ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

In memoria di Ebru Timtik: la resistenza dell’Avvocatura in Turchia. Un reportage di Barbara Spinelli - Parte Prima: Essere giovani avvocate/i in Turchia

In memoria di Ebru Timtik: la resistenza dellAvvocatura in Turchia - Un reportage di Barbara Spinelli

Parte Prima: Essere giovani avvocate in Turchia

Di queste case/non è rimasto/che qualche/brandello di muro.

 Di tanti/che mi corrispondevano/non è rimasto/neppure tanto.

 Ma nel cuore/nessuna croce manca.

È il mio cuore/il paese più straziato.

(G.Ungaretti, Porto sepolto)

Ebru ci ha lasciato un’eredità impegnativa, interrogarci sul ruolo dell’avvocatura nella difesa dei diritti e dello stato di diritto.

Per capire il suo gesto, occorre andare indietro nel tempo e capire le radici della scelta di dedicarsi all’avvocatura, in una società in rapido movimento eppure terribilmente statica nelle dinamiche di repressione del dissenso.

Cosa significa essere giovani avvocate/i in Turchia dopo i fatti di Gezi Park? Come ha vissuto l’avvocatura turca l’esperienza dello stato di emergenza dopo il fallito colpo di stato? Perché Ebru ha scelto il digiuno fino alla morte? Il suo gesto ci parla di noi?

Tre approfondimenti con gli occhi di un’avvocata ed osservatrice internazionale, che in Turchia può ritornare solo con la memoria, interdetta dal ritornarvi fisicamente proprio in ragione della sua stretta collaborazione con i colleghi turchi.

Sommario: 1. Premessa - 2. Il ruolo dell’avvocatura in Turchia - 3. Essere giovani avvocati in Turchia oggi - 3.1. Memorie d’infanzia - 3.2. La ricerca di un riscatto nella difesa degli ideali democratici - 3.3. La persecuzione per la tutela giurisdizionale dei diritti umani.  

1. Premessa

Sono stata osservatrice internazionale in Turchia per quattro anni, prima di essere respinta alla frontiera con divieto di reingresso. In quei quattro anni, alle volte anche una o più volte al mese, mi sono recata in Turchia per osservare le udienze di processi in cui i nostri Colleghi erano (e sono) imputati con accuse gravissime, reati di terrorismo o contro l’unità dello stato, per il solo motivo di aver svolto la loro professione di avvocati. Ho conosciuto i colleghi imputati ed i loro difensori, ho partecipato alle riunioni dei collegi difensivi, ho letto capi di imputazione, verbali di udienza, sentenze, ed insieme a loro ho anche attraversato le riforme legislative e quelle politiche che il Paese stava vivendo, osservando il ruolo svolto dall’avvocatura in quella società complessa ed in movimento.

Ho conosciuto avvocati, giudici, giornalisti, parlamentari, sindaci, accademici, attivisti per i diritti umani, insegnanti, gente comune della capitale, dei grandi centri metropolitani e delle cittadine curde, ed anche nostri concittadini expat. Ho imparato qualche parola di turco, e la lingua curda fino al livello A2. Ho osservato elezioni svolte sotto la minaccia armata, e la vita nei villaggi e nei quartieri curdi sopravvissuti al regime di coprifuoco, alla fine del processo di pace, mentre dall’altro lato del confine prima imperversava la resistenza dei curdi a Daesh (Isis), e poi si susseguivano le operazioni militari turche per il controllo e l’occupazione del territorio siriano ed iracheno sottratto dai curdi al controllo dell’Isis (Scudo dell’Eufrate, Peace Spring, Ramoscello d’Ulivo). Ho incontrato le profughe yezide nei campi di accoglienza ufficiali e non ufficiali della Turchia, del Rojava, del Kurdistan iracheno. Ho partecipato a matrimoni, funerali, feste di compleanno, manifestazioni, seminari. Ho partecipato a conferenze nazionali ed internazionali, ho rilasciato interviste e scritto articoli e rapporti che sono finiti sui tavoli dell’ONU e del Parlamento italiano[1].

Ciò di cui sono stata testimone in Turchia, ha segnato indelebilmente la mia vita privata e professionale. Non è facile scriverne, e non è questa la sede dove poterlo fare compiutamente. Ad essere del tutto onesta, parlare e scrivere di Turchia per me significa ogni volta mettere sale su di una ferita ancora aperta. E’ una scelta tanto dolorosa quanto inevitabile, quella di non dimenticare, di non volgere altrove lo sguardo ed anzi puntarlo proprio lì, sempre. Dolorosa perché richiama alla mente l’attualità della sofferenza di molti colleghi conosciuti, stimati professionisti oggi in carcere, o a rischio di detenzione in ragione dei procedimenti pendenti, e per le violenze che continuano indiscriminate nei confronti della popolazione civile curda, delle persone lgbt, dei diversi gruppi religiosi ed etnici presenti nel Paese e più in generale dei gruppi di opposizione al regime attuale.

Dopo il mio respingimento ho preso l’unica decisione per me possibile, quella di mantenere dritto il timore, e continuare a segnare la rotta con direzione Turchia, sebbene non potessi più navigare in quelle acque agitate.

La situazione è peggiorata incredibilmente, e la rete di solidarietà internazionale costruita grazie alle strette relazioni intrecciate con i colleghi turchi, ha consentito di squarciare il velo sulle quotidiane negazioni del diritto alla difesa, sulle violazioni dei diritti dei detenuti, sulle torture e sui crimini contro l’umanità che ad oggi si stanno consumando a casa dei nostri vicini. Rendere queste violazioni di pubblico dominio e non smettere mai di cercare giustizia è stato il mio giuramento. Farlo in quanto avvocata ed insieme alle realtà nazionali ed internazionali dell’avvocatura è stato il mio obiettivo.

Chi era Ebru Timtik, e perché abbia scelto di intraprendere un digiuno fino alla morte, non lo si può capire leggendo la sua biografia su Wikipedia o i coccodrilli sui giornali. Per capire il suo gesto, occorre capire cosa significhi in generale scegliere di essere avvocate/i in Turchia, ed in particolare cosa significhi oggi, per i giovani della mia generazione, indossare la toga in quel Paese. Mi scuserete quindi, se nel ricostruire questi ultimi anni, mi soffermerò sul ruolo dell’avvocatura, lasciando in secondo piano la non meno grave e sistematica persecuzione (e resistenza) di giornaliste/i, magistrate/i, uomini e donne di cultura e della politica.  

2. Il ruolo dell’avvocatura in Turchia

L'assenza di separazione tra il potere governativo e quello giudiziario ha sempre costituito un grave vulnus all'indipendenza della magistratura in Turchia ed al rispetto dei principi del giusto processo e del diritto alla difesa.

Nonostante la riforma costituzionale del 2010, e la creazione del Consiglio superiore dei giudici e dei procuratori (HSYK), persistevano criticità strutturali che già furono documentate e censurate dalla Relatrice Speciale dell'ONU per l'indipendenza di giudici e degli avvocati nel suo rapporto sulla missione in Turchia del 2011[2].

Già allora la Relatrice notava che “L'aumento del numero di casi di arresto, detenzione e di avvio di indagini per accuse legate al terrorismo di avvocati che difendono individui accusati di terrorismo è di particolare interesse per lo Special Rapporteur. Il Principio fondamentale n. 18 sul ruolo degli avvocati prevede che gli avvocati non siano identificati con i loro clienti o le cause dei loro clienti come risultato dell'adempimento delle loro funzioni‖ ed il principio n. 20 afferma che gli avvocati godono dell'immunità civile e penale per le dichiarazioni pertinenti rese in buona fede nelle memorie scritte o orali o nelle loro apparizioni professionali dinanzi ad un tribunale, o altra autorità legale o amministrativa. Questi principi sono tra i più violati su base quasi quotidiana, poiché è tutt'altro che raro che vengano avviate indagini contro avvocati sulla base di un loro  presunto collegamento o favoreggiamento delle presunte attività criminali dei loro assistiti. Purtroppo ciò sembra che avvenga sempre più spesso in Turchia[3].

Parole profetiche, in quanto l'utilizzo politico del sistema giudiziario ha reso possibile, specialmente dopo la grande manifestazione popolare di Gezi Park, una serie di indagini che hanno colpito avvocati, difensori di giornalisti e attivisti per i diritti umani, per il solo fatto di avere esercitato le loro funzioni difensive, assimilando il loro ruolo a quello dei propri assistiti, specie quando accusati di reati politici, di attentare all'unità dello stato o di terrorismo.

A partire da Gezi Park, le continue riforme alla legislazione antiterrorismo e l'estensione dei poteri di polizia hanno permesso il perfezionamento di un diritto penale del nemico volto a criminalizzare ogni forma di dissenso.

Ed infatti la persecuzione di giornalisti, attivisti politici e magistrati e la sistematica violazione dei diritti umani delle “minoranze” è iniziata ben prima del colpo di stato del 2015, che ha consentito esclusivamente la legittimazione e l'estensione di tali pratiche attraverso l'imposizione dello stato di emergenza[4].  

3. Essere giovani avvocati in Turchia oggi

3.1. Memorie d’infanzia

Per capire quello che è successo ad Ebru Timtik occorre comprendere chi sono le/i giovani avvocati attivi in prima a linea a difesa dei diritti umani in Turchia, e perché hanno scelto di dedicarsi a questa professione.

