Sono onorato di ricevere questo premio dall’associazione di liberi cittadini che si propone di mantenere vivo il nome di Sandro Pertini, un grande Presidente, il più amato dagli italiani, un combattente, ma anche un uomo di pace e di profonda fede democratica.
La democrazia è una fede, è fides, fiducia negli altri che permea di sé ogni momento della vita istituzionale.
Una fede che oggi più che mai – in tempi difficili, con un Occidente diviso, con gli Stati Uniti in travaglio, con il dilagare di grandi soggetti economici che sembrano sottrarsi, per dimensioni, alle regole dello Stato di diritto – oggi più che mai dobbiamo ripensare per vincere le sfide del presente.
Una vita come quella di Pertini ci insegna, per prima cosa, che il destino ce lo costruiamo noi, con i nostri atti, piccoli o grandi, nella vita quotidiana, con i nostri errori e limiti, con le nostre speranze.
Quindi un primo insegnamento: la Costituzione è un processo non è un dato.
Non è mai fatta per sempre.
Non è fissa ed immutabile. Non resta lì come ci è stata consegnata dal passato, la Costituzione è un lascito straordinario di uomini – come Pertini – che furono grandi, ma è anche “aperta” al nostro destino, di noi piccoli uomini di questo travagliato presente.
La Costituzione siamo noi.
Certo fu edificata con la lotta partigiana al nazi-fascismo, ma mai la costituzione è solo contro qualcosa: essa è un libro aperto sul futuro, un programma di democrazia progressiva.
Tutta la vita di Pertini ce lo dice.
Mi piace ricordare la lettera di Pertini alla madre, da Nizza in cui lui si definisce, di fronte alla possibilità di ottenere la grazia, un proscritto irriducibile e aggiunge: «La libertà non dobbiamo chiederla né riceverla in dono, ma conquistarla».
Pertini esiliato, da esule fu portato a processo davanti al Tribunale di Nizza per aver installato una radio clandestina.
Approfittò del processo per fare una dura requisitoria antifascista, il Pm francese lo redarguì intimandogli di stare agli atti, ai termini dell’accusa che gli era rivolta.
Pertini replicò con fermezza e dignità che stava solo spiegando i motivi del suo comportamento. L’amor di patria. E disse: «Si vive pienamente solo quando tutta la vita è illuminata da un alto ideale e dalla lotta continua e tenace per questo ideale è animata».
L’alto ideale di Pertini è presto detto: la libertà congiunta alla giustizia.
Questa è la sintesi del progetto costituzionale.
La Costituzione è un progetto chiaro: sullo sfondo del personalismo cristiano, nel rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo, è un progetto liberal-socialista che ammette un pendolo equilibrato fra i due termini, fra Io e Tutto, fra individuo e comunità, fra self interest e solidarietà, fra Stato e mercato. Un pendolo affidato a noi uomini del presente nel rispetto di quella cornice.
Uomini come Bertrand Russel non hanno vissuto invano.
I principi fondamentali della Carta come parte vivente ed elastica, la separazione dei poteri, i pesi e i contrappesi come connotato fondamentale dell’organizzazione politica.
E l’art. 21 Cost, la libertà di manifestazione del pensiero, che non ammette zone franche come Pertini ebbe a dire di fronte al Csm per ribadire che i magistrati dovevano essere consci della loro missione, evitare partigianerie ma sapere che la società aveva bisogno anche del loro pensiero critico, espresso con misura e senso istituzionale.
Un impegno del magistrato, “combattente” (per la Costituzione, ci si passi il termine pertiniano, quando essa rivela il suo dinamismo nel processo e nell’applicazione del diritto), pronto a custodire i valori costituzionali nell’esercizio delle funzioni (per questo gli è affidato il potere di rimettere eventualmente questioni di legittimità costituzionale alla Corte Costituzionale), ma “riluttante” sempre nel pretendere potere per sé (come categoria e come individuo).
Si tratta di una sfida perduta nella crisi attuale delle democrazie, ma di una sfida da rilanciare.
La Costituzione, laica, non prevede alcun Dio a fondamento del potere.
La Costituzione, democratica, non si affida ciecamente allo sviluppo della tecnica, sogno prometeico che va governato.
La Costituzione, animata da ideali di giustizia, riconosce il mercato ma non lo divinizza.
Dio, la tecnica, il mercato sono i fondamenti di nuove autocrazie ideologiche che producono visioni politico-messianiche o desertificano – nichilisticamente – il mondo lasciandolo in uno stato di gettatezza, di abbandono senza valori, nell’esito del nichilismo giuridico (che può trovare un correttivo solo nella fede nella Costituzione).
Ed allora decliniamo gli articoli della Carta: troviamo al centro la persona, i suoi diritti inviolabili, la partecipazione, il fondamento del lavoro per assicurare dignità alla persona, un patto sociale concreto, che deve per vivere ripartire dalla concreta condizione delle persone.
Veniamo ora al testo pertiniano più significativo: il suo discorso al giuramento come Presidente della Repubblica.
Un discorso imperniato sulla pace.
Giova ricordarlo in questi tempi.
«Si svuotino gli arsenali di guerra, sorgenti di morte, si colmino i granai, sorgenti di vita per milioni di creature umane che lottano contro la fame».
