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1. Premessa
Questo contributo è stato elaborato in occasione della ricorrenza dei 5 anni dalla presa del potere dei talebani in Afghanistan.
Al dolore che provoca la sistematica ed istituzionalizzata cancellazione di donne e ragazze dalla vita sociale e culturale di quel Paese non può non accompagnarsi lo sgomento per la diffusione che i principi affermati da quel regime, ammantati sotto l’egida della religione, sembra avere nel mondo, anche in termini striscianti di accettazione di “legittime” espressioni di un modello culturale o appunto religioso.
E ciò persino nella nostra Europa che istituzionalmente ripudia e condanna quei principi.
Citando – malamente – Hannah Arendt si potrebbe parlare di diffusività del male.
Non può passare sotto silenzio quanto recentemente accaduto a Parigi dove la Tour Eiffel è stata “vietata” al personale femminile in servizio in occasione della visita di un leader religioso indù che ne aveva chiesto ed ottenuto l’allontanamento.
La tracotanza della richiesta, in spregio dei principi democratici del Paese ospitante, e il fatto che sia stata accolta, a saldo delle scuse, peraltro intervenute solo a seguito delle proteste delle lavoratrici che hanno comportato la chiusura della Tour per una intera giornata, fanno pensare e pensare male.
2. L’Afghanistan e la crisi umanitaria
Cosa sia successo 5 anni fa è noto: il 15 agosto la caduta di Kabul e la presa di potere dei Talebani a fronte della frettolosa ritirata degli USA e delle altre Forze di stanza nel Paese, in quella che fu definita la “disfatta politica dell’occidente”; seguì la disillusione di quanti ritenevano che dopo la sconfitta del 2001 il governo talebano non avrebbe ripetuto le sue precedenti modalità; e quindi la realizzazione progressiva e sempre più odiosa di un regime che controlla tutto, persino i centimetri delle barbe, e soprattutto ha inesorabilmente cancellato i diritti delle donne realizzando un vero e proprio apartheid di genere.
Cosa sta accadendo ora è la peggiore crisi del mondo per i diritti delle donne.
Infatti a distanza di 5 anni dalla presa di potere da parte dei talebani nell’agosto del 2021, l’Afghanistan ha sistematicamente smantellato i diritti di metà della sua popolazione diventando un caso anomalo a livello globale senza eguali nel mondo moderno, emanando nel corso del periodo, e sempre intensificando la repressione, oltre 100 decreti contro donne e ragazze, istituzionalizzando la discriminazione e privandole dei loro diritti fondamentali con profonde conseguenze per le loro vite e per le loro comunità.
Nell’ultimo anno questa esclusione di donne e ragazze dall’istruzione, dal lavoro, dalla vita pubblica, dai sistemi giudiziari e dalla assistenza sanitaria si è ulteriormente intensificata, consolidando quella che rimane la più grave crisi dei diritti delle donne al mondo, una crisi senza precedenti che rischia di essere dimenticata[1].
I talebani hanno imposto restrizioni su tutti gli aspetti dei diritti e della libertà delle donne e delle ragazze, cui è negato, in ragione del loro genere, qualunque forma di educazione a partire dagli 11 anni di età; le ragazze al di sopra degli 11 anni sono bandite dalle scuole né è consentito loro di frequentare l’università.
Fin dal dicembre 2024 alle ragazze è proibito persino di seguire corsi di specializzazione in materia di ginecologia, medicina femminile, maternità e cura dell’infanzia, e dunque persino in quelle materie che erano rimaste, per necessità, aperte alle donne.
Vi sono inoltre strettissime restrizioni ai movimenti, vestiti abbigliamento e tempo libero: alle donne è richiesto di viaggiare soltanto accompagnate da un membro della famiglia di sesso maschile e non hanno accesso autonomo a cure sanitarie o servizi legali[2].
