Maurizio De Lucia è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo
Procuratore, la riforma Nordio è un pericolo per l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura o, al contrario, si è creato un clima di immotivata preoccupazione? È in discussione l’attuale equilibrio tra poteri dello Stato? A tal proposito, come interpreti le dichiarazioni del Ministro e della Presidente del Consiglio che, in più occasioni, hanno espressamente affermato che qualora vincesse il Sì, ne trarrebbe giovamento l’azione del Governo “di turno”?
La riforma costituzionale della Magistratura, cambierebbe, se approvata dal referendum, in maniera sostanziale l’assetto costituzionale della Giustizia.
Se sul piano formale non sembra mettere in discussione i valori dell’autonomia e della indipendenza della Magistratura, li pone a rischio sul piano sostanziale. Lo fa prevedendo un pubblico ministero, che, quasi del tutto sganciato dalla giurisdizione (dico quasi del tutto solo perché non si comprende bene la sua presenza nella corte disciplinare, ne il ruolo del procuratore generale della cassazione nell’azione disciplinare) è destinato a divenire, almeno in un primo momento, un potere autonomo ed autoreferenziale, con un consiglio superiore collocato sul piano costituzionale allo stesso livello di quello previsto per i giudici, essendo anch’esso presieduto dal Presidente della Repubblica, e però composto per l’appunto da soli pubblici ministeri e da laici, tra i quali in larga parte avvocati, che, tra l’altro, sarebbero chiamati a valutare nel nuovo Consiglio, la carriera delle loro controparti senza neppure una mediazione da parte dei giudici. Proprio sulla base di queste premesse, mi sembra molto alta la probabilità che a questa prima riforma ne debba seguire un’altra che proprio per riequilibrare i poteri, squilibrati da quella della quale stiamo parlando, riconduca il pm ad una responsabilità non autoreferenziale, ovvero ad un controllo esterno, che evidentemente non potrebbe essere altro che quello esercitato dall’esecutivo.
Penso che conservare un assetto autonomo del Pubblico Ministero rispetto all’esecutivo, lasciando le cose come i nostri Costituenti le hanno previste, è di giovamento sia a chi governa oggi e prima o poi sarà opposizione che, all’opposto a chi è opposizione oggi; poiché come insegnano esperienze di altri paesi, un pm controllato dall’esecutivo non è solo uno strumento che garantisce inerzia verso gli amici, ma, soprattutto, è un pm che può agire contro nemici della maggioranza che governa in un dato momento, salvo cambiare orientamento al cambiare della maggioranza politica. Conservare l’indipendenza del pubblico ministero è chiaramente una garanzia per tutti.
Ritieni che la normazione secondaria funzionale ad attuare la riforma Nordio possa nascondere ulteriori vulnus all’autonomia della Magistratura?
Una cosa che non può che alimentare dubbi e incertezze è proprio che per molti profili la riforma, ove approvata, sarà chiara, nella sua reale portata, solo quando saranno note le c.d. norme applicative della stessa. Tra l’altro il modo nel quale la riforma è stata approvata in parlamento, senza alcuna discussione nelle aule, non lascia affatto tranquilli sul metodo che sarà usato per l’approvazione di tali norme.
Il sistema “Giustizia” (e di riflesso l’interesse dei cittadini alla tutela dei propri diritti) sentiva il bisogno di questa riforma o sarebbe stato più opportuno intervenire su un altro livello?
Dobbiamo chiederci cosa i cittadini davvero vogliono dal sistema “giustizia”. È chiaro a tutti che si vorrebbe una giustizia ragionevolmente veloce e giusta, fatta di processi rapidi e di decisioni corrette sia nel settore penale che civile. Deve essere molto chiaro che questi desiderata non saranno esauditi in alcun modo dalla riforma, anzi una parte delle poche risorse che servono alla giustizia, dovrà essere impiegata per dare vita al secondo Csm ed alla Corte Disciplinare. Reputo molto sbagliato fare apparire la riforma come la panacea di tutti i mali della giustizia, gli errori nel processo possono essere limitati, ma certo non eliminati da riforme del processo, in nessun modo dalle modifiche ordinamentali che la riforma prevede.
Separazione delle carriere, modifica della composizione del Consiglio Superiore della Magistratura ed istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, cosa ti preoccupa di più?
