ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Giuristi italiani del Novecento

Umberto Romagnoli, giurista del lavoro

4 aprile 2026
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ABSTRACT

1. La formazione e la scuola bolognese di diritto del lavoro

Umberto Romagnoli è stato uno dei protagonisti indiscussi del giuslavorismo italiano, la cui attività scientifica ha attraversato oltre sessant’anni, dall’ultimo quarantennio del Novecento fino ai primi vent’anni del nuovo Millennio.

Nato a Bologna il 23 ottobre 1935, conseguì la maturità classica presso il Liceo Ginnasio Luigi Galvani nel 1954 e si laureò presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna nel 1958 con una tesi in diritto processuale civile dal titolo La successione a titolo particolare nel processo, discussa sotto la guida di Tito Carnacini con il massimo dei voti e la lode. Il lavoro gli valse il premio nazionale Carlo Maria De Marini per la migliore tesi processualcivilistica. Carnacini, maestro della scuola bolognese sia di diritto processuale civile sia di diritto del lavoro, segnò profondamente la sua formazione intellettuale, come quella di coloro che sono cresciuti nella scuola bolognese e hanno intrapreso la carriera accademica in diritto del lavoro: da Federico Mancini a Giorgio Ghezzi, da Luigi Montuschi a Franco Carinci, fino ai più giovani, nel corso degli anni Settanta, Marcello Pedrazzoli, Pier Giovanni Alleva, Luigi Mariucci, Gian Guido Balandi, Stefania Scarponi e Marco Biagi (le parole pronunciate da Romagnoli, Saluto a Tito Carnacini, e F. Carpi, G. Ghezzi, Ricordo del Maestro, in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, 4, 1983, pp. 1222-1228; F. Mancini, Il liberale Tito Carnacini, in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, 3, 1984, pp. 625-632; recentemente sulla fondazione della scuola giuslavorista bolognese, P. Tullini, Il Diritto del Lavoro e la Scuola giuridica bolognese (1861-1988), in G. De Vergottini, A. Zanobetti (a cura di), La vocazione di formare giuristi Maestri e insegnamenti della Facoltà giuridica bolognese, Bologna University Press, Bologna, 2024, pp. 39-40).

Dopo la laurea, Umberto Romagnoli iniziò la carriera accademica come assistente volontario alla cattedra di diritto del lavoro. Ottenuta la libera docenza nel 1964, vinse il concorso a cattedra nel 1970, primo in una terna con Luigi Montuschi e Tiziano Treu. Dal 1974, dopo un breve periodo tra Urbino, nella sede di Ancona, e Modena, fu professore ordinario di Diritto del lavoro alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna, fino al 2009. Dal 1978 al 1984 ricoprì anche il ruolo di Preside a Scienze politiche, Facoltà nella quale hanno insegnato anche i suoi allievi Mario Ricciardi e Anna Rita Tinti. Fu in questo contesto che Umberto Romagnoli divenne uno dei pilastri della scuola bolognese di diritto del lavoro. Nel 1972, insieme a Mancini, Ghezzi e Montuschi redasse il commentario allo Statuto dei lavoratori nel Commentario Scialoja-Branca, edito da Zanichelli. L’opera segnò un’epoca negli studi giuslavoristici. Questa collaborazione testimoniava l’esistenza di quella che Umberto Romagnoli stesso ha definito non una scuola accademica ma una «scuola di pensiero», caratterizzata da un approccio metodologico innovativo negli studi giuridici e da un significativo pluralismo interno («Ragionevoli utopie» Cultura giuridica del lavoro e cittadinanza sociale, intervista-racconto a Giovanni Cazzetta, in Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico moderno, n. 46, 2017, pp. 791-793).