La Turchia ha attraversato momenti molto bui nella sua storia recente. La violenza di stato è stata rivolta nei confronti delle “minoranze” etniche, religiose, politiche. Una violenza brutale, sproporzionata ed al di fuori della legge, alla quale anche molti bambini hanno assistito, della quale hanno subito le conseguenze, e che ha generato nella memoria collettiva dei traumi trasmessi intergenerazionalmente, ed al contempo la voglia di vivere in una società diversa, di pace, tollerante.

I bambini e le bambine le cui vite sono state segnate da questi traumi[5], crescendo si sono trovati davanti a una scelta, per raggiungere l’obiettivo di una società migliore, e più giusta con i deboli. Questa scelta, come mi è stato riferito in uno dei miei viaggi, per molti è stata tra il diventare avvocato e lottare per la democrazia, o arruolarsi tra le file della lotta armata.

Ho ascoltato molte storie sull’infanzia dei miei colleghi e delle mie colleghe: alcune di discriminazione generale, altre davvero terrificanti. Chi di loro aveva visto da bambino la loro madre o la loro sorella stuprata dai militari davanti agli  occhi, chi aveva avuto parenti senza nessuna colpa, se non quella del loro orientamento politico, scomparsi e poi ritrovati dopo giorni e giorni di ricerche torturati nelle stazioni di polizia, e poi detenuti per anni prima di essere assolti, o morti in carcere senza mai uscirne. Chi era stato costretto a seguire la famiglia, esiliati nella grande metropoli, allontanati dai villaggi natii dai famigerati guardiani del villaggio. Quelli come me nati all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, non potevano parlare la loro lingua natale, il curdo. E’ stato vietato dopo colpo di stato del 1980, fino al 1991, così come era vietata qualsiasi “circolazione e pubblicazione di idee” nella stessa lingua. Furono cambiati i nomi dei villaggi e delle città: così Gever divenne Yuksekova, Amed fu ribattezzata Diyarbakir, e così via. Persino i nomi delle persone, dei monti e dei fiumi non potevano più essere in curdo. Alcuni di loro, da adulti, hanno scelto di riappropriarsi delle loro radici, studiando la lingua all’Istituto di cultura curda (chiuso per decreto durante lo stato di emergenza), altri apprendendola in carcere, come una collega, oggi parlamentare, che vi era ingiustamente finita per oltre due anni, per il solo fatto di far parte del team difensivo di Abdullah Ocalan, senza mai averlo incontrato.

Cito le memorie della collega turca in esilio volontario a Vienna, Serife Ceren Uysal: “Almeno per la mia generazione in Turchia, ciò a cui abbiamo dovuto assistere durante la nostra infanzia e la nostra giovinezza ha determinato la posizione che abbiamo preso nella nostra vita professionale.

Immagina un bambino curdo che è stato sottoposto a migrazione forzata, che ha visto suo padre, suo zio o altre persone nel suo villaggio essere giustiziati a colpi di arma da fuoco. Quel bambino curdo aveva bisogno di nascondersi sotto il letto durante le notti per essere protetto dalla caduta dei proiettili ... Quante notti? Non lo so perché questa non è la mia storia, non l'ho mai vissuta. Posso solo immaginare quanto sia doloroso, e posso solo immaginarlo attraverso gli occhi dei miei colleghi che hanno vissuto queste situazioni.

Ad esempio, pensa a un altro bambino. Questo bambino potevo essere io o migliaia di altri avvocati turchi. Suo zio, che era un insegnante, è stato rapito di notte da casa da uomini armati e mascherati. Tutta la famiglia lo ha cercato nelle stazioni di polizia per 10 giorni. Le informazioni ufficiali sono state ottenute dopo 10 giorni. Quando lo hanno visitato dopo 10 giorni, lo zio alto e forte non poteva stare in piedi a causa delle torture a cui era stato sottoposto. Tuo zio, che ti accarezza i capelli e ti abbraccia ogni volta che ti vede, non ha la capacità di alzare la mano. Sono passati dei mesi ... Tuo zio è ancora in prigione. Tutti in famiglia sono infelici. Tuo cugino che è più giovane di te non capisce. Furioso ... Mesi dopo, lo zio fu assolto.

Cosa resta nella memoria di quel bambino? Forse la paura rimane. così come il desiderio di fare qualcosa contro l'ingiustizia. Questo bambino diventerà un avvocato e cercherà di impedire che altri zii vengano torturati. Diamo un nome a questa bambina e chiamiamola Ebru Timtik![6].

Sono memorie che lasciano paura, rabbia e sete di giustizia. Erano gli anni Ottanta e Novanta, gli anni delle sparizioni forzate, delle torture di stato e degli omicidi politici nei confronti di chiunque curdo o comunista, giornalista o sindacalista, fosse sospettato di essere entrato in qualsiasi modo in contatto con organizzazioni sovversive, in particolare con il PKK[7].

Human Rights Watch tra il 1992 e il 1996 aveva contato almeno 500 sparizioni forzate[8], 800 secondo il movimento che ancora oggi chiede verità e giustizia, quello delle “madri del sabato”[9]. Circa duemila villaggi curdi in quel periodo furono militarizzati e distrutti, provocando oltre due milioni di rifugiati[10]. La Turchia ha ricevuto 34 condanne dalla CEDU solo per le sparizioni forzate avvenute in quegli anni[11], molte delle quali rimaste ineseguite.  

3.2. La ricerca di un riscatto nella difesa degli ideali democratici

I bambini che sono cresciuti con questi ricordi negli occhi, con questo sradicamento, hanno scelto di essere avvocati per farsi agenti di pace, per combattere le ingiustizie con le armi del diritto e dei diritti umani, per difendere gli ultimi dagli abusi di stato, per estirpare i germi del nazionalismo e contribuire a creare, per sé e per gli altri, un Paese democratico, laico, rispettoso delle diversità. Hanno una profonda cultura umanistica ed internazionale, e cercano di attingere all’esperienza di chi altrove nel mondo prima di loro ha usato le armi dei diritti umani per rendere un mondo migliore. Molti di loro sono politicamente impegnati e fanno parte di numerose associazioni a tutela dei diritti umani. Rimasi stupita, alla mia prima osservazione, nel vedere un giovanissimo collega il quale, saputo che ero italiana, si avvicinò a me e mi mostrò raggiante le lettere dal carcere di Gramsci, che stava leggendo con entusiasmo. Rimasi addirittura esterrefatta quando poi sentii un collega turco citare durante un’arringa la sentenza n. 364 del 1988 della Corte Costituzionale italiana sul principio di colpevolezza.

Le immagini della loro infanzia che quei bambini, oggi avvocati, hanno conservato nella memoria, con l’interruzione del processo di pace, nel marzo 2015,  drammaticamente si sono ripresentate ai loro occhi, dapprima come nefasti presagi e poi come inquietanti realtà. Lo scenario si è ripetuto uguale, con  le sparizioni forzate[12] e le operazioni antiterrorismo che dal 2015 al 2016 si sono svolte nel sud-est della Turchia, con l’imposizione in via amministrativa di coprifuoco ed attività armate, e che hanno afflitto tutta la popolazione in 32 distretti (a maggioranza etnica curda, bacino di voto del partito di opposizione HDP, che alle elezioni del 2015, avendo superato la soglia di sbarramento con il 13% dei voti aveva impedito ad Erdoğan di ottenere la maggioranza necessaria a trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale)[13]. Secondo l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, queste “operazioni anti-terrorismo” hanno afflitto 1,6 milioni di persone e provocato almeno 355000 profughi interni, in conseguenza della distruzione operata nel corso delle operazioni militari[14]. Oltre 2300 civili sono stati uccisi[15], a parte i combattenti ed i militari morti nel conflitto. Crimini contro l’umanità, che hanno colpito indiscriminatamente i civili, che ho avuto modo di documentare direttamente in diverse missioni di osservazione[16], mio malgrado.

Se si riescono a ricostruire le tappe che hanno portato all’immane tragedia di quegli anni, e le conseguenze del conflitto in termini di perdite di vite umane e di danneggiamento di beni, ciò che non si riesce a spiegare è la profonda tragedia del vedere una popolazione, cittadini di un Paese del Consiglio d’Europa, colpita in maniera sproporzionata, ed illegittimamente, dalle autorità del Paese che dovrebbe proteggerli, con crudeltà, a titolo di punizione collettiva di un intero gruppo sociale, senza ottenere protezione sufficiente dalle autorità sovranazionali, per impedire quello che alcuni hanno definito un vero e proprio tentativo di genocidio culturale dei curdi, ancora in atto[17].

Immaginate voi l’effetto che può fare, vedere i propri concittadini ed i propri famigliari in stato d’assedio, la propria città ed il proprio quartiere rasi al suolo, i propri vicini ammazzati dai cecchini dell’esercito, dai propri connazionali, in nome di una lotta al terrorismo in cui essere curdo equivale ad essere terrorista, sicché la punizione arriva senza processo ed è collettiva, in uno Stato che pure fa parte del Consiglio d’Europa, e che per un simile spargimento di sangue neppure è ricorso alla proclamazione dello stato d’emergenza, assegnando ad una figura prefettizia di diretta nomina governativa il potere di stabilire i limiti temporali e territoriali del coprifuoco, in assenza di qualsiasi base legale[18].

