ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Bari-Salerno-Roma. Verso il tramonto della monarchia

8 settembre 2026
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Un monoplano bimotore italiano a Palermo il 10 settembre 1943 sorvegliato da due soldati britannici. Si noti che i fasci littori sulle ali sono stati ridipinti. Fonte Wikimedia Commons / U.S. National Archives and Records Administration
Un monoplano bimotore italiano a Palermo il 10 settembre 1943 sorvegliato da due soldati britannici. Si noti che i fasci littori sulle ali sono stati ridipinti. Fonte Wikimedia Commons / U.S. National Archives and Records Administration
ABSTRACT

Nelle prime settimane che seguono l’8 settembre 1943 – di fatto, la resa incondizionata dell’Italia alle potenze alleate, seguita dalla non dichiarata resa dei comandi militari territoriali italiani (salvo poche eccezioni) all’occupante tedesco dovunque questo abbia stabilito il suo controllo – lo Stato italiano sembra scomparso. Al Sud, vige l’amministrazione alleata; al governo del maresciallo Badoglio, che rappresenta formalmente la continuità statale, sono state lasciate soltanto la Sardegna e quattro province pugliesi: Bari, Taranto, Lecce e Brindisi (il cui capoluogo funge da capitale provvisoria e residenza del re Vittorio Emanuele III). Anche qui, però, le decisioni essenziali sono assunte dalla amministrazione angloamericana. Il governo italiano si configura come una dittatura monarchico‑militare, priva di qualsiasi parvenza di democrazia. Dopo le violente repressioni delle manifestazioni antifasciste di luglio seguite alla caduta di Mussolini – fra gli eccidi si distingue quello di Bari, con suoi venti manifestanti morti – Badoglio ha mantenuto un severo controllo sulla stampa e sui partiti impedendone la libera espressione e organizzazione; a ottobre, è stata sequestrata a Bari L’Italia libera, giornale del Partito d’azione, e sono stati arrestati i redattori e dirigenti politici Vincenzo Calace e Domenico Pàstina. Il 13 ottobre, il governo Badoglio presenta la sua tardiva dichiarazione di guerra alla Germania, sollecitata dagli Alleati; l’Italia assume il ruolo di “cobelligerante”: un ruolo anomalo, ben distinto da quello di alleata, e consono a un nemico che si è arreso e ha cambiato fronte. In tale veste il governo del re si propone di riorganizzare le proprie forze armate nelle regioni meridionali per fornire un supporto allo sforzo bellico angloamericano. Intanto, a nord della linea Gustav si dà inizio alla Resistenza partigiana, messa in piedi dai partiti antifascisti e da formazioni autonome guidate da militari in diretto contatto con agenti inglesi e americani più che con il governo italiano.

Riunite nella Conferenza di Mosca (ottobre‑novembre 1943), le potenze antinaziste prendono in esame la situazione dell’Italia; per il paese ex nemico arresosi e ora cobelligerante viene stabilita una serie di provvedimenti: l’epurazione degli apparati pubblici, l’inclusione degli antifascisti storici nel governo del Regno, la libertà di parola, di stampa e di organizzazione, la liberazione dei prigionieri politici, il diritto del popolo italiano di scegliere a fine guerra la propria forma di governo. Si forma un comitato consultivo per l’Italia composto da rappresentanti angloamericani e sovietici, con in più un membro francese e, in seguito, un rappresentante greco e uno jugoslavo. È in questo nuovo quadro politico, imposto dalle potenze alleate, che il 24 novembre a Bari si riuniscono rappresentanti dei Comitati di Liberazione Nazionale della Puglia e poi, il 4 dicembre, anche dei CLN delle altre regioni meridionali: gli esponenti degli organismi politici unitari antifascisti decidono la convocazione di un congresso dei CLN a Napoli, cui parteciperanno anche i rappresentanti del Nord occupato. Allarmato dalla iniziativa antifascista, il governo promuove un’azione ostile per contrastare e se possibile impedire l’annunciato congresso, nel quale intravede la premessa politica per la propria fine. Per ostacolare la temuta assemblea antifascista la monarchia si avvale delle abilità di un personaggio ambiguo quale Filippo Naldi, a suo tempo convolto negli intrighi del delitto Matteotti quale favoreggiatore della latitanza di Filippelli (il giornalista che aveva fornito l’automobile utilizzata per il rapimento del deputato socialista). Naldi figura adesso come fondatore, in Puglia, di un “partito democratico liberale”, escluso dal CLN, e come responsabile dell’ufficio stampa di Badoglio; per altri versi opera direttamente come agente del re, sempre ammesso senza preavviso a udienza privata davanti al monarca.

