ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

L’esperienza nell’associazionismo giudiziario

L’ESPERIENZA NELL’ASSOCIAZIONSIMO GIUDIZIARIO di Marta Agostini *

 Quando sono entrata in magistratura non avevo ben chiaro cosa fosse l’associazionismo giudiziario.

Ai miei occhi l’ANM era il sindacato delle toghe, nulla più

Oggi, a 5 anni dalla presa delle funzioni, ho un po' di consapevolezza in più e le prime parole che mi vengono in mente per descrivere cosa sia, per me, l’associazionismo giudiziario sono PARTECIPAZIONE e IMPEGNO COLLETTIVO

Ho imparato ad apprezzare l’importanza ed il valore di queste parole e, quindi, dell’associazionismo, solo dopo qualche anno dall’inizio del mio percorso in magistratura che, soprattutto nella prima fase, è stato fortemente caratterizzato dalla solitudine

Perché come alcuni di voi sanno, perché lo hanno vissuto o lo stanno vivendo sulla propria pelle, iniziare la professione in un ufficio periferico del sud, lontano da casa, in un contesto sociale complicato, dove i problemi, già gravi sul piano nazionale, si avvertono con ancora maggiore violenza e drammaticità, determina, quanto meno all’inizio, un forte senso di vuoto, di solitudine e di isolamento

Ricordo il mio primo anno passato in Procura a Lamezia Terme: ero ovviamente la più piccola. Il procuratore ed i colleghi più grandi, tutti con famiglia, andavano via dall’ufficio per ora di pranzo. Io restavo sola a lavorare fino a sera tardi, sommersa di carte, con quella paura di sbagliare tipica di chi muove i primi passi e brancola nel buio.

E’ stato proprio nel corso di quei lunghi pomeriggi e lunghe serate trascorse da sola in mezzo alle carte che ho compreso quanto alto fosse il rischio di rimanerne sommersa e di diventarne vittima, perdendo quello che per un magistrato è forse il valore più prezioso: l’umanità.

Perché in contesti come quello che vi ho descritto, di solitudine ed isolamento, in cui non ci si può fidare di nessuno e non si può socializzare con nessuno se non con i colleghi, l’assenza di scambio e confronto con gli altri e con lo stesso mondo esterno a lungo andare rischia di portare alla totale chiusura ed autoreferenzialità, senza nemmeno che ce ne si renda conto: l’unico obiettivo quotidiano diventa quello di svuotare la scrivania a tutti i costi (e sottolineo a tutti i costi), per non rimanerne sommersi, con inevitabili ricadute negative sulla qualità delle decisioni e dei provvedimenti

È stato grazie a questo timore di diventare “indifferente e cinica” che mi sono avvicinata all’associazionismo, che mi ha rappresentato per me una grande boccata d’aria. Direi un antidoto contro il pericolo di omologazione e appiattimento. E mi si è aperto un mondo, che ancora sto continuando a scoprire.

Sono uscita dal guscio del mio piccolo ufficio, che mi stava e mi sta tuttora un po' stretto, affacciandomi su una realtà molto più vasta, che ha allargato enormemente la mia prospettiva, fino a quel momento canalizzata solo sulla scrivania, sui fascicoli e sulla mia piccola ed isolata realtà.

È iniziata, così, la mia fase della “partecipazione” e dell’“impegno collettivo”, come dicevo all’inizio: sono entrata in contatto con i colleghi di altri uffici del mio distretto e non solo, organizzando con loro e per loro incontri, iniziative, assemblee, raccogliendo le loro testimonianze, confrontandomi con quelli più grandi e più esperti di me e cercando di coinvolgere quelli più piccoli e di farli “aprire” a loro volta. Mi sono iscritta alle mailing list, seguendo i dibattiti interni alla magistratura su scala nazionale, partecipando a convegni e congressi, interessandomi della politica giudiziaria, leggendo articoli o interviste pubblicate su riviste come QUESTIONE GIUSTIZIA o GIUSTIZIA INSIEME, che sono per me fonte continua di riflessione e ossigeno per la mia curiosità e per il mio bisogno di restare ancorata al resto del mondo

Così, oltre a conoscere tantissimi colleghi e confrontarmi con tante realtà diverse dalla mia, ho ampliato enormemente le mie fonti di conoscenza e questo mi ha consentito di raggiungere un livello più alto di consapevolezza, nel bene e nel male, rendendomi, spero, un magistrato migliore.