I nuovi dati di UN Women rivelano che la metà delle donne afghane esce di casa solo una o due volte al mese a causa delle severe restrizioni alla loro libertà di movimento e all’accesso agli spazi pubblici.
Proibiti saloni di bellezza, palestre e spazi di ricreazione.
In pubblico le donne devono seguire lo stretto codice talebano nell’abbigliamento che richiede loro di coprire non solo l’intero corpo ma anche la loro faccia.
Limitatissimo, se non proprio rimosso, il diritto di accesso al lavoro. Fin dal primo momento della presa di potere dei talebani, le donne sono state rimosse dalle loro posizioni nell’ambito del governo, della pubblica amministrazione e della giustizia.
Ma ora le restrizioni nel trovare una qualunque forma di impiego sono quasi totali: possono lavorare soltanto in limitatissimi settori e possono soltanto portare avanti piccole imprese a livello familiare, sempre che si dimostri che sono strettamente connesse ai bisogni alimentari della famiglia.
Dal settembre 2025[3] in assoluta progressione, anche alle donne impiegate presso le Nazioni Unite è stato proibito di entrare negli uffici dell’Organizzazione e nei compound della stessa se non accompagnate adeguatamente.
Severamente limitato, per non dire di fatto negato, l’ accesso delle donne alla giustizia; e non c’è nessuna protezione per le donne vittime di violenza, inclusa la violenza sessuale, matrimoni precoci e forzati, né ci sono rifugi o case dedicate alle vittime di violenza domestica.
Le donne non possono accedere alla tutela legale per abusi sessuali psicologici o economici da parte dei loro partner poiché gran parte delle forme di abuso fisico non sono considerate illegali e soltanto in pochissimi casi di particolare gravità ed evidenza le donne sono ammesse a ricorrere ad un giudice.
Un recentissimo provvedimento[4] istituzionalizza il fatto che solo in caso di lesioni gravissime e evidenti il partner che le ha causate può essere arrestato… per 15 giorni. E che comunque, anche per recarsi a denunciare, la donna deve essere accompagnata da un uomo della famiglia “titolato”, sia padre, zio o fratello.
Questo il quadro attuale, che trova sempre maggiori differenze in peggio rispetto a quello inizialmente offerto dal regime, si ritrova significativamente esposto e certificato nel pronunciamento del Tribunale Popolare delle donne afghane (PTWA)[5]
La pronuncia, ovviamente priva di qualsiasi effetto giurisdizionale, contiene un’accurata esposizione di fatti e prove analizzate nello specifico, e dopo aver descritto la situazione attuale del popolo afgano ed in particolare quella delle donne, la certifica come una intenzionale, sistematica e grave violazione della legge internazionale ed in particolare la qualifica come un crimine contro l’umanità (art. 7 Statuto di Roma, che include le discriminazioni sulla base del sesso) e come violazione di principi universalmente riconosciuti come vietati dalla legge internazionale[6].
Di questa progressione di un sempre più blindato sistema di apartheid di genere il pronunciamento dà atto affermando che fin dalla prima metà del 2025 i talebani hanno non solo continuato sul cammino delle restrizioni, ma che hanno integrato tali procedure nella struttura governativa, emanando nuove leggi che formalmente fanno riferimento alla sharia ed alla finalità di organizzare la famiglia su principi islamici; ma che in pratica sono all’evidenza finalizzati a legalizzare il controllo di genere sulle donne, fino a giungere, in molte province dell’Emirato, ad emanare decreti che, per rendere il controllo ancora più odioso e capillare, responsabilizzano gli uomini quali garanti dei comportamenti morali delle donne della loro famiglia, con applicazione di penalità per ogni tipo di violazione.
