ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Vittorio Occorsio e Mario Amato

Cosa lega l’uccisione di due uomini che hanno cercato di fare giustizia
23 marzo 2026
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ABSTRACT

1. Rose spezzate

Nella sala riunioni dell’Associazione nazionale magistrati (ANM) campeggia un manifesto che riproduce i colori della bandiera. Il rosso è rappresentato da alcune rose il cui gambo verde è spezzato per lasciare un vuoto bianco al centro.

In quello spazio bianco sono elencati 28 nomi.

Tanti sono i magistrati caduti per mano delle mafie o dei terrorismi a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso.

Oggi è di moda criticare l’ANM e attaccare le correnti è come sparare sulla Croce Rossa. In realtà l’ANM è luogo di confronto tra magistrati che spesso contestano duramente le insufficienze dell’Associazione e le degenerazioni del correntismo. Di questa lotta interna sono stato testimone e attore e posso dire che esiste ed è seria e forte.

Ha raggiunto gli obiettivi che si proponeva? No, certamente, non tutti. Difetti e degenerazioni – lo ha ricordato il presidente Mattarella l’11 febbraio scorso presiedendo la seduta del Csm – esistono in ogni rappresentanza, Parlamento compreso. Nessuno è mai riuscito a realizzare una comunità umana priva di difetti e cadute. Ciò non autorizza a sopprimere la funzione vitale del dibattito. Un corpo della magistratura senz’anima è destinato a diventare rapidamente un cadavere. Ecco perché sono convinto che gli attacchi odierni contro la magistratura, il Csm, l’ANM – attacchi in cui incredibilmente si accomoda in prima fila il ministro della Giustizia! – non hanno l’obiettivo di gettare l’acqua sporca, quanto di gettare il bambino, ossia la Costituzione, conservando e magari aumentando l’acqua sporca.

 

L’ANM è anche luogo della memoria. Chi avrebbe conservato quelle 28 storie di vita e di morte senza l’ANM?

Nel manifesto dell’ANM i nomi di Occorsio e Amato sono separati da quattro anni: 10 luglio 1976 / 23 giugno 1980. In quei quattro anni vi furono nove magistrati uccisi. Oltre a Occorsio e Amato, Palma, Saetta, Tartaglione, Calvosa, Alessandrini, Terranova e Minervini.

2. Vicende parallele

Non parlerò di Francesco Coco. Parlerò di Vittorio Occorsio e Mario Amato che incontrai e nelle cui vicende vedo profondi collegamenti.

Entrambi sono stati uccisi quando erano magistrati della procura della Repubblica di Roma. Avevano quasi la stessa età e una famiglia felice – due figli, allora bambini, oggi sono qui. Entrambi dopo qualche giorno sarebbero andati in ferie. Entrambi stavano recandosi al lavoro di buon mattino ed entrambi furono uccisi a pochi passi da casa. Entrambi erano stati oggetto di gravi minacce ed entrambi furono lasciati senza protezione.

Due omicidi in mezzo alla gente, nella luce di un mattino estivo, in strade frequentatissime della capitale. Due omicidi facili, troppo facili.

Accanto a questi fatti che possono sembrare esteriori, vi è il dato essenziale della paternità dei due omicidi, opera entrambi dei neofascisti/neonazisti.

Il primo attuato da Concutelli e complici; il secondo voluto da Valerio Fioravanti e realizzato dal suo gruppo.

Il primo si collega direttamente a Ordine Nuovo che il volantino lasciato dopo il delitto disse di voler vendicare perché finito fuori legge a causa delle indagini di Occorsio.

A sua volta l’omicidio di Amato viene rivendicato come punizione delle indagini sui Nar.

In entrambi i casi si prospetta dunque una motivazione di vendetta.

Vedremo che non è così.

Il collegamento tra i due omicidi è diverso e più profondo.

 

Fioravanti e il suo gruppo erano interessati all’evasione di Concutelli dopo l’arresto avvenuto nel febbraio 1977[1]. Per i giovani romani della seconda metà degli anni ‘70 Concutelli era il killer disumano[2] che rappresentava il legame identitario con la galassia nera degli anni precedenti.

I legami con Concutelli sono una delle spiegazioni della frequentazione da parte dei Nar di Francesco (Ciccio) Mangiameli, leader di Terza posizione, che ospitò Valerio Fioravanti in località Tre Fontane (presso Selinunte) nell’estate 1980 dopo l’uccisione di Piersanti Mattarella[3] il 6 gennaio, di Mario Amato il 23 giugno e nei giorni prossimi a quelli in cui era in procinto di realizzare la strage del 2 agosto alla stazione di Bologna.

