ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Relazione XXXV Congresso ANM, Roma, 14-16 ottobre 2022 di Giuseppe Santalucia

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Relazione XXXV Congresso ANM, Roma, 14-16 ottobre 2022

di Giuseppe Santalucia, Presidente Associazione nazionale magistrati 

Saluti

Signor Presidente della Repubblica, Signor Vicepresidente della Corte costituzionale, signor Vicepresidente del Consiglio superiore della Magistratura; Autorità, civili e militari; gentili ospiti; care colleghe, cari colleghi; cittadine e cittadini.

A nome dell’Associazione nazionale magistrati, che ho l’onore di rappresentare, do a voi tutti il benvenuto al nostro XXXV Congresso.

Rivolgo un deferente e grato saluto al Presidente della Repubblica, che ancora una volta ci onora e ci gratifica della Sua attenzione.

La Magistratura italiana, sig. Presidente, Le è riconoscente e coglie nella Sua vicinanza lo sprone ad operare sempre meglio nell’attuazione dei valori di cui, per Costituzione, è custode e interprete.

Un grazie sentito al Sindaco di Roma e al Presidente della Regione Lazio, per le parole, tutt’altro che di prammatica, con cui hanno voluto onorare questa nostra importante assise.

A distanza di poco meno di tre anni l’Associazione dei magistrati italiani torna a riunirsi in Congresso.

Lo fa a Roma per un duplice motivo: per un atto di omaggio alla magnificenza della città e per la sua centralità, non solo geografica, che esprime tradizionalmente una forza accomunante a cui abbiamo voluto affidarci per avere una partecipazione ampia.

I temi della giustizia hanno naturalmente un posto importante nel dibattito pubblico, ma oggi, per le ragioni a cui farò cenno, conquistano un rilievo che ci induce a ricercare un’attenzione ancora più forte.

Premessa

L’ultimo appuntamento congressuale di Genova cadde a pochi mesi dallo scandalo che interessò pesantemente il Csm e l’associazionismo giudiziario per le inaccettabili interferenze e commistioni nella gestione delle nomine dei cd. capi degli uffici.

L’imbarazzante dietro le quinte di quelle attività istituzionali conquistò la scena con le inevitabili ricadute sulla reputazione dell’istituzione consiliare e sull’immagine della Magistratura, con un carico di critiche e polemiche sull’Associazione magistrati di cui ancora portiamo il peso.

Da allora, altre crisi, di ben maggiore consistenza, hanno colpito la società intera.

La pandemia, che ha messo a dura prova la capacità delle Istituzioni democratiche di coniugare le istanze di sicurezza collettiva con le libertà individuali, dando occasione per riflessioni giuridico-filosofiche di particolare complessità.

Quindi, non appena si pensava di avere attraversato il peggio della crisi, con pesantissimi risvolti di carattere economico-sociale, sul percorso della appena avviata ricostruzione è piombata la crisi bellica.

Stiamo vivendo paure e ansie dimenticate. Si resta sgomenti nel sentir parlare del ricorso all’arma nucleare, nel veder infranto il tabù dell’indicibile, nel dover accettare l’idea che la memoria dell’orrore seminato nel secolo scorso non riesca a frenare l’incoscienza che conduce ad un domani in cui sarebbe impossibile distinguere vincitori e vinti.

Tutto ciò in un contesto reso ancor più cupo dai segni sempre più tangibili della crisi climatica, del disastro ambientale che fino a qualche anno fa porzioni consistenti della nostra società esorcizzavano collocandolo in un futuro remoto e che con una urgenza che sorprende i più ci impedisce di distogliere lo sguardo e ci impone di ragionare su cosa fare oggi, coscienti che è veramente breve il tempo a disposizione per invertire la rotta ed evitare tragedie che ciclicamente si ripetono – l’ultima quella che per il nostro Paese ha funestato le Marche –.

La crisi della Magistratura, e della Associazione che ne è voce unitaria, si colloca dunque in un quadro di una drammaticità epocale.

Ricordo questo non già per ridimensionare i problemi che si sono posti a noi magistrati con gli scandali venuti alla ribalta tre anni fa; ma credo che non si possa affrontare una discussione sulla Magistratura e sulla giurisdizione senza una corretta impostazione dei termini entro cui ragionare.

