamentari su 600. Il Presidente della Repubblica può creare per decreto nuovi ministeri, enti pubblici e paramilitari. Il Presidente della Repubblica elegge 12 dei 15 giudici costituzionali che hanno il potere di controllo sui decreti da lui emessi. Nomina funzionari, burocrati, dirigenti scolastici, rettori ed il Ministro dell’Istruzione. Ha il comando supremo delle forze militari del paese. Può proclamare lo stato di emergenza. Nomina ambasciatori. Nomina il Ministro della Giustizia e sei dei 12 Consiglieri del Consiglio Supremo della Magistratura. Nessuno se non la Corte Costituzionale, per metà da lui nominata, può controllare il suo operato e quello dei suoi eletti.

A mio parere, non sarebbe scorretto parlare di dittatura.  

4. La persecuzione degli avvocati in Turchia durante e dopo lo stato di emergenza

Si è già detto della persecuzione subita dagli avvocati in Turchia per aver difeso le vittime dei crimini contro l’umanità e denunciato e perseguito le gravi violazioni dei diritti umani commesse dalle forze militari turche nel sud-est curdo durante le operazioni anti-terrorismo portate avanti dopo l’interruzione del processo di pace.

Si è già detto anche di come pure durante lo stato di emergenza, dal 2016 al 2018, gli avvocati siano stati in prima linea nella denuncia delle torture, dei trattamenti disumani e degradanti[24] e delle sparizioni forzate[25] di coloro che erano sospettati di legami con le organizzazioni terroristiche.

Se vogliamo invece prendere in esame esclusivamente l’impatto dei decreti emergenziali sulla classe forense, i numeri non sono meno impressionanti di quelli riferiti ad altre categorie: il report del gruppo “Arrested Lawyers Initiative”[26] ha documentato in Turchia tra il 2016 ed il 2020 l’arresto di 14 Presidenti dell’Ordine degli Avvocati, oltre 600 avvocati e l’avvio di indagini per terrorismo nei confronti di oltre 1500 di loro.

Gli avvocati sono stati senza dubbio uno dei gruppi più colpiti, perché colpire loro ha significato ostacolare la difesa dei “nemici” che loro assistevano, e con i quali sono stati indebitamente identificati.

Si è già detto di come i decreti emergenziali abbiano compresso il diritto alla difesa, eliminando la privacy nella relazione tra l’avvocato ed il suo assistito detenuto, e restringendo le possibilità di incontro[27]. Anche le possibilità di accesso al fascicolo di indagine sono state ristrette[28], ed è stato addirittura previsto che l’udienza possa svolgersi anche in assenza del difensore dell’imputato, e che il processo possa concludersi anche senza che egli abbia rassegnato le conclusioni[29]. E’ stato poi previsto che un avvocato indagato per aver fondato un'organizzazione criminale, fondato e guidato un'organizzazione armata e per accuse di terrorismo, possa essere escluso dal suo dovere di avvocato se difende una persona indagata o imputata per le medesime fattispecie[30].

Il rapporto di “The Arrested Lawyers Initiative” ha stimato che il numero di avvocati  a cui è stato vietato rappresentare i propri clienti si è ormai avvicinato a 400, e che la maggior parte di questi è stata indagata in quanto membro di una delle associazioni di avvocati chiuse dai decreti emergenziali del novembre 2016[31]. Basti ricordare tra le associazioni chiuse la Progressive Lawyers Association (Çağdaş Hukukçular Derneği) della quale fanno parte  Aytaç Ünsal ed Ebru Timtik, e molti membri della quale sono ad oggi ancora in carcere, incluso il Presidente, Selcuk Kozagacli, e la sorella di Ebru, Barkin Timtik, nonché purtroppo di nuovo anche  lo stesso  Aytaç Ünsal; e la Lawyers for Freedom Association (Özgürlükçü Hukukçular Derneği), della quale fanno parte Ramazan Demir , di cui sopra si è riferito, e Levent Puskin, collega attivo nella difesa dei diritti LGBTQI, di recente assolto dall’accusa a suo carico[32].