Immaginate voi la responsabilità che ci si deve assumere nei confronti dei propri cari, dei propri compaesani, per cercare la giustizia, in un mondo che non ha nulla di giusto, in un crescendo di disumanità che annulla il confine tra quello che i curdi siriani subiscono dall’Isis a Kobane, e quello che i militari e paramilitari turchi fanno ai curdi di Cizre, Şırnak, Nusaybin, Silvan, Yuksekova...

Immaginate voi cosa significhi spiegare tutto questo ai vostri colleghi e vicini di casa che vivono con voi a Istanbul o nella capitale, e che non hanno mai messo piede in Bakur (il sud-est della Turchia popolato dai curdi) e non hanno la più pallida idea di quello che là si sta consumando, per via della censura.

Immaginate voi cosa significhi spiegare tutto questo a colleghi europei che nel frattempo, ignari di ciò, magari pianificano una bella vacanza ad Antalia o una visita all’alba sul monte Nemrut.

Immaginate voi cosa significhi spiegare tutto questo a un Giudice europeo il quale ritiene insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria ovvero umanitaria in favore di un richiedente asilo curdo, perché “nel paese non vi è una situazione oggettiva che mette a rischio i diritti umani”…

Il Governo, nel suo bollettino quotidiano, aggiorna sul numero di “terroristi” che vengono “neutralizzati” nelle operazioni antiterrorismo. Io mi sono sempre espressa pubblicamente affinché i giornalisti italiani non utilizzino questo termine proprio della comunicazione di regime turca. Che cosa significa “neutralizzati”? Significa ammazzati a sangue freddo in operazioni militari. Non arrestati, fermati, detenuti e sottoposti a processo. A questo dovrebbero servire, in uno stato di diritto, le operazioni antiterrorismo. Allora non si utilizzi il termine neutralizzati, ma uccisi, perché è l’unico idoneo a descrivere la realtà.

Chi sono questi “terroristi” “neutralizzati”? C’è da chiederselo. E’ terrorista una donna disarmata, come Shirin Bilgin, di 37 anni, freddata da un cecchino per essere uscita sul balcone durante il coprifuoco[19]?  O una donna disarmata come Selamet Yeşilmen, che era incinta, stava male, e mentre provava a raggiungere il giardino dal secondo piano per chiedere aiuto, insieme a due dei suoi cinque figli, di dieci e quattordici anni, è stata freddata da un cecchino sulle scale, davanti ai suoi figli, che, sebbene feriti, si sono salvati scappando di nuovo in casa[20]? Dopo tutti questi anni, il fascicolo relativo alla morte di Selamet si trova ancora in fase di indagini. Il Pubblico Ministero non ha disposto il rinvio a giudizio, perché, nonostante le testimonianze dei presenti, il referto autoptico e le foto del carrarmato sul luogo del delitto, a suo avviso “non ci sono elementi sufficienti per trovare il colpevole[21]. Purtroppo l’elenco di attacchi deliberati nei confronti di civili, soprattutto donne e bambini[22], è lungo, e non rende onore alle forze armate turche, rimaste impunite per i crimini contro l’umanità commessi nel corso di queste operazioni.

La realtà è che tutto questo non è neanche lontanamente immaginabile, se non lo si vive, se non lo si vede con i propri occhi. L’incubo di subire le conseguenze di una guerra, ma in un paese che è in pace. L’incubo della morte e della distruzione, per mano di quei militari che sono tuoi concittadini, ma che ti vedono come un nemico da annientare senza scrupoli e senza regole, non in Siria, non in Iraq, ma in un paese che fa parte del Consiglio d’Europa…

Ciò che più mi ha colpito, nel visitare le cittadine colpite dal coprifuoco, nel parlare con le persone, nel raccogliere le testimonianze e nel visionare quelle raccolte dai colleghi turchi, non sono solo le torture e le esecuzioni sommarie, quanto la deliberata umiliazione dei civili durante le operazioni di coprifuoco. Le case di quelli che sono stati allontanati sono state violate e saccheggiate. Sono stati lasciati escrementi umani sui letti. Sperma sulla biancheria intima estratta dai cassetti. Preservativi sporchi di sangue. Scritte nazionaliste sui muri delle case. Cimiteri bombardati. Madri che, in un calvario senza fine, giravano di stazione di polizia in obitori per reclamare la restituzione dei corpi dei loro figli, costrette a passare in rassegna i cadaveri mutilati e torturati di quelli caduti durante il coprifuoco.

Non dimenticherò mai il viso di quella madre che a Yuksekova ci raccontava la storia del suo caro figlio, mostrandoci la sua stanza bruciata, e del riconoscimento del suo cadavere a lungo cercato, dopo oltre un mese dalla perdita del contatto con lui, nell’obitorio. Forse un giorno sarà possibile scrivere apertamente di questi orrori rimasti impuniti, e chiederne conto a chi li ha commissionati, a chi non li ha impediti.

Tanta sofferenza è inimmaginabile, in un paese del Consiglio d’Europa, in tempo di pace. Così come è inimmaginabile che siano stati lasciati morire così tanti civili nell’indifferenza generale dei media e delle istituzioni, disattenti e disinteressati a queste notizie, che pure venivano fatte circolare e documentate dai noi osservatori internazionali e dai giornalisti locali, a costo della loro vita e della loro libertà.

Şırnak, dopo 81 giorni di coprifuoco, non era altro che un cumulo di macerie. Io l’avevo visitata pochi mesi prima, come osservatrice alle elezioni del 1 novembre 2015, insieme ai colleghi originari di quella città. Una città di montagna, di una bellezza che affascina, ma irrimediabilmente turbata da un episodio orribile occorso giusto un mese prima delle elezioni: un ragazzo curdo di 28 anni, un attore, Haci Osman Birlik, cognato della deputata HDP Leyla Birlik, era stato ucciso nella città di Şırnak con 28 corpi di arma da fuoco dalle forze armate turche nel corso delle “operazioni antiterrorismo” del 2 ottobre, ed il suo corpo era stato trascinato da un furgoncino dell'esercito per le strade della città, e poi il video era stato postato sui social media[23]. Un episodio orribile che ha segnato la società civile in maniera indelebile, e che ha spinto molti giovani curdi prima non politicizzati ed estranei alla lotta armata ad unirsi in gruppi di autodifesa nelle città sottoposte a coprifuoco, a difesa della popolazione civile dalla violenza militare. Suo padre è stato processato per propaganda terroristica per aver esibito al funerale la foto del figlio con la scritta in curdo “I martiri non muoiono mai”. Era stato assolto dal Tribunale di Diyarbakir, ma a gennaio 2020 la sentenza è stata ribaltata in sede di appello. Gli avvocati della famiglia avevano sporto denuncia contro Hacı Murat Dinçer, l'ufficiale di polizia che aveva ordinato il trascinamento del corpo del ragazzo, con l’accusa di tortura e maltrattamenti, e per insulto alla memoria del defunto, abuso di autorità e omicidio di primo grado, provando che Birlik era ancora vivo quando era stato legato al veicolo. Nei quattro anni e mezzo da allora, il caso ha avuto uno scarso sviluppo, tuttavia l'ufficiale ha partecipato alle elezioni parlamentari del 2018 come candidato del partito al governo per la giustizia e lo sviluppo. Dinçer ha anche ricevuto un premio dal presidente Recep Tayyip Erdoğan per i suoi servizi a Şırnak[24].Ciò è stato possibile perché con un provvedimento del giugno 2016 era stato disposto, al fine di assicurare impunità agli abusi commessi dalle forze di sicurezza nelle operazioni antiterrorismo, che per iniziare un’indagine nei confronti di un militare impegnato in tali operazioni fosse necessario un permesso accordato dal Governo, e che competente per il giudizio fosse il Tribunale militare.

La notte prima delle elezioni del 1 novembre 2015 mi trovavo a Şırnak in delegazione insieme a due parlamentari italiani, una giornalista ed un’altra collega avvocata. Ricordo nitidamente il coprifuoco, il rumore dei carrarmati in movimento nella strada di sotto, e poi l’operazione di polizia con tanto di elicottero, a meno di un chilometro dal nostro albergo. E in un contesto di militarizzazione totale si svolsero quelle elezioni[25]. Mesi dopo, quando in televisione vidi passare le immagini di Şırnak alla fine del coprifuoco, e su Twitter vidi quel cumulo di sassi che era divenuta la casa di famiglia uno dei miei colleghi, il suo intero quartiere, non trovai le parole per lui. E’ in Turchia che per me i versi di Ungaretti hanno acquistato vita e significato.  

3.3. La persecuzione per la tutela giurisdizionale dei diritti umani

Oggi come ieri, alcune delle macro-violazioni commesse nei confronti dei civili curdi sono finite davanti alla Corte EDU[26]. Chi ha promosso questi ricorsi, per ciò solo è stato perseguitato. Come d’altronde tutte/i coloro che hanno documentato quanto occorso durante le operazioni antiterrorismo nel corso dei c.d. coprifuochi ad orologeria nelle città del sud-est curdo, tra il 2015 ed il 2016.

