ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Il cognome della madre

Il cognome della madre

di Maria Cristina Amoroso e Elisabetta Pierazzi

La recente decisione della Corte Costituzionale colpisce soprattutto per la sua enorme portata simbolica, forse addirittura più sociale che giuridica.  

Naturalmente sappiamo tutti che storicamente la trasmissione del solo cognome paterno esprime e ribadisce l'irrilevanza delle donne nella sfera pubblica. A chi importa tramandare una discendenza ed una identità che non hanno valore? E, d'altro canto, come si può avere valore se non si ha nemmeno il diritto di dare vita (nonostante si dia la vita) ad una discendenza?  

Da quando abbiamo una Costituzione che riconosce e promuove la pari dignità di uomo e donna,  però, la trasmissione del solo cognome paterno è diventata un dinosauro, un residuato di un ordinamento patriarcale incompatibile con i valori fondanti della società che abbiamo voluto costruire.  

Le questioni di cui occuparci, tanto più in questo periodo, non mancano, ma come operatori del diritto oltre che come cittadini abbiamo motivo di gioire del fatto che oggi viene rimossa una discriminazione così radicata da essere quasi invisibile, come fosse una espressione dell'ordine naturale delle cose anziché la perpetuazione di una antica e ingiusta discriminazione.

Semplicemente, se il cognome è il nostro nome pubblico, tanto che gli attribuiamo un valore legale ricognitivo dell'identità personale,  è illegittimo imporre che ogni individuo nato da due genitori venga identificato pubblicamente con riferimento esclusivo ad uno dei due, sempre il padre.    

Poi certamente non basta cambiare le parole, perché devono cambiare anche gli occhi e le teste, ma non si può fare tutto insieme.

E' una bella notizia in un momento in cui non ce ne sono tantissime. 

Non possiamo non cogliere la forza culturale di questa decisione in un momento storico in cui le donne le madri e le mogli vengono uccise e massacrate ogni giorno e in cui in posti bui sono spose bambine o oggetto di vendette di guerra e non.

Come spesso accade il giudice delle leggi “traina” ( o cerca di trainare)  la società un pezzo più avanti imponendo concetti scontati, ma non praticati, di civiltà. Un passaggio di rilievo dalla concezione retrograda di "stirpe" e di appartenenza al riconoscimento del pari rilievo giuridico e sociale dei genitori.

Provocatoriamente però  verrebbe da dire che non basta...la vera rivoluzione ci sarà quando la forma si allineerà con la sostanza.

A Napoli si dice “i figli sono di chi se li cresce” e forse nella  nostra società bisognerebbe iniziare finalmente a valorizzare la   genitorialità sostanziale piuttosto che quella formale.

Cio’ accadrà quando si chiederà  non più “a chi appartieni?”  né “di chi sei figlio?”....ma quando la domanda sarà: “chi ha avuto cura di te?”

Non sappiamo se mai riusciremo a vedere scritto uno o due cognomi a seconda dell’ impegno che ciascuno ha profuso dopo aver fatto una scelta così seria come quella di mettere al mondo nuove vite.

 Ma se bisogna aspirare ad una nuova civiltà, che il sogno sia grandioso! 



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