2. Il metodo: dogmatica giuridica, storia e contestualizzazione socio-politica

Ciò che distingue Umberto Romagnoli nel panorama giuslavoristico italiano è la sua straordinaria capacità metodologica. Come ha ricordato Gian Guido Balandi su questa rivista nelle settimane successive alla scomparsa, egli seppe coniugare un’impeccabile conoscenza del dato normativo-dogmatico – eredità della formazione processualcivilistica con Carnacini – con la valutazione dei dati socio-politici che rappresentano l’imprescindibile sfondo del diritto del lavoro. Ma soprattutto, si distinse per l’approfondimento storico. Umberto Romagnoli ha affermato, citando Giovanni Tarello, ricordato in questa rubrica da Riccardo Guastini, «poco si comprende del funzionamento dell’organizzazione gius-politica di un’epoca e di un paese se non se ne conoscono gli operatori: tra questi, principalmente, i giuristi» (Francesco Carnelutti (1879-1965), in Lavoro e diritto, 1, 1997, p. 121). La biografia intellettuale divenne così per Umberto Romagnoli uno strumento fondamentale di comprensione del diritto. Questa convinzione metodologica si tradusse in quello che definiva un «vigile sforzo di contestualizzazione» (Federico Mancini, un intellettuale liberal-socialista, in Lavoro e diritto, 2, 2003, p. 271): ogni istituto, ogni norma, ogni interpretazione doveva essere compresa nel suo contesto storico, sociale e politico.

I suoi studi storici – dalla formazione extralegislativa del diritto del lavoro negli anni Sessanta, al diritto sindacale corporativo, fino alle ricerche sulla contrattazione collettiva e sul pubblico impiego – hanno sempre intrecciato rigore giuridico e sensibilità storico-sociale. Il diritto del lavoro, più di altre discipline giuridiche, richiedeva (e richiede) questa attenzione, essendo per sua natura il luogo dove si condensano i conflitti sociali, le dinamiche economiche e le scelte politiche di un’epoca. 

3. La produzione scientifica: dalle monografie ai medaglioni

La produzione scientifica di Umberto Romagnoli è vastissima e si articola su più piani.

Sul versante delle monografie vanno ricordate opere come Il contratto collettivo di impresa (1963), La prestazione di lavoro nel contratto di società (1967) e Le associazioni sindacali nel processo (1969). Accanto a queste opere classiche, emergeva la sua vocazione innovativa con Contrattazione e partecipazione (1968, con l’introduzione di Gino Giugni, ora riedita open access sullo Scaffale di Lavoro e diritto, con la prefazione di Andrea Lassandari), dove contaminava sapientemente diritto del lavoro, relazioni industriali e sociologia, affrontando le vicende sindacali di un’industria tessile. Sul piano storico-culturale sono fondamentali tre volumi: Il lavoro in Italia. Un giurista racconta (1995), che avrebbe preferito intitolare – come nell’edizione spagnola – El derecho, el trabajo y la historia, mettendo in evidenza il riferimento alla storia dopo il diritto e il lavoro («Ragionevoli utopie» Cultura giuridica del lavoro e cittadinanza sociale, cit., p. 804); Giuristi del lavoro. Percorsi italiani di politica del diritto (2009); e Giuristi del lavoro nel Novecento italiano. Profili (2018), che raccoglie biografie intellettuali, tra le quali quella di Gaetano Vardaro, «intellettuale giuslavorista» ricordato in questa rubrica da Lorenzo Gaeta e Paolo Pascucci. Quest’ultimo volume culminava un’iniziativa editoriale di lungo periodo: i “Medaglioni”, pubblicati su Lavoro e diritto dal 1997 per coltivare il «genere letterario della biografia intellettuale» (Francesco Carnelutti (1879-1965), cit.).

Oltre a numerosi scritti ora raccolti e classificati nella Bibliografia in open access, consultabile nel Medaglione su Umberto Romagnoli pubblicato nel fascicolo 4 del 2024 di Lavoro e diritto, con Giorgio Ghezzi condivise a partire dalla metà degli anni Ottanta la redazione di un manuale di diritto del lavoro pubblicato presso Zanichelli, nelle due parti dedicate al Diritto sindacale e al Rapporto di lavoro. Nella dedica alla prima edizione del 1984, i due autori scrivevano: «Vorremmo che questo libro, destinato all’Università, fosse degno della memoria del comune maestro, Tito Carnacini, che ai suoi allievi insegnava a pensare scientificamente ed a mostrare con semplicità». 