Non si può trascurare che l’amministrazione della giustizia è momento essenziale della vita della società e che non può essere esaminata prescindendo dai bisogni, dalle esigenze, dalle vicende che l’intera comunità vive e attraversa.

1. Le direttrici della reazione dell’associazione magistrati alla crisi

Si scorgono in tal modo, con la premessa della stretta relazione tra giurisdizione e società, le direttrici entro cui si è mossa l’Associazione magistrati, e che possono dirsi ambedue di metodo e di merito.

La prima si sostanzia nella convinzione che i problemi, le cadute, i passi falsi della Magistratura hanno immediata rifrazione sulla vita delle persone, anche quelli che appaiono i più interni e limitati all’assetto organizzativo.

Non dico che non sia stato e non sia doveroso evidenziare la differenza tra il piano della resa del servizio, del sentenziare su torti e ragioni delle parti, e quello della gestione delle carriere dei magistrati.

Occorre impedire che nella rielaborazione mediatica dei fatti incresciosi che lo scandalo ha portato ad emersione si alimenti confusione e si ingeneri la convinzione che i guasti hanno interessato non soltanto il pur delicato settore delle nomine agli incarichi direttivi ma anche e soprattutto le attività che si consumano nelle aule di giustizia.

Non è stato così!

È però innegabile che quegli episodi di malcostume non possano essere liquidati come interna corporis nell’illusorio tentativo di circoscriverne la portata.

Il dato centrale è che, al di là del settore di attività direttamente interessato, l’amministrazione della giurisdizione e non già la giurisdizione, hanno dimostrato, e non c’è da meravigliarsi, l’insidiosa capacità di intaccare la precondizione del render giustizia, ossia la fiducia della collettività nell’Istituzione, la sua credibilità sociale.

La seconda direttrice si rinviene nell’idea che l’avvio a soluzione dei problemi e la ricerca dei rimedi devono essere animati da un unico esclusivo fine, che è quello dell’agevolare, del rendere possibile il recupero della fiducia.

Non sfugge che l’obiettivo non può che essere per buona parte nelle mani dei magistrati, di tutti i magistrati.

La fiducia è un bene prezioso di cui non si può godere pro quota, non è frazionabile, al di là di quanto i singoli possano essere stimati per il proprio lavoro individuale.

Il rendere giustizia è un fatto ben più articolato, l’impegno e la fatica di ciascuno si innesta e si intreccia con l’attività degli altri, il prodotto è sempre plurale.

Bisogna esserne all’altezza come collettivo, e quindi nessuno si può consolare chiamandosi fuori da uno sforzo comune di riconquista del terreno perduto, ritagliandosi uno spazio vitale perimetrato dal proprio ufficio, dai propri fascicoli.

E però, la Magistratura, per quanto attore principale della ricostruzione, non può aver successo senza una alleanza, se così posso dire, con tutti gli attori della scena pubblica, e se non si diffonde la convinzione che l’istituzione è un bene collettivo e non affare dei magistrati.

La speranza è che sia finalmente messa da canto la pulsione, che in questi recenti anni abbiamo visto invece ravvivata, di poter mettere in riga l’ordine giudiziario, profittando delle difficoltà e del calo di credibilità.

Su questo terreno abbiamo insistito e lo faremo ancora non per difesa di corporazione, ma perché l’impulso di far pagare il conto ai magistrati non porta al superamento della crisi della giurisdizione ma apre al progressivo indebolimento di un suo connotato ideale, l’unico capace di alimentare e mantenere nel tempo la fiducia collettiva che tutti ricerchiamo: mi riferisco all’indipendenza dei magistrati dall’esterno e all’interno dell’ordine stesso.

Non è questo un artificio per sottrarmi ad un discorso sulla responsabilità della Magistratura.

2. Rapporti con la Politica

Al tema della responsabilità il Congresso ha dedicato la prima sessione, chiamando al tavolo esponenti autorevolissimi dell’Accademia, del Foro oltre che della Magistratura stessa.

Questo perché di responsabilità si vuole discutere, liberi da chiusure e da istinti di protezione e autoprotezione per gli errori dei singoli che sono stati anche errori di molti.