Gli incontri con Mangiameli vertevano anche sul progetto di evasione di Concutelli. Il motivo addotto da Fioravanti per la decisione di uccidere Mangiameli fu che costui si sarebbe impossessato della somma destinata all’evasione di Concutelli. Anche qui siamo davanti a una spiegazione fasulla: all’epoca i Nar non avevano problemi di denaro, mentre, dopo l’intervista a l’Espresso del colonnello Spiazzi che aveva indicato in “Ciccio” la fonte di notizie riferibili alla strage (già decisa come risultava dalle dichiarazioni rese nel luglio precedente da Vettore Presilio e dalle informazioni note, tra l’altro, al carabiniere Segatel), Fioravanti temeva che Mangiameli potesse testimoniare sulla strage di Bologna. Fu questo timore che portò alla condanna a morte, come fu subito chiaro ai militanti di TP che indicarono in Mangiameli l’ottantaseiesima vittima della strage[4].

Il legame Concutelli-Fioravanti rappresenta un elemento di continuità tra l’uccisione di Occorsio e l’uccisione di Amato perché coloro che decidono la morte di Amato sono gli epigoni degli assassini di Occorsio.

Nessuna delle due uccisioni è dettata dalla vendetta, che non costituisce mai il principale e men che meno l’unico movente dei delitti politici.

3. Perché Occorsio, perché Amato?

Abbiamo visto i punti in comune che rendono le vicende di Occorsio e Amato due storie parallele: l’uno è il primo che applica la legge Scelba contro la riorganizzazione del partito fascista che conduce allo scioglimento di Ordine nuovo; l’altro è colui che eredita i fascicoli di Occorsio e scava senza remore nel neofascismo romano.

Perché allora la decisione di uccidere Occorsio e Amato se dobbiamo escludere la vendetta?

La risposta ribadisce il collegamento profondo delle due vicende.

Occorsio stava indagando sulla banda della Magliana che aveva strette relazioni con il Servizio segreto dell’epoca e con i sequestri di persona che imperversavano in Italia. Stava chiarendo la destinazione degli ingenti profitti derivanti sia dai sequestri sia dalle altre attività della grande criminalità romana.

Occorsio conosceva le modalità di azione dei Servizi sin da quando nel 1967 (aveva appena trent’anni) era stato pubblico ministero nel processo a carico di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi a seguito alla querela proposta dal generale Giovanni de Lorenzo, già capo del Sifar, per un articolo apparso su l’Espresso[5]: processo in cui Occorsio chiese l’assoluzione degli imputati, senza ottenerla.

Altro incontro con i Servizi Occorsio lo ebbe tre anni dopo nella vicenda processuale relativa alle stragi del 12 dicembre 1969. Quel processo, che costò al magistrato durissimi attacchi, non poteva non aver condotto Occorsio a riflettere sui Servizi. Occorsio aveva accertato la presenza di infiltrati di estrema destra, a cominciare da Mario Merlino, nel gruppo di Valpreda e aveva constatato la manipolazione operata dal Servizio ufficiale e da quello parallelo del Ministero dell’Interno sul “Circolo 22 marzo” di pseudo-anarchici e sulle successive indagini.

Sta fuori dal campo del ragionevole pensare che Occorsio non si sia posto il problema di chi stava sopra i Servizi e ne dettava la strategia e le linee operative. Quella domanda trovò l’inizio di risposta nel 1975/1976, quando Occorsio incrociò l’organizzazione che decideva i sequestri di persona e la destinazione del ricavato.

Alla vigilia dell’agguato mortale Occorsio aveva parlato della presenza massonica e pochi giorni prima aveva interrogato Licio Gelli. La notizia è di buona fonte pur senza supporto documentale. È certo, in ogni caso, che il magistrato aveva constatato che le somme risultanti dai sequestri corrispondevano al prezzo di un immobile destinato a sede dell’Ompam, organismo massonico facente capo a Gelli.

 

Occorsio incrocia dunque il livello retrostante non soltanto alla militanza dell’estremismo nero, ma anche ai Servizi. In questo livello riconosce la potenza della massoneria occulta capace di programmare le operazioni criminali e provvedere alla collocazione dei profitti.

Sappiamo che una tessera massonica a nome Concutelli fu trovata in una sede siciliana della massoneria. Su questa tessera si è discusso: caso di omonimia? Ciò che è indiscutibile, ammesso che Concutelli non ne fosse titolare, è il suo percorso palermitano che lo aveva collegato con ambienti dei locali gruppi massonici e paramassonici.

Quando Occorsio incrocia Gelli sa di addentrarsi in un terreno minato. Comprende il pericolo e ne accenna a Imposimato e altri. Ma procede: è questa sua decisione, non la vendetta, ciò che determina la condanna a morte.

