ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

2 agosto 1980: strage fascista alla stazione di Bologna

Terrorizzare e depistare per assumere il potere
L’obiettivo dell’eversione neofascista: “Destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico”
2 agosto 2026
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Design Sofia Marabello. Progetto Poster for the City a cura del professor Danilo Danisi. Corso di Design Grafico Accademia di Belle Arti di Bologna.
Design Sofia Marabello. Progetto Poster for the City a cura del professor Danilo Danisi. Corso di Design Grafico Accademia di Belle Arti di Bologna.
ABSTRACT

Ricordare l’attentato terroristico neofascista del 2 agosto 1980 che costò la vita a ottantacinque persone, ferendone altre duecentosedici, implica immaginare una giornata calda di quell’anno, con decine di passeggeri che transitavano in un sabato affollato all’interno della sala d’aspetto della stazione centrale di Bologna; in quel momento, mentre la mano assassina degli attentatori depositava con la più strana indifferenza l’ordigno, turisti stranieri, giovani coppie in partenza, famiglie, ragazzi e ragazze, bambini tenuti a mano dai genitori stavano vivendo l’attesa di una partenza. Ignare vittime della violenza politica. All’ecatombe di quel giorno, la città di Bologna rispose attivandosi con decisione e compostezza, con dignità e intelligenza. Il personale medico e centinaia di comuni cittadini scavarono sin da subito in mezzo alle macerie, rompendosi le mani per salvare vite umane. Quell’approccio e quella risposta alla realtà cinica e feroce della violenza indiscriminata sono continuate nel tempo, lungo i decenni, instancabili e si sono tradotte in una domanda di verità e giustizia che nell’ultimo anno ha ottenuto risposta nei due processi che hanno visto imputati di concorso in strage l’ex esponente dei NAR Gilberto Cavallini e l’ex militante di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini. L’approdo ai giudicati penali di condanna e alle due motivazioni delle sentenze pronunciate dalla Prima e dalla Sesta Sezione Penale della Suprema Corte di Cassazione nel gennaio e nel luglio del 2025 è giunto dopo un complesso iter processuale. Si pensi solo che sono state diciassette le condotte di depistaggio attuate da funzionari dello Stato infedeli alle Istituzioni, per sviare le indagini che la Magistratura ha condotto lungo quasi quattro decenni. Alcuni di questi depistaggi, confluiti nella contestazione di addebito di cui all’art. 375 c.p. del processo ai cosiddetti mandanti della strage sono stati commessi non a ridosso dei fatti, ma nel vicinissimo 2019. A confermare le linee di continuità col passato meno recente. La cicatrice individuale e sociale generata dalla strage del 1980 ha quindi dovuto misurarsi con un vero e proprio attacco sistematico all’accertamento giudiziario, iniziato addirittura prima dell’esplosione nella sala d’aspetto dell’agosto di 46 anni fa.

Il primo a pagare con la propria vita le verità d’assieme che stavano emergendo nell’ambito delle investigazioni fu infatti il Sostituto Procuratore della Repubblica di Roma Mario Amato. Assassinato sotto la sua abitazione da Gilberto Cavallini il 23 giugno 1980 il dottor Amato nel dicembre del 1979, indagando sulle attività criminose commesse da appartenenti ai gruppi di matrice neofascista NAR, Terza Posizione, Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo, aveva disposto una perquisizione in un immobile posto al centro della Capitale. Qui il magistrato si era imbattuto in depositi di armi provenienti dai suddetti gruppi, in società commerciali costituite da uomini della galassia neofascista romana e in personaggi risultati affiliati alla loggia P2. Lo sviluppo di tale filone di indagine avrebbe potuto fermare il progetto stragista che già era in gestazione a partire dal febbraio 1979. Seguì tuttavia una campagna di delegittimazione del dottor Amato, anche all’interno del mondo giudiziario. La sua morte fece seguito alla sua solitudine. Analoga sorte aveva avuto il Giudice Vittorio Occorsio, assassinato nel luglio del 1976 al centro di Roma dal capo militare di Ordine Nuovo Pierluigi Concutelli.

Gli strateghi della tensione, interni e trasversali al mondo istituzionale, massonico e politico, hanno avuto come obiettivo primario quello di impedire una lettura complessiva delle dinamiche che muovevano il mondo dell’eversione di destra in Italia.