Ho iniziato a cogliere la differenza tra il modo di interpretare la giurisdizione dei vari gruppi che compongono l’ANM e mi sono resa conto delle enormi ricadute che questa differenza determina sul nostro lavoro e, conseguentemente, sul mondo esterno, sulla società e sulla vita delle persone, che poi sono le destinatarie ultime delle nostre decisioni, dei nostri provvedimenti

Può sembrare banale, ma per me non lo è stato affatto: l’associazionismo mi ha mostrato come si possa essere magistrati davvero in mille modi diversi e come sia pericoloso, talvolta drammatico, fare giurisdizione senza essere consapevoli dell’importanza del proprio ruolo, pensando magari solo alla carriera ed anzi, lavorando al solo fine di garantirsene una, oppure interpretando la funzione in chiave burocratica, per non disturbare nessuno e per non essere a propria volta disturbati.

Mi sono resa conto, infatti, che prima o poi arriva un momento per tutti noi in cui siamo chiamati a fare una scelta e a prendere una posizione: i concetti di terzietà, imparzialità, autonomia, sono le colonne portanti intorno a cui ruota il nostro lavoro, ma se ci pensate, possono essere interpretati e declinati in modi diversi

C’è una grande fetta della magistratura italiana, ad esempio, che pensa che imparzialità nell’esercizio della giurisdizione significhi obbligato silenzio e distacco rispetto a tutto ciò che accade al di fuori degli uffici giudiziari e che la credibilità del giudice si misuri sulla sua capacità di essere invisibile agli occhi della società, muto e del tutto impermeabile ad essa

Ecco, la mia pur beve esperienza di associazionismo ed, in particolare, la mia esperienza in AREA, mi hanno fatto capire come ben si possa essere terzi ed imparziali senza tuttavia diventare neutrali e indifferenti; mi ha fatto capire come la nostra autonomia si misuri ogni giorno con la nostra consapevolezza di essere parte viva della società in cui operiamo, non fuori né tantomeno al di sopra di essa.

Ed, ancora, ho capito come sia importantissima la Associazione Nazionale Magistrati, sia come luogo di riflessione, confronto e di elaborazione collettiva sui temi della giustizia, sia come organo di rappresentanza della nostra voce all’esterno, voce che non può e non deve mai restare silente quando si mettono a rischio i principi costituzionali su cui si basa la nostra democrazia.

Credo, infatti, che per noi magistrati sia fondamentale da un lato, mantenere sempre viva la curiosità intellettuale, l’attenzione e la sensibilità verso i temi inerenti l’esercizio della giurisdizione e l’autogoverno e, con essa, la voglia di uscire dal guscio partecipando ed occupandoci attivamente insieme agli altri di ciò che ci riguarda più da vicino.

Dall’altro lato, credo che sia allo stesso tempo doveroso, alla luce del ruolo che la Costituzione ci assegna e della grande responsabilità che ne consegue, non limitarsi ad intervenire, come associazione, per la mera difesa corporativa della categoria o del singolo collega, ma far sentire sempre con forza la voce della magistratura unita ogniqualvolta vengano messi a rischio i principi democratici, i diritti e le libertà fondamentali delle persone.

E l’associazionismo giudiziario non è che lo strumento per dare una dimensione collettiva a questo duplice impegno attribuendogli, quindi, maggiore forza.

Si dice spesso che il giudice è solo: solo con i suoi dubbi, solo con le sue certezze, schiacciato dal peso della sua responsabilità, la responsabilità del decidere. Probabilmente è vero, ma questo non deve generare paura o chiusura.

Io credo, infatti, che l’apertura, la partecipazione, il confronto, il lavorare insieme per un progetto comune, per un’idea condivisa, siano i necessari strumenti per rifuggire dalla autoreferenzialità e dall’individualismo ed ampliare la conoscenza

La conoscenza è consapevolezza e la consapevolezza, a sua volta, rafforza la coscienza, quella stessa coscienza che guiderà la mano del buon giudice che, a quel punto, nel silenzio della sua camera di consiglio, non sarà più solo.

*Intervento tenuto al Convegno “A Sud. Pensieri meridiani sulla giurisdizione” svoltosi a Bari il 17 e 18 maggio 2019

 

 

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