Non è una questione da poco “con quali occhi guardo” anche se qualcuno fin da subito potrebbe interrompere la riflessione affermando che tutti gli uomini sani possiedono gli occhi e con essi guardano il mondo. E che cosa vedono? Le cose come appaiono, i fenomeni. L’aggettivo greco phainòmenon già si presta ad essere interpretato almeno in due sensi: ciò che appare in quanto ne abbiamo una rappresentazione attraverso i sensi, oppure ciò che appare rispetto ad una realtà “vera” che rimane sottesa, nascosta. Nel primo caso la nostra visione del mondo è quella che ci fornisce l’occhio fisico, nel secondo caso “la verità abita nel profondo” come diceva Democrito, e può coglierla solo l’occhio della mente. Quello che vedo fisicamente non corrisponde dunque a ciò che è nella sua essenza.
L’interrogativo di partenza impone dunque una serie di problemi complessi se è vero che i filosofi continuano a percorrere la strada del materialismo o dell’idealismo e risultano divisi proprio come gli uomini comuni, come tutti noi quando si deve attribuire un valore a ciò che si vede, o meglio bisogna scegliere con quali occhi guardare se stessi, gli altri, il mondo in cui siamo. Al mattino davanti alle scuole c’è una folla di giovani e sembrano tutti dello stesso colore: non dico solo della pelle ma anche dei vestiti. Poi in classe si distinguono e ti accorgi che pure con gli stessi jeans strappati, ognuno ha il suo modo di portarli, di starci dentro. Davanti a una Chiesa o al Municipio il giorno di un matrimonio è difficile non capire quali siano gli invitati: sono tutti ugualmente vestiti, portano con disinvoltura gli stessi abiti firmati o ben copiati, ostentano con orgoglio l’ultimo modello di Louis Vuitton. Nessuno si sconvolge, nessuno grida allo scandalo. Di certo anche tra gli adulti come tra i ragazzi, ci sono persone intelligenti che, consapevoli o inconsapevoli, giocano nel teatro delle apparenze. Nei salotti della buona borghesia ancora si sente dire “bisogna salvare le apparenze”.
Dunque i più sanno che è necessario squarciare il velo per cogliere il nocciolo della realtà. Il fenomeno, diceva Schopenhauer, è proprio un’illusione, il velo di Maya, appunto, dovuto alla rappresentazione spazio temporale e alla connessione causale; queste tre categorie producono un’obiettività fittizia, costituita di fatto dalla proiezione esterna di sensazioni e immagini soggettive. Ma c’è un contenuto intuito solo dal pensiero “noùmenon” che sia accessibile ai nostri strumenti cognitivi? Kant, il grande filosofo di Konisberg, lo nega, pur riconoscendo di questo concetto limite la valenza regolativa del sapere: esso segna i limiti entro i quali possiamo essere certi della nostra conoscenza. Il “noùmenon” viene paragonato ad un faro, che, indicando ai naviganti la propria posizione del tutto inaccessibile, indirettamente li guida per le uniche rotte possibili. Siamo dunque condannati a conoscere solo ciò che appare, ciò che si manifesta anche se ci rendiamo conto della carica ingannatrice dell’apparenza? I fenomeni eclatanti che ci sconvolgono per la loro carica “eversiva” possiamo esorcizzarli o analizzarli in profondità per trovare rimedi?
Mi riferisco in particolare agli ultimi episodi di violente manifestazioni di piazza in Francia e in alcune città italiane. Ragazzi molto giovani, in modo apparentemente solo impulsivo hanno manifestato senza bandiere, senza guida, come fossero attori dal vivo di un video game distruggendo tutto quello che si trovavano davanti, specie i simboli del potere, della ricchezza, di ciò che essi normalmente guardano senza il permesso di toccare. Si tratta di un fenomeno sociale che va indagato o solo represso con leggi eccezionali, posto che le normative che regolano la vita civile nel nostro paese esistono e vanno solo applicate? È giusto mandare l’esercito, come in un tempo lontano lo si spediva in Sicilia per reprimere il fenomeno mafioso?
Naturalmente tutti questi interrogativi esigono risposte da più parti. Certo sono necessari gli studi teorici da parte di sociologi, psicologi e perfino medici per entrare nelle dinamiche profonde di ciò che semplicemente “appare” purché tali studi non restino, come accaduto finora, esercizi di accademia patrimonio di un pubblico risicato di lettori. E arrivo al punctum dolens della questione. Una classe dirigente preparata, colta, consapevole dei suoi compiti è pronta ad assumersi la responsabilità della guida politica di questo Paese? Si tratta non solo di far fronte alla crisi economica ma pure al disagio sociale che sembra dare nuovamente fuoco alle ceneri in cui è stato sepolto il disegno di equità sostanziale celebrato negli assunti teorici delle democrazie occidentali. Perché è questo il nocciolo profondo. Nelle società occidentali provate dalle guerre e dai soprusi, i giovani, anzi i ragazzi che non hanno strumenti, che sono poveri di supporto economico ed educativo, che sono pure schiavi di falsi modelli, hanno trovato come forma di espressione una vis distruttiva di cui si possono immaginare gli sviluppi e le complicazioni.
Fanno quasi pensare, questi ragazzi, ai luddisti che, durante la prima rivoluzione industriale, imputavano alle macchine la perdita del loro lavoro, del loro status sociale, e con furia distruttiva entravano nelle fabbriche per distruggerle quelle macchine. Oggi siamo di fronte a nuova svolta epocale e le scelte politiche non possono essere eluse, delegate o peggio ancora rimandate. La sinistra progressista e democratica avrebbe già dovuto costruire un programma articolato e ricco in tal senso. Speriamo che ciò non avvenga in modo frammentario e per giunta che non arrivi come la nottola di Minerva sul far del crepuscolo.