Un giovane collega turco, Ramazan Demir, ha ricevuto minacce ed è stato criticato pubblicamente in ragione dei ricorsi che ha presentato alla Corte costituzionale turca e alla Corte europea per i diritti umani in relazione alle pratiche di coprifuoco in corso nel sud-est regione. Il Pubblico Ministero, tra le condotte contestate, ha inserito anche quella di "denigrare la Turchia a causa dei ricorsi presentate alla Corte europea dei diritti dell'uomo e dei contatti che aveva con avvocati stranieri". Ramazan Demir, prima di essere arrestato, aveva fatto in tempo ad iniziare 50 procedimenti davanti alla Corte europea per i diritti umani. Ad Human Rights Watch ha riferito che a suo avviso l'operazione di polizia e l'arresto degli avvocati, ed il suo in particolare, sia stato un tentativo di impedire loro di adempiere ai loro doveri professionali di avvocati e di diffondere informazioni, anche tramite i social media, circa  il coprifuoco generale dal 14 dicembre 2015 al 1° marzo 2016 e le operazioni militari e di polizia contro i gruppi affiliati al PKK nella città sudorientale di Cizre[27]. Demir è stato uno degli avvocati che con maggiore frequenza si era rivolto alla Corte europea dei diritti umani nei mesi precedenti la sua detenzione per conto di clienti i cui parenti erano rimasti feriti e intrappolati a Cizre e che avevano urgente bisogno di assistenza medica. Nel gennaio 2016 la Corte europea aveva ordinato "misure provvisorie", in cinque casi che coinvolgevano persone ferite nei quartieri di Cizre, ordinando alle autorità turche di proteggere la loro vita e la loro integrità fisica. Solo uno dei cinque richiedenti a favore dei quali il tribunale aveva emesso una misura urgente è stato sottoposto a cure mediche[28].

L'ex Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, ha proposto un intervento di terzi nella causa in corso presso la Corte europea che esamina la condotta delle forze di sicurezza a Cizre. Nell’atto di intervento, ha sollevato serie preoccupazioni riguardo al procedimento penale contro Demir che, ha suggerito, si è verificato "sia in primo luogo che incidentalmente, in relazione al suo ruolo legittimo di portare i casi alla Corte"[29]. Infatti, il 15 novembre e il 10 dicembre 2018, subito dopo la partecipazione di Demir, il 13 novembre, alle udienze davanti alla Corte Europea di Strasburgo per conto dei suoi clienti, il Ministero della Giustizia, attraverso la sua sezione per i diritti umani e la Direzione Generale del Diritto e della Legislazione, ha scritto al Pubblico Ministero e all'Ordine degli Avvocati di Istanbul per chiedere l'apertura di un'indagine disciplinare nei suoi confronti. In risposta, il 3 gennaio 2019 l'Ordine degli avvocati di Istanbul ha aperto un'indagine che potrebbe portare alla radiazione di Demir dalla professione legale.                                                  

Il processo c.d. “ ÖHD2” nei confronti di Ramazan Demir e di altri 11 suoi colleghi e colleghe dell'associazione ÖHD (avvocati curdi libertari), iniziato nel 2017, è ad oggi ancora pendente[30].

Ma più di tutti, ieri come oggi, c’è un uomo, anzi un avvocato, che ha affiancato le famiglie delle vittime nella loro richiesta di giustizia sia a livello nazionale che davanti alla Corte Edu: Tahir Elçi, uno dei fondatori di Amnesty Turchia, nonché Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir, ucciso con un colpo alla nuca il 28 novembre 2015, mentre denunciava i crimini contro l’umanità commessi durante le operazioni antiterrorismo avvenute nel corso del coprifuoco proclamato a più riprese nel quartiere di Sur[31], con il danneggiamento anche di monumenti dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.

Il suo non è stato un omicidio ordinario, quanto piuttosto una pubblica esecuzione. C’erano tantissime telecamere a riprendere la sparatoria nel corso della quale ha perso la vita, perché è avvenuta durante una conferenza stampa all’aperto. La conferenza stampa si è svolta davanti ad uno storico minareto danneggiato dalle operazioni di sicurezza la mattina del 28 novembre 2015. Durante questa conferenza si è svolto un conflitto armato tra due militanti armati del PKK e la polizia, durante il quale è stato ucciso colpito a morte Tahir Elçi. Il Governo inizialmente aveva accusato del suo omicidio due “terroristi curdi” che erano inseguiti dalla polizia. Le indagini, condotte dai colleghi dei poliziotti coinvolti nella sparatoria, dopo tre anni, si trovavano ad un punto di stallo, ancora contro ignoti, ed era scomparso un frammento di un video che riprendeva il momento dell’omicidio. Così l’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir ha incaricato Forensic Architecture di procedere ad una ricostruzione indipendente dei fatti[32], dalla quale è emerso che i colpi sparati a Tahir Elçi provengono dall’arma di uno dei tre poliziotti coinvolti nella sparatoria. La ricostruzione mostra che, quando i militanti erano ormai fuggiti, i poliziotti scaricavano quaranta colpi in nove secondi in direzione di Tahir Elçi, ed uno di questi lo colpiva alla nuca, determinando la sua morte.

La ricostruzione di Forensic Architecture ha consentito il rinvio a giudizio dei tre poliziotti, che tuttavia sono stati imputati per il solo omicidio colposo, essendo stati sparati i colpi che hanno ucciso Elçi, secondo l’accusa, per “neutralizzare” dei “terroristi del PKK”, uno dei quali è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario, ciò in palese contrasto con la ricostruzione di Forensic Architecture, che ha dimostrato come nessuno dei quaranta colpi visibili durante le riprese della scena è stato sparato dai “terroristi del PKK”. Secondo il Pubblico Ministero "Dato che ... la posizione di Tahir Elçi al momento della morte non può essere determinata chiaramente, che il proiettile che ha causato la sua morte non può essere recuperato e che non ci sono filmati del momento in cui è stato colpito, lo è possibile che uno dei proiettili di Uğur Yakışır (militante del PKK) e delle pistole [del secondo militante] Mahsum Gürkan possa aver colpito Tahir Elçi".

Al contrario, secondo la ricostruzione di Forensic Architecture, “nessuno dei quaranta colpi di arma da fuoco che sono visibili o udibili durante il periodo delle riprese (durante il quale più telecamere stavano registrando la scena) sono stati sparati dai due militanti del PKK. Piuttosto, gli unici colpi che avrebbero potuto uccidere Elçi, sono stati sparati da uno dei tre ufficiali che abbiamo identificato”.

Numerose associazioni internazionali di giuristi si sono dette preoccupate del fatto che il caso non stia procedendo in conformità ai principi che disciplinano il giusto processo[33].

Fin dalla prima udienza, che si è svolta il 21 ottobre 2020 alle ore 10, davanti alla 10a Corte penale superiore di Diyarbakir, gli avvocati che rappresentano la famiglia Elçi hanno lamentato che l'indagine si è svolta in violazione del Protocollo del Minnesota, tardivamente, determinando la perdita di prove cruciali, incluso il proiettile che ha ucciso Tahir Elçi, e con l’interrogatorio degli agenti di polizia che erano sulla scena e che hanno sparato il colpo letale solo all'inizio del 2020, più di quattro anni dopo l'omicidio. Inoltre, il pubblico ministero ha rifiutato di ascoltare diversi testimoni presentati dagli avvocati della famiglia di Tahir Elçi e non ha convocato gli agenti di polizia responsabili della pianificazione e dell'esecuzione dell'operazione e del monitoraggio della conferenza stampa. Le registrazioni video delle telecamere di sicurezza intorno alla scena e delle telecamere di sicurezza della polizia nell'area sono state manomesse o non sono state acquisite. Diverse registrazioni cruciali erano mancanti o le parti rilevanti che coprivano il tempo dell'omicidio sono state cancellate.

Il processo è stato rinviato al 3 marzo 2021, con grande apprensione da parte degli osservatori internazionali in quanto già l'udienza dinanzi al 10 ° tribunale penale di Diyarbakir il 21 ottobre 2020 è stata molto problematica perché, anche davanti a così gravi rilievi sulle indagini espressi dalla famiglia di Elçi nell’atto di costituzione di parte civile, la Corte ha rifiutato la richiesta degli avvocati della famiglia  di essere ascoltati all'inizio dell'udienza, come previsto dal codice di procedura penale, ed ha declinato di ascoltare di persona gli agenti di polizia imputati, insistendo invece per ascoltarli tramite un sistema di videocomunicazione ufficiale, senza che tuttavia fossero visibili alla famiglia di Tahir Elçi o ai suoi avvocati, perché il piccolo schermo era troppo lontano da loro per essere visto, ed in violazione di legge perché non erano in presenza di un giudice designato al momento del loro esame, sicché non è stato possibile garantire il rispetto delle norme procedurali appropriate, compresa l’identificazione degli imputati. Neppure è stato concesso il controesame alle parti civili. C'erano poi diversi problemi tecnici che rendevano difficile ascoltare la dichiarazione degli imputati, e questi problemi tecnici non sono stati risolti dalla Corte, anche su richiesta degli avvocati della famiglia. In quell’occasione il tribunale ha rifiutato più volte di consentire agli avvocati di parlare e presentare le loro richieste. Ha minacciato gli avvocati e la signora Elçi che, se avessero insistito per parlare, sarebbero stati espulsi dall'aula con la forza. Gli avvocati hanno ricusato i giudici sulla base di questi eventi durante l'udienza. Tuttavia, il Tribunale non si è pronunciato su questa richiesta. Secondo il regolamento di procedura, prima di procedere con l'udienza, il giudice avrebbe dovuto preliminarmente decidere sull’istanza di ricusazione. Ci sono insomma gli elementi per temere che il processo non verrà trattato da un tribunale indipendente, imparziale e competente che sia in grado di stabilire i fatti e la verità sull'omicidio di Elçi, nel rispetto degli standard internazionali in materia di diritto ad un equo processo, ed in conformità con gli obblighi internazionali assunti dalla Turchia.