I recenti processi che si sono conclusi e che hanno permesso di individuare altri due esecutori materiali presenti nel commando stragista in contatto con ambienti istituzionali, hanno infatti provato in via definitiva chi ha finanziato e organizzato la strage del 2 agosto ‘80 (e i relativi depistaggi) e quali sono stati gli scopi perseguiti dai mandanti dell’attentato terroristico.

La causale della strage, compendiabile nella definizione destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico, esercitò invero la propria forza centripeta, utilizzando l’arma micidiale del ricatto. Vi sono due documenti agli atti del processo ai mandanti denominati, rispettivamente, “Bologna” e “Artigli”, capaci di rappresentare in chiave probatoria l’utilizzazione che il capo della loggia P2 fece della strage.

Infatti, che il “documento Bologna” facesse riferimento alla strage del 2 agosto 1980 è confermato da altro documento rinvenuto dai magistrati della Procura Generale felsinea presso l’archivio della Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione (ex UCIGOS) recante la data del 15 ottobre 1987 e nell’intestazione la qualifica di Riservatissimo. La firma posta in calce al documento è quella dell’ex Capo della Polizia Vincenzo Parisi. Si tratta di un articolato appunto indirizzato al Ministro dell’Interno Amintore Fanfani che scaturiva da un’iniziativa assunta da Licio Gelli. Quest’ultimo nei giorni successivi al proprio secondo arresto in Svizzera (avvenuto il 13 settembre 1987) aveva infatti inviato il proprio avvocato difensore a colloquio col Capo della Polizia che aveva delegato all’incontro un alto dirigente della D.C.P.P., il dottor Umberto Pierantoni.

Si era prossimi, in quel momento, a che Licio Gelli venisse interrogato sul crack del Banco Ambrosiano, ma anche sull’attentato del 2 agosto 1980. L’emissario di Gelli nell’occasione avanzò una sorta di ricatto, affermando con riferimento alla strage di Bologna che se la vicenda fosse stata “esasperata”, costringendo Gelli “a tirare fuori gli artigli”, allora “quei pochi che ha li tirerà fuori tutti”; venne ancora suggerito al Viminale che l’Ufficio Affari Riservati poteva “fare molto” per “ridimensionare il tutto” ed infine che “tra i documenti sequestrati a Gelli nel 1982 vi sono degli appunti con notizie riservate che spetterà poi a Gelli avallare o meno, sulla base di come gli verranno poste le domande stesse”. Gli appunti manoscritti sequestrati al Gelli nel 1982 altro non erano che il “documento Bologna”, ovvero la contabile coi flussi di danaro (15 milioni di dollari del 1980) che finanziarono la strage. Da quel momento una parte del “documento Bologna” scomparve dai fascicoli processuali e precisamente l’intestazione recante il nome della città colpita dalla strage e il numero di conto corrente bancario utilizzato dal Gelli alla UBS di Lugano per far transitare le somme di danaro. Naturalmente quel documento non venne trasmesso alla Procura della Repubblica bolognese.

Interrogato sulla sola parte dello scritto recante i flussi finanziari, il Venerabile Maestro della P2 ebbe gioco facile nel rispondere, trincerandosi tra vuoti di memoria e giustificazioni vaghe su non precisate movimentazioni bancarie.

Hanno scritto i Giudici dell’Assise bolognese:

«Appare sorprendente ma neppure troppo, se consideriamo il calibro dei personaggi implicati nella vicenda, che all’epoca non sia stata inviata alcuna informativa all’autorità giudiziaria di Bologna circa il contenuto del colloquio fra il difensore di Licio Gelli ed il dott. Umberto Pierantoni. Fu oggettivamente un’azione omissiva a carattere depistante. L’omessa segnalazione alla Procura della Repubblica di Bologna di tale episodio, avvenuto nell’ottobre del 1987, ha sicuramente costituito un ‘vulnus’ per le indagini sulla strage del 2 agosto 1980, posto che il richiamo da parte del documento in oggetto ai documenti sequestrati a Licio Gelli nel 1982 in Svizzera all’atto del suo arresto, avrebbero sicuramente acceso i riflettori su tali documenti».

