ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Di fronte al potere. Considerazioni sul volume “Diritto verità giustizia. Omaggio a Leonardo Sciascia”, a cura di L. Cavallaro e R. G. Conti, Cacucci Editore, Bari, 2021

Nel centounesimo anniversario della nascita di Leonardo Sciascia, Giustizia Insieme ricorda lo scrittore con una recensione della Prof.ssa Tania Groppi ad un volume dedicato alla sua memoria, di recente edito.

Di fronte al potere. Considerazioni sul volume “Diritto verità giustizia. Omaggio a Leonardo Sciascia”, a cura di Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti, Cacucci Editore, Bari, 2021.

di Tania Groppi

Otto giuristi per otto romanzi. Non c’è modo migliore per rendere omaggio, a centouno anni dalla nascita, a uno scrittore che ha messo il diritto, e chi di diritto si occupa, al centro della sua opera letteraria. Quasi che le parole del protagonista di “Una storia semplice”, citate nell’esergo del volume curato, non a caso, da due magistrati, Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti, corrispondessero a un personale desiderio dell’autore: “la laurea in legge era la suprema ambizione della sua vita, il suo sogno”.

La piena consapevolezza della centralità del diritto, e della sua applicazione, in particolare da parte dei giudici, ritorna in molte delle opere esaminate nel volume, culminando nel breve testo di Sciascia riportato nell’appendice, scritto in occasione del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, dedicato alla “dolorosa necessità del giudicare”. Un testo che sembra riassumere la visione che lega, come un filo rosso, i romanzi commentati, che si snodano lungo il corso di tutta l’attività dello scrittore. “Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare: dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio”.

Perché, ci potremmo chiedere, il diritto è così centrale nell’opera di un autore che,  maestro elementare formatosi tra le due guerre mondiali in remote lande siciliane, appassionato di storia, di letteratura, di cultura essenzialmente locali,  giunge a dedicarvi una parte importante della sua opera, nonché a partecipare attivamente, da protagonista, decenni dopo, al dibattito pubblico sulla giustizia, fino a divenire direttamente legislatore, in due consecutive legislature negli anni ottanta del ventesimo secolo?

La risposta ci giunge da molti dei saggi raccolti nel volume e ha a che vedere con un aspetto “primigenio” delle società umane, così primigenio (nel senso che viene prima, anche del diritto) da aver spinto i curatori a tralasciarlo nella scelta delle parole del titolo: ovvero, ha a che vedere con il potere. Un potere che, come evidenzia Natalino Irti nel saggio su “Il giorno della civetta”, si sviluppa secondo la relazione hegeliana tra servo e padrone. È lì che nasce il diritto, come prodotto del potere, strumento di soprusi e diseguaglianze che attraversano tutta l’opera di Sciascia, profondamente intrisa di storia, in particolare quella del Regno delle Due Sicilie, ancorata nello Stato per ceti e nella tradizione preilluministica. È il diritto che viene applicato dagli inquisitori in feroci supplizi, da “Il Consiglio d’Egitto” a “Morte di un inquisitore”, fino a “La strega e il capitano”, in un Ancien Régime che, per Sciascia, sembra impossibile scardinare: “solo il mondo della letteratura e dell’arte ci consente di vedere la luce”, per riprendere le parole di Massimo Donini nel saggio su “Il Consiglio d’Egitto”.

A fronte di questo diritto, l’unica possibile reazione morale è la resistenza individuale, espressa, in forme diverse, dai protagonisti di questi romanzi, uomini (e donne, dovremmo aggiungere) di “tenace concetto: testardi, inflessibili, capaci di sopportare enormi quantità di sofferenza, di sacrificio”, come ci ricorda Davide Galliani riprendendo le parole di Sciascia contenute nelle note finali al testo su “Morte di un inquisitore”.

Il diritto, in quanto prodotto del potere, si rivela inevitabilmente incapace di limitarlo, intrappolato, come scrive Mario Serio, nelle astuzie di un ambiente che non consente l’effettivo funzionamento dell’ordinamento statuale. Tutti gli sforzi di utilizzare la legge per porre fine all’arbitrio (emblematico è il caso della lotta contro la mafia, tema che attraversa l’opera, non solo letteraria, di Sciascia) paiono destinati alla sconfitta, al punto che i personaggi che se ne fanno portatori risultano o degli appassionati idealisti, come il capitano Bellodi de “Il giorno della civetta”, oppure degli sciocchi illusi, come il professor Laurana di “A ciascuno il suo”.

In questo quadro, la giustizia, che nelle opere di Sciascia, frequentemente costruite nella forma del romanzo poliziesco, coincide con la verità, è un mito irraggiungibile, per l’inerzia, l’incapacità o le deviazioni dei suoi attori, come evidenzia Giovanni Mammone nel saggio dedicato a “Il contesto. Una parodia”, nel quale sviluppa un innovativo paragone con Kafka. La giustizia condizionata dal potere è l’ossessione di Sciascia, ricorda Gabriella Luccioli nel capitolo su “La strega e il capitano”, sottolineando che tutta la produzione letteraria di Sciascia testimonia della mancanza di fiducia per i giudici del suo tempo, definiti in alcune occasioni “burocrati del male” e configurati generalmente come figure ambigue, come antieroi fautori dell’impostura, protagonisti di procedimenti giudiziari troppo inquisitori ed ispirati a logiche di prevaricazione.