Non può negarsi però che l’analisi delle patologie sia stata condotta spesso a senso unico, che ad esempio nelle molte riflessioni critiche sulle degenerazioni all’interno del Csm si siano evidenziate soltanto le responsabilità della Magistratura e che poco spazio sia stato dedicato alla comprensione delle ragioni per le quali la cd. componente laica non ha esercitato con la necessaria continuità, come il Costituente si attendeva, quella benefica opera di interdizione delle possibili distorsioni corporative della maggioranza togata.

Una volta individuato il nodo nel rapporto tra la Magistratura e il Potere, tra il governo autonomo della magistratura e la politica, è mancata un’ampia e completa disamina delle loro relazioni, che sono state osservate solo da un’angolazione, quella appunto delle colpe dei magistrati.

Il risultato è che nell’ultima legge di riforma sono state oggetto di una riconsiderazione che mostra di esser figlia di una visione quanto meno parziale e pertanto inadeguata.

Mi permetto appena di rammentare:

- la norma delle ineleggibilità alla carica di parlamentare, anche europeo, di consigliere regionale e provinciale di quanti sono componenti del Csm o lo sono stati nei due anni precedenti, ma soltanto se magistrati;

- e l’espunzione dal disegno di legge di questa riforma della disposizione che faceva divieto di nominare componenti del Csm professori o avvocati con incarichi di governo o delle giunte regionali in atto o ricoperti nei due anni precedenti.

Mi sembra un chiaro indice di come il problema della contaminazione con il mondo della politica, intesa nel senso più ristretto dei rappresentanti di interessi di parte, sia stato affrontato nella prima occasione legislativa utile senza una messa a fuoco della complessità della vicenda.

Ma le norme non definiscono e non esauriscono ogni prospettiva di cambiamento, meno che mai in questi ambiti, ove un ruolo altrettanto significativo spetta alle scelte di ampia discrezionalità.

Per questa ragione siamo fiduciosi che, al di là delle previsioni di legge, il Parlamento saprà nominare una componente laica di alta statura che, per cultura giuridica e sensibilità istituzionale, agevolerà nel Consiglio che da qui a breve si insedierà il compimento di un processo di rinnovamento che, come sempre è accaduto, non può prescindere dalla buona volontà di donne e uomini.

Dico questo perché abbiamo a cuore le sorti del Csm, presidio dell’autonomia e della indipendenza della magistratura, titolare di attribuzioni alte che non sarebbe possibile esercitare sì come la Costituzione richiede, se fosse trasformato, come taluno vorrebbe, in mero esecutore di attività vincolate.

3. I contenuti della reazione dell’associazione agli scandali recenti

L’Associazione magistrati, esplosi gli scandali, ha cercato di muoversi nel tracciato che ho appena tentato di delineare. Non è rimasta inerte e frastornata dalla rivelazione degli intrecci tra mondo associativo, intromissione della politica e istituzione consiliare.

Ha reagito nel modo ritengo più corretto e soprattutto capace di assicurare effetti durevoli.

In tal modo ha forse deluso quanti al rumore degli scandali volevano che seguisse una reazione vistosa, altrettanto spendibile mediaticamente, e quanti anche in buona fede ritengono che la compostezza della reazione equivalga a debolezza e confusione, smarrimento e mancanza di progettualità.

L’Associazione magistrati si è ancor più impegnata, sulla falsariga dell’azione svolta dai gruppi dirigenti appena precedenti, nel ritornare nel suo alveo naturale, segnato da più di un secolo di Storia e descritto dalle indicazioni statutarie.

Ha perseguito la ricerca della normalità, come epilogo di una risolta elaborazione, obiettivo tutt’altro che banale perché posto all’esito di un costruttivo percorso autocritico.

In tutta sincerità, non ho visto fare altrettanto ad altre categorie professionali che hanno conosciuto e conoscono simili cadute.

Ciò ha condotto ad accentuare la vocazione comunitaria dell’azione associativa e a riscoprirne l’essenzialità in un sistema che vuole realmente assicurare indipendenza e autonomia della Magistratura.

Vari i versanti in cui ha scelto di operare.

Centralità del discorso sull’etica

a) Un primo versante è quello ove si è sperimentata la preminenza del discorso sull’etica professionale.