4. L’impegno editoriale: costruire luoghi di confronto e dibattito

L’impegno editoriale di Umberto Romagnoli rappresenta un capitolo fondamentale della sua biografia intellettuale. Con la Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, fondata da Antonio Cicu ed Enrico Redenti nel 1947, mantenne un legame per tutto il periodo della sua produzione scientifica, ricoprendo ruoli sempre più rilevanti fino a diventarne condirettore con Federico Carpi, dal 1984 al 2017. Dai primi contributi alla fine degli anni Cinquanta, su tema processualcivilistico (L’impugnazione della sentenza ad opera del successore a titolo particolare, in Rivista trimestrale di diritto e procedura civile, n. 2, 1959, pp. 644-699) all’ultimo del 2021 sul lavoro a distanza pubblicato sulla “sua” Trimestrale (e anche negli Studi in memoria di Massimo Roccella, a cura di M. Aimo, A. Fenoglio, D. Izzi, Esi, Napoli, 2021, dei quali è stato anche componente del comitato scientifico): oltre sessanta anni di presenza continuativa. Nel 1970 collaborò fin dal primo numero con Politica del diritto, fondata da Giuliano Amato, Sabino Cassese, Gino Giugni, Federico Mancini e Stefano Rodotà, rivista della quale fu condirettore con Rodotà e Franco Bricola nel triennio 1982-1985. L’esperienza di questa rivista rappresentò un laboratorio importante di contaminazione tra diritto e scienze sociali, tra analisi giuridica e riflessione politica.

Compì il passo più significativo nel 1987: insieme a Gian Guido Balandi e Luigi Mariucci fondò la rivista Lavoro e diritto, presso l’editore bolognese il Mulino, che diresse fino al 2016. La rivista nacque con l’ambizione di far confluire l’esperienza maturata in Politica del diritto in una sede specificamente dedicata al diritto del lavoro, ma con un approccio culturale e metodologico aperto, che ne ha fatto uno dei principali luoghi di elaborazione del pensiero giuslavoristico italiano.

Dell’associazione il Mulino, nella quale era stato introdotto da Mancini nel 1971, fu componente del direttivo nel 1988-1989 e del collegio dei probiviri negli anni Novanta e duemila (così riportato in il Mulino 1951-2024, il Mulino, Bologna, 2024). Sulla rivista trimestrale il Mulino contribuì dal 1964 al 2018, con un periodo particolarmente intenso dalla metà degli anni Sessanta all’inizio degli ottanta, quando fu componente del comitato di direzione. Significativa anche la presenza in riviste internazionali, soprattutto in quelle di lingua spagnola e nelle pubblicazioni latino-americane. 

5. L’apertura internazionale e l’influenza latino-americana

L’attività internazionale rappresenta uno degli aspetti più significativi della biografia di Umberto Romagnoli, testimoniando la capacità di superare i confini nazionali e di contribuire alla formazione di una cultura giuslavoristica internazionale.

Come ricordato da Gian Guido Balandi, Umberto Romagnoli non frequentò espressamente metodologie del diritto comparato in senso tecnico, tuttavia i caratteri della sua ricerca – l’attenzione al contesto storico-sociale e la capacità di coniugare analisi dogmatica e riflessione politica – rendevano i suoi testi naturalmente capaci di prestarsi a una riflessione comparata. Antonio Baylos Grau lo ha così definito «il giuslavorista europeo più tradotto in spagnolo e il più influente e rispettato dal punto di vista dottrinale nella cultura giuridica latinoamericana» (A. Baylos Grau, Ricordo di Umberto Romagnoli, in Rivista giuridica del lavoro e della previdenza sociale, 1, 2023, p. XI). Questa influenza si tradusse nel riconoscimento di tre lauree honoris causa: presso l’Universidad de Castilla-La Mancha in Spagna, l’Universidad de Buenos Aires in Argentina, e l’Universidad Nacional Mayor de San Marcos a Lima in Perù.

Fondamentale fu il Curso de Especialización para Expertas/os Latinoamericanas/os en Relaciones Laborales, nato alla fine degli anni Ottanta in coincidenza con le celebrazioni del IX centenario dell’Ateneo bolognese e promosso da Umberto Romagnoli insieme a Pedro Guglielmetti. Dopo un quinquennio iniziale a Bologna e una breve interruzione, il Curso, con il decisivo sostegno dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, fu ripreso in forma rinnovata a metà degli anni Novanta in Italia (a Bologna dal 1994 e a Torino dal 1999, fino al 2008) e a Toledo, in Spagna, dove, dopo un’interruzione di un anno dovuta alla pandemia da Covid-19, continua tuttora. Rappresenta un’esperienza unica di formazione avanzata per giuristi, sindacalisti e funzionari pubblici latino-americani, che avevano in quella sede occasione di confrontarsi con i principali studiosi europei di diritto del lavoro.