Oltre che agli avvocati attivi nelle associazioni forensi impegnati nella tutela dei diritti umani, l’attacco si è rivolto anche nei presidenti degli ordini forensi critici con la politica presidenziale, e numerose indagini sono state avviate anche a partire dalle dichiarazioni pubbliche rilasciate dagli esponenti dell’Ordine. Fatto di cronaca recente è l’apertura di un’indagine nei confronti degli esponenti degli Ordini forensi di Ankara, Izmir e Diyarbakır, per aver criticato una dichiarazione che costituiva un discorso d'odio contro gli omosessuali, pronunciata dal capo della direzione degli affari religiosi. L’indagine per “insulto ai valori religiosi di una parte della popolazione” è partita proprio a seguito della denuncia proposta dal Capo della Direzione Affari Religiosi[33].

Non solo agli avvocati indagati per terrorismo è stato impedito di rappresentare i propri assistiti indagati per la medesima fattispecie ma, cosa ancor più grave, a molti avvocati è stato impedito di raggiungere o mantenere il titolo solo in ragione del fatto di essere sottoposti ad indagini. I numeri, anche in questo caso, sono impressionanti: Secondo le statistiche ottenute dall'UTBA, al 13 agosto 2020, c'erano 1252 casi presentati dal Ministero della Giustizia contro decisioni di ammissione. In 376 casi è stata annullata l’iscrizione. In 175 casi la richiesta del Ministero è stata respinta. 701 casi erano ancora in sospeso[34].

Come evidenziato dai colleghi turchi che hanno denunciato la situazione: “È evidente che l'impossibilità di esercitare la professione di avvocato non riguarda solo il individuo interessato, ma anche altri che hanno bisogno di essere difesi. Laddove gli ordini degli avvocati rischiano la separazione secondo le opinioni politiche nel sistema recentemente modificato (di cui si dirà tra poco), questa ingerenza con la professione di avvocato mira a dissuadere gli studenti dissidenti all’università dall'esercizio dei propri diritti e libertà, ad escludere dalla professione individui che non sono ritenuti "graditi", per "pulire" il futuro della professione di avvocato da persone con determinate opinioni e  per lasciare "un certo gruppo di persone" indifeso, senza avvocati”[35].

Ma come se non bastasse l’impatto dei decreti emergenziali sulla già misera vita degli avvocati turchi, altri colpi ulteriori hanno contribuito a smantellare definitivamente la labile parvenza di legalità rimasta, e ad indebolire il ruolo dell’avvocatura mediante ulteriori e gravi interferenze.  Infatti con decreto presidenziale n.5/2018, la Presidenza turca si è arrogata l'autorità per ispezionare gli ordini degli avvocati e sospendere il loro presidente e membri del consiglio (articolo 6) 15. E’ chiaro che il potere della Presidenza turca di sospendere i dirigenti eletti di consiglio dell’Ordine ha compromesso in modo significativo la loro indipendenza.

Come se ciò non fosse sufficiente, al termine dello stato di emergenza, il 15 luglio 2020, è entrata in vigore la legge di riforma degli ordini forensi, che prevede che nelle province in cui gli avvocati iscritti agli ordini locali siano più di 5000, sia possibile creare più di un ordine forense, su richiesta di almeno duemila iscritti. Inoltre, aumenta il numero di delegati che ogni ordine può inviare a rappresentarlo all’Unione Turca degli Ordini Forensi (UTBA). La riforma è stata chiaramente pensata per privare di potere e mettere più facilmente a tacere i grandi Ordini forensi (Ankara, Izmir, Diyarbakir…) che si sono rivelati critici nei confronti del regime[36]. E’ evidente infatti che la creazione nella stessa provincia di organi multipli di rappresentanza dell’avvocatura ne favorisce la politicizzazione, e dunque mina l’indipendenza degli iscritti nell’esercizio della professione, introducendo nuovi criteri di scelta dell’Ordine a cui appartenere (come per noi, l’iscrizione è obbligatorio ai fini dell’esercizio della professione) che non siano il criterio “neutro” della competenza territoriale dell’Ordine, dando luogo a possibili discriminazioni. In tal senso si è espressa anche la Commissione Venezia del Consiglio d’Europa con l’opinione n. 991/2020[37] . Gli avvocati hanno protestato con una grande manifestazione nazionale, che è stata attaccata dalla polizia[38].