Suonano profetiche le dichiarazioni rilasciate da Demirtaş, co-presidente del Partito Democratico dei Popoli (HDP), alla morte dell’amico e collega Tahir Elçi: "Dubitiamo che questo omicidio politico sarà completamente risolto. Abbiamo il diritto di essere dubbiosi. Non potremmo dire addio ad altri amici caduti con la tranquillità che gli assassini saranno arrestati. Abbiamo lavorato affinché questo stato fosse di tutti, e ci stiamo ancora lavorando. L'assassino di Tahir non è lo stato, ma la mancanza dello stato"[34].

Ancora oggi l’opinione più diffusa è che quella di Tahir Elçi  sia stata una vera e propria esecuzione dimostrativa, per via non solo delle modalità omicidiarie, ma anche del contesto nel quale sono occorse.

Tahir Elçi era noto per il suo impegno prioritario per la ripresa del processo di pace e la ricerca di una soluzione politica al conflitto curdo. Oltre alle sue difese in qualità di avvocato, era parte o in alcuni casi un membro fondatore di alcune tra le più prominenti organizzazioni non-governative turche, inclusa la Fondazione per i Diritti Umani in Turchia ed Amnesty International Turchia. Nel 2013 ha ottenuto la storica condanna della Turchia da parte della CEDU nel caso Benzer e altri v. Turchia[35], per il bombardamento da parte dei militari turchi di due villaggi con un aereo che, nel marzo 1994, che aveva causato la morte di più di 30 dei parenti stretti dei ricorrenti, ed il ferimento di alcuni dei ricorrenti, nonché la distruzione della maggior parte della loro proprietà e del bestiame. Il governo turco aveva ingiustamente incolpato del massacro il PKK. Prima ancora, negli anni ‘90 Elçi aveva difeso a Cizre i diritti dei curdi detenuti, torturati, e cercato giustizia per le vittime di sparizioni forzate, anche rischiando la propria vita per portare avanti queste azioni giudiziarie.

Ma, al momento dell’omicidio, stava ricevendo reiterate minacce di morte perché  circa un mese prima,  il 12 Ottobre 2015, durante un’intervista televisiva al canale nazionale della CNN Turk, aveva condiviso le sue visioni della questione curda e sulla fine del processo di pace, dichiarando che il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) non dovrebbe essere considerato un'organizzazione terroristica, perché quello tra il governo turco ed il PKK è da considerarsi un conflitto armato esteso alla popolazione Kurda che rivendica la propria identità culturale e civile, oltre che politica (“Anche se alcuni degli atti del PKK hanno natura terroristica, il PKK è un movimento politico armato... È un movimento politico con richieste politiche e con un sostegno molto forte nella società”), sostenendo che una risoluzione pacifica del conflitto richiederebbe il riconoscimento del fatto che il PKK, nonostante la sua documentata storia di violenza, è principalmente un'entità politica, con richieste politiche e con un sostegno significativo tra la popolazione civile del paese[36]. Concetto peraltro oggetto di dibattito giuridico a livello internazionale, che pochi mesi dopo il suo omicidio è stato confermato anche da una sentenza del Tribunale di Bruxelles del 3.11.2016, successivamente confermata anche dalla Cassazione belga[37].

A riprova del suo impegno per una soluzione pacifica del conflitto che infiammava il “Bakur”, il fatto che egli, al crescere dell’uccisione di civili nel corso delle operazioni da parte delle autorità turche, mentre la resistenza popolare alle operazioni si intensificava e si creavano i gruppi di autodifesa armata locali, ancora una volta aveva fatto appello alla calma ed al ritorno al processo di pace tra il governo e il PKK, ed insieme ad altri avvocati, aveva chiesto il permesso di visitare il leader imprigionato del PKK, Abdullah Ocalan, nella speranza che avrebbe lanciato un appello affinché i suoi seguaci smettessero di resistere con le armi. Il governo respinse la sua domanda. Ocalan il 28 settembre 2006 Öcalan aveva fatto rilasciare una dichiarazione al suo legale, Ibrahim Bilmez, in cui chiedeva al PKK di dichiarare un armistizio e cercare di raggiungere la pace con la Turchia, sostenendo la teoria del Confederalismo Democratico[38]. Il Comunicato di Öcalan affermava che "Il PKK non dovrebbe utilizzare le armi tranne che se attaccato con l'intento di annichilimento" e che "è molto importante costruire un'unione democratica tra i Turchi e i Curdi. Con questo processo la via al dialogo democratico verrà finalmente aperta". Per questo da allora aveva preso parte ai colloqui di pace. Il 27 febbraio 2015 le due parti erano pervenute ad un risultato storico, un accordo in 10 punti c.d. “Accordo di Dolmabahçe”, che prevedeva i pilastri per una soluzione democratica del conflitto. La dichiarazione fu presentata alla stampa internazionale dalle due parti coinvolte, che avevano accettato di iniziare i negoziati nella prigione dell'isola di Imrali con la partecipazione di Abdullah Ocalan ed il gruppo di monitoraggio nominato da Erdoğan e Ocalan. Ma, poco prima delle elezioni,  il presidente Erdoğan respinse integralmente la dichiarazione e il processo di dialogo, e, dopo le elezioni nel corso delle quali il partito filocurdo di opposizione HDP ottenne brillanti risultati, iniziò la militarizzazione del sud-est curdo del Paese.

Elçi era un lucido analista delle conseguenze nefaste per il Paese dell’interruzione del processo di pace, e cercava una soluzione democratica e definitiva alla questione curda nel Paese, che evitasse il prolungarsi di quelle violenze nei confronti del suo popolo. Questa a suo avviso era possibile solo attraverso la dismissione della logica del nemico interno, mediante un dibattito pubblico onesto su quanto stava accadendo nel sud-est del Paese, sulla pericolosità dell’escalation di violenza che le operazioni militari avevano innescato. Per questo aveva chiesto di poter visitare Ocalan, per questo aveva rilasciato quell’intervista.

All’intervista sono seguiti il linciaggio mediatico, le minacce di morte, ed a distanza di pochi giorni, il 20 ottobre, l’arresto con l’accusa di aver diffuso "propaganda terroristica" a nome del PKK, reato punito con una pena massima di sette anni e mezzo di reclusione. L'Ordine degli avvocati all’epoca accusò le autorità di "criminalizzare la libertà di parola".

In una lettera congiunta alle autorità turche, the Lawyers for Lawyers Foundation (L4L), Fair Trial Watch (FTW) e Lawyers Rights Watch Canada (LRWC), in occasione dell’arresto dichiararono: “Ci opponiamo fermamente al modo in cui viene trattato il signor Elçi. Gli avvocati, come gli altri cittadini, hanno diritto alla libertà di espressione. In particolare, avranno il diritto di prendere parte alla discussione pubblica su questioni riguardanti la legge, l'amministrazione della giustizia e la promozione e protezione dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione degli avvocati è esplicitamente stabilito nell'articolo 23 dei Principi Fondamentali delle Nazioni Unite sul ruolo degli avvocati.

Gli avvocati in Turchia, compreso il signor Elçi, svolgono un ruolo fondamentale nel documentare gli eventi che si verificano nel conflitto nel sud-est della Turchia e nel sostenere le vittime delle violazioni dei diritti umani. È essenziale che il prezioso ruolo svolto dagli avvocati in una società democratica come la Turchia sia riconosciuto dal governo turco, soprattutto in tempi difficili come questi. La Turchia è obbligata "a garantire che gli avvocati siano in grado di svolgere tutte le loro funzioni professionali senza intimidazioni, impedimenti, molestie o interferenze improprie" e "non subiranno né saranno minacciati di persecuzione di sanzioni amministrative, economiche o di altro tipo per qualsiasi azione intrapresa conformemente a doveri professionali, standard ed etica riconosciuti”(Articoli 16 e 17 dei Principi Fondamentali). Gli avvocati devono essere in grado di svolgere il proprio lavoro senza temere che ciò possa avere conseguenze negative per se stessi. Il trattamento del signor Elçi si pone in contraddizione con tali principi[39].

 Il giorno stesso fu disposta la scarcerazione di Elçi a causa dell’immediata mobilitazione a livello internazionale in suo favore, ma gli venne imposto il divieto di viaggio all’estero fino alla conclusione delle indagini.