D’altra parte, il quadro italiano definito dagli Alleati e l’iniziativa dei partiti antifascisti, idealmente collegata alla nascita della lotta partigiana nel Centro‑nord, mettono in moto un processo di ripensamento negli ambienti avvertiti delle classi dirigenti, che iniziano a elaborare una exit strategy per la monarchia e per il governo in carica. L’iniziativa è assunta da un ristretto gruppo di personalità della tradizione liberale, capaci di aprire interlocuzioni riservate con il governo, la monarchia, gli Alleati e i partiti antifascisti. Secondo Benedetto Croce, la cui abitazione è un punto di raccordo dei colloqui, il 10 dicembre si profila già lo scenario di una possibile abdicazione del re: il filosofo abruzzese ne parla con l’ex ministro Carlo Sforza appena rientrato dall’esilio. Al fine di salvare la screditata istituzione monarchica, si prende in considerazione anche un passo indietro dello stesso erede al trono, Umberto, che getterebbe le basi per una reggenza in nome del figlioletto. Ai colloqui – strettamente riservati – partecipa anche Enrico De Nicola, ex presidente della Camera, il quale avanza la proposta di delega dei poteri dal re a un luogotenente, che dovrebbe essere Umberto. «all’abdicazione [il re] si opporrà, ma vedrete che accetterà la luogotenenza», afferma De Nicola il 30 dicembre (come risulta dal diario di Croce). A tali progetti non è estraneo lo stesso Badoglio, che gioca una propria partita personale, distinta da quella del re. Anche il vecchio maresciallo vagheggia l’ipotesi della reggenza, che vorrebbe fosse affidata a sé in caso di abdicazione di Vittorio Emanuele e di Umberto.

Intanto, il 17 dicembre è intervenuto il divieto di celebrare il previsto congresso dei CLN a Napoli. Non lo vogliono il re e Badoglio, che hanno chiesto alle autorità alleate di vietarlo, e non lo vogliono queste, specialmente il premier inglese Winston Churchill, che adduce la vicinanza della città partenopea al fronte, distante 85 chilometri. Capo del governo e monarca pretendono di impedire anche la pubblica commemorazione del deputato vittima del fascismo Giovanni Amendola, che dovrà svolgersi nella sua Napoli. Su questo punto però gli Alleati non cedono: la commemorazione si fa. Il congresso antifascista è pure concesso, ma si svolgerà a Bari, a maggiore distanza dal fronte: la città pugliese è una sede più appartata e lontana dall’attenzione internazionale, e in territorio amministrato dal governo italiano. Nondimeno, Naldi e l’apparato ostile ai partiti antifascisti si mobilitano. A Taranto viene convocato un convegno di ex combattenti in aperta polemica con la quasi contemporanea assemblea di Bari, accusata di non avere alcuna reale rappresentatività. A Bari viene costituita una “colonna dei volontari”, vera e propria squadra armata (di cui saranno arrestati e processati a febbraio numerosi componenti) incaricata di preparare azioni provocatorie filomonarchiche contro gli antifascisti e i congressisti, per contrastare le dimostrazioni repubblicane previste in occasione del congresso. La preparazione e organizzazione di questo avviene in un clima di intrighi e provocazioni, cui non è estraneo l’improvviso arresto su delazione del generale Nicola Bellomo, effettuato dagli inglesi il 28 gennaio, proprio nel giorno in cui si apre il Congresso dei CLN. A carico di Bellomo, «eroe e simbolo della difesa contro i tedeschi» (così lo definisce il giornalista Agostino Degli Espinosa, riferendosi alla battaglia del Porto del 9 settembre 1943) viene rispolverata l’accusa di aver causato la morte di un prigioniero di guerra inglese nel 1941. La prima assemblea libera in Italia e in Europa (mentre perdura l’occupazione nazista nella maggior parte del territorio italiano ed europeo) si celebra dunque in una città “blindata”, con l’imposizione ai partiti di non organizzare manifestazioni esterne al teatro Piccinni dove si tiene l’assise; il teatro è presidiato da reparti militari, i congressisti vengono identificati all’ingresso, contati e registrati; sono vietate all’interno (e concesse solo agli angloamericani) le riprese cinematografiche, le fotografie e le registrazioni radiofoniche; assenti le autorità alleate (pur invitate); ma c’è, in borghese, il maggiore Ian Greenlees, supervisore di Radio Bari, nella cui redazione ha lasciato spazio agli antifascisti: e Radio Bari trasmette la sera del 28 il resoconto del primo giorno di congresso scritto dalla giornalista e partigiana Alba De Céspedes.

