ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

​Di Letizia e della fotografia

Di Letizia e della fotografia

di Tullio Fortuna

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Fotografare è niente, quel che conta è lo sguardo (Bresson)

I fotografi non muoiono mai, i loro occhi non si chiuderanno mai, restano nei loro scatti, nel tempo, per sempre

Sommario: 1. Letizia e la fotografia - 2. La rappresentazione della crudeltà: meglio un’immagine che cento parole - 3. L’importanza della fotografia crudele: il “purchè se ne parli” - 4. Still life e Lamborghini - 5. L’Uomo, l’Artista e il suo doppio - 6. Riflessioni conclusive: anche le campagne di informazione vanno a mode.

1. Letizia e la fotografia

Di lei e delle sue fotografie si è scritto, detto e visto tanto, ma come si fa a riassumere in una cartella la sua eredità senza spendere ancora qualche parola per coloro, invero pochi, che non si sono mai interessati alla fotografia?

Letizia è stata immensa, impregnante, dissacrante, straripante. È stato l’occhio dei ciechi, la voce dei muti. È stata maestra, mentore, ispiratrice, le va quindi detto grazie per aver sottolineato l’importanza della fotografia nel percorso della nostra vita e dello sguardo critico nei confronti della società.

La sua vita movimentata ha rianimato il mondo dell’immagine, ha trasformato l’azione in fotografia, suscitando in chi vede le sue opere quel senso di smarrimento che prova chi all’improvviso si trova collocato in un contesto che non gli appartiene. 

2. La rappresentazione della crudeltà: meglio un’immagine che cento parole

I suoi detrattori dicono che se non ci fosse stata la mafia, Letizia non sarebbe esistita.

Costoro dimenticano, da un canto, l’importanza della sua produzione dedicata ai volti dei poveri, alle rivolte di piazza, alle realtà emarginate, alla condizione dei pazienti dell’Ospedale psichiatrico, alle sue lucide provocazioni nei confronti delle connivenze d’apparato, dall’altro, il valore  della fotografia come denunzia.

Per quanto riguarda tale aspetto, non può farsi a meno di ricordare, a chi storce il naso guardando i suoi “morti ammazzati”, non coperti dal classico lenzuolo, che solo la rappresentazione della crudeltà innesca negli osservatori una reazione di segno opposto: si pensi, tanto per fare degli esempi, alla foto di Kim Phúc in Vietnam che fugge dal Napalm [1], a quella di George Floyd sotto il ginocchio dell’agente Derek Chauvin [2], all’immagine dello studente che negli anni di piombo spara ad altezza d’uomo [3], alla distruzione di Mariupol [4].

Queste foto e non centinaia di parole hanno dato vita, corpo e sostegno alla crescita del dissenso in America, con il rifiuto massiccio del servizio militare e al ripensamento sull’utilità della guerra in Vietnam [5], alla nascita del movimento Black lives matter [6] per contrastare il persistente razzismo nella polizia e nella società americana, alla ri-nascita del nostro Paese con l’emanazione dello Statuto dei lavoratori per chiudere la pagina dello spontaneismo anarcoide, al fiorire della legislazione sociale e dei movimenti antimafia, al rinnovato consolidamento delle coscienze contro i crimini di guerra ed all’impellenza di riforma di tale frammentata normativa che trovi un consenso generale [7].

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3. L’importanza della fotografia crudele: il “purchè se ne parli”.

Ancora.

Andando più indietro nel tempo, per sottolineare l’importanza di tale aspetto della fotografia, si pensi al disdegno che aveva suscitato la foto fatta da Theresa Frare di David Kirby [8], malato terminale di AIDS, circondato e abbracciato dai suoi genitori, poi utilizzata a fini commerciali da Toscani per Benetton [9]: quale miglior messaggio al mondo dei giovani e della scienza per denunciare la scarsa attenzione che in quegli anni veniva data a questa malattia, per combattere l’ipocrisia del far finta di nulla, mentre le persone morivano come mosche? Quale miglior appello ai giovani ed ai ricercatori per combattere uno dei maggiori flagelli del nostro secolo?

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Si pensi, ancora, a quell’immagine, invero (tristemente) raccapricciante, della ragazza anoressica [10]: quale miglior stimolo per far convergere sui consultori i genitori di questi ragazzi e sulla politica per favorirne la moltiplicazione di queste strutture?