 

Quattro anni dopo Amato identifica una situazione analoga. “Noi vediamo dei ragazzi – dice al Csm poco prima di essere ucciso[6] – Ragazzi che potrebbero essere nostri figli. Ma è un modo di vedere insufficiente. Occorre una visione d’assieme.”

Amato coglie a sua volta uno strato che non si risolve nei ragazzi che finiscono in galera. Dove si colloca questo strato?

È lo stesso visto quattro anni prima da Occorsio?

Amato non lo dice, ma io sono convinto di poter completare il non-detto di Mario Amato.

Lo faccio mettendo insieme quattro dati certi:

  • l’uccisione di Amato viene attuata in fretta dopo la sua denuncia al Csm della necessità di andare al livello ulteriore (la “visione d’assieme”);
  • la denuncia al Csm – un Csm finito tra le mani del piduista Zilletti dopo che il 12 febbraio 1980 una “concorrenza” rossa sapientemente pilotata ha assassinato Vittorio Bachelet – non soltanto rimane priva di qualunque conseguenza operativa, ma non induce nemmeno a fornire al magistrato una seppur minima protezione;
  • l’assassinio di Amato è opera di Fioravanti e del suo gruppo, ossia degli epigoni di Concutelli;
  • è oggi certezza anche giudiziaria (sentenze delle Corti di assise di Bologna nei processi Cavallini e Bellini, divenute definitive) che quegli epigoni erano al soldo di Gelli e dunque di quella stessa massoneria deviata alla quale Concutelli non era estraneo.

4. La solitudine

Aggiungo una considerazione sull’ultimo parallelismo che lega i due magistrati. Si tratta di ciò che pudicamente si è soliti indicare con i termini di “isolamento” e “solitudine”.

Si tratta invece di campagne diffamatorie organizzate e fatte crescere grazie a gazzettieri compiacenti e a un tam-tam che si avvaleva delle strutture occulte, delle fraternità nascoste e del lavoro sporco dei Servizi deviati.

Pochi anni dopo qualcosa di analogo accadde a Giovanni Falcone attribuendogli, finanche in taluni ambienti giudiziari, di essersi costruito da solo l’attentato dell’Addaura.

E accadde a Pietro Calogero, a Emilio Alessandrini, a decine di magistrati ora accusati di essere politicamente prevenuti, ora di essere ragazzini[7], ora di costruire teoremi, ora di indossare calzini di un certo colore[8], ora di essere “efebici”[9], ora di essere eccessivamente severi, ora di essere buonisti, e così via.

Vediamo chiaramente che non si tratta di “solitudine”, condizione questa strutturale nella professione giudiziaria, e nemmeno di “isolamento”: che non fa piacere a nessuno, ma dipende dai più diversi fattori, talora neutri.

Si tratta di qualcosa da assimilare alla bocca da cui l’immortale Giotto nella Cappella degli Scrovegni fa uscire una serpe velenosa. È la denigrazione funzionale: funzionale a colpire il magistrato per screditare i suoi accertamenti, quando ognuno dovrebbe capire che la persona di chi indaga o di chi giudica non c’entra nulla con la fondatezza dell’indagine o del giudizio. Vediamo qui il riflesso di una diffusa cultura dell’illegalità.

Occorsio fu attaccato da una certa sinistra radicaloide quando indagava su Valpreda e attaccato da destra quando indagava sulla ricostituzione del partito fascista. Fatto straordinario è che in entrambi i casi lo si volle collegare a una parte politica, la Democrazia Cristiana, allora forza di governo. Nulla consentiva quell’accusa, così come nulla avrebbe potuto fare Occorsio per confutarla perché l’assurdo non consente confutazione.

Anni dopo toccò ad Amato di diventare bersaglio di critiche maligne mosse dall’Avvocatura romana[10] nonché dall’interno della magistratura con in prima linea Antonio Alibrandi dello stesso ufficio giudiziario di Amato.

Si potrebbe pensare che l’acrimonia di Alibrandi – che si manifestò persino in una piazzata nei corridoi di Piazzale Clodio[11] – forse dovuta alla circostanza che Alibrandi sapeva che tra gli indagati di Amato vi era suo figlio Alessandro Alibrandi.

Considero questa spiegazione assai debole. Un padre preoccupato per le sorti del figlio, del quale sa che va in giro armato, non reagisce in quel modo: sarebbe preoccupato per l’incolumità del figlio assai più che per le indagini di un magistrato. La tragica sorte del giovane, ucciso nel conflitto a fuoco con la polizia del 5 dicembre 1981, è l’atroce dimostrazione di quanto Antonio Alibrandi, il padre, si sarebbe sbagliato se avesse aggredito Amato con l’intenzione di proteggere il ragazzo. La verità si ricava dalla storia di quel magistrato imbevuto di un’ideologia che lo portò successivamente a favorire i maneggi del mafioso-omicida massone Michele Sindona al punto di arrestare due galantuomini come Baffi e Sarcinelli, allora vertici della Banca d’Italia.