La separazione delle carriere mi preoccupa perché si introduce in Costituzione un termine che attualmente non esiste, stante la lettera dell’art. 107 secondo il quale i magistrati si distinguono tra loro solo per diversità di funzioni. Detto questo oggi le funzioni sono già rigidamente separate dal legislatore ordinario, la stessa Corte Costituzionale ha peraltro osservato come una riforma in tal senso, anche più marcata, può essere realizzata con gli strumenti della legislazione ordinaria; dunque, il tema “formale” che costituisce lo slogan principale dei sostenitori della riforma, in realtà ha davvero poca ragione di esistere.
Molto più problematica per le ricadute che può avere è il tema della creazione dei due Consigli e delle modalità di elezione dei componenti. Il sorteggio della componete laica è diverso da quello previsto per i togati, in realtà è un sorteggio tra soggetti designati dalle forze politiche per i quali però non solo non conosciamo, essendo rinviata alle determinazioni della legislazione di attuazione, quanti saranno i laici indicati nella lista da cui saranno estratti; ma soprattutto non sappiamo quale maggioranza parlamentare sarà richiesta dalla legge. Il fatto che questo dato è demandato al legislatore ordinario, se si guarda all’attale previsione costituzionale, che invece prevede una maggioranza qualificata, non depone per il meglio.
Venendo al sorteggio per i magistrati, a parte le considerazioni sulla delegittimazione della magistratura alla quale si sottrae il diritto di scegliere con votazione responsabile i propri componenti, il metodo non è affatto risolutivo dei problemi che dice di voler risolvere, anzi appare foriero di nuovi problemi.
Mi spiego, atteso che oltre il 95% dei magistrati sono iscritti all’Anm e che in larghissima parte hanno orientamenti culturali che li collocano vicino all’una o all’altra corrente, il sorteggio non eliminerà questi rapporti, semplicemente affiderà al caso – e non ad un sistema, preferibilmente, proporzionale come dovrebbe essere – il numero di componenti del singolo Csm per ciascuna corrente.
Inoltre, senza una delimitazione per territorio dei nuovi componenti togati, possono verificarsi casi che rasentano il caos, penso alla possibilità di magistrati estratti, appartenenti ad esempio ad un solo grande distretto, ad es. del nord Italia, con totale allentamento dalle problematiche di altri e diversi distretti ad es. del sud Italia e viceversa, o perché no, a magistrati estratti, appartenenti tutti al medesimo Ufficio. In questo caso che si fa?
In realtà il sorteggio è destinato a creare nuove opacità e a realizzare contatti clandestini tra i nuovi componenti dei nuovi Consigli e tra essi e soggetti esterni. Ricordo che nella notte dell’hotel champagne, più volte evocata come la rappresentazione del male, con alcuni consiglieri in carica al tempo sedevano allo stesso tavolo due parlamentari della Repubblica. Francamente non vedo proprio quali garanzie sul punto possa fornire il sorteggio.
Quanto alla Corte disciplinare, sono note le opinioni contrarie espresse da autorevole dottrina, mi limito ad osservare che si tratta di un giudice speciale istituito solo con riguardo alla magistratura ordinaria, con un sistema di appello delle sue decisioni di prima istanza davvero discutibile. Altra cosa avrebbe potuto essere una Corte con competenza su tutte le magistrature e magari, anche con competenza sulle autorizzazioni ad effettuare indagini di particolare invasività come quelle con intercettazioni, nei confronti di membri del Parlamento.
Come hai interpretato il ruolo di Pubblico Ministero durante la tua esperienza professionale? Ritieni che separare le carriere possa modificare il DNA del Pubblico Ministero, avvicinandolo al ruolo di avvocato dell’accusa che ha, quale prospettiva di risultato, quella di ottenere una pronuncia di condanna e non già l’accertamento della verità processuale, in indagini ed a processo?
Al Pubblico Ministero si richiedono poche cose, ma importanti: senso della Costituzione e rispetto per essa, equilibrio e buon senso, professionalità estrema, consapevolezza della delicatezza e del potere che in ogni caso quel ruolo comporta (in qualsiasi sistema processuale, del passato e del presente), rispetto e attenzione per tutte le parti del processo.
Io ho sempre cercato di ispirarmi a questi principi, consapevole naturalmente che non sempre si raggiunge il meglio e che si può sbagliare, però è anche per questo che la mia azione, quella di qualunque pubblico ministero italiano è inserita nel sistema di controlli che costantemente giudici e avvocati esercitano su di essa.