Nel 1988, anno del secondo colloquio italo-spagnolo tenutosi a Napoli all’Università Federico II, Umberto Romagnoli consolidò i rapporti con la comunità giuslavoristica spagnola. Da quel momento, la collaborazione con studiosi come Antonio Baylos Grau divenne costante e proficua. L’ultima raccolta dei suoi scritti in spagnolo, curata da Baylos e Joaquín Aparicio nel 2023 con il titolo Trabajo y Ciudadanía: Límites a los poderes privados y Derecho del Trabajo, testimonia la persistente attualità del suo pensiero nel mondo ispanofono. 

6. I temi di ricerca e l’approccio storico

Seguendo la tripartizione operata dallo stesso Umberto Romagnoli nel 1974 in Lavoratori e sindacati tra vecchio e nuovo diritto, è possibile individuare tre grandi aree di studio: gli studi di diritto sindacale, dopo la prima monografia su Il contratto collettivo di impresa; gli studi sul rapporto di lavoro, a partire da La prestazione di lavoro nel contratto di società; e gli studi sul processo del lavoro, culminati in Le associazioni sindacali nel processo. A queste si aggiungono tematiche trasversali coltivate nel corso dei decenni: lo Statuto dei lavoratori, oggetto di continua attenzione dal commentario del 1972 fino agli interventi degli anni Duemila; la disciplina dei licenziamenti, studiata fin dagli anni Sessanta; i principi costituzionali, con particolare riferimento all’eguaglianza; l’evoluzione della disciplina del pubblico impiego, dalla legge quadro del 1983 alla contrattualizzazione degli anni Novanta.

Sul versante della politica del diritto, Umberto Romagnoli si occupò sistematicamente delle riforme del diritto del lavoro, dalle proposte di revisione dello Statuto negli anni Ottanta fino alle critiche alla riforma Biagi dei primi anni Duemila. Altri filoni significativi riguardano i temi di lavoro e cittadinanza, nella prospettiva di una cittadinanza sociale fondata sui diritti del lavoro, e le regole del lavoro nella cornice del diritto dell’Unione europea. Soprattutto, il lavoro di Umberto Romagnoli fu caratterizzato da un’attenzione costante agli aspetti storico-giuridici. Dalla formazione extra-legislativa del diritto del lavoro al diritto sindacale corporativo, dalle ricerche sulla contrattazione a quelle sul pubblico impiego, i suoi studi storici hanno sempre intrecciato temi giuridici con sensibilità storico-sociale. Per Umberto Romagnoli la storia del diritto del lavoro non fu uno sfondo specialistico separato, ma la dimensione costitutiva di ogni riflessione giuslavoristica. Fino agli ultimi scritti del 2021, tra i quali Dialogando con Luigi Mariucci (apparso in diverse sedi scientifiche, tra cui il sito del Center of Study of European Labour Law “Massimo D’Antona” dell’Università di Catania, nei primi giorni del 2021), Umberto Romagnoli continuò a intervenire sui temi di maggiore attualità, dimostrando una capacità di lettura del presente che attingeva sempre agli strumenti della storia e del diritto. 

7. Lo stile di scrittura e la comunicazione online

Caratteristica distintiva dei suoi scritti è la scrittura brillante e letterariamente pregevole, aspetto al quale Umberto Romagnoli era particolarmente sensibile. La sua produzione saggistica era caratterizzata da uno stile che rifuggiva l’arido tecnicismo per cercare la chiarezza e l’eleganza espressiva, ricca di metafore. Questa attenzione alla forma derivava da una precisa concezione del lavoro intellettuale.

Non è un caso che, accanto alla produzione scientifica, Umberto Romagnoli dedicò particolare attenzione alla divulgazione, con articoli in quotidiani, periodici e siti internet, in particolare dopo il pensionamento. In questa produzione trovano spazio scritti su Eguaglianza & Libertà e su Inchiesta, oltre a numerose interviste, su tutte la già richiamata intervista-racconto «Ragionevoli utopie». La capacità di passare dalla monografia scientifica all’articolo divulgativo, dal saggio specialistico all’intervista giornalistica, mantenendo sempre rigore e chiarezza, testimonia una versatilità intellettuale non comune. 

8. Gli incarichi istituzionali

La dimensione pubblica dell’attività di Umberto Romagnoli si manifestò attraverso numerosi incarichi istituzionali che testimoniano il riconoscimento della sua autorevolezza scientifica e della sua capacità di tradurre la riflessione teorica in proposte operative. Sul piano accademico, oltre alla presidenza della Facoltà di Scienze politiche di Bologna, fu direttore del Dipartimento di Politica Istituzioni Storia dell’Alma Mater Studiorum dal 1996 al 1998. A livello associativo, fu presidente della Società scientifica della materia (AIDLaSS) per il triennio 1988-1991.

