ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Per non dimenticare

Il 21 marzo è la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie
21 marzo 2026
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ABSTRACT

Le origini del fenomeno mafioso secondo la maggior parte degli storici sono riscontrabili già a partire dalla dominazione spagnola (secoli XVI e XVII). Essa nasce come un’associazione clandestina che attraverso metodi criminosi di repressione e intimidazione esercita il controllo sul territorio e sulle attività economiche che in esso sussistono. È stata ed è rimasta a lungo tipica espressione della società siciliana. La sua diffusione e il consolidamento della sua struttura è certamente dovuto al succedersi di cattivi governi che non hanno trovato i mezzi, ovvero le riforme sociali e politiche adeguate a combatterla o almeno a limitarne la portata. Nella prima fase il fenomeno riguarda il latifondo signorile in cui si muove un popolo contadino misero e taglieggiato dai signori i quali agiscono attraverso i loro amministratori dei feudi, i cosiddetti gabellotti coadiuvati dai loro sottoposti ovvero soprastanti e campieri. Le plebi contadine non hanno mai potuto organizzarsi e rispondere alle prevaricazioni e ai soprusi anche perché tutti i governi succedutisi nella storia (spagnolo, borbonico o “piemontese”) non sono stati capaci di far rispettare le leggi e bene o male hanno trovato il modo di farsi conniventi dei ceti padronali in nome della quiete sociale. Cosicché la Mafia si è man mano sostituita allo Stato facendo valere le sue leggi attraverso minacce, ritorsioni, vendette e anche sfruttando la cosiddetta “cultura dell’omertà” delle stesse vittime. Paradossalmente proprio le vittime trovano protezione e soluzione di contasti familiari, dispute di vario genere e perfino indicazioni etiche presso i vari “padrini” spesso venerati e ossequiati come benefattori. Lo spostamento progressivo dell’attività criminosa dalle campagne alle città, specie nelle zone occidentali dell’isola: Palermo, Agrigento, Caltanissetta ha reso possibile una ramificazione delle associazioni delinquenziali che, affermandosi tanto nell’economia delle campagne quanto in quelle delle città, assicurano un rapporto perverso tra proprietari e dipendenti e, alla lunga, tra governanti e governati. Già nell’Inchiesta di Franchetti e Sonnino del 1876 si riscontrano quelli che sono rimasti nella sostanza i caratteri della Mafia come “patto d’onore” fra gli associati mai revocabile pena la morte e la strategia di azione sempre più capillare e controllata attraverso i vari gradi e funzioni degli adepti. I risultati conoscitivi di tale Inchiesta e i materiali raccolti dalla Prima Commissione Parlamentare Antimafia del 1962 hanno messo in luce realisticamente la natura, l’entità, le caratteristiche essenziali del fenomeno mafioso. Il maggior contributo allo studio investigativo si deve, in tempi recenti, al pool antimafia di Palermo, soprattutto quello, per più aspetti decisivo, di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino; l’applicazione della legge Rognoni-La Torre che ha consentito gli accertamenti bancari per individuare i flussi di denaro sporco frutto del traffico di droga e di altre attività illegali. Non è trascurabile il contributo dei pentiti di mafia come Buscetta e Calderone che hanno consentito per la prima volta di conoscere l’organizzazione mafiosa nei suoi vari livelli e di metterne in luce le caratteristiche di setta segreta con veri e propri fari di luce sulle varie attività criminose specie nel campo di quella che è stata definita la mafia imprenditrice. Le attività della Mafia non possono essere intralciate: nessun omicidio mafioso è “casuale” anche se può, per errore, coinvolgere vittime innocenti. Esso risponde alla necessità di eliminare quegli ostacoli che impediscono l’attività mafiosa e, come ebbe a dire il giudice Chinnici, l’omicidio risponde alla volontà dell’organizzazione criminale di comunicare all’interno e all’esterno la propria potenza.

Quanti giudici hanno sacrificato la vita per combattere questo fenomeno? Non è qui il luogo di farne un elenco dettagliato perché occorrerebbe un saggio storico di più salda costruzione, ma in me che sono stata un’educatrice e tale rimango suscita una particolare emozione il sacrificio e la morte dei giovani. Il giudice Livatino, il giudice “ragazzino” valga come modello. Il 21 settembre 1990 in un agguato organizzato dalla mafia viene barbaramente ucciso mentre si reca al lavoro in auto. Un giovane dal carattere schivo e riservato,impegnato in indagini delicatissime attraverso le quali veniva sempre più alla luce la realtà affaristico-mafiosa delle province di Agrigento e Caltanissetta, non teme il pericolo e svolge con abnegazione e nel silenzio quello che svolgono moltissimi magistrati fedeli servitori dello Stato con la speranza, come c’è da rimarcare che il loro lavoro sia protetto e valorizzato oggi più che mai senza alcuna vis ideologica o peggio ancora opportunistica.

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