ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Recensione

Considerazioni inattuali a proposito di un recente libro su verità, diritto e giustizia

Il volume Verità e diritto di Roberto Conti e Antonio Ruggeri
2 maggio 2026
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ABSTRACT

Leggere o rileggere le riflessioni di Roberto Conti e di Antonio Ruggeri, raccolte nel volume Verità e diritto, mentre la luce della primavera comincia a fare intravedere l’estate nelle regioni del sud, evoca nel lettore, fra i tanti miti e le parole che popolano il libro, il destino di Persefone, condannata, come il giurista, anche se non all’interno di ogni giorno, a vivere in parte nell’Ade e in parte alla luce, dove ritroverà quella madre dalla quale è nata. Di questo tormento dicono le parole che seguono.

I saggi, che testimoniano la continua attenzione che i due autori hanno dedicato ai temi del diritto e del processo, al rapporto tra verità e giustizia, nel perturbato confronto con quell’area ostile del dubbio, cui fa cenno Mario Serio nella sua prefazione, costringono a ripensare alla nostra esperienza di giuristi. Ci inducono a meditare su un percorso, emotivo e intellettuale, che certo deve responsabilmente iniziare da noi stessi e riguardare noi stessi, come ci ricorda Antonio Ruggeri citando il Vangelo di Marco, ma che pure vive in una dimensione collettiva, dovendosi confrontare con i modi attraverso i quali l’opinione pubblica si forma, in canali cangianti e resi iridescenti anche da deliberati inquinamenti, e finisce per rappresentare uno dei poli di tensione dialettica della nostra attività di operatori della giustizia.

Il dialogo intessuto dagli autori tra di loro e con sé stessi si dipana nel tempo e sulla spinta di varie sollecitazioni dell’esperienza, ma è anche un ricchissimo confronto con una comunità inquieta e plurale – e di varie competenze, ossia portatrice di diverse prospettive di percezione del reale – che si interroga, sull’onda delle emozioni che scaturiscono nel nostro cuore dagli episodi della vita (lo ricorda Eduardo in un pensiero posto in esergo ad uno degli scritti di Antonio Ruggeri).

Emerge in questo modo la perenne tensione verso la ricerca della verità, anche se forse dovremmo dire delle verità, come ricorda Roberto Conti in una sua riflessione su Sciascia. E ciò non solo perché essa si presenta come frantumi di specchio, come suggeriva lo scrittore di Racalmuto, non solo perché essa nel disvelamento che è insito nel grembo della parola ἀλήθεια, è percorso e approdo transitorio, da rimettere continuamente in discussione, ma soprattutto perché varie sono le domande di verità nelle quali ci imbattiamo e vari i sentieri che percorriamo mentre ci interroghiamo. Si va così dai problemi ricostruttivi del fatto alle criticità legate alla individuazione della disciplina applicabile; dalle questioni sul senso delle regole a quelle che ci impegnano nelle delicate attività di bilanciamento sottese alle letture sistematiche delle previsioni.

E ciò senza dire delle posizioni soggettive strumentali e correlate, funzionali alla realizzazione e alla concretizzazione dell’aspirazione delle persone alla verità (si pensi alle questioni che incidono sui temi della educazione, della regolamentazione dei media, delle implicazioni dell’uso dell’intelligenza artificiale, solo per fare alcuni esempi).

Per il giurista, un ruolo essenziale è ricoperto dal processo.

E anche qui vari saggi del volume si interrogano su altri valori che, proprio nella dinamica del processo, materiato di tempo, di parole, di silenzio, intersecano la ricerca della verità: l’adeguatezza degli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione dei soggetti coinvolti, l’efficacia temporale del processo, ossia la sua idoneità a dare risposte in tempi ragionevoli alle richieste delle parti, il fondamento del giudicato e la sua tensione tra esigenze di certezza e dovere di rispetto verso la mutevolezza della vita e verso la centralità della persona. E tutto ciò senza dimenticare uno degli approdi più recenti e ricchi di tensioni rispetto alle categorie formali e che ancora attende una sistemazione che si faccia carico dei vari snodi esistenti: il tema della giustizia riparativa che, nella faticosa consapevolezza delle esigenze di pace – quasi uno scandalo in questi tempi bui –, guarda alla verità del futuro, alla verità di nuovi rapporti da ricostruire con l’ascolto.

Il tormento dell’uomo che giudica un altro uomo, il cammino faticoso di una consapevolezza che si stratifica, con l’esperienza e con la riflessione – cammino del quale il volume è notevolissimo esempio – si misura allora con una realtà complessa, che si realizza, certo, nell’esame tecnico degli istituti giuridici, ma che non può tradire la tensione valoriale e dialettica propria della comunità degli interpreti.

La dimensione sostanziale degli interessi coinvolti e la loro proiezione processuale crescono in intensità dogmatica, in spessore contenutistico, nel giurista, con il fedele compagno del dubbio che, mentre si accrescono le attese di risposte sempre più immediate – e superficiali – alla risoluzione dei conflitti, induce invece alla pausa. Nessuno nega che il tempo sia un fattore determinante nella gestione delle controversie, destinate ad aggravarsi in assenza di risposte dell’ordinamento.

Pure, l’arte del giudicare impone la capacità di una provvisoria messa in sicurezza delle tensioni per poterle gestire con i tempi che le situazioni complesse richiedono e con una adeguata ponderazione degli interessi.