Alla luce di queste considerazioni sparse, sulle misere sorti riservate alla funzione dell’avvocatura in Turchia dal regime al potere, forse appare più chiaro il significato e la portata simbolica della lotta intrapresa dai due colleghi detenuti,  Aytaç Ünsal ed Ebru Timtik.

     

[1] E di preciso agli articoli 2,3,9,10,12,13,14,17,19,21,25,26,27.

[2] https://www.hrw.org/report/2019/04/10/lawyers-trial/abusive-prosecutions-and-erosion-fair-trial-rights-turkey

[3] https://www.hrw.org/report/2019/04/10/lawyers-trial/abusive-prosecutions-and-erosion-fair-trial-rights-turkey

[4] https://rm.coe.int/cets-005-tur-decl-annex-list-of-laws-04-05-2018/16807c80de

[5] During the state of emergency, the Council of Ministers, meeting under the chairpersonship of the President of the Republic, may issue decrees having the force of law on matters necessitated by the state of emergency. These decrees shall be published in the Official Gazette, and shall be submitted to the Grand National Assembly of Turkey on the same day for approval; the time limit and procedure for their approval by the Assembly shall be indicated in the Rules of Procedure.

[6] https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_arrested_mayors_in_Turkey

[7] https://www.hdp.org.tr/en/civilian-losses-and-assaults-at-hdp-offices-in-numbers-law-commission-report-17-june-26-august/8919/

[8] https://www.hdp.org.tr/en/attacks-against-the-peoples-democratic-party-since-september-6th-2015/8920/

[9] https://undocs.org/pdf?symbol=en/A/HRC/45/NGO/89

[10]Demirtaş è imputato in vari procedimenti e  rischia condanne per un totale di 142 anni di reclusione. L'imputazione a suo carico è stata resa nota solo mesi dopo l'inizio della detenzione. Le accuse includono l'essere tra i fondatori del PKK, sebbene Demirtaş avesse solo cinque anni quando fu fondato il PKK. Le prove a suo carico derivano dai suoi discorsi pubblici, interviste ai media e persino dalla sua partecipazione alle celebrazioni kurde del Newroz.  Al processo di Demirtaş è stato impedito a tutti gli osservatori stranieri di entrare nell'edificio del tribunale.  Il tribunale si trovava in un edificio appositamente costruito in una prigione ad alta sicurezza ad alcuni chilometri da Ankara, per l'occasione circondato da polizia armata, cannoni ad acqua e con aree riservate ai membri dell'AKP, incoraggiati ad intimidire gli osservatori. Demirtaş ha condotto l'ultima campagna elettorale dal carcere, attraverso messaggi videoregistrati e sottoposti al vaglio della censura, telefonate e lettere.

[11] https://www.hdp.org.tr/Images/UserFiles/Documents/Editor/AnAssessmentReport.pdf

[12] https://www.hdp.org.tr/Images/UserFiles/Documents/Editor/IPUdecision.pdf

[13] https://www.venice.coe.int/webforms/documents/?pdf=CDL-AD(2016)027-e , parr. 78 e 80.

[14] http://hudoc.echr.coe.int/eng?i=003-6255318-8141028

[15] https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/Sentenza-Cedu-Selahattin-Demirtaş-deve-essere-scarcerato

[16] B. Spinelli – R. Giovene di Girasole, “Manuale per osservatori internazionali dei processi. La difesa dei diritti umani”, Nuova Editrice Universitaria, p. 136. In distribuzione gratuita su richiesta al C.N.F. http://www.nuovaeditriceuniversitaria.it/Libro-la-difesa-dei-diritti-umani.html 

[17] Human Rights Foundation of Turkey, “Akademisyen İhraçları: Hak İhlalleri, Kayıplar ve

Güçlenme Süreçleri Raporu”, November 2019, https://tihvakademi.org/wp-content/uploads/2020/02/akademisyenihraclariy.pdf .