Ed ancora la concordia nazionale: «Dobbiamo operare perché nel pur necessario e civile confronto fra ideologie politiche, espressione di una vera democrazia, la concordia si realizzi nel nostro Paese».
La democrazia come dialettica, conflitto anche, ma senza mai decampare dal dialogo vero, dalla capacità di ascolto, dalla capacità di mediazione.
Il Presidente, come magistratura tenuta a prestazioni di unità, lo vediamo in più passaggi del discorso, mira alla concordia nazionale.
Ma altri passaggi impressionano oggi, rileggendoli.
Ad un certo punto si ricorda il compito della Repubblica di assicurare il lavoro ad ogni cittadino, compito che per essere perseguito richiede equilibrio fra Stato e mercato e non uno Stato asservito a privati interessi.
E poi i diritti sociali, la scuola, la salute, oggetto della principale sfida costituzionale, quella che Vittorio Emanuele Orlando – da liberale ortodosso – non comprese, una sfida il cui senso è stato smarrito dopo i trenta gloriosi, restando solo un aggettivo (sociale) nel quadro dell’ordoliberalismo (economia sociale di mercato).
Si ricorda – in quel discorso – la centralità della promozione della cultura. Lo Stato costituzionale è uno Stato della cultura che ha la cultura – in tutte le sue espressioni – al centro.
Ne emerge alla fine un quadro complessivo per cui la più radicale delle riforme sociali non può andare mai a detrimento delle libertà ( mantenere sempre salda la fede nella libertà pur perseguendo il percorso di democrazia progressiva disegnato dai Costituenti).
Ancora Pertini manifesta solidarietà ai perseguitati di tutto il mondo (essendo stato lui perseguitato). Oggi non è con noi per dirci cosa fare di fronte all’epocale questione delle migrazioni economiche (problema complesso) ma il senso di umanità che si coglie nelle sue parole può essere considerato cruciale per comprendere come bilanciare la difesa della cittadinanza e dei confini con un atteggiamento costantemente rispettoso dell’uomo.
E sottolinea con semplicità che libertà e giustizia sociale sono un binomio inscindibile.
Finalità per perseguire le quali occorre una Repubblica (Stato comunità e Stato organizzazione) giusta ed incorrotta.
Poi affronta il capitolo della violenza terroristica ed esorta, nel ricordo di Aldo Moro, “contro la violenza nessun cedimento”.
Elenca i suoi maggiori: Giacomo Matteotti, Giovanni Amendola, Piero Gobetti, Carlo Rosselli, don Minzoni, Antonio Gramsci.
Un Pantheon che non dobbiamo dimenticare, di personalità diverse accomunate dall’amore per la giustizia e la libertà, capaci di mettere a rischio la vita per questi valori.
Rileggendo il discorso di Pertini viene in mente l’essenza della sfida costituzionale; un Demos che diviene Kratos.
Un sogno rivoluzionario – di superamento dello Stato liberale elitario – che, attraverso complessi e dolorosi passaggi storici, diviene istituzione. Un impegno per tutti.
Per fare questo occorre che i miti – le persone miti – evitino di farsi irretire dalle logiche del potere e che ciascuno – nel posto che la società assegna – faccia onestamente la sua parte, guardandosi dalle sirene del potere.
Sempre occorre fare come Ulisse, stare legati all’albero all’atto del sentire il canto delle sirene.
Sembra dirci che ciascun uomo arrivato al momento dell’esercizio responsabile del suo ruolo deve avere la forza di cambiare le cose nel segno della Costituzione (migliorando un’azienda o un pubblico ufficio, creando una giusta comunità di lavoro, sapendo includere, sapendo unire).
Non solo il Presidente della Repubblica, ma ciascun cittadino deve essere sulla scorta della viva vox constitutionis un agente del progetto costituzionale.
In fondo sapere attuare la costituzione è più importante che rivederla per la nostra incapacità di cambiare le cose.
Tante tuttavia restano le omissioni costituzionali, le riforme da compiere in attuazione della Carta.
In luogo di procedere in tal senso la Costituzione è stata rivista anche non sapientemente facendoci entrare nell’epoca delle manomissioni costituzionali così indicate come riforme non ben costruite o meditate ed ispirate da ragioni contingenti o non ampiamente condivise (e si pensi alla riforma del Titolo V della Carta fondamentale che forse non casualmente ha inaugurato un epoca di ristagno economico dovuto all’eccesso di conflittualità costituzionale fra Stato e Regioni da superare ristabilendo un forte ruolo dello Stato o comunque creando più forti equilibri unitari).
Per rimediare a tali omissioni e a tali riforme costituzionali non accorte altri Presidenti (da Cossiga a Scalfaro a Napolitano) si faranno promotori e sostenitori a loro volta di processi di revisione costituzionale.
Da ultimo abbiamo avuto il tentativo di correggere i difetti del novellato Titolo V e del bicameralismo perfetto, riforma non giunta a compimento ma seguita poi – in diverso clima politico – da un obiettivo ridisegno del ruolo delle Camere con la riduzione del numero dei parlamentari che ne ha depotenziato la centralità.
È la nostra incapacità di attuare la Costituzione – questo ci dice il sempre attuale messaggio di Pertini – che ci spinge talvolta – ingenerosamente – a rivederla in assenza di reale spirito costituente.