Come interpretare allora altre celebri parole di Sciascia, a più riprese citate dagli autori del volume, che sembrano andare in opposta direzione? “La democrazia non è impotente a combattere la mafia…Ha anzi tra le mani lo strumento che la mafia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia”.

Mi pare che in questo snodo, al crocevia tra potere, diritto e giustizia, si possa collocare anche il prodotto più fruttuoso di questa rilettura dell’opera di Sciascia, che può portarci a una accresciuta consapevolezza sulle problematiche e le sfide che assillano i giuristi dei nostri tempi.

Come mette in evidenza Nicolò Lipari nel capitolo su “Diritto e letteratura in Todo modo”, l’opera di Sciascia “si colloca lungo la linea di uno spartiacque, quello che ha segnato il passaggio del diritto da scienza teoretica a scienza pratica, da un atteggiamento cioè che impone il riferimento a un oggetto definito (il quadro delle regole dettate) ad un altro, antitetico, che chiede di rivolgersi al modo di svolgimento di una prassi nella quale è inevitabilmente implicato lo stesso operatore. Non possiamo più attendere che il mutamento discenda dall’alto di un atto legislativo, esso deve salire dal basso dei nostri comportamenti”. Mi pare assai convincente la prospettiva secondo la quale “Sciascia, pur non avendone lucida consapevolezza sul piano teorico…avverte questa tensione: intende i pericoli di un atteggiamento culturale che, anche se chiede un cambiamento, lo attende passivamente da altri o lo riconduce a una radicale sovversione delle strutture esistenti”.

In altre parole, è assente dal panorama di Sciascia l’immane tentativo, posto in atto nel Secondo dopoguerra, di riconciliare il diritto con la giustizia, trasformandolo da strumento del potere a mezzo per il conseguimento di un risultato di giustizia, attraverso la scrittura nelle costituzioni rigide e nei trattati internazionali di principi supremi e inviolabili che pongano al centro la dignità della persona umana. Una concezione del diritto che, a partire da tali principi supremi, apra la strada a un loro inveramento dal basso, sotto la pressione dei casi, trasformando i giudici nei garanti dei diritti, in dialogo con la società civile e con l’ordinamento europeo e internazionale. Come scrive in altra parte del volume Donini, la visione di Sciascia, secondo la quale “il diritto serve al potere, e non il potere al diritto”, riguarda “il diritto prima dei diritti, il diritto pre-costituzionale”.

Se in parte una simile assenza può risultare sorprendente nell’opera di un autore che intorno al diritto e alla giustizia si è arrovellato per decenni, nell’Italia repubblicana, essa ci aiuta, oggi, a vedere le grandi difficoltà che questa nuova concezione del diritto ha dovuto affrontare per farsi strada, e diventare parte di una identità culturale condivisa.

Non solo. Leggere con questo sguardo l’opera di Sciascia ci aiuta a cogliere l’importanza e la fragilità di questa acquisizione.

Se definiamo il formalismo giuridico con le parole del capitano Bellodi di “Todo modo”, come “quella astrazione in cui le leggi vanno assottigliando attraverso i gradi di giudizio del nostro ordinamento fino a raggiungere quella trasparenza formale in cui il merito, cioè l’umano peso dei fatti, non conta più; e abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si rispecchia” è facilmente intuibile che tale rischio è tutt’altro che scongiurato, anzi è continuamente in agguato.

Il principale antidoto a una sempre possibile involuzione sembra ancora una volta quella responsabilità personale alla quale spesso l’opera di Sciascia richiama, e in primo luogo proprio la responsabilità di chi ha fatto del diritto una professione. L’esergo del romanzo Porte aperte, una citazione di Salvatore Satta messa in evidenza da Ernesto Lupo nel capitolo “Il diritto tra legge e giudizio: Porte aperte”, mi pare possa riassumere al meglio l’intuizione di Sciascia, che è al cuore del diritto del nostro tempo: “La realtà è che chi uccide non è il legislatore, ma il giudice, non è il provvedimento legislativo, ma il provvedimento giurisdizionale. Onde il processo si pone con una sua totale autonomia di fronte alla legge e al comando”.

Come ci mostra la vicenda del “piccolo giudice” protagonista di Porte aperte, decidere da che parte stare è sempre possibile, anche in un regime autoritario come quello fascista, solo che si abbia il coraggio di assumere la propria responsabilità. Una responsabilità che impone di guardare in faccia la realtà e di farsene carico, senza sfuggire a inquietudini, dubbi e tormenti. La letteratura può rivelarsi, ancora una volta, una grande maestra per un apprentissage nella conoscenza del reale che non deve però esimere ciascuno, nella concretezza della sua esperienza, dal fare le proprie scelte.

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