In una società democratica il potere della giurisdizione, che in nome della sua irrinunciabile indipendenza si sottrae al consenso, si legittima e si fa accettare non soltanto per la qualità tecnico-professionale ma anche e soprattutto per l’osservanza di quel complesso di regole di condotta, che a ben vedere non sono che la proiezione minuta degli stessi caratteri di imparzialità, neutralità e indipendenza, anche come lontananza da ogni centro di potere, che qualificano nel dover essere costituzionale la magistratura e che connotano, lo ribadisco, la sua azione come servizio e non come espressione della supremazia di un apparato.

I precetti etici sono di due tipi:

- quelli che tracciano una linea verso il basso, che individuano il contenuto minimo in mancanza del quale il comportamento merita una sanzione;

- e quelli che tendono verso l’alto, che delineano un modello ideale di magistrato, che hanno una funzione promozionale, che rinvengono le ragioni della loro effettività non nell’essere assistiti da una sanzione irrogabile dall’Autorità disciplinare ma dalla loro accettazione ad opera dei componenti del ceto professionale che li esprime.

Se le norme di responsabilità disciplinare sono riserva assoluta del legislatore, le norme di quell’etica che ho cercato di differenziare per la sua marcata funzione promozionale sono naturalmente il risultato di un comune sentire all’interno della Magistratura stessa.

Per questo ritengo che il Legislatore del 1994 ebbe una intuizione felice nell’affidare all’Associazione, che riunisce la stragrande maggioranza dei magistrati, l’elaborazione e l’adozione del codice etico.

Essa è stata chiamata a delineare il modello ottimale di magistrato nel confronto delle diverse sensibilità di cui la magistratura italiana è ricca, che sono ragioni di una unità ancor più consapevole e quindi più forte.

Negli anni meno recenti l’attenzione al tema dell’etica professionale non è stata costante. Si poteva forse fare di più per favorire una maggiore e diffusa conoscenza del codice etico sia all’interno che all’esterno della magistratura, in modo che potesse essere riconosciuto come fondamento di un rinnovato patto dei magistrati con la società.

Da ultimo, però, grazie anche alla stagione degli scandali, si è recuperato in fretta e sono state sfruttate in pieno le sue potenzialità anzitutto per mezzo di una modifica statutaria, intervenuta proprio nell’anno – 2019 – dell’esplosione degli scandali, che ha fatto della violazione delle relative norme un illecito disciplinare endo-associativo.

Attraverso la giuridificazione delle norme etiche di promozione, trasformate in precetti disciplinari, sono state poste le premesse per una accelerazione dei processi di sedimentazione nel vissuto giudiziario di quel complesso di regole.

L’impegno per l’etica è divenuto dei fronti più importanti di attività.

Ormai mensilmente, l’organo deliberante dell’associazione discute di violazioni e di sanzioni, ovviamente prive di contenuto afflittivo e tutte attestazione di quel sentimento di disapprovazione in cui si esprime e si rinnova l’adesione collettiva al modello di magistrato che il codice tratteggia.

Nel 2021 e nell’anno in corso sono stati aperti 102 procedimenti, ne sono stati ad oggi definiti 64, 16 con l’applicazione di sanzioni, le maggior volte della censura, 27 per sopravvenuti recessi dei magistrati dall’Associazione e 21 per insussistenza del rilievo deontologico.

Insomma, stiamo facendo i conti, e seriamente, con gli errori del passato. Sono anni importanti, in cui si stanno gettando le basi per una assai più efficace prevenzione delle cadute etiche attraverso un lavoro solo in apparenza repressivo e che ha il principale fine di irrobustire le autodifese culturali.

Ed è un bene che ciò avvenga nell’ambito dell’Associazione, in cui i magistrati si confrontano paritariamente al di là dei loro diversi ruoli, in cui un presidente di sezione della Corte di cassazione si può trovare a discutere e a confrontarsi con un magistrato in tirocinio senza beneficiare di alcuna posizione sovraordinata.

Proprio ciò che portava l’insigne giurista e Ministro Vittorio Emanuele Orlando a criticare, agli inizi del secolo scorso, la nascita della nostra Associazione è il suo più grande merito: la struttura schiettamente democratica della sua configurazione, che a ben vedere è il primo freno nei confronti del pericolo, sempre presente, di allentare la tensione etica verso la dimensione del servizio.

Non poche sono le difficoltà che si incontrano nella pratica applicativa.