In questa prospettiva, le attese della verità, attese quasi compulsive, come alcune recenti vicende mediatiche, fatte di vuoti preannunci, confermano, rischia di sacrificare la dignità delle persone, di inquinare la ricostruzione delle vicende, di introdurre ancora più tossine nella vita collettiva, accentuando una polarizzazione che impedisce alla comunità di trovare aree, di valori e di metodo, condivise.

Si torna in questo modo – e rappresenta dei disegni che si intravede nell’effetto marbré del volume – al tema dell’ascolto, del dialogo e del potere della parola.

La testimonianza della parola, la sua capacità euristica, anche nel soffermarsi a rivelare il dubbio, senza rassegnarsi a evanescenti certezze, rappresenta uno degli strumenti più preziosi dei quali disponiamo e che non va sprecato facendo della stessa un simulacro per nascondere la realtà.

Anche in questo caso, il prezioso dialogo che si legge nel Fedro tra Theuth e Thamus, pur con le perplessità del secondo sui vantaggi della scrittura (e del resto, chi potrebbe negare la straordinaria ricchezza che scaturisce anche dal confronto verbale, con la sua capacità di svelare il non detto o l’occultato con la parola), non mette in discussione l’importanza del segno comunicativo che va conservato nella sua sostanza più preziosa: la corrispondenza alla realtà che è la precondizione per consentire il dialogo.

La realtà complessa che siamo chiamati a conoscere e a gestire, occupandoci dell’uomo nella sua dimensione con il Potere – anche con la dimensione dell’ordine del tempo da parte del Potere, secondo l’intuizione di Canetti in Massa e potere –, rende l’evocazione del mito di Prometeo, in un saggio di Roberto Conti, suggestivo e malinconico, non solo perché ci ricorda la potenza degli strumenti dei quali disponiamo, ma perché sottolinea il tormento di chi ne ha consapevolmente scoperto le potenzialità (e di chi quotidianamente lotta usando quegli strumenti, con il timore di scambiare i propri convincimenti per la verità e di restare accecato come Aiace Telamonio).

L’etica del dubbio investe anche uno dei valori più invocati in tempi mobili e faticosi: la certezza vista come valore collettivo destinato a proteggere l’affidamento dei consociati.

Anche in questo caso, l’esigenza di prevedibilità degli esiti decisori è un valore centrale nel rapporto con l’esercizio di quel particolare potere pubblico che viene esercitato dall’autorità giudiziaria. E, tuttavia, resta il rilievo che ingessare l’attività interpretativa, oltre a impedire di assecondare la graduale evoluzione della società civile, può costituire uno dei modi per gerarchizzare un potere che, proprio perché impegnato nel cimentarsi con le peculiarità di ogni caso umano, impone una coordinata e meditata polverizzazione o, se si preferisce, un percorso comunicativo tra giudici di grado diverso con correnti di scambio ascensionali e discensionali.

Le riflessioni che nel volume sono dedicate al giudicato ne sono testimonianza.

E anche in questo caso emerge come l’esigenza di un razionale impiego delle risorse giudiziarie impone certo di selezionare, in una delicata opera di bilanciamento e anche valorizzando il principio di autoresponsabilità, i casi nei quali è necessario scardinare i risultati raggiunti in sede processuale, quando i valori personali in gioco assumano peso prevalente, a fronte dell’emergere di fratture nei percorsi di ricostruzione dei fatti o di applicazione delle norme, come pure nei casi di mutamenti di valori della società nelle scelte di incriminazione e nella individuazione della risposta sanzionatoria.

Una ricerca siffatta, con il correlato confronto di valori, nasce dalla volontà di porre al centro dell’ordinamento la persona umana e la sua dignità, in coerenza con la scelta dei nostri costituenti.

In questa cornice non si può infine trascurare quello straordinario momento di arricchimento del significato della tutela dei diritti che è rappresentato dal dialogo con le Corti sovranazionali che, in un gioco di specchi, riporta la luce sulle soluzioni interne e ne illustra limiti e ragioni.

In tempi nei quali stanno esplodendo le criticità di un modello di sviluppo che lascia milioni di persone in condizioni di povertà assoluta, le tensioni sul punto di equilibrio nella tutela dei diritti mostrano quanto poco condiviso sia un astratto modello di massima tutela e di come il bilanciamento imponga una continua attenzione ai valori concorrenti quali apprezzati da tutte le componenti della comunità. Interrogarsi su questi temi rende meno tranquillizzante il dibattito sul concorso di rimedi, nel senso che rende il criterio della massima protezione non sempre un faro idoneo a dissipare le ombre dei rapporti tra ordinamento domestico e ordinamento eurounitario o sovranazionale in genere.

Eppure, anche in questa dimensione in cui impostazioni plurali si confrontano, la complessità nella ricerca dell’approdo non può inseguire facili certezze, ci ricordano gli autori, ma impone, piuttosto che astratti furori, una paziente e concreta tessitura di temi, valori e di argomenti: insomma, pazienza nell’analisi e potenza di sintesi, nella concezione e nel linguaggio e, a volte, anche nel silenzio riflessivo.

Sapendo che in gioco, ieri come oggi, c’è l’attenzione e la passione per il genere umano e per le sorti della democrazia.