Quello che non deve accadere è modificare questo insieme di valori trasformando il pubblico ministero nell’avvocato dell’accusa o, peggio ancora, nell’avvocato della polizia. In questo senso conservare al pubblico ministero il ruolo di responsabile delle indagini della polizia giudiziaria è davvero essenziale, Luigi Einaudi, certamente un liberale puro, a proposito della polizia giudiziaria diceva: “L’arbitrio poliziesco…è pronto, se non lo faremo diventare mero organo della giustizia per la prevenzione dei reati e la scoperta dei loro autori, a servire nuovi tiranni e nuovi comitati di salute pubblica”. È questa la ragione per la quale l’art. 109 della Costituzione pone, direttamente, la polizia giudiziaria alle dipendenze dell’autorità giudiziaria ed è questa una delle ragioni fondamentali per le quali il pubblico ministero deve conservare intatte le sue prerogative verso la stessa.
Pensi che sia attuale, pur a fronte di un diverso sistema processuale, la definizione di Calamandrei che definiva il Pubblico Ministero, una “parte imparziale”?
Il pubblico ministero è oggettivamente una parte imparziale. La differenza con l’avvocato è strutturale, l’avvocato ha il ruolo essenziale ed insostituibile di lavorare nell’interesse esclusivo del suo assistito ed il suo unico scopo è quello di curarne gli interessi. Il pubblico ministero non ha lo scopo di ”fare condannare” l’imputato, ha quello di accertare il reato, individuare il responsabile e solo quando questo è possibile con un margine di certezza “al di là di ogni ragionevole dubbio”, di chiederne la condanna, non alla pena più dura, ma alla pena giusta.
La riforma Nordio sembra precedere, nelle intenzioni dell’esecutivo, ulteriori interventi normativi quali la sottrazione del controllo della Polizia Giudiziaria al Pubblico Ministero ovvero la parziale sterilizzazione di mezzi di ricerca della prova essenziali, quali i captatori informatici, usati anche per “modestissimi” reati. Questi progetti seguono una serie di rilevanti modifiche normative che hanno già inciso, in termini limitativi, sull’operato del Pubblico Ministero. Penso ad esempio, all’abrogazione dell’abuso d’ufficio, all’introduzione dell’interrogatorio preventivo, ai vincoli sulla durata delle intercettazioni. Ritieni ci sia un fil rouge con gli scopi della riforma?
Penso che il legislatore italiano viva, non da ora, una fase di bulimia legislativa, nel campo del diritto e del processo penale. Troppa legislazione, avrebbe detto Herbert Spencer, e soprattutto non ragionata nel suo insieme. Spetta al legislatore individuare gli strumenti giuridici prima che tecnici per perseguire i reati e trovare il punto di equilibrio con le garanzie degli accusati, ma dovrebbe fare scelte che tengano conto, ad esempio, del fatto che ogni norma ha un costo, anche economico, e non lo fa.
Cosa risponderesti, da Pubblico Ministero che, quotidianamente, lavora a contatto con Polizia Giudiziaria qualificata, condividendone le scelte investigative ed instaurando solidi legami professionali basati sulla fiducia reciproca nel rispetto dei ruoli, a chi, ogni qual volta ve ne sia l’occasione, taccia quello stesso Pubblico Ministero di vanificare l’attività del Governo e della Polizia Giudiziaria ovvero, con una giravolta intellettuale, di giustizialismo finalisticamente orientato a qualcosa di diverso dalla mera applicazione della legge?
Semplicemente che sbaglia. Le polizie italiane, nel tempo hanno sviluppato un importante percorso fatto di responsabilità e professionalità che viene loro riconosciuto a tutti i livelli, anche internazionali. Queste qualità si sono sviluppate nell’attuale contesto dei rapporti tra pm e polizie che è fatto di consapevolezza di ruoli, di rispetto reciproco, ma anche di consapevolezza che la responsabilità prima delle indagini è compito del pm e di nessun altro. Le stesse forze di polizia sanno che un pm autonomo dall’esecutivo è per loro, anche, garanzia e protezione contro ogni ingerenza esterna e sanno che quel controllo che il pm esercita su di loro è fatto nel solo interesse della legge ed a protezione di tutti, inclusi gli appartenenti alle nostre polizie.
Palermo è uno di quei distretti che ha fatto la storia giudiziaria del nostro paese. Ritieni che, fra i sostenitori della riforma, ci sia stata una strumentalizzazione del pensiero dei colleghi che, di questa storia, ne sono stati protagonisti?
Penso che la magistratura palermitana e con essa i palermitani tutti, abbiano dato all’Italia, nel tempo un esempio importante di resistenza civile contro un cancro terribile quale è Cosa nostra. A quelli che hanno sacrificato la vita bisogna avvicinarsi con rispetto assoluto cercando di studiarne il pensiero e riconoscendone anche la dimensione intellettuale, che è enorme. Lasciamoli fuori dalle tensioni referendarie di questi tempi.