La più importante è diretta conseguenza della natura privatistica dell’Associazione, che ne ostacola l’azione disciplinare perché essa è condizionata all’esistenza e alla permanenza della qualità di socio del magistrato incolpato, benché il codice sia della magistratura intera e non soltanto dei magistrati iscritti.

V’è poi quella di elaborare una giurisprudenza sul senso precettivo di norme giustamente dallo spettro ampio, molto ampio, appunto perché funzionali a tratteggiare il modello particolarmente virtuoso e non a tracciare la soglia oltre la quale si possa apprezzare l’inadempimento inaccettabile ai doveri minimi del ruolo.

E nuove difficoltà emergono sperimentando la necessità di arricchire il corredo di garanzie dell’incolpato, interrogandosi su quale possa essere il miglior equilibrio tra le esigenze di riservatezza del magistrato incolpato e il bisogno che il senso della sanzione si sostanzi non in un passaggio burocratico affidato al rapporto tra il singolo e l’organo statutario deliberante, ma in una consapevole, e quindi informata, reazione della intera comunità dei magistrati.

Nella reazione plurale al danno all’immagine dell’intero Corpo si coglie l’attitudine del codice a farsi concretamente fattore di promozione culturale, di orientamento dei comportamenti della magistratura intera.

Il discorso sull’etica è di importanza strategica, oggi più che in passato, ed è essenziale che di esso non si approprino luoghi altri, perché esso conservi i tratti di un impegno doveroso ma autonomo e quindi del tutto coerente con la fisionomia costituzionale di indipendenza.

Si deve allora essere consapevoli, devono esserlo i magistrati tutti, che cadute di attenzione su questo piano sarebbero assai poco tollerabili e potrebbero aprire al pericolo di attrarre porzioni più o meno consistenti di quelle raccomandazioni che guardano verso l’alto nell’area della rilevanza disciplinare con invitabile indebolimento degli spazi di libertà.

Rapporti con la società.

b) Un secondo piano di azione è quello della cooperazione con istituzioni ed enti per l’educazione alla legalità. L’Associazione ha intensificato la sua presenza nei luoghi ove le discussioni sul valore sociale della legalità sono più feconde e costituiscono un forte investimento nel futuro.

Ha sottoscritto con il Ministro dell’istruzione un protocollo di intesa per una cooperazione all’educazione e formazione alla legalità e ai valori della giustizia, con l’obiettivo della promozione della persona e della diffusione nel mondo giovanile della consapevolezza sui diritti e sui doveri che qualificano la cittadinanza.

Ha preso parte alla stipula di un accordo quadro intitolato “Educazione e formazione alla legalità” con il Ministero della Giustizia, il Consiglio nazionale forense e il Consiglio nazionale del notariato, condividendo la premessa, riporto testualmente, della opportunità che “i cittadini italiani e in particolare i giovani ricevano, da parte di coloro che sono interpreti della corretta applicazione della legge e dei valori a essa sottesi, una testimonianza che si possa tradurre anche in una attività di formazione e di educazione”. Di qui l’impegno all’organizzazione di attività educative in materia di legalità e giustizia, alla promozione di eventi formativi, alla collaborazione con il mondo scolastico

Ha siglato un altro protocollo con la Fipe-Confcommercio, la Federazione comparativamente più rappresentativa dei Pubblici esercizi italiani, per contribuire ad una compiuta conoscenza delle conseguenze, in termini di sanzioni di varia natura, della somministrazione di sostanze alcoliche ai minori e dei rischi, specie per la loro salute, a cui vanno incontro questi ultimi.

Ha stretto un rapporto di collaborazione con Legambiente, anche qui siglando un protocollo in vista dello svolgimento di comuni attività formative ed educative nelle scuole, rivolte sia ai docenti che agli alunni, per diffondere i principi e i valori della tutela dell’ambiente e così contrastare più efficacemente la cultura della illegalità

Non è stata questa una strategia per parlar d’altro e fare altro, per distrarsi da quel che ci tocca da vicino, perché è, al contrario, uno dei modi con cui si è cercato di evitare il pericolo di chiudersi, di allontanarsi dalla società, di pensare alla magistratura e quindi di pensarsi solo come un apparato del Potere.