Fino al giorno prima, le autorità alleate hanno imposto che il numero di congressisti sia limitato a 90; solo in extremis è stata concessa l’estensione a 120. Per quanto riguarda la provenienza regionale, il gruppo più cospicuo è composto da pugliesi (28), seguiti dai campani (24) e dai calabresi (13); 10 e 8 provengono rispettivamente da Sicilia e Sardegna. Poche unità dalle altre regioni, incluse quelle settentrionali. Da Roma c’è il socialista Oreste Lizzadri, incaricato di portare un messaggio del CLN romano. Alcuni congressisti figurano come indipendenti, 23 appartengono al Partito d’azione, 22 al PCI, 20 rispettivamente al PSIUP e alla DC, 18 al PLI e 8 alla Democrazia del Lavoro. L’orazione inaugurale è affidata a Benedetto Croce, che per la verità, in un primo momento, a Bari non ci sarebbe voluto andare, scoraggiato dai disagi di un viaggio lungo e pericoloso in tempo di guerra. Nella città pugliese, peraltro, egli conta su numerosi amici e sulla ospitalità di casa Laterza, che – annota – «è come il centro sociale del Congresso». Croce sa bene che l’umore predominante fra i congressisti è fortemente repubblicano (e infatti vengono innalzati all’interno del teatro cartelli inneggianti alla repubblica); sa che i discorsi svolti nell’assemblea costituiranno una impietosa requisitoria contro la monarchia e contro il governo; che, infine, la richiesta minima sarà l’abdicazione del re. Su quest’ultimo punto l’anziano filosofo liberale è d’accordo, ma con il sottinteso che tale rinuncia potrà forse essere utile a salvare l’istituto monarchico. Celebre è il passaggio del suo discorso in cui afferma senza mezzi termini: «fin tanto che rimane a capo dello stato la persona del presente re, noi sentiamo che il fascismo non è finito, che esso ci rimane attaccato addosso, che continua a corroderci e a infiacchirci, che risorgerà più o meno camuffato, e insomma che, così, non possiamo respirare e vivere».

D’altronde, l’anziano filosofo disapprova le posizioni liberalsocialiste dei suoi seguaci baresi, proprio perché mescolano il liberalismo dei primordi con la dottrina a suo parere incompatibile del socialismo. Sul Partito d’azione ha un giudizio quasi sprezzante (l’unico azionista verso cui mostra stima è Adolfo Omodeo), e nel diario non nomina praticamente mai i baresi, né fa riferimento all’eccidio del 28 luglio 1943. Menziona invece l’amico Giovanni Laterza, l’editore morto ad agosto, e il nipote Giuseppe che diventa responsabile del PLI a Bari. Croce deve peraltro serbare il segreto sulle conversazioni in corso con la monarchia e sull’ipotesi di abdicazione o luogotenenza che si va profilando. Si determina quindi la necessità di un difficile equilibrio fra la trattativa riservata di cui Croce e De Nicola sono attori e il messaggio politico del congresso. I tre partiti di sinistra (PdA, PCI e PSIUP) sottoscrivono un testo di ordine del giorno conclusivo, abbozzato da Fabrizio Canfora e Domenico Pàstina, che il filosofo abruzzese bolla come «semplicemente cretino» (in seguito attenuerà il giudizio, definendo il documento “puerile”). Esso propone al congresso di «formulare l’atto di accusa contro il re, fondato su tutte le violazioni dello Statuto da lui commesse», e inoltre «che il Congresso si proclami assemblea rappresentativa dell’Italia liberata», la quale si allarghi ai rappresentanti delle regioni via via liberate e sieda in permanenza fino alla nascita dell’Assemblea costituente, che infine proceda alla formazione di un “governo straordinario” il quale assuma i poteri della corona. L’ordine del giorno della sinistra, caratterizzato dai contenuti radicali che indicano obiettivi al momento non realistici, viene però ampiamente modificato, cosicché il deliberato finale del congresso si incentra sulla richiesta di abdicazione del re in attesa della soluzione istituzionale che verrà rinviata alla fine della guerra, e della costituzione di un governo con pieni poteri il cui compito sia di «intensificare al massimo lo sforzo bellico» e garantire «la convocazione dell’Assemblea costituente, da indirsi appena cessate le ostilità».

