ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Le ragioni del mio NO

Referendum: un invito al dialogo civico serio

Pensieri sparsi di una cittadina che è stata per 25 anni giudice onorario
14 febbraio 2026
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ABSTRACT

In un momento di grande responsabilità, come quello del referendum confermativo sulla riforma della magistratura, molti cittadini per fortuna sentono il bisogno di comprenderne appieno le implicazioni.

Interessati sono non solo gli addetti ai lavori, i giuristi, ma chiunque abbia a cuore il futuro delle istituzioni che tutelano i diritti quotidiani di ogni cittadino. Partecipare di persona a incontri informativi offre l’opportunità di chiarire dubbi, al riparo da spot emotivi o semplificazioni tipici dei mezzi di comunicazione di massa, per decidere con consapevolezza il lascito alle generazioni future. La posta in gioco è elevata: si tratta di una proposta che incide sugli equilibri tra poteri dello Stato, forgiati con cura dai Costituenti. Ed è nostro dovere esprimere un voto “informato”. Lungi da schieramenti di destra o di sinistra. Lungi dal difendere una casta, quella dei politici a discapito della magistratura o viceversa. Lungi da ideologie o propagande manipolatrici. Lungi da giudizi di priorità. Anche se in effetti a me cittadino appare che la priorità sarebbe stata, da parte del Ministero, l’adeguato investimento di risorse strumentali ed umane per assicurare una più efficiente risposta al bisogno di giustizia che ognuno sente come bene primario, insieme a quello dell’istruzione e della salute.

Il referendum in sostanza riguarda i tanti, ben 7!, articoli della Costituzione che si vanno a modificare, che di fatto rischiano di manomettere l’equilibrio dell’intero impianto. Basta pensare al meccanismo di un orologio meccanico, delicato e perfetto: smette di funzionare e se solo una sua millesima parte si inceppa.

È un rischio che non va corso a maggior ragione trattandosi di necessità ed urgenze che, onestamente, si fa fatica a intravvedere.

La nostra Costituzione è il patto che ci tiene uniti. È stata scritta come espressione di una necessità di pace e di democrazia, bisogni fortemente sentiti dopo la pesante esperienza della guerra. Questo ha fatto andare oltre le posizioni ideologiche plurali dei vari padri costituenti per giungere ad un testo unitario, condiviso, ponderato ed equilibrato. Ed ha saputo consentirci 78 anni di discreta serenità. Non tutti e non sempre ci siamo resi conto ma il sistema di pesi e contrappesi, rigorosamente previsti, ha evitato che uno dei poteri potesse prevalere a discapito dell’altro. Che chi, conquistato il potere con la forza dei numeri di preferenza potesse intimidire, indebolire, a costo anche di deriderlo o demonizzarlo come sta avvenendo in questi tempi, chi nello svolgimento dei suoi compiti veniva vissuto come ostacolo ai lori interessi e privilegi.

In fondo lo sanno anche i bambini, non fa piacere a nessuno essere scoperti “con le dita nella marmellata”, essere limitati nella voglia di fare tutto quello che piace, e magari essere chiamati a rispondere dei propri comportamenti. Ogni ladro impreca contro il destino avverso quando viene colto in fallo. Non si è visto che qualuno, solo perché scoperto, riconosca il valore del lavoro di chi lo ha scoperto, di chi poi lo giudica. Inoltre non si è mai visto che qualcuno abbia la conversione sulla via di Damasco e immediatamente, si ravveda, confessi i propri torti e chieda di ripararli. Forse può accadere a chi ha la fortuna di seguire un serio programma di giustizia riparativa e attraverso la mediazione dei conflitti può giungere a cambiare modo di pensare e di vivere. Ma questo è tutto un altro discorso.

Il Governo che propone l’attuale di riforma non si distingue per la centralità costruttiva assegnata al tema della giustizia, per l’impegno a far conoscere gli istituti giuridici di nuova generazione, come quello prima citato. Inoltre poco sta facendo per limitare l’escalation del numero dei conflitti che si trasformano in contenziosi con opportuni interventi di prevenzione e formazione, quali per esempio una seria formazione alla relazione interpersonale fin dai primi anni di vita.

