ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Ricordo di Sergio Chiarloni

Ricordo di Sergio Chiarloni

di Bruno Capponi

Con Sergio Chiarloni si spegne una voce personalissima e autorevole nel frastagliato panorama degli studiosi del processo civile, voce che fin dall’inizio aveva alternato lo studio di delicati problemi tecnici (L’impugnazione incidentale nel processo civile, Milano, 1969) con l’impegno scientifico e sociale nella più accentuata declinazione marxista (Diritto processuale civile e società di classi, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1972, p. 733 ss.). Personalmente lo ricordo, sin all’inizio degli anni Ottanta, in occasione degli incontri di studio che Salvatore Mannuzzu era solito organizzare presso il Centro per la riforma dello Stato (erano presenti quasi sempre anche Michele Taruffo e Andrea Proto Pisani) e che hanno prodotto nel tempo pubblicazioni che restano di grande interesse, ad esempio sulla Cassazione civile o sul neonato Giudice di pace (a cura di Raffaello Sestini, ora magistrato amministrativo).

Sergio Chiarloni aveva con tutti un tratto semplice, amichevole, signorile; non amava le critiche prive di garbo, e a questo ispirava la sua attività di redattore prima e, poi, di condirettore della Giurisprudenza italiana.

Costante è stato il suo interesse per le riforme della giustizia civile, alle quali per i tipi di Zanichelli ha dedicato ampi e ripetuti studi (anche sul c.d. processo societario, che ebbe vita effimera) grazie soprattutto alla nutrita schiera di collaboratori della quale aveva saputo circondarsi; tanto da potersi parlare di una “scuola torinese” che peraltro, al suo interno, ha presentato e presenta voci tra loro molto differenziate a testimonianza della libertà di pensiero che Sergio riconosceva ai suoi allievi.

Molto differenziata è stata la sua indagine scientifica, come dimostra la pubblicazione nel 1980 della monografia Misure coercitive e tutela dei diritti, che resta una pietra miliare nello studio dell’esecuzione indiretta, e il successivo L’appello nel processo del lavoro (Milano, 1984).

Probabilmente i più giovani lo identificheranno con la formula (o forse sarebbe meglio dire con la vulgata) «formalismo delle garanzie», tema al quale Sergio aveva dedicato una lunga serie di saggi, taluni raccolti nel volume Formalismi e garanzie. Studi sul processo civile (Torino, 1995) che forse sono stati in buona misura malintesi da certa giurisprudenza, allorché si è ritenuto di poter derogare a tante regole tecniche del processo civile in contemplazione di “princìpi” liquidi, desunti da fonti sovraordinate (o dal “sistema”). Non a caso, in tempi più recenti Sergio ha parlato della giustizia civile quale fonte di ripetuti «paradossi» (Annali della Storia d’Italia Einaudi, 14, 1998).

Attento ai problemi ordinamentali, il suo sguardo di studioso si è spesso soffermato sulle esperienze di Paesi non ispirati, come il nostro, all’esperienza francese.

La sua passione per le discussioni e la “circolazione delle idee” lo ha portato ad essere uno degli interlocutori preferiti dei magistrati, nei confronti dei quali sempre osservava grande rispetto.

Questo ricordo, breve e forse impreciso, viene scritto nell’immediatezza della scomparsa soprattutto come testimonianza di un affetto che, da quei primi anni Ottanta, non è mai venuto meno.  

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