D’altronde, già in passato Elçi era stato arrestato e perseguitato in ragione della sua indipendenza di giudizio e di azione professionale, identificato con i propri assistiti del PKK. E la sua integrità e la ricerca di giustizia per il torto subito fu il motivo per cui ottenne l’ammirazione dei colleghi e l’amore del popolo

Tahir Elçi infatti, insieme ad altri avvocati turchi, si era rivolto alla Corte europea per i diritti umani per lamentare che nel novembre e nel dicembre 1993 erano stati detenuti da agenti delle forze dell'ordine con il pretesto di essere coinvolti in attività criminali, ma in realtà perché avevano rappresentato i propri assistiti dinanzi alla Corte per la sicurezza dello Stato ed erano stati coinvolti nel lavoro di documentazione delle violazioni dei diritti umani dai medesimi subite davanti alla Commissione Europea contro la Tortura. Tutti affermavano che la loro detenzione era illegale, ovvero era avvenuta in violazione dell'articolo 5 della Convenzione. Alcuni di loro, tra cui Tahir Elçi, lamentarono la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, per essere stati torturati e comunque maltrattati nel corso della detenzione, e dell’articolo 8 della Convenzione ed 1 del Protocollo n. 1, per la perquisizione ed il sequestro di beni arbitrariamente subito al momento dell’arresto.

Tahir Elçi fu arrestato nel suo studio legale di Cizre. I suoi giornali, i suoi computer, i suoi fascicoli, vennero sequestrati. Anche la sua casa fu perquisita. Il trattamento che gli fu riservato fu terribile: “È stato denudato, insultato, minacciato e picchiato. I suoi testicoli sono stati strizzati e l'acqua fredda è stata versata su di lui. Questo è durato circa un'ora. Quindi hanno portato il ricorrente al comando della gendarmeria del distretto di Cizre dove è stato tenuto, bendato, per un paio di giorni in uno scantinato. Successivamente è stato consegnato al comando della gendarmeria provinciale di Diyarbakir.”

Solo dopo due giorni suo fratello è stato avvisato della sua detenzione. Per 15 giorni è stato trattenuto al comando della gendarmeria provinciale di Diyarbakir in regime di incommunicado detention. Ha affermato che durante questo primo periodo di detenzione è stato interrogato sotto tortura riguardo il motivo dei ricorsi che aveva presentato per conto dei clienti alla Commissione. La corrispondenza e la documentazione relativa a tali ricorsi gli sono state messe davanti dai suoi interrogatori. Avrebbe dovuto confessare di avere rapporti con il PKK e di essere un corriere del PKK. Quando si è rifiutato è stato torturato. Gli inquirenti lo hanno aggredito e insultato, in particolare riguardo a uno dei casi che aveva portato alla Commissione riguardante eventi nel villaggio di Ormaniçi. È stato spogliato e lasciato nudo. È stato minacciato di morte se avesse sostenuto l’accusa relativa ai casi di allontamento forzato ed alle sparizioni forzate dal villaggio. Ad un certo punto è stato portato in campagna su un veicolo militare e gli è stato detto che doveva essere ucciso. Tuttavia, si è rifiutato di firmare qualsiasi dichiarazione di confessione, anche dopo essere stato lavato con acqua fredda e dopo che gli avevano schiacciato i testicoli. Nel comando della gendarmeria era costretto a sdraiarsi su un pavimento di cemento, bendato, gli era proibito parlare con gli altri o alzarsi in piedi. Nel giro di 24 ore ha ricevuto una fetta di pane raffermo ed è stato portato in bagno due volte. Una richiesta di altre esigenze da soddisfare era una scusa per ulteriori sessioni di tortura. È stato portato davanti a un pubblico ministero il 10 dicembre 1993, e là gli sono state presentate accuse basate sulle dichiarazioni di un certo Abdülhakim Güven, un pentito del PKK che beneficiava della legge sul rimorso. È stato erroneamente affermato che una rivista e un documento illegali erano stati trovati nel suo ufficio. Suo fratello, Ömer, che era stato presente anche durante la ricerca e aveva controfirmato il rapporto di ricerca, ha potuto confermare questo errore, così come l'altro fratello, Mehmet, che era stato presente anche durante la ricerca.  Un falso rapporto di ricerca (una copia inviata via fax non originale) ha soppiantato la versione autentica nel fascicolo del tribunale nazionale. Il ricorrente è stato detenuto in custodia cautelare da un giudice dal 10 dicembre 1993 al 17 febbraio 1994, quando è stato rilasciato dopo un'udienza dinanzi alla Corte per la sicurezza dello Stato. Nonostante le ripetute richieste dei suoi rappresentanti legali, i suoi fascicoli e la corrispondenza della Commissione presumibilmente non gli sarebbero mai stati restituiti. La sua attività professionale è stata irrimediabilmente danneggiata da questi procedimenti, dopo di che si è trasferito a Diyarbakır. Analogo il trattamento riservato ai suoi colleghi.

Nel caso Elçi and others v. Turchia (2013) la Corte riscontrò una violazione degli articoli 3,  5 § 1 e 8 della Convenzione nel trattamento riservato agli avvocati turchi ricorrenti[40].

E’ chiaro perché Tahir Elçi era un faro per gli avvocati turchi in un momento così difficile: perché aveva già navigato in acque burrascose, ed aveva guidato la nave in porti sicuri. Con la sua guida nella denuncia dei crimini contro l’umanità commessi durante il coprifuoco, gli avvocati procedevano sicuri, non cedendo davanti alle indagini, agli arresti, alle intimidazioni. La sua esecuzione pubblica è stata un segnale chiaro rivolto a chiunque fosse intenzionato a prendere il testimone del suo impegno professionale[41]. Nessun avvocato, dopo il suo omicidio, si sarebbe più sentito al sicuro. La risposta è stata collettiva: decine di migliaia di persone al suo funerale, e la sua foto in tutte le manifestazioni dell’avvocatura. Sotto, la scritta “non ti dimenticheremo mai”.

Se Tahir Elçi ha pagato con la morte il proprio impegno professionale, la fedeltà alla propria funzione, l’incorruttibilità della sua indipendenza, non è andata meglio ai difensori del leader del PKK Abdullah Öcalan.

Vale la pena ricordare che Abdullah Öcalan è stato riconosciuto tardivamente rifugiato politico dal Tribunale di Roma. Rapito dai servizi segreti turchi mentre si trovava in Kenya, in Turchia, all’esito di un procedimento sommario nel quale fu enormemente compresso il diritto di difesa, è stato condannato a morte, pena poi modificata nell’ergastolo a vita a seguito dell’abolizione della pena di morte in Turchia, e per dieci anni è stato detenuto da solo nell’isola prigione di Imrali. Dopo l’isola prigione si è popolata di altri cinque detenuti politici, all’esito della visita del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa, che aveva censurato le condizioni di totale isolamento in cui veniva detenuto. Nel 2005, la Grande Camera della CEDU, nel caso Öcalan V. Turkey (Application no. 46221/99) ha stabilito che la Turchia aveva violato gli articoli 3, 5 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo rifiutando di consentire a Öcalan di presentare ricorso contro il suo arresto e condannandolo a morte senza un giusto processo[42]. La richiesta di Öcalan per un nuovo processo è stata rifiutata dai tribunali turchi. Per tutto il periodo di interruzione del processo di pace, ad Öcalan non è stato permesso di ricevere le visite dei famigliari.  Nel 2014 la Corte EDU, nel caso nel caso Öcalan V. Turkey n.2  (Application n.  24069/03, 197/04, 6201/06 e 10464/07) ha ha ritenuto che vi fosse stata violazione dell'articolo 3 della Convenzione per quanto riguarda le condizioni di detenzione del ricorrente nel periodo di isolamento totale, e per quanto riguarda la condanna del ricorrente all'ergastolo senza possibilità di liberazione condizionale, constatando che, in assenza di qualsiasi meccanismo di revisione, l'ergastolo inflitto a carico del ricorrente costituiva una condanna “irriducibile” che costituiva un trattamento disumano. La Corte ha inoltre dichiarato che non vi era stata violazione dell'articolo 8 ritenendo legittime le restrizioni applicate al diritto di visita dei famigliari, per motivi di sicurezza e ordine pubblico.

 Dal 27 luglio 2011 al 2 maggio 2019 il collegio difensivo di Abdullah Öcalan non è mai stato autorizzato a vederlo. Dal luglio 2011 al dicembre 2017 i suoi avvocati hanno presentato più di 700 ricorsi per visite, ma tutti sono stati respinti[43]. Il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, nel suo ultimo rapporto relativo alla visita effettuata nel 2019 ad Imrali ha esortato le autorità turche “a prendere le misure necessarie per garantire che tutti i detenuti nella prigione di Imralı siano effettivamente in grado, se lo desiderano, di ricevere le visite dei loro parenti e avvocati. A tal fine, si dovrebbe porre fine alla pratica di imporre il divieto di visite familiari per motivi "disciplinari"[44].