Le sentenze definitive del 2025 provano perciò in via definitiva il finanziamento economico della strage e i relativi depistaggi. Ma non solo.

Le prove raccolte consentono anche il netto superamento della definizione di “spontaneismo armato” autoassegnata dai terroristi neri dei NAR a sé stessi. Invero, il gruppo terroristico dei NAR, proprio per tramite di Gilberto Cavallini, è provato essere stato in stretto contatto con uomini delle cellule venete di Ordine Nuovo (a Venezia, Padova e Treviso), responsabili delle prime stragi.

Non è un caso allora che il gruppo capeggiato da Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini avesse in animo di compiere un attentato mortale alla vita del Giudice trevigiano Giancarlo Stiz che per primo individuò e indagò le attività eversive compiute dalla cellula padovana di Franco Freda e Giovanni Ventura nei fatti relativi alla strage di Piazza Fontana. Nel 1979 il lavoro di Stiz aveva infatti condotto alla condanna in primo grado degli imputati del gruppo neofascista padovano.

È inoltre stato provato, nei recenti processi conclusisi, l’appoggio logistico alla “banda Cavallini” fornito dagli uomini di Carlo Maria Maggi (reggente in Triveneto di Ordine Nuovo) e di Carlo Digilio (armiere del gruppo con base al poligono del Tiro a Segno Militare del Lido di Venezia). Il Maggi, condannato nel 2017 come mandante della strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio del 1974, tramite suoi uomini fidati, forniva infatti al gruppo “spontaneista” armi, munizioni, detonatori ed appoggio.

Fu del resto sempre lo stesso Maggi in un’intercettazione ambientale a parlare del ruolo di Paolo Bellini nella strage di Bologna e a confermare che responsabili della stessa erano anche Valerio Fiornavanti e gli altri terroristi neri condannati.

È bene in conclusione precisare che i processi iniziati nel 2017 e terminati nel 2025 non sono stati processi alla storia e che nei tre gradi di giudizio non si sono fatti esercizi di storiografia, ma sono state formate prove giudiziarie di responsabilità individuale, non ignorando il contesto in cui le condotte di reato erano inserite. La miglior definizione dell’attività giudiziaria svolta l’ha fornita a mio avviso la motivazione della Suprema Corte di Cassazione che ha rigettato i ricorsi dell’imputato Gilberto Cavallini. Una definizione da ricordare in occasione del 46° anniversario della strage. Hanno scritto i Giudici della Prima Sezione penale della Cassazione: 

«Il presente giudizio si è celebrato a distanza di più di quaranta anni dal tragico fatto delittuoso che ha scosso, nel profondo la coscienza collettiva del nostro Paese. Verrebbe dunque da pensare che sia un mero esercizio storicistico più che giuridico, con sostanziale inutilità del processo penale. Invece così non è se – ed in quanto – la ricostruzione dei fatti non si limiti ad essere un ‘affresco storico’, pur necessario per inquadrare un contesto di produzione degli eventi, ma sia un atto capace di cogliere, al di là di ogni ragionevole dubbio, aspetti di verità sulla contestazione di concorso nel reato.

La verità processuale – in rapporto alla commissione di reati di enorme gravità e che non tollerano prescrizione – è uno dei compiti essenziali di uno Stato di Diritto ed è quello che la Magistratura è tenuta ad offrire al popolo italiano, nel cui nome amministra la giustizia. Come è stato evidenziato nella requisitoria del Sostituto Procuratore Generale esiste un diritto all’accertamento dei fatti – in casi di crimini di particolare gravità – che non si ricollega alle sole vittime, ma che appartiene alla intera collettività».

Gli arresti giurisprudenziali sulla strage politica di cui all’art. 285 c.p., commessa dai gruppi eversivi neofascisti a Bologna il 2 agosto ‘80 costituiscono pertanto un punto fermo. Ma non solo. L’auspicio è che possa rappresentare anche il punto di partenza per spiegare altri fatti di strage gravissimi che nei primi anni Novanta hanno funestato la vita politica del Paese e gravissimi delitti politici che colpirono la Sicilia pochi mesi prima dell’ecatombe di Bologna.

Il manifesto per il 2026 dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980
Il manifesto per il 2026 dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980
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