La riforma proposta a referendum inoltre avrebbe meritato un ampio confronto parlamentare, con limatura condivisa tra maggioranza e opposizione, tutti insieme nel nome dell’interesse comune. Invece non c’è stata. E questo è il “peccato originale” della proposta di riforma. Bastevole per capire che è meglio votare No. Quando si ha a che fare con riforme costituzionali è fondamentale in modo con cui si fanno. Si cambiano le regole del gioco. Queste riguardano tutti. Non è un bene farle a maggioranza. Il più possibile devono essere concordate, condivise, frutto di serrato dialogo. Ma ahimé, a tutti i livelli, il dialogo sembra una modalità rifuggita.

Nonostante la Cassazione abbia ammesso il referendum richiesto da 15 giuristi che hanno raccolto oltre 500.000 firme di cittadini in pochissimo tempo, il Governo ha mantenuta la stessa data già fissata manifestando ancora una volta una verticalizzazione e concentrazione del potere. Quindi, in un tempo in cui alcuni poteri sono strumentalmente sotto attacco, si mostra evidente la necessità di rigettare la riforma per salvaguardare l’equilibrio tra i poteri come prefigurato dai nostri padri costituenti. Anzi occorre presidiare il sistema delle garanzie e delle libertà. Occorre difendere l’orizzontalità dei diritti e delle libertà. Non favorire la concentrazione del potere. Dire No alla riforma è una necessità di ogni cittadino dettata anche dalla sfiducia verso quel potere politico che tende in modo bulimico ad occupare tutti gli spazi possibili, senza risparmiare interferenze di campo.

Il governo sta procedendo con un’accelerazione che appare febbrile, quasi fosse il referendum un’emergenza. Sembra che l’importante sia che non si abbia il tempo per riflessioni serene o per il contraddittorio. Senza che ci sia spazio adeguato per l’informazione di chi è chiamato a decidere, con la benda sugli occhi, con un semplicistico e riduttivo Sì o No. Così può accadere che una materia tanto delicata venga decisa anche con un solo voto in più spaccando il paese, e che l’emotività prevalga sulla ragione, trasformando un sonno temporaneo in rimpianto duraturo.

Questo modus operandi a quale reale esigenza dei cittadini risponde? Riflettendoci non ne emerge nessuna, anzi sono molti i rischi e le cose non dette, le cosiddette zone grigie, rimandate ad altro intervento legislativo.

Infatti proliferano i dubbi su quello che è scritto e sulle proposte che sottopongono a referendum.

Un elemento centrale è la separazione rigida tra giudici e pubblici ministeri, peraltro recentemente riformata e resa residuale. Chi ha esperienza diretta (ed io faccio riferimento alla mia di giudice onorario, per oltre venticinque anni, alternando udienze civili e penali), sa che tali ruoli si arricchiscono a vicenda, senza danni per il sistema. La molteplicità di funzioni è benefica, come tutti sperimentiamo anche nella vita quotidiana: un insegnante può essere madre, cittadina attiva, senza che una dimensione comprometta l’altra. Perché negarla alla magistratura, dove contribuisce a una visione equilibrata della giustizia? Non convince neanche l’idea, spesso evocata per giustificare il cambiamento, di una sudditanza psicologica del giudice al pubblico ministero. L’autonomia del giudice è connaturata al ruolo, radicata in scienza, coscienza e maturità professionale: non si è mai osservata una sudditanza a colleghi o influenze esterne, che ne minerebbe l’essenza. Separare le carriere sembra non risolvere, a detta degli stessi promotori, i problemi nell’amministrazione della giustizia, ma rischia di introdurre divisioni artificiali, screditando chi opera con indipendenza.

Ancora più discutibile è l’organismo di valutazione della magistratura formato per sorteggio. Una tombola. Affidare a un’estrazione casuale scelte cruciali stride con il buonsenso: chi lo farebbe per decisioni familiari o per eleggere rappresentanti locali? La magistratura, baluardo indipendente nei momenti critici della vita individuale, che va preservata nella sua autorevolezza merita, organi costituiti per competenza, non per casualità.