Il 2011 non è una data casuale: allora è iniziata la nuova ondata di persecuzione degli avvocati di Ocalan con il processo c.d. “KCK Lawyers/1”, nel quale sono imputati 46 avvocati, difensori di Ocalan, molti dei quali dopo l'arresto nel novembre del 2011 hanno scontato anni di custodia cautelare in carcere, accusati di essere collegati con la Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), considerata dal governo turco come organizzazione terroristica legata al PKK.  Questo processo è solo uno dei processi KCK instaurati in tutto il Paese a seguito di maxi operazioni di polizia che hanno portato in tutta la Turchia all'arresto nel 2009 di oltre 8mila giornalisti, sindacalisti, politici, deputati, sindaci e consiglieri comunali, accusati di fare parte del KCK (ed oggi perlopiù condannati a svariati anni di carcere). Gli imputati di questo processo, tutti avvocati, hanno fatto parte del collegio di difesa di Abdullah Öcalan. Secondo l'accusa gli avvocati trasferivano istruzioni da parte di Ocalan ai suoi sostenitori. La difesa sostiene  da sempre l'inconsistenza delle accuse, tenuto conto del fatto che i colloqui tra Ocalan ed i suoi difensori venivano video registrati ed avvenivano in presenza delle guardie carcerarie e, inoltre, che molte prove poste a fondamento dell'accusa sono false oppure sono state assunte illecitamente violando il diritto di difesa (ad esempio intercettazioni telefoniche disposte senza l'autorizzazione dell'A.G.). Questo processo è costruito su prove false: è stato accertato infatti che esso trae origine da indagini operate da polizia giudiziaria e Pubblici Ministeri attualmente indagati e detenuti da vari mesi poiché sono stati condannati per aver confezionato prove false in altri processi. La Corte costituzionale si era pronunciata dichiarando illegittima la Corte speciale che aveva iniziato il processo a carico dei 46 avvocati, che hanno subito una lunga carcerazione preventiva prima di essere rimessi in libertà. A seguito di questa pronuncia il processo e' stato trasferito innanzi al tribunale ordinario di Istanbul, con il numero di procedimento sopra indicato. Nell'udienza del 28 giugno 2016 gli avvocati avevano chiesto l'acquisizione degli atti relativi ai procedimenti che vedevano imputati i pubblici ministeri e il giudice che ha deciso sull'ammissione delle prove nel processo tenutosi davanti al Tribunale speciale, per avere costruito e ammesso prove false in oltre 240 altri procedimenti, e di attendere la pronuncia della Corte Costituzionale circa la (il)legittimità della prosecuzione del processo davanti a una Corte differente. La Corte ha accolto entrambe le istanze dei difensori. Nel corso del 2017 il processo ha subito alcuni rinvii formalmente motivati, tra l’altro, dal fatto che gli atti relativi agli altri procedimenti non erano stati ancora trasmessi nella loro interezza. All’udienza del 6 luglio 2017, tenutasi nonostante l’ennesimo cambio di collegio, circostanza che nel sistema processuale penale turco non determina la necessità di dover riaprire il dibattimento, prima dell’inizio dell’udienza il Tribunale si è rivolto agli osservatori internazionali presenti, dando loro il benvenuto, rimarcando però che la Costituzione turca non prevede la presenza di avvocati stranieri, ammessi solo perché l’udienza è pubblica. La sensazione, condivisa, è che la presenza alle udienze di alcuni processi in Turchia di avvocati dei maggiori Paesi europei, oltre che di alcune rappresentanze diplomatiche, passi tutt’altro che inosservata. L’esito dell’udienza non era scontato, nello scorso mese di aprile infatti il processo  a carico degli imputati non avvocati, accusati di far parte del KCK, si era concluso a Diyarbakir con pesanti condanne, fino a 25 anni di reclusione. L’udienza si è svolta in un clima generale reso pesante dalle quotidiane azioni repressive ed i continui arresti di intellettuali, accademici, magistrati, pubblici funzionari, politici dell’opposizione, giornalisti, avvocati  e perfino del Presidente della sezione turca di Amnesty International.  La difesa in questo processo è compromessa dal fatto che tutti i difensori fanno parte dell'associazione degli avvocati libertari curdi  ÖHD, che, in esecuzione del decreto emergenziale del 22 novembre 2016, è stata dichiarata illegale ed i cui beni sono stati confiscati. Da allora la persecuzione nei confronti dei colleghi appartenenti a tale associazione si è intensificata, dando origine anche al processo  ÖHD. I colleghi a loro volta indagati per i medesimi reati non possono dunque più far parte del collegio difensivo[45]. Ad oggi il procedimento è pendente.

Paradossalmente (ma non troppo) anche il mio respingimento è legato al solo fatto di aver osservato i loro processi. Pochi mesi dopo il colpo di stato, sono stata respinta alla frontiera, dopo oltre 16 ore di trattenimento, con divieto permanente di reingresso. Nella sentenza di primo grado, confermata fino alla corte costituzionale turca, ed ora all’esame della Corte Europea per i Diritti Umani, si afferma che il provvedimento con il quale sono stata respinta ed è stato vietato il mio ingresso in Turchia è legittimo, a tutela della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico,  in quanto la sottoscritta, stando alle informazioni fornite dal MIT (Servizi segreti turchi) “ha una stretta collaborazione con gli avvocati turchi e stranieri di  Abdullah ÖCALAN, capo di un’organizzazione terroristica, ed ha partecipato alle udienze del processo Kongra-Gel (PKK)/KCK (cioè quello in cui sono imputati gli avvocati di Ocalan) come osservatore internazionale”.

     

[1]https://www.camera.it/leg17/995?sezione=documenti&tipoDoc=assemblea_allegato_odg&idlegislatura=17&anno=2015&mese=10&giorno=02

[2] https://undocs.org/A/HRC/20/19/Add.3 . Si veda anche L. PERILLI, Lo Stato di diritto, l’indipendenza della magistratura e la protezione dei diritti fondamentali: la tragica deriva della Turchia dal 2013, in La magistratura, 16 febbraio 2017, online. http://www.associazionemagistrati.it/doc/2514/lo-stato-di-diritto-lindipendenza-della-magistratura-e-la-protezione-dei- diritti-fondamentali-la-tragica-deriva-della-turchia-da.htm

[3] Ibidem, para. 64.

[4] Per approfondimenti: B. Spinelli – R. Giovene di Girasole, “Manuale per osservatori internazionali dei processi. La difesa dei diritti umani”, Nuova Editrice Universitaria, p.109 ss. In distribuzione gratuita su richiesta al C.N.F. http://www.nuovaeditriceuniversitaria.it/Libro-la-difesa-dei-diritti-umani.html  

[5] Soyalp, N. (2019). A transdisciplinary perspective on the historical traumas among armenian, kurdish, and turkish people of anatolia: Transgenerational trauma, “Turkishness,” and the epistemologies of ignorance (Retrieved from https://search.proquest.com/dissertations-theses/transdisciplinary-perspective-on-historical/docview/2334214331/se-2?accountid=9652.

Bolton, P., Michalopoulos, L., Ahmed, A. M., Murray, L. K., & Bass, J. (2013). The mental health and psychosocial problems of survivors of torture and genocide in Kurdistan, Northern Iraq: A brief qualitative study. Torture, 23, 1– 14.

Daud, A., Skoglund, E., & Rydelius, P.‐A. (2005). Children in families of torture victims: Transgenerational transmission of parents' traumatic experiences to their children. International Journal of Social Welfare, 14, 23– 32.

aitz, M., Levy, M., Ebstein, R., Faraone, S. V., & Mankuta, D. (2009). The intergenerational effects of trauma from terror: A real possibility. Infant Mental Health Journal, 30, 158– 179.

[6] https://iadllaw.org/2020/12/a-life-dedicated-to-justice-and-struggle-ebru-timtik/

[7] “Il golpe del 1980 concluse nel modo più drammatico uno dei periodi più bui della storia turca: episodi di violenza tra militanti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra, tra maggioranza sunnita e minoranza alevita, nascita del PKK e del terrorismo curdo inizialmente diretto contro rivali tribali e feudali, grave crisi economica, incapacità dei leader politici dell’epoca, Demirel e Ecevit, di affrontare la situazione con una visione politica chiara avevano condotto il Paese in una guerra civile strisciante. La maggioranza della classe media (e non solo) turca accolse il golpe militare con un sospiro di sollievo, come del resto fece anche lo schieramento occidentale. Ma il sollievo durò molto poco, in quanto la svolta autoritaria si rivelò particolarmente pesante per il Paese, con un tentativo in buona parte riuscito di completa depoliticizzazione del Paese: chiusura del Parlamento, scioglimento di partiti, sindacati e associazioni, censura permanente. Non solo i movimenti di estrema sinistra e quelli filoislamici (nella cui nascita qualche anno prima molti vedono la longa manus dei militari nel tentativo di contrastare i primi), ma anche i repubblicani, i nazionalisti e gli attivisti curdi pagarono conseguenze durissime. Dal golpe scaturì poi la Costituzione del 1982, simbolo tuttora vigente di una difficile sintesi islamico-nazionalista filoccidentale in chiave autoritaria che ha plasmato la Turchia moderna ma ha anche contribuito a creare ulteriori tensioni, in particolare aggravando la questione curda e contribuendo al consolidarsi del ruolo chiave del PKK” Fonte: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/0/940332/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione6-h1_h121 .

[8] https://www.hrw.org/report/2012/09/03/time-justice/ending-impunity-killings-and-disappearances-1990s-turkey ; https://www.hrw.org/sites/default/files/reports/TURKEY933.PDF .

[9] https://en.wikipedia.org/wiki/Saturday_Mothers

[10] "Conflict Studies Journal at the University of New Brunswick". Lib.unb.ca. Retrieved 29 August 2010.  Jongerden, Joost (2007-05-28). The Settlement Issue in Turkey and the Kurds: An Analysis of Spatial Policies, Modernity and War. BRILL. p. 82. Human Rights Watch/Helsinki, “Turkey’s failed policy to aid the forcibly displaced in the southeast,” A Human Rights Watch report, vol. 8, no. 9 (D),June 1996. Human Rights Watch, “Displaced and Disregarded: Turkey’s Failing Village Return Program,” A Human Rights Watch report, vol. 14, no. 7 (D), October 2002.