I talebani hanno inoltre creato istituzioni apposite al fine di monitorare l’abbigliamento delle donne, i loro comportamenti o forme di comunicazione, con una tattica di restrizione al fine di proibire ogni forma di partecipazione sociale, in modo da ridurre quindi il ruolo delle donne a mere soggetti domestici e assolutamente segregati: sì che può dirsi, come nella pronuncia del TPP, che il sistema posto in essere dai talebani ha violato il diritto delle donne a non essere soggette a torture, crudeltà, trattamenti inumani e degradanti, il diritto ad una personale libertà e sicurezza, il diritto a non essere soggetti ad arbitraria detenzione, il diritto ad avere un’educazione, il diritto a lavorare, il diritto alla salute, alla libertà di espressione, alla libertà di movimento, alla libertà di associazione al diritto di una propria autonomia dal punto di vista della gestione del proprio corpo oltre che il diritto al godimento di diritti civili, politici e di partecipazione: in una parola il diritto alla vita.
3. La crisi economica e la politica interna
Il blocco delle risorse estere della banca centrale afghana, il bocco quasi totale degli aiuti umanitari e l’esclusione, anch’essa quasi totale, delle donne dal mondo del lavoro hanno precipitato il paese in una crisi senza precedenti anche sotto il profilo economico.
Attualmente gli afghani sono stretti tra la repressione dei talebani e le politiche punitive internazionali; entrambe aggravano la povertà, minano i diritti e fanno pagare a milioni di persone il prezzo di decisioni politiche che sfuggono al loro controllo e che giustamente identificano il popolo afgano come un “popolo tradito”[7].
L’Afghanistan non è nuovo a livelli di povertà abissali che da tempo minacciano la sopravvivenza e le prospettive di vita di gran parte della sua popolazione; questo era già accaduto negli anni successivi all’11 settembre caratterizzati dall’economia di guerra guidata dagli Stati Uniti, quando la disuguaglianzaeconomica era aumentata nonostante il miglioramento dell’accesso al cibo, all’istruzione, all’assistenza sanitaria e al lavoro. Ma il ritorno dei talebani a Kabul nell’agosto del 2021 ha aperto un nuovo capitolo economico, caratterizzato dalla sempre maggiore marginalizzazione e impoverimento e vulnerabilità degli afghani.
La gran parte degli aiuti internazionali allo sviluppo è scomparsa, così esacerbando la vulnerabilità e la marginalizzazione delle donne e dell’intero Paese.
L’insicurezza alimentare, che era diminuita significativamente durante i 12 anni della Repubblica, anche grazie agli aiuti in cibo alle famiglie bisognose e agli investimenti in agricoltura effettuati su larga scala, è ora drammaticamente in aumento e si calcola che alla fine del 2026 circa 3.7 milioni di bambini sotto i 5 anni saranno a rischio di malnutrizione con severe forme di malattie acute dovute alla insicurezza alimentare e diete inadeguate[8].
Solo il 3% della popolazione ha un impiego formale mentre ben il 78% può fare affidamento soltanto su casuali lavori giornalieri.
La situazione è notevolmente peggiorata a causa nel fatto che milioni di afghani sono stati costretti a ritornare dall’Iran e dal Pakistan a causa del rimpatrio forzoso imposto dai Paesi ospitanti e accettato dal governo talebano; nuovi rimpatriati che secondo il report di UNDP, per circa il 92% sono incapaci di avere anche il minimo necessario per le loro necessità di vita.
Quanto alla situazione politica, ciò che emerge con chiarezza nella valutazione di questi 5 anni di governo talebano è che, nonostante la situazione del paese sia chiara e nota, il regime instaurato dall’Emirato islamico rimane stabile nonostante le tensioni interne e esterne e nonostante il panorama geopolitico in continua evoluzione.
Una serie di elementi, infatti, indicano che i talebani all’interno stanno rafforzando il loro controllo sulla popolazione, stabilizzando il regime e “normalizzandone” l’esistenza e le regole.