Anche nel martirio di Amato riemerge il segno della massoneria deviata che agisce sia attraverso i Nar al soldo di Gelli ed epigoni del massone Concutelli, sia attraverso un magistrato che prima aggredisce il collega e poi interviene per favorire il piduista Sindona.

Oggi possiamo e dobbiamo vedere senza riduzionismi e senza parzialità ciò che lega l’uccisione di due uomini che hanno cercato di fare giustizia.

Due magistrati uniti da numerose e quasi misteriose circostanze personali, familiari, di luogo, di tempo, di finalità, di passione, di rettitudine, di fedeltà alla legge.

I loro nomi stanno insieme in quel lungo elenco che nell’aula dell’ANM ricorda 28 magistrati caduti per la nostra Repubblica, per le istituzioni e per quella libertà e quella democrazia che non possono esistere senza la giustizia.

[1] Su ordine della magistratura fiorentina che indagava sull’omicidio di Occorsio.

[2] Disumano soltanto alla stregua della spietatezza usata nell’assassinio di Occorsio nonché negli strangolamenti di Ermanno Buzzi e Carmine Palladino consumati a mani nude da Concutelli nelle carceri in cui i due erano detenuti. Disumano, inoltre, perché killer prezzolato.

[3] È noto che Fioravanti, pur riconosciuto con quasi certezza dalla moglie di Piersanti e da altra testimone, è stato assolto da quell’omicidio. La conclusione giudiziaria ha lasciato e lascia perplessità. Basterà ricordare ciò che scrisse Pio La Torre (a sua volta assassinato due anni dopo Piersanti Mattarella) circa la impossibilità che l’omicidio dell’allora presidente della Regione siciliana non fosse stato frutto di una decisione presa a livelli più elevati della stessa cupola mafiosa locale.

[4] La dimostrazione delle affermazioni contenute nel testo si ricava dalle motivazioni delle recenti sentenze delle Corti di assise bolognesi nei processi a carico di Cavallini e Bellini. Tali sentenze sono divenute definitive dopo il doppio vaglio delle Corti di assise d’appello e della Cassazione.

[5] L’articolo attribuiva a De Lorenzo un’iniziativa golpista nel luglio 1964. Venne in seguito accertato da indagini non solo giudiziarie che De Lorenzo aveva predisposto un piano, noto come “Piano Solo” perché affidato alla sola Arma dei Carabinieri, per “enucleare” una serie di oppositori del governo e concentrarli in una base della Sardegna. Questa pianificazione sarebbe dovuta scattare in caso di necessità. Non si trattava quindi di un progetto golpista, ma di un “tintinnare di sciabole”, come disse Pietro Nenni, segretario del PSI, il cui suono doveva intimidire la politica rivolta allora a qualche pur timida apertura a sinistra.

[6] Mario Amato fu ascoltato due volte dal Cam, la prima il 25 marzo 1980 e la seconda il 13 giugno, dieci giorni prima di essere ucciso.

[7] Epiteto utilizzato da Cossiga per screditare i magistrati. Poi rimangiato quando Rosario Livatino, giovanissimo magistrato ad Agrigento, fu ucciso dalla mafia nel settembre 1990.

[8] Un giornalista italiano, indegno di menzione, usò questo dato cromatico per screditare un magistrato che si ero occupato di Berlusconi.

[9] Altro sconcertante epiteto utilizzato da Cossiga per insultare il giudice Felice Casson di Venezia.

[10] Il 16 giugno 1979 con “la più indignata protesta” del Consiglio dell’Ordine dell’Avvocatura romana fondata su fatti in parte falsi e in parte manipolati e il 26 novembre successivo a opera di due avvocati con uno sgangherato esposto al capo della Procura. Sembra chiaro che nessuna delle due iniziative sarebbe stata adottata se nell’ambiente non si fosse saputo che Amato era isolato nonché bersaglio di aggressioni da parte dell’“autorevole” Alibrandi.

[11] Si veda l’esposto indirizzato da Mario Amato al Csm, al procuratore generale presso la Corte d’appello e al procuratore della Repubblica di Roma in cui il magistrato ricostruisce gli episodi aggressivi messi in campo da Alibrandi fino all’insulto anche in presenza di terze persone.

Intervento tenuto a Brescia il 27 febbraio 2026 nel contesto di un incontro aperto alla cittadinanza dal titolo "Il contributo della Magistratura nella lotta al terrorismo e in difesa della costituzione”.