[11] Si veda ad esempio European Court of Human Rights, Osmanoğlu v. Turkey, judgment of 24 January 2008, Sayği v. Turkey, judgment  of 27 January 2015, Orhan v. Turkey, judgement of 6 November 2002, ed altri.

[12] E che, dopo il colpo di stato, sono state perpetrate anche in danno dei sospetti gulenisti: https://www.hrw.org/news/2020/04/29/turkey-enforced-disappearances-torture .

[13] https://espresso.repubblica.it/internazionale/2015/10/12/news/turchia-tremila-morti-in-tre-mesi-bombe-cecchini-attentati-cosi-muore-la-democrazia-1.234010

[14] Resolution of the Parliamentary Assembly of the Council of Europe on the functioning of democratic institutions in Turkey,Resolution 2121 (2016), 22 June 2016, paragraph 10

[15] https://www.crisisgroup.org/content/turkeys-pkk-conflict-visual-explainer

[16] http://www.staticfiles.it/clients/ggdd/file- ; https://ilmanifesto.it/Demirtaş-entra-a-cizre-testimonianza-di-avvocata-italiana-e-assedio-e-strage/reposit/posts/2015/09/20150921110852/documents/ggdd_20150921110852.pdf ; https://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2015/10/30/news/il_kurdistan_nella_morsa_turco-siriana_tra_le_esecuzioni_sommarie_e_la_ricostruzione_di_kobane-126244488/ .

[17] Si veda in particolare ZAGATO L. , Il coprifuoco in Turchia e la violazione di massa dei diritti umani. Sulla via di un genocidio culturale? , Ricerche giuridiche e-ISSN 2281-6100

Vol. 6 – Num. 1 – Giugno 2017. Online qui : https://edizionicafoscari.unive.it/media/pdf/article/ricerche-giuridiche/2018/1/art-missing-article-doi_nKXob2Y.pdf , https://ekurd.net/genocide-kurdish-case-turkey-2018-02-06 , https://it.scribd.com/doc/60669321/Kurtlerin-sonu-haydar-isik , https://tr.wikipedia.org/wiki/K%C3%BCrt_Sorununda_Demokratik_%C3%87%C3%B6z%C3%BCm_Bildirgesi

https://www.aninews.in/news/world/middle-east/kurdish-leader-says-turkey-pursuing-socio-political-genocide-against-kurds20191221203508/ , Cultural Genocide and Asian State Peripheries, a cura di B. Sautman, Springer, 2006, p.12. Social Inequality & The Politics of Representation, Di Celine-Marie Pascale, sez. 15 Language as a means of civilizing the kurdish women in Turkey, p.234. M. Van Bruinessen, Genocide of the Kurds, in “The Widening Circle of Genocide”, di Israel W. Charney, Transaction Publishers, 1994.

[18] https://rm.coe.int/ref/CommDH(2016)39 ; https://www.venice.coe.int/webforms/documents/?pdf=CDL-AD(2016)010-e , para 98-100.

[19] https://armedia.am/eng/news/26435/turkish-policeman-killed-pregnant-woman.html

[20] https://bianet.org/english/print/169283-4th-day-of-curfew-in-nusaybin-one-dead-four-woundedhttps://www.ilmattino.it/primopiano/esteri/donna_curda_incinta_uccisa_polizia_turca_foto-1359359.html .

[21] https://100-reasons.org/selamet-yesilmen/

[22] https://hakikatadalethafiza.org/wp-content/uploads/2016/07/2016.07.02_Idil-KadinCocukRaporu-EN.pdf

[23] https://www.nytimes.com/2015/10/06/world/europe/turkey-to-investigate-images-of-dead-kurdish-man-being-dragged.html ; https://observers.france24.com/en/20151008-turkey-police-dragged-streets-kurdish-video .

[24] https://ahvalnews.com/turkey-kurds/turkish-court-overturns-acquittal-kurdish-man-charged-attending-sons-funeral

[25] https://www.giuristidemocratici.it/Comunicati/post/20151105131006

[26] Abdullah Kaplan v. Turkey (no. 4159/16), Adem Tunc v. Turkey (no. 4552/16), Ahmet and Zeynep Tunc v. Turkey (no. 4133/16), Ahmet Tunc v. Turkey (no. 39419/16), Alpaydinci and Others v. Turkey (no. 10088/16),

Altun v. Turkey (no. 4353/16), Balcal and Others v. Turkey (no. 8699/16), Bedri and Halime Duzgun v. Turkey (no. 901/16), Caglak v. Turkey (no. 2200/16), Cengiz Abis and Others v. Turkey (no. 10079/16), agli and Others v. Turkey (no. 6990/16), Dolan v. Turkey (no. 9414/16), Erkaplan v. Turkey (no. 10085/16), Eroglu v. Turkey (no. 478/16), Gecim v. Turkey (no. 5332/16), Gorgoz v. Turkey (no. 480/16), Inan v. Turkey (no. 2105/16), Irmak v. Turkey (no. 5628/16), Karaduman and Cicek v. Turkey (no. 6758/16), Karaman v. Turkey (no. 5237/16), Kaya v. Turkey (no. 9712/16), Koc and Others v. Turkey (no. 8536/16), Omer Elçi  v. Turkey (no. 63129/15), Oncu v. Turkey (no. 4817/16), Oran v. Turkey (no. 1905/16), Paksoy v. Turkey (no. 3758/16), Sariyildiz v. Turkey (no. 4684/16), Seniha Surer and Others v. Turkey (no. 10073/16), Seviktek v. Turkey (no. 2005/16), Sultan and Suleyman Duzgun v. Turkey (no. 891/16), Tunc and Yerbasan v. Turkey (no. 31542/16), Uysal v. Turkey (no. 63133/15), Vesek v. Turkey (no. 63138/15), Yavuzel and Others v. Turkey (no. 5317/16).

[27] Human Rights Watch interview with Ramazan Demir, January 22, 2019. https://www.hrw.org/report/2019/04/10/lawyers-trial/abusive-prosecutions-and-erosion-fair-trial-rights-turkey#_ftn67

[28] V. anche : “Turkey: State Blocks Probe of Southeast Killings,” July 11, 2016: https://www.hrw.org/news/2016/07/11/turkey-state-blocks-probes-southeast-killings

[29] https://rm.coe.int/168070cff9 , para. 41, p.10.

[30] Per approfondimenti: B. Spinelli – R. Giovene di Girasole, “Manuale per osservatori internazionali dei processi. La difesa dei diritti umani”, Nuova Editrice Universitaria, p. 126 ss. In distribuzione gratuita su richiesta al C.N.F. http://www.nuovaeditriceuniversitaria.it/Libro-la-difesa-dei-diritti-umani.html  

[31] https://en.wikipedia.org/wiki/Siege_of_Sur_(2016) ; https://www.hdp.org.tr/Images/UserFiles/Documents/Editor/amnestyreporteng.PDF   https://www.amnesty.org/en/latest/news/2016/12/turkey-curfews-and-crackdown-force-hundreds-of-thousands-of-kurds-from-their-homes/ .

[32] https://forensic-architecture.org/investigation/the-killing-of-tahir-Elçi  

[33] https://www.uianet.org/es/valores/joint-statement-case-concerning-killing-tahir-Elçi-and-lack-effective-investigation-his

[34] https://english.alaraby.co.uk/english/comment/2015/12/1/the-death-of-turkeys-tahir-el%C3%A7i

[35] https://hudoc.echr.coe.int/app/conversion/pdf/?library=ECHR&id=001-128036&filename=001-128036.pdf

[36] Due settimane dopo, ha spiegato i suoi commenti al giornalista freelance Yvo Fitzherbert. "Non l'ho detto perché sostengo il PKK", ha detto, nei commenti pubblicati dopo la sua morte. "Piuttosto, volevo affermare un fatto riguardo alla loro legittimità agli occhi di molti curdi" https://english.alaraby.co.uk/english/comment/2015/12/1/the-death-of-turkeys-tahir-el%C3%A7i

[37] https://www.retekurdistan.it/2020/01/14/corte-di-cassazione-pkk-non-organizzazione-terroristica-ma-parte-belligerante/?fbclid=IwAR3G8UR4kfC2p5-K3SPrSnJEEq3EWCUU3WcqbYfKQWDVaTBgWkLQNgMFGRk.

[38] http://ocalanbooks.com/downloads/it-confederalismo-democratico.pdf

[39] https://www.lrwc.org/turkey-arrest-and-investigation-of-human-rights-lawyer-tahir-Elçi-letter/

[40] http://echr.ketse.com/doc/23145.93-25091.94-en-20031113/

[41] https://www.dinamopress.it/news/perche-dobbiamo-tenere-viva-la-memoria-di-tahir-Elçi /

[42] http://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-69022

[43] http://www.freeocalan.org/news/english/lawyers-meet-with-ocalan-for-the-first-time-in-8-years

[44] http://hudoc.cpt.coe.int/eng?i=p-tur-20190506-en-13

[45] Paragrafo estratto da: B. Spinelli – R. Giovene di Girasole, “Manuale per osservatori internazionali dei processi. La difesa dei diritti umani”, Nuova Editrice Universitaria, p.120 In distribuzione gratuita su richiesta al C.N.F. http://www.nuovaeditriceuniversitaria.it/Libro-la-difesa-dei-diritti-umani.html

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