All’interno gli strumenti di normalizzazione sono innanzitutto l’uso codificato della forza, la violenza della repressione per ogni violazione e il sostanziale imprigionamento delle donne, forza brutale ora manifestata anche attraverso una propria produzione normativa che contribuisce a regolamentare l’andamento e l’ideologia dei governanti.
Negli ultimi anni, a riprova dell’intensificarsi del potere talebano, gli originali annunci verbali circa le restrizioni ai movimenti o ai divieti o all’accesso all’educazione si sono trasformati in decreti scritti e ordini; è del luglio 2024 la cosiddetta legge per la repressione del vizio e la promozione della virtù, che ha implementato e rafforzato i poteri del già costituito omonimo ministero, fino a consentire che la polizia, mandata ad effettuare controlli ovunque (negozi, mercati, aziende private e scuole,) possa procedere direttamente all’arresto di donne non abbigliate secondo le prescrizioni del regime.
Con un’ulteriore legge è stato istituito il Taliban’s General Directorate of Intelligence, che gioca un ruolo essenziale nel rafforzamento delle politiche del ministero sottoponendo a detenzione, torturando e persino facendo scomparire dissidenti, persone che protestano o comunque che creano problemi alle politiche dei talebani sui social media.
L’imposizione massiva del volere del regime, esercitata con violenza o con la minaccia della violenza, tuttavia, non è sufficiente, come dimostrato dal fatto che, nonostante la crescente repressione, le donne afghane, la società civile e le comunità afghane per i diritti umani continuano la loro resistenza, cercando di aggirare le restrizioni talebane o sfidandole apertamente per proseguire gli studi a casa online, e per connettersi, a rischio di essere scoperte e catturate, con persone di tutto il mondo, pubblicando video sui social media e organizzando manifestazioni di protesta persino quando chiuse nelle proprie case/prigione.
L’altro strumento è l’istruzione.
Richard Bennett[9], parlando delle conseguenze di questo consolidamento del regime talebano, evidenzia da un lato, a livello individuale, la diffusione massiva di problemi di salute mentale per le donne e le ragazze le cui aspirazioni di vita sono state distrutte.
Ma evidenzia anche il rischio che il sistema educativo, negato alle donne e fortemente indottrinato per quanto riguarda i ragazzi, (sono state aperte più di 450 nuove madrasse, scuole religiose islamiche aperte ai giovani) e l’accesso, negato a tutti gli afghani, a qualunque tipo di alternativa alla conoscenza imposta dal governo, inclusa l’informazione che è strettamente controllata, possa in buona sostanza creare una popolazione estremamente supportiva rispetto al regime, che non dissenta più di tanto, che accolga le idee del regime anche sulla disparità di genere, che possa auto- comprimere qualsiasi manifestazione di ribellione (in particolare delle donne) e che possa consolidare il potere del regime e la possibilità di longevità del potere stesso, assicurandogli sostenibilità ed espansione.
4. I rapporti internazionali
Mentre la Corte Penale Internazionale sta da tempo investigando sull’Afghanistan, anche emanando importanti mandati di arresto, due in particolare nel 2025 contro il Mullah Haibatullah e contro Sheikh Haqquani, il supremo leader dei talebani e il suo ministro della Giustizia, incriminandoli per crimini di persecuzione di genere, ciò nonostante, i talebani stanno rafforzando il proprio regime anche fuori dal Paese.
Anche a livello internazionale, infatti, il regime viene gradualmente normalizzato attraverso una serie di rapporti che pur non garantendo il riconoscimento formale, che ancor oggi risulta effettuato soltanto dalla Russia, di fatto evidenziano una sempre maggiore tendenza della comunità internazionale a relazionarsi con il Paese.
Il già citato pronunciamento del TPP dedica un capitolo (Concerns about Normalization) ai rischi connessi alla “normalizzazione” della situazione afghana a livello internazionale.
Con parole di estrema chiarezza il Tribunale rappresenta che nonostante il diffondersi sempre maggiore della repressione, la comunità internazionale sta progressivamente modificando le sue politiche nei confronti dell’autorità de facto dei talebani, con modalità che palesano il rischio di una loro legittimazione.