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Tutte questa produzione fotografia ha favorito la riflessione sulla vera violenza che non consiste nel mostrare al pubblico immagini scioccanti, ma nel fare credere alle anime belle che sono quel che consumano, nell’illuderle che diventeranno quel che consumeranno [11]: se non usi quel profumo, se non guidi quella macchina, se non indossi quel paio di scarpe, non sei alla moda, sei un escluso, non esisti.

La  fotografia di documentazione ha lavorato e continua a lavorare a fianco della storia, assumendosi il compito di rappresentare la buona (o la cattiva) coscienza della nostra società, senza tener conto del nostro grado di tolleranza nei confronti della crudeltà: la fotografia fa emergere aspetti che l’occhio nudo non sarebbe in grado di cogliere e ne potenzia i tratti, la conoscenza fotografica del mondo è crudele» [12]

4. Still life e Lamborghini.

Nel 2020 Letizia è diventata trend topic sui social per la sua campagna pubblicitaria per la Lamborghini.

Vale la pena di registrare, prima di passare al nostro sentire, perché i lettori possano esprimere senza influenze il loro giudizio, le posizioni assunte su questo lancio pubblicitario dal nostro Major, dall’Art Directors Club italiano (che riunisce i professionisti del mondo della pubblicità e della comunicazione), dalla Lamborghini e dalla stessa Battaglia.

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La campagna “With Italy, for Italy”, in cui la fuoriserie di Sant’Agata Bolognese appariva, spesso sfocata ed in secondo piano, con delle bambine in varie zone della città, è stata rimossa su richiesta di Orlando per aver “dovuto con grande sofferenza e amarezza…manifestare dissenso”, vieppiù per “aver dovuto chiedere alla Lamborghini la sospensione della campagna di promozione”.

Le ragioni di questo “dovere”, direi ovviamente, non sono state rese pubbliche (anche se non è difficile collegarlo ad una malcelata torsione moralista), ma sono state diluite nel corso dell’intervista, pubblicata su corriere.it [13], con melliflue manifestazioni di stima, di affetto e di scuse verso la Battaglia.

I veri motivi di tali ragioni sono trapelati dalle parole di Stephan Winkelmann, Ad di Lamborghini, il quale, su richiesta del sindaco, ha ritirato la campagna per aver le immagini “potuto urtare la sensibilità dei cittadini palermitani”.

Durissima è stata la posizione assunta sul lancio pubblicitario da Vicky Gitto, presidente dell’Adci, ritenendo che la Battaglia “per questi scatti (avesse) inseguito un’idea che era nella sua mente, la Palermo-bambina senza rendersi conto (di aver) restituito tutt’altro…(un) misero leitmotiv donne, motori e soldi. L’unica cosa che qui le donne sono bambine».

Il reale spirito della campagna emerge dalle stesse dichiarazioni della Battaglia “per me Palermo è una bambina con lo sguardo innocente che cresce” e dalle valutazioni dell’Ad della Casa del Toro secondo cui “ritratti di giovani figure femminili…per lei rappresentano una visione di sogno e di speranza di rinascita. In uno spirito di continuità al suo stile fotografico la Battaglia ha così deciso di interpretare la sua amata Palermo insieme a una Lamborghini, elemento accessorio e non protagonista degli scatti, e bambine, quali simbolo di speranza di un mondo nuovo, lo stesso inseguito dall’artista durante tutti gli anni del suo importante impegno fotografico”.

Al di là di tali posizioni, ritornando sull’aspetto puramente fotografico, ritengo che Letizia, pur avendo affrontato un progetto certamente insidioso, lo abbia accettato, per la sua voglia di cimentarsi in un campo ad essa nuovo, quale lo still-life, coinvolgendo la sua anima candida in un settore  segnato da feroci logiche di impresa, da un linguaggio destinato ad ingenerare negli osservatori il facile consenso o una violenta disapprovazione.

Campagna realizzata, a mio avviso, senza pensarci due volte, per pura curiosità intellettuale, sicura del mantello di intangibilità che la ricopriva e derivantele dal suo impegno civile, dalla carriera e dai riconoscimenti universalmente ricevuti, con la in-coscienza di una possibile disapprovazione.

Il lancio Lamborghini-Palermo verosimilmente ha fatto eco proprio perché firmato da Letizia Battaglia; diversamente, ove fosse stata realizzata da un soggetto sconosciuto alle intelighenzie ed ai mass media, in un mondo abitato da donne e motori, da ombrelline e car washers, sarebbe passato del tutto inosservato.

Ma torniamo al punctum pruriens della vicenda.

Come osservato da Angela Azzaro [14]Il problema non è, o meglio non dovrebbe mai essere, l’esibizione dei corpi ma il modo in cui questa esibizione viene fatta. Lo sguardo. Il modo con cui si racconta.”