La premessa sta nell’idea che la gestione di un potere rilevante come è quello di decidere i conflitti, di accertare responsabilità, di comprimere in nome della legge i beni primari della persona si deve accompagnare ad un costante riconoscimento dell’essere servizio.

Partecipazione al dibattito pubblico sui temi della giustizia

c) Un terzo – ma non certo in ordine di importanza – fronte di azione è quello della partecipazione al dibattito sulle riforme. La Magistratura associata ha cercato di essere presenza attenta, la sua azione è stata costantemente orientata all’obiettivo di poter concorrere a riforme di effettivo miglioramento del servizio.

È stata anche voce critica quando alcune di esse si sono mosse in direzione contraria a quel fine o hanno mostrato indifferenza per principi che disegnano l’architettura costituzionale della giurisdizione.

Non ha ricercato, nel periodo di sua maggior debolezza, la contingente convenienza, che suggeriva atteggiamenti di silenziosa compiacenza nella speranza di stemperare l’ondata di critiche con cui si è scontrata dall’indomani dello scandalo in poi.

Avrebbe potuto abbozzare, cedere a logiche egoistiche, evitare di esporsi, non affrontare il confronto reso assai più difficile da un’immagine pubblica appannata.

Ha adempiuto il dovere di prender parola, consapevole della difficoltà di comunicazione, nel rispetto massimo del ruolo e dei poteri del legislatore.

L’offerta di un contributo di idee e di esperienza nel corso dell’attività riformatrice non è una invasione del campo riservato alla Politica, non è un attentato alla sovranità parlamentare, ma un esercizio di democrazia partecipativa che consente, a beneficio di chi deve decidere, visioni più ampie e approfondite dei problemi.

4. Le recenti riforme

Si è appena concluso un periodo intenso di innovazioni legislative.

Sono stati riformati il codice di rito penale e il codice di rito civile, mentre l’intervento riformatore forse più delicato, la modifica dell’ordinamento giudiziario, è in attesa di attuazione.

Sul piano della riscrittura dei riti molte disposizioni chiamano i magistrati a nuovi e aggiuntivi incombenti.

Non tento sul punto neanche una sommaria esemplificazione, le sessioni congressuali di domani affronteranno diffusamente il tema.

Ciò accade in un frangente in cui si richiede alla Magistratura un massimo sforzo per abbattere i tempi dei processi in percentuali considerevoli, secondo le stringenti previsioni del Piano di ripresa e resilienza, e ciò mentre il suo organico si assottiglia.

I meccanismi di reclutamento sono stati fortemente rallentati durante il periodo di esplosione pandemica e gli sforzi attuali per lo svolgimento di nuovi concorsi produrranno effetti tra qualche anno ma non potranno rimediare alla carenza di risorse umane che intanto grava sul presente.

Non dimentico che sono stati immessi negli uffici giudiziari molti giovani giuristi, che compongono l’Ufficio per il processo, e non nego che si tratti di una risorsa importante, il cui ottimale utilizzo potrà dare i suoi buoni frutti.

Temo, però, che il loro apporto non potrà rimediare alle carenze del presente e non potrà esser d’ausilio, se non in misura modesta, nel fronteggiare i nuovi compiti che le riforme recenti assegnano.

È un difetto atavico della legislazione del nostro Paese la scarsa cura per le implicazioni organizzative che le innovazioni comportano. Si è attenti alle nuove architetture processuali e si trascurano i calcoli di sostenibilità, con l’effetto di scaricare su quanti quelle riforme dovranno attuare un surplus di responsabilità.

Se non si pone attenzione alla tenuta dell’impianto organizzativo, se non si provvede a dotare il sistema delle necessarie risorse il rischio di una riforma che voglia arricchire di diritti e garanzie gli ordinamenti, in questo caso processuali, è di produrre diritti e garanzie di carta.

Non è allora la scarsa volontà degli operatori pratici ad imbrigliare le riforme e ad impedire loro di esplicare il potenziale di innovazione, imprigionandole nelle prassi refrattarie ai cambiamenti. È piuttosto la scarsa attenzione del riformatore alla realtà delle condizioni di organizzazione che deprime la capacità di incidere sulle prassi che vorrebbe cambiare.

I magistrati, ciò nonostante, faranno tutto ciò che sarà nelle loro possibilità perché le riforme possano effettivamente migliorare il servizio.