«Contatti diplomatici, il riaprirsi di canali di cooperazione tecnica e posizioni sempre più soffici relativamente al riconoscimento formale indicano che l’oppressione istituzionalizzata di donne e ragazze non rappresenterà ancora per molto tempo una barriera alla legittimazione internazionale.
Gli interessi geopolitici stanno consentendo agli Stati di ignorare la sistematica discriminazione operata dai talebani, trattando le loro norme come una sfortunata ma tutto sommato accettabile realtà piuttosto che considerarlo un regime costruito sulla deliberata persecuzione delle donne».
Con l’ulteriore rischio della propalazione – ed accettazione da parte di Paesi in qualche modo “predisposti” – della convinzione che i diritti universali delle donne ed in particolare la loro libertà possono essere ancora una volta sacrificati per convenienza politica. E a questo proposito il Tribunale segnala quanto accaduto durante una visita in India del ministro degli affari esteri talebano il quale ha preteso di svolgere una conferenza stampa proibita a tutte le giornaliste donne.
Da più parti si segnala, infatti, che la comunità internazionale non sta avendo una politica coerente nei confronti del regime talebano; e si sottolinea il fatto che un gran numero di Paesi sta procedendo, attraverso continue relazioni diplomatiche, rapporti di affari e così via, ad una sorta di riconoscimento di fatto anche se non di diritto del regime.
E dunque mentre da una parte, sul versante multilaterale – Consiglio dei Diritti umani, Consiglio di Sicurezza, Assemblea Generale ONU – si continua ad affermare che occorre dare il massimo supporto ai diritti umani e che le politiche del regime instaurato in Afghanistan sono totalmente inaccettabili, dall’altro si stanno chiaramente mettendo in atto politiche di normalizzazione del governo dei talebani e delle loro azioni.
Segue questo trend l’ultima risoluzione Onu sull’Afghanistan[10] che non riconosce il governo talebano ma tuttavia non lo isola, confermando, invece, la linea cosiddetta del “coinvolgimento senza riconoscimento”, oggetto di critiche feroci da chi ritiene (molti) che, in nome della Realpolitik, sia stia contribuendo alla sopravvivenza politica dell’Emirato.
In poche parole, esaurite le dichiarazioni di principio sui diritti umani, il vero confronto con Kabul non avviene sul piano multilaterale ma è lasciato alle iniziative dei singoli Stati, al cui livello si sta decidendo il futuro delle relazioni internazionali con l’Afghanistan talebano.
Partendo dal presupposto realistico che gli obiettivi degli Stati non sono i diritti ma la sicurezza e il controllo dei territorio, il commercio, le risorse minerarie afghane, la liberazione dei cittadini detenuti in Afghanistan, la protezione dei confini, la gestione dei rifugiati e il controllo del territorio, si ritiene dunque che la comunità internazionale sia prossima ad accogliere la richiesta afghana di riaprire l’utilizzo delle riserve della banca centrale congelate all’estero e quindi surrettiziamente stia avviando il processo di riconoscimento della “Autorità di fatto” talebana.
Critiche estese anche all’Unione Europea in relazione ai recenti cosiddetti “accordi tecnici” stipulati con i talebani.
A giugno a Bruxelles si è svolto un incontro con diplomatici talebani che l’unione europea ha presentato come un meeting tecnico.
Per contro il portavoce del regime e capo della delegazione talebana lo ha definito un incontro “storico”. E forse aveva ragione atteso che l’incontro si presenta come qualcosa che va ben oltre la mera risoluzione di una questione tecnica.
Infatti l’incontro ha mirato a regolamentare il rientro forzoso in Afghanistan di cittadini emigrati in altri Paesi, con la contropartita di consentire la presenza di funzionari diplomatici afghani in alcuni paesi europei: insomma riconoscendo al governo talebano di essere “rappresentato” in seno alla comunità[11].