Il Congresso sfonda il cordone sanitario dell’informazione: Radio Londra ne dà notizia, con toni molto elogiativi. «Il congresso – dice Candidus, commentatore della emittente londinese – è stato un bagliore di vita sana, giovane, pieno di promesse, che ha illuminato tutta l’Italia». Ne parla perfino la stampa di Salò, sia pure soltanto per sottolineare la polemica anti‑Savoia dei congressisti. Nel frattempo, il contesto bellico e quello diplomatico sono in rapida evoluzione. Il 17 gennaio ha avuto inizio la battaglia di Cassino, finalizzata allo sfondamento della linea Gustav. Il 22 gennaio gli Alleati hanno effettuato lo sbarco ad Anzio, alle spalle della linea Gustav, nel tentativo di favorire l’avanzata della V armata statunitense; l’operazione però è un sostanziale fallimento: la testa di ponte alleata è fermata dai tedeschi, che per poco non la ricacciano in mare. I bombardamenti e lo scontro sanguinoso a Cassino si protrarrà fino a maggio, quando gli americani apriranno finalmente la via verso Roma. L’11 febbraio, l’amministrazione alleata restituisce tutte le province liberate al governo del re: di conseguenza, la capitale provvisoria del regno viene spostata a Salerno. Vittorio Emanuele III si stabilisce a Ravello. Nella prospettiva della liberazione di Roma, che si spera prossima, si intensificano e vanno avanti nel riserbo le defatiganti trattative per convincere il sovrano ad accettare la soluzione luogotenenziale.

Nella prima settimana di marzo entrano in sciopero gli operai di Torino e Milano: sono gli scioperi più vasti e più importanti sotto occupazione nazista in Europa; i tedeschi reagiscono con gli arresti e le deportazioni, per converso molti lavoratori confluiscono nelle file partigiane. Mentre a Nord si producono una crescita e uno slancio significativo della Resistenza, nel regno del Sud si registrano due novità di grande portata: il riconoscimento sovietico del governo Badoglio e la “svolta di Salerno” determinata dal ritorno di Togliatti in Italia. L’apertura di regolari relazioni diplomatiche fra l’URSS e il regno d’Italia è il frutto, da un lato, di mesi di sollecitazioni da parte della diplomazia italiana, grazie all’intelligente lavoro di Renato Prunas, segretario generale del ministero degli Esteri badogliano (un dicastero di fatto inesistente, la cui attività è affidata alle abili mani di Prunas), dall’altro, della dialettica instauratasi fra URSS e angloamericani dopo la conferenza di Mosca. I sovietici, tagliati fuori delle vicende italiane, nelle quali gli Alleati occidentali detengono una influenza politico‑militare esclusiva, vogliono far sentire la loro voce e rompere in parte quel monopolio. In questo quadro rientra, dal punto di vista sovietico, anche il ritorno in patria del capo del Partito comunista italiano.