Non hanno alcun interesse a mantenere ridotti livelli di efficienza, ed è evidente che in una stagione in cui la loro immagine è in crisi sanno di dover recuperare, e che ciò potrà farsi solo a condizione che le persone possano toccar con mano che la giurisdizione è una risorsa in termini di tutela dei diritti.

5. I nodi del nuovo ordinamento giudiziario

Le preoccupazioni maggiori hanno riguardato alcuni contenuti della legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario.

Su questo terreno l’Associazione ha manifestato con chiarezza il timore per la tendenza di quell’impianto normativo verso facili e affrettate soluzioni di organizzazione burocratica.

Questa riforma, animata dal fine di incrementare il servizio, fa correre il rischio di veder intaccato il modello di magistrato delineato in Costituzione: un magistrato che si distingue soltanto per diversità di funzioni, che non ha capi gerarchici, che segue logiche di giustizia e non logiche produttivistiche di aumento incontrollato delle statistiche.

Il disegno costituzionale di un magistrato non gerarchizzato con netta vocazione professionale non è per nulla incompatibile con un sistema giudiziario maggiormente capace di tenere il passo con i bisogni di una risposta rapida e di qualità.

La nostra convinzione è che l’efficienza non ha un metro di misura soltanto quantitativo e che si apprezza anche e forse di più sul terreno della qualità delle decisioni.

Cosa c’è di corporativo in questa posizione? Quale e dove la chiusura al nuovo e ai bisogni di modernizzazione?

Dalla riforma di ordinamento giudiziario ci si attendeva altro.

Forte era la speranza che rimediasse alle storture di una enfatizzazione della carriera e delle sue lusinghe, che per giudizio unanime sono state cofattore decisivo delle degenerazioni nelle attività del Csm e nelle relazioni tra associazionismo e sistema di governo autonomo della Magistratura.

Se il fine era di sopire l’ansia di far carriera, sarebbe stato necessario deprimere il peso e l’incidenza della carriera, riducendone gli spazi, disinnescando i meccanismi che ne hanno fatto crescere il fascino tra i magistrati, spinti a ricercare nelle promozioni e negli incarichi la compensazione delle frustrazioni per la quotidiana constatazione di farraginosità procedurali e organizzative che sono d’ostacolo alla gratificazione del rendere giustizia.

Qui si colgono le maggiori responsabilità della Politica, nel non aver ricercato le ragioni di un disagio, del malessere di parte della Magistratura, che si è manifestato nelle forme del carrierismo, patologia che è effetto e non causa del progressivo indebolimento della giurisdizione.

Non si è compreso che un discorso sulla responsabilità della Magistratura non si sviluppa utilmente imboccando la direzione di una revisione dell’organizzazione in senso accentuatamente gerarchico, con pagelle, fascicoli delle valutazioni onnivori ove si trova di tutto per poter dire di tutto, con capi che dispongono della leva del progressivo innalzamento dei livelli di produttività all’interno di programmi di gestione che non ammettono revisioni se non per ulteriori aumenti di numeri e di prodotto.

Non si è voluto comprendere che la giurisdizione non può essere ossessionata dagli obiettivi di efficienza, non deve essere schiacciata da una logica efficientista che punti tutto sul dato numerico dimenticando quel che un fascicolo di causa rappresenta: uno scorcio di vita, di sofferenza, di umanità ferita.

Il nostro auspicio è pertanto che, in sede di esercizio della delega legislativa, la Politica ascolti attentamente ciò che abbiamo da dire.

6. Cenni alla responsabilità della magistratura

Eppure, di responsabilità della Magistratura occorre ragionare.

La questione è però di come farlo, se con l’attenzione interamente rivolta al passato, a quel che si è commesso, oppure con lo sguardo al futuro, ponendo al centro del discorso quel che la Magistratura può fare in risposta alle attese e ai bisogni sociali in un tempo attraversato, innervato da instabilità e paure, incertezze e ansie per un avvenire sempre meno sicuro.

Un’avvertenza è doverosa, per evitare fraintendimenti.