La presidenza delle Camere lo designò componente della prima Commissione di garanzia sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali dal 1990 al 1996. Si trattava di un organismo nuovo nell’ordinamento italiano, chiamato a bilanciare il diritto di sciopero con altri diritti costituzionalmente tutelati. Di questo tema si occupò sul piano scientifico pubblicando con Maria Vittoria Ballestrero il Commentario zanichelliano alla legge n. 146 del 1990, edito nel 1994. Successivamente, dal 1998 al 2000, fece parte del comitato direttivo dell’ARAN, nel periodo cruciale della prima contrattazione collettiva del pubblico impiego.

Con il Ministero del Lavoro ebbe una collaborazione intensa e continuativa. Alla fine degli anni Ottanta, sotto il Ministero Formica, presiedette la Commissione per la revisione dello Statuto dei lavoratori. All’inizio degli anni Novanta contribuì alle commissioni di esperti istituite dal Ministro Gino Giugni per mettere a punto la legge sulla rappresentanza sindacale. La “Commissione Romagnoli” produsse un documento che, pur non traducendosi in una riforma legislativa, influenzò significativamente il dibattito successivo sulla rappresentanza. A seguire fu componente, con il Ministro Tiziano Treu, della Commissione sulla rappresentanza sindacale, della quale condivise la proposta con Massimo D’Antona. Alla fine degli anni Novanta partecipò al gruppo di alta consulenza presieduto da Giugni che affiancava il Comitato consultivo sulla legislazione del lavoro, con il Ministro Antonio Bassolino. Sul piano dell’impegno politico-culturale più ampio, va segnalato il ruolo di rappresentante del Comune di Bologna nel Consiglio di amministrazione dell’Alma Mater Studiorum dal 1986 al 1989, segno del legame profondo con la sua città. 

9. Il sostegno al movimento sindacale

L’impegno di Umberto Romagnoli vicino al sindacato, in particolare alla Cgil, rappresenta un filo rosso che attraversa tutta la sua biografia intellettuale.

A partire dagli anni Settanta, si distinse per l’attività di formazione sindacale. Particolarmente significativa fu l’esperienza delle 150 ore nell’Università di Bologna con la Federazione Lavoratori Metalmeccanici, che permetteva ai lavoratori di usufruire di permessi retribuiti per la formazione. Nel 1975 fu tra i protagonisti della creazione del Cress, centro studi sindacali costituito per iniziativa congiunta delle segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil. Il rapporto con la Cgil si consolidò negli anni: nello stesso anno presentò una relazione ad Ariccia per il trentennale del sindacato fondato da Giuseppe Di Vittorio, e trentacinque anni dopo, nel 2010, intervenne al XVI Congresso nazionale della Cgil sul tema Lo Statuto dei lavoratori, quarant’anni dopo. Negli anni più recenti fu componente del comitato scientifico della Fondazione Claudio Sabattini, dedicata alla memoria del segretario generale nazionale della Fiom-Cgil. Non si trattò per Umberto Romagnoli dell’impegno dell’organico di partito o del consulente tecnico, ma dell’intellettuale che mette le proprie competenze al servizio di un progetto di emancipazione sociale, mantenendo sempre indipendenza e autonomia critica. 

10. L’eredità metodologica e culturale

L’eredità più preziosa di Umberto Romagnoli è il suo approccio metodologico: la convinzione profonda che il diritto del lavoro non possa essere compreso senza contestualizzazione storica, senza attenzione alle dinamiche sociali e politiche. I suoi studi hanno dimostrato come la storia sia non un orpello erudito per l’esegesi, ma lo strumento necessario per comprendere il diritto.