Fin dal luglio del ‘43 Palmiro Togilatti, esule a Mosca, ha chiesto ai sovietici il benestare per il rientro in Italia, ottenendolo a inizio di novembre. Ha già in mente l’idea di una collaborazione unitaria col governo Badoglio nella guerra al nazifascismo. Anche la pratica per la concessione del benestare di Badoglio è lunga: solo a fine gennaio Prunas comunica la disponibilità al ritorno di Togliatti ad Andrej Vyšinskij, rappresentante sovietico nella commissione consultiva per l’Italia. Passa ancora un mese: all’inizio di marzo, prima di partire, Togliatti incontra Stalin. Certamente “il compagno Ercoli” (Togliatti) non può essere totalmente all’oscuro di ciò che bolle in pentola, cioè l’imminente riconoscimento sovietico di Badoglio; né ha senso, d’altronde, chiedersi chi dei due interlocutori abbia pesato di più nel determinare la linea di collaborazione che rappresenterà una svolta nella politica italiana. Le posizioni di Stalin e di Togliatti coincidono sulla priorità dell’unità antifascista per vincere la guerra, dopo di che le forze vittoriose potranno decidere sulla questione istituzionale; al leader italiano va attribuita invece tutta l’elaborazione sul “partito nuovo” e sulla democrazia progressiva come strategia permanente, di lungo periodo: linea che egli sosterrà anche nel 1947 dopo la rottura della coalizione antinazista internazionale e l’inizio della guerra fredda.

Dopo un lungo viaggio in aereo da Mosca al Cairo e poi in nave verso l’Italia, Togliatti sbarca il 27 marzo a Napoli. Il 29 marzo si riunisce il consiglio nazionale del partito, che discute al suo interno la nuova linea. Subito dopo, questa viene comunicata al pubblico: per unire tutte le forze disponibili nella guerra di Liberazione, occorre superare il dissidio fra un governo che ha il potere ma non l’autorità morale e il movimento popolare antifascista che ha l’autorità morale ma non il potere. I partiti del CLN sono invitati pertanto a concordare un governo di coalizione con Badoglio, rinviando come si è detto alla fine della guerra la soluzione del problema istituzionale (monarchia o repubblica). È la svolta di Salerno. Togliatti ha avuto già modo di esprimere il proprio giudizio sul congresso di Bari, che ha definito un “grande comizio antimonarchico”, cioè una manifestazione essenzialmente politico‑propagandistica: occorre dunque andare oltre e assumere responsabilità di governo nel sostegno alla guerra di Liberazione. La nuova direttiva togliattiana e il conseguente dibattito sulla svolta si estende in tutto il partito, fino al centro dirigente di Roma, nel quale non è mancata la sorpresa per la svolta stessa; su di essa esprime il proprio dissenso Mauro Scoccimarro, che è stato dal luglio ‘43 fino all’arrivo di Togliatti, di fatto, il segretario del partito. «Questa politica la farete voi!», esclama Scoccimarro uscendo dalla riunione. Il PCI ha finora aderito alla linea del congresso di Bari, intransigente verso Badoglio e la monarchia. Il dibattito interno arriva ovviamente anche a Milano, dove è attivo il centro dirigente comunista della Resistenza, guidato da Luigi Longo. Questi accoglie la svolta, negando però che la linea precedentemente seguita fosse sbagliata e in sostanziale contraddizione con quella indicata ora da Togliatti. «Questi rilievi autocritici, che mettono in rilievo insufficienze nella nostra azione politica – afferma il documento approvato dalla direzione del PCI per l’Italia occupata – non intaccano la sostanza della linea politica del partito che è sempre stata di subordinare tutto alle esigenze della guerra di liberazione nazionale». Lo sforzo di unificare operativamente le forze del movimento partigiano, incluse le formazioni militari e “badogliane”, è visto come il correlativo, sul campo, del governo di unità nazionale proposto dalla svolta di Salerno. Ma ancor più contrastata è l’accoglienza riservata alla svolta degli altri partiti: se la DC e il PLI sono i primi ad accettarla, sconcerto e dissenso si manifestano nel PSIUP e specialmente nel PdA, capofila della battaglia antimonarchica e principale artefice del congresso di Bari. Tuttavia, la svolta imprime un’accelerazione politica e crea rapidamente le condizioni per un nuovo governo nazionale, a cui nessun partito in definitiva vuole sottrarsi (soltanto il PdA è tentato fino all’ultimo di rimanerne fuori). Paradossalmente, a cogliere in anticipo il senso della nuova politica sono proprio i tedeschi, che coniano la formula propagandista di “comunisti badogliani”. La si legge in quegli stessi giorni nel proclama emesso a Roma subito dopo la strage delle Fosse Ardeatine (24 marzo): «Il Comando tedesco […] ha ordinato che per ogni tedesco ammazzato dieci criminali comunisti badogliani saranno fucilati. Quest’ordine è già stato eseguito».