Le vere priorità della giustizia a mio avviso invece non sarebbero lo screditamento di una istituzione della Repubblica che va salvaguardata ma il potenziamento delle risorse umane e strumentali ad essa assegnate dal ministero della giustizia. Le carenze del sistema giudiziario non derivano da magistrati, ma da risorse carenti di fronte a una domanda di giustizia crescente. Abbiamo un numero di contenziosi in crescita, gli uffici sono sotto organico, le cancellerie prive di fondi, c’è dappertutto un sovraccarico di fascicoli per ciascun magistrato.

Il numero di liti che ogni anno giunge in tribunale aumenta esponenzialmente, non così le dotazioni e le risorse. La giustizia è un bene primario, pari alla sanità e all’istruzione: ingiusto screditare i suoi operatori, come si fa con medici o docenti per ritardi sistemici. Inoltre, invece di propaganda su casi dolorosi o errori fisiologici, servono interventi di vera prevenzione tramite l’educazione ai conflitti, la promozione degli istituti alternativi già normati e la formazione generalizzata alle relazioni pacifiche.

L’educazione civica non si limita alle iniziative scolastiche: permea il sociale, elevando la democrazia. Occasioni come il referendum dovrebbero far maturare la sensibilità e la competenza civica dei cittadini. Il dibattito attuale, però, infantilizza, banalizzando l’analisi approfondita di cambiamenti proposti, come se tutto sommato non fossero importanti. A me pare che i fautori del No stiano sforzandosi di argomentare le ragioni del fermo rifiuto, i fautori del si rispondano a volte con spot e insulti da propaganda.

A titolo di esempio riferendomi ad una loro pubblicità che sta girando sui social, ricordo che i giudici non fanno le leggi, le applicano solamente: se devono scarcerare uno detenuto lo fanno applicando la norma. E questa è di competenza del Parlamento.

Scrivere "indipendenza" in Costituzione non basta, come mostrano molti ordinamenti esteri: i principi vivono grazie a regole concrete che li sostengono. Per questo non si può prescindere da un Consiglio Superiore eletto con maggioranza magistrati, e va difeso.

Il Ministro Nordio difende l’uso che ha fatto in apertura dell’anno giudiziario del termine blasfemo, adducendo "che, in corretto italiano, blasfemia significa un oltraggio a un’istituzione sacra, come lo è il Parlamento". Non mettiamo in dubbio questa disquisizione meritevole dell’Accademia della Crusca anzi la consideriamo utile a porre una domanda: chi ha impedito al Parlamento, istituzione da lui definita sacra, di svolgere la sua funzione e ha blindato la proposta di legge ha compiuto blasfemia? Io penso di si. E ha responsabili con nomi e cognomi.

Questa riforma a mio avviso nuoce al cittadino ancor prima dell’esito del voto, spostando l’attenzione dai potenziamenti necessari alle divisioni ideologiche. Si squalifica una istituzione, la magistratura, che rispetto ad altre dello stato italiano è quella che meglio sta reggendo. Certo potremmo ancora, e dovremmo, migliorarla: ma con questo referendum non avviene: lo dice lo stesso promotore, Il ministro Nordio.

Pertanto si può senza ombra di dubbio ritenere che sia una proposta sbagliata, perché non risolve, né incide minimamente, sul problema della lentezza dei processi e del rischio di impunità per i criminali, trattandosi di criticità che si potrebbero superare soltanto riformando il diritto processuale, con legge ordinaria.

Dannosa, perché eliminerebbe lo strumento principe a garanzia dell’indipendenza della Magistratura: l’attuale Csm, sostituendolo con tre organi a composizione maggioritaria di nomina parlamentare.

Inoltre offende che si stiano trattando come una propaganda partitica temi complessi, che richiederebbero anni di studio. E che si chiede a noi cittadini di rinunciare a diritti che la Costituzione ci aveva riconosciuto, senza neanche con chiarezza farlo comprendere.

Il referendum sollecita a informarsi con serietà ed eventi con relatori qualificati sono occasioni utili da non perdere.

Difendere la democrazia significa custodire l’equilibrio dei poteri. È interesse di tutti.