La declinazione della responsabilità nei termini a cui ho appena fatto cenno non implica che i magistrati debbano misurare l’esercizio della loro discrezionalità interpretativa su un piano di valutazioni di opportunità del tutto soggettive e quindi arbitrarie o, per dirla, con il prof. Luciani, che il giudice debba giudicare non già in ragione dei presupposti, ma delle conseguenze auspicate o temute, secondo un’etica della responsabilità nel senso dell’orientamento alle conseguenze. L’orientamento è dato, piuttosto, dai principi e valori costituzionali, oltre che, ne siamo ormai consapevoli, da quelli convenzionali e sovranazionali.

Occorre, piuttosto, focalizzare l’attenzione su una responsabilità di metodo, sulla responsabilizzazione nell’uso degli strumenti dell’agire giudiziario.

Dall’indomani dell’entrata in vigore della Costituzione la Magistratura, e con essa la sua Associazione, furono protagoniste nell’attuazione di quell’alto disegno di costruzione di una giurisdizione come presidio forte di garanzia dei diritti e delle libertà.

Autonomia e indipendenza, i “duri privilegi” di una giurisdizione democratica, furono progressivamente acquisiti al patrimonio ideale della Magistratura intera che superò, anche grazie al Legislatore del tempo, le incrostazioni verticistiche, autoritarie e conservatrici di un assetto che la vedeva, nei suoi gradi più alti, in stretto collegamento col potere.

Allo sforzo e all’impegno culturale di quei lunghi anni si deve la scoperta del significato autentico del dispositivo che dà identità costituzionale alla Magistratura.

Soggezione alla legge che non è subordinazione al Legislatore, alla politica, sì come nella dimensione prerepubblicana si era abituati ad intendere quel rapporto, ma si sostanzia nell’assenza di mediazioni di qualunque tipo nella relazione che lega il giudice-interprete alla legge.

Soggezione che non è asservimento meramente applicativo non foss’altro perché quel rapporto è animato democraticamente dal controllo diffuso di costituzionalità, che dà lo strumento per superare limiti non altrimenti valicabili di contrarietà alla legge fondamentale.

Quella formula, in un suo primo significato, è servita a bandire dal campo della giurisdizione ogni possibile interferenza che intendesse subordinarla al perseguimento di scopi altri e diversi dall’unico in cui si riconosce e si risolve, che è appunto l’attuazione del diritto, della legge nel suo essere parte di un sistema complesso che richiede – ed è qui il secondo significato della soggezione – una continua e faticosa ricerca interpretativa di coerenza.

Il periodo di grande crisi economica e sociale induce a riflettere con uno sforzo in più su quest’ultimo aspetto del vincolo di soggezione, a responsabilizzarsi rispetto al bisogno di maggiore prevedibilità delle decisioni.

Non si tratta ovviamente di rinverdire una assoluta primazia della legge quando l’ordinamento si compone di una pluralità di fonti, per buona parte non ordinate gerarchicamente, e la Costituzione ha occupato il posto di vertice prima assegnato alla legge.

In gioco è piuttosto la consapevolezza di muoversi all’interno di un mondo delle norme spesso complicato. Una complessità che richiede impegni interpretativi rivolti a contrastare spinte disgregatrici e a prevenire il rischio di confusione, di sovrapposizioni, di interferenze incoerenti, di contraddizioni che disorientano.  

Da qui l’esigenza di prudenza e cautela interpretativa che si traduce nell’attenzione al precedente, al diritto cd. vivente, alla legge e al suo testo che, per quanto aperto ad una pluralità di letture, contiene pur sempre un numero finito di significati.

Prudenza e cautela che, nella prospettiva di concorrere alla tenuta sistematica del diritto, non sono espressioni di un conservatorismo di ripiego verso lidi che evitino la sovraesposizione di responsabilità, quanto piuttosto fattori che rafforzano nel compito di presidiare gli spazi in cui i conflitti sono più aspri e i bisogni di tutela più impellenti.

Oggi più che mai, nel tempo dell’incertezza che angoscia, occorre sfruttare la capacità ordinante del diritto, che non ingabbia e non deprime l’evoluzione ma consente al nuovo, se sapientemente e prudentemente costruito, di radicarsi e proporsi come momento di un sedimentato percorso di progresso.

Per questa via la giurisdizione, se mostrerà comprensione dell’esigenza diffusa di stabilità, potrà recuperare meglio e più in fretta quella fiducia di cui oggi si avverte la mancanza, e così volgere la crisi a suo vantaggio.

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