Questa impostazione metodologica si è tradotta in una serie di scelte operative: l’attenzione al contesto politico ed economico in cui nascono le norme; lo studio delle dinamiche sociali che precedono e seguono l’intervento legislativo; l’analisi delle interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali come documenti storici che rivelano la cultura giuridica di un’epoca; la considerazione dei conflitti e degli interessi che si esprimono attraverso il diritto. Umberto Romagnoli è stato custode e continuatore di quella “scuola di pensiero” bolognese caratterizzata da metodo interdisciplinare e rigore scientifico. La sua biografia intellettuale è inseparabile da quella di una generazione di studiosi della scuola bolognese che ha segnato la storia del diritto del lavoro italiano. La continuità di questa scuola non sta tanto in una fedeltà a dogmi o posizioni teoriche predefinite, quanto nella condivisione di un metodo di lavoro e di una concezione del diritto del lavoro come disciplina che richiede apertura culturale, sensibilità storica, attenzione al contesto sociale. Come ricordava Ghezzi citando le parole di Carnacini, «il diritto non è terra dai termini netti», e attraversare quella terra richiede strumenti concettuali che vadano oltre il puro tecnicismo giuridico (G. Ghezzi, Ricordo del Maestro, cit., p. 1225).

Umberto Romagnoli si è spento il 12 dicembre 2022, all’età di 87 anni, nella sua città, dove aveva vissuto e lavorato per tutta la vita. La notizia della scomparsa ha suscitato numerose manifestazioni di cordoglio e riconoscimento nel mondo accademico, sindacale e culturale, non solo italiano ma anche internazionale. I fascicoli monografici che le riviste Lavoro e diritto e Rivista trimestrale di diritto e procedura civile gli hanno dedicato tra la fine del 2022 e il 2024 raccolgono contributi di amici, colleghi, allievi e studiosi di diverse generazioni, a testimonianza dell’ampiezza e della profondità dell’influenza esercitata. La bibliografia di Umberto Romagnoli costituisce oggi uno strumento prezioso per gli studi di diritto del lavoro. Non è solo un catalogo, ma uno strumento di conoscenza che permette di ricostruire un percorso intellettuale attraverso i “luoghi” (le riviste, i libri, i commentari), i tempi (la cronologia degli scritti) e i temi (i nuclei di ricerca). Così è possibile comporre non solo “cosa” ha scritto uno studioso, ma “come” ha lavorato: in quali contesti, con quali interlocutori, attraverso quali reti di relazioni intellettuali e istituzionali. Si tratta di una memoria del passato, ma al contempo strumento per il futuro della ricerca giuslavoristica.

Umberto Romagnoli lascia un metodo di lavoro intellettuale e una testimonianza di impegno civile. La sua eredità continua a vivere nei suoi scritti, nei suoi allievi, nel gruppo che anima la «rivista-progetto» Lavoro e diritto (G. Cazzetta, Trent’anni di Lavoro e diritto, in Lavoro e diritto, 4, 2016, p. 571 ss.), e soprattutto in un’idea di diritto del lavoro come disciplina militante, al servizio della dignità e dei diritti delle persone che lavorano. Ha insegnato che il diritto del lavoro non può essere compreso senza storia, senza politica, senza sociologia; che il tecnicismo giuridico, per quanto necessario e presupposto, non è sufficiente; che il giurista deve essere anche intellettuale, capace di leggere i processi sociali e di intervenire nel dibattito pubblico. Ha dimostrato che si può essere rigorosi senza essere aridi, profondi senza essere oscuri, impegnati senza essere ideologici. Ha praticato quella che definiva la biografia intellettuale non come erudizione fine a se stessa, ma come strumento per comprendere «il funzionamento dell’organizzazione gius-politica di un’epoca e di un paese» (Francesco Carnelutti (1879-1965), cit.). La sua lezione metodologica resta attuale proprio in un’epoca di crisi del diritto del lavoro, quando le tentazioni del ripiegamento tecnicistico o al contrario dell’abbandono dell’analisi giuridica per la pura denuncia politica sono entrambe forti.

In un tempo in cui il diritto del lavoro è chiamato a rispondere a sfide inedite – la digitalizzazione ora legata all’evoluzione dell’intelligenza artificiale, la globalizzazione, la precarizzazione, la crisi della rappresentanza sociale –, gli strumenti metodologici elaborati da Umberto Romagnoli mantengono tutta la loro validità. La sua insistenza sulla necessità della contestualizzazione storica, sulla comprensione delle dinamiche sociali e politiche, sull’apertura interdisciplinare, rappresenta un antidoto contro le semplificazioni e i riduzionismi. L’eredità di Umberto Romagnoli è l’idea che il diritto del lavoro sia qualcosa di più di un insieme di norme da interpretare: è uno spazio di confronto e di conflitto tra diverse concezioni della società, è un terreno dove si gioca il rapporto tra libertà ed eguaglianza, tra economia e democrazia, tra potere e diritti.

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