L’iniziativa è stata da più parti criticata, chi ritenendola completamente illegale perché in violazione del divieto di non‑refoulement[12]; chi ritenendola devastante, perché solo apparentemente interpretabile come una questione migratoria mentre in realtà è definibile come una sfida umanitaria e di sviluppo multidimensionale[13]; e chi, meno drasticamente, ritenendola pragmatica, ma estremamente cinica, in quanto prevede il rimpatrio forzoso di migliaia e migliaia di afghani, costretti a rientrare in un Paese da cui sono andati via costruendo le loro vite altrove, dove non sono rispettati i diritti umani e dove è in corso, per quanto già detto, una abissale crisi umanitaria e economica.
Dunque un nuovo trend di normalizzazione anche in Europa che rinnega tutte le teorie enunciate all’atto della presa di potere dei talebani, quando si riteneva il sistema talebano si sarebbe necessariamente ammorbidito, sotto la pressione degli aiuti economici o restituzioni condizionati.
Pressione che forse è mancata, o che è stata solo blandamente esercitata o senza attivare controlli più serrati.
Il che legittima la domanda: le donne afghane e i diritti civili in Afghanistan stanno per essere venduti?
[1] G. Battiston, Cinque anni di solitudine: l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani, «ISPI online», 14 agosto 2026.
[2] Relazione UN Women (gli ultimi dati risalgono al maggio 2026).
[3] Comunicato Stampa UN Women per l’Afghanistan, 12 agosto 2026.
[4] Decreto governativo n.18 del maggio 2026.
[5] Il TPP (Tribunale Permanente dei Popoli), organismo indipendente e senza funzione giurisdizionale, è un’organizzazione internazionale, creata nel 1979 da Lelio Basso sulla scia del Tribunale Russell‑Sartre, con la finalità di denunciare crimini contro i popoli, le minoranze e diritti umani e operare quale stimolo ai canali internazionali e della giustizia. Vi partecipano intellettuali, esperti, giuristi, attivisti e personalità di livello internazionale, chiamati, di volta in volta a comporre la sessione per ogni singola indagine. Al pronunciamento sull’Afghanistan hanno partecipato: Philippe Texier per la Francia, Luiza Erundina per il Brasile, Javier Moreno per la Colombia, Helen Jarvis per l’Australia e Nello Rossi per l’Italia.
[6] 22 dicembre 2025, in particolare Sez 6.2.2 Count 1/2/3.
[7] N. Niland, A. Donini, Afghanistan: Double Jeopardy, «ISPI online», 12 agosto 26.
[9] G. Battiston, “The Taliban Continue to Entrench Their System”. Interview with Richard Bennett, UN Special Rapporteur on the situation of human rights in Afghanistan, «Ispi online», 12 agosto 2026.
[10] Il 15 giugno 2026 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che per gli affari dell’Afghanistan è presieduto dalla Cina, ha rinnovato ufficialmente il mandato all’UNAMA, la missione di Assistenza delle Nazioni Unite, senza tuttavia modificarne i poteri, comunque estremamente limitati persino in relazione alla gestione degli aiuti umanitari, dunque senza alcuna garanzia della disponibilità degli stessi per la popolazione.
[11] G.Battiston, Afghanistan: cinque anni di oscurantismo. Eppure l’Europa sta normalizzando i talebani, «Domani», 13 agosto 2026.
[12] Principio di non respingimento, che vieta agli Stati di espellere o di riportare forzosamente una persona verso un Paese in cui rischia persecuzioni. Torture, trattamenti crudeli o gravi minacce alla vita e alla libertà.
[13] N.K. Himmat, J. Bjelica, Returning to Uncertainty: How Afghan returnees from Pakistan are struggling to rebuild their lives, «Afghanistan Analysts Network», 24 giugno 2026.