Si rafforza anche la pressione per un passo indietro di Vittorio Emanuele. All’inizio di aprile Croce e De Nicola rendono noto il patto di luogotenenza: il re si impegna a delegare i poteri al luogotenente, dopo la liberazione della capitale; è un compromesso a cui i due anziani uomini politici hanno lungamente lavorato, ma che ora, dopo la svolta di Salerno, non si presenta più come un compromesso di natura liberalconservatrice e continuista, bensì come la premessa istituzionale di un nuovo governo che deve comprendere i partiti del CLN, inclusi i tre di sinistra. In effetti il governo che nasce il 22 aprile, guidato ancora da Badoglio come presidente del Consiglio (non più “Capo del governo”, formula cara al fascismo), comprende i comunisti per la prima volta in Europa occidentale, oltre ai socialisti e agli azionisti.

Il 4 giugno gli americani entrano a Roma. Il giorno dopo Noel MacFarlane, capo della commissione alleata di controllo, si reca con Badoglio in udienza da Vittorio Emanuele, a Ravello, per fargli firmare l’atto di delega al luogotenente. Nel racconto del generale Paolo Puntoni, aiutante di campo del re, la scena è drammatica: «[MacFarlane e Badoglio] sono arrivati con mezz’ora di ritardo; Macfarlane era in pantaloni corti e in maniche di camicia». Chiedono al re di firmare subito il decreto del passaggio di poteri; il monarca vuole che la firma avvenga a Roma, ma il rappresentante degli Alleati non lo consente, adducendo motivi di sicurezza. Allora Vittorio Emanuele reclama che la firma gli venga richiesta per iscritto dal capo del governo: Badoglio deve improvvisare seduta stante la domanda scritta, e finalmente Vittorio Emanuele firma il testo compilato a Salerno e portato in ritardo da un motociclista. «Dopo la firma – scrive ancora Puntoni – il Maresciallo [Badoglio] e MacFarlane hanno preso congedo dal Sovrano. Badoglio si è inchinato e singhiozzando ha baciato le mani al Re. Sua Maestà ha accolto il gesto con molta freddezza e ha invitato il Maresciallo a uscire subito». Si insedia a Roma Umberto di Savoia come luogotenente del regno. Si badi: del regno, non del re. Vittorio Emanuele è ormai definitivamente fuori gioco. Quasi grottesco apparirà – nel maggio del 1946, dopo due anni di luogotenenza e meno di un mese prima dal referendum repubblica‑monarchia del 2 giugno – l’atto con cui il vecchio re, pretendendo di riprendersi la scena, proclamerà la formale abdicazione a favore del figlio Umberto. Si tratterà di un estremo tentativo di salvate la monarchia, attuato ormai fuori tempo massimo. Piero Calamandrei lo paragonerà al gesto di un morto che pretenda di suicidarsi.

Anche Badoglio esce ora di scena: dopo le dimissioni consegnate al luogotenente, istituzionalmente obbligate, il suo tentativo di formare un nuovo governo da lui presieduto fallisce rapidamente. Il 9 giugno il luogotenente conferisce l’incarico a Ivanoe Bonomi, presidente del CLN di Roma: il nuovo governo, nato una decina di giorni dopo, è interamente politico, composto da uomini dei sei partiti e soltanto da due “tecnici” militari. La guerra durerà ancora molti mesi, ma la prerogativa dei partiti del CLN nella conduzione della politica italiana (sempre sotto il vigile controllo delle potenze alleate) non sarà più messa in discussione. Il congresso di Bari ha reso obbligato il passo indietro del re, prologo della fine per la monarchia. La svolta di Salerno ha conferito autorevolezza ai partiti antifascisti come guida unitaria della lotta di Liberazione.

Testo della lezione tenuta il 19 maggio 2026 nell’ambito del ciclo di incontri Abbasso il re! Viva la Repubblica, in corso di svolgimento su iniziativa del Comune di Bari e del comitato provinciale dell’ANPI, destinato alla pubblicazione negli atti. 

Abbasso il re! Viva la Repubblica – Il programma

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