[18] https://journals.sagepub.com/pb-assets/AcademicsForPeace-March2019%20%281%29.pdf  Si veda anche: https://dipec.wp.unisi.it/wp-content/uploads/sites/14/2017/02/GROPPI-Universit%c3%a0-in-Turchia-che-fare-250217.pdf 

[19] https://en.wikipedia.org/wiki/Academics_for_Peace

[20] European Commission, 2018 Turkey Report, 17 April 2018, https://ec.europa.eu/neighbourhood-enlargement/sites/near/files/20180417-turkey-report.pdf , p. 23.

[21] https://drive.google.com/file/d/1OvlRz8Gg5EEFaIUaiP_bJtwzD281X0OT/view , p.1.

[22] https://www.venice.coe.int/webforms/documents/?pdf=CDL-AD(2017)005-e

[23] Per una lettura più approfondita si rimanda a: http://www.forumcostituzionale.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/05/chiappetta.pdf .

[24] Human Rights Foundation of Turkey, Activity Report (June 2017-June 2018), 2 June 2018, https://

tihv.org.tr/wp-content/uploads/2019/07/%C3%87al%C4%B1%C5%9Fma-Raporu-2018_tihv.Pdf  , p. 9-12; Human Rights Watch, “In Custody: Police Torture and Abductions in Turkey”, 12

October 2017, https://www.hrw.org/sites/default/files/report_pdf/turkey1017_web_0.pdf.

[25] İnsan Hakları Derneği, “2017 İnsan Hakları İhlalleri Raporu”, https://www.ihd.org.tr/2017-insan-haklari-ihlalleri-raporu-ohal-altinda-gecen-bir-yil/; Human Rights Watch, “In Custody:

Police Torture and Abductions in Turkey”, 12 October 2017, https://www.hrw.org/sites/default/

files/report_pdf/turkey1017_web_0.pdf. 

[26] https://www.consiglionazionaleforense.it/documents/20182/688046/Rapporto+febbraio+2020+dell%E2%80%99associazione+Arrested+lawyers+Initiative+sulla+persecuzione+di+massa+degli+Avvocati+in+Turchia+-+INGLESE.pdf/a2253747-2655-44aa-bb5e-2c3a5bd1c64e

[27] Art. 6 d.e. 667.

[28] Art. 3 d.e. 668.

[29] Art. 1 e 5 d.e. 676 e d.e. 696.

[30] Art. 2 d.e. 676.

[31] The Arrested Lawyers Initiative, The Rights to Defense and Fair Trial Under Turkey’s Emergency Rule, https://arrestedlawyers.files.wordpress.com/2018/02/the-rights-to-defense-fair-trialin-turkey.pdf,  p. 10.

[32] https://lawyersforlawyers.org/en/levent-piskin-acquitted/

[33] https://www.reuters.com/article/us-turkey-rights-homosexuality-idUSKCN2291LE

[34] Il problema è ampliamente affrontato in questa pubblicazione, p. 23 ss.: https://www.tahirelcivakfi.org/storage/files/ae36e3a1-90bd-44bf-8817-08321ade8533/Ruhsatsiz-Avukatlar---INGILIZCE-(1).pdf

[35] Ibidem, p.70.

[36] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2020/06/30/turchia-in-parlamento-contestata-riforma-di-ordini-avvocati_045bab14-cf6b-43a8-a1e4-57d4eab0488f.html

[37] https://www.venice.coe.int/webforms/documents/?pdf=CDL-AD(2020)029-e

[38] https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/06/22/turchia-marcia-di-protesta-degli-avvocati-contro-Erdoğan-bloccata-dalla-polizia-le-immagini/5844030/


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