Come diceva Roland Barthes, nel suo celebre saggio La Camera chiara [15], ogni foto ha due livelli: lo studium che appartiene al fotografo, cioè il modo in cui ha voluto costruire quel frame, e il punctum, ovvero ciò che l’osservatore riconosce per sé pregnante, che non si può spiegare razionalmente essendo estremamente soggettivo.

Ecco, chiedo e vi chiedo: nel caso Lamborghini, come può l’osservatore smaliziato non rendersi conto, del vero intento di Letizia (lo studium), come può lasciarsi condizionare dalla sindrome di Lewis Carrol (il punctum), anziché lasciarsi prendere da un’emozione autentica?

Non è necessario essere docenti di fotografia o avere studiato alla Kunstgewerbeschule di Zurigo, per rendersi conto che nella foto della campagna non vi era  alcuna volontà oggettivizzante e che lo sguardo delle bambine, in primo piano rispetto alla macchina, non era ammiccante, ma quello di chi voleva dire je m'en fous della Lamborghini e del mondo che essa rappresenta.

Da qui, la mente corre facilmente al monito di Egon Schiele [16] che tutti i moralisti della fotografia dovrebbero imparare a memoria che “nessuna opera d’arte erotica è una porcheria, quand’è artisticamente rilevante, diventa una porcheria solo tramite l’osservatore, se costui è un porco”!.

Ma.

Ma vista l’eco che ha suscitato il pressochè - immediato e gratuito - ritiro della campagna da parte della Lamborghini, a seguito delle forbite rimostranze del nostro Sindaco; la critica sul progetto realizzato dalla Battaglia, amplificata da tutti i media, all’uomo della strada vien da chiedersi, se il fallimento sia stato, o meno, frutto di una finissima e concertata orchestrazione, essendo stato lo scalpore dell’insuccesso sicuramente superiore al clamore che avrebbe ottenuto il tam-tam pubblicitario ove fosse stato portato a termine.

Nessuno saprà mai la risposta.

5. L’Uomo, l’Artista e il suo doppio

Vale la pena di accennare, per meglio comprendere le ragioni che possano aver convinto Letizia ad accettare l’incarico della Lamborghini, al dualismo che regna incontrastato ed accettato, nella maggior parte di noi e, specialmente, negli artisti, per sperimentare se stessi.

In ogni fotografo, come in ogni individuo, coabitano spesso felicemente due anime, senza necessità che vengano condivise entrambe.

Per non scomodare Letizia, si pensi ai due Toscani: il fotografo (si fa per dire) della giovinezza spostata sul versante del sonnambulismo sociale, della spensieratezza, della gioiosità rappresentata, con foto di nuovi arlecchini di tutte le razze felici e contenti, e l’autore delle campagne realizzate - pur di vendere maglioni, - con immagini altrui: oltre al ritratto del malato terminale di cui si è appena detto, si pensi al mercenario con il femore dietro la schiena o a quello dei 28 assassini condannati a morte, nel nobile intento di denunciare la generale indifferenza verso problemi come l’AIDS, la pena di morte e la guerra.

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Focalizzando lo sguardo: nessuno dei condannati a morte trasmette, infatti, qualcosa di disumano, ma lascia all’osservatore il dubbio che qualcuno di essi sia innocente, anche se non è possibile stabilire chi, morirà egualmente; il mercenario non v’è chi non vede come possa essere identificato in uno dei tanti siriani arruolati, come carne da macello, dalla Russia per combattere (al posto dei propri figli) la guerra in Ucraina [17]

6. Riflessioni conclusive: anche le campagne di informazione vanno a mode

Da quando c’è la fotografia esiste la verità: la sua traduzione è un’altra cosa.

In questo momento va di moda l’Ucraina: la guerra all’Ucraina viene intesa come una guerra ai valori dell’Occidente.

Nessuna parola viene spesa, quanto meno al momento, dai media per i bambini soldato della Sierra Leone, per i conflitti in corso in Liberia, Congo, Somalia, Ruanda, Uganda, Sudan, Etiopia, Bosnia, Siria, Irak Cecenia, Afghanistan, Pakistan e via discorrendo. [18]

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Si pubblicano le fotografie della Russia che distrugge Bucha e Odessa, ma si tengono nel cassetto quelle degli aguzzini egiziani che hanno ucciso e torturato Giulio Regeni e sbattuto in cella Patrick Zaki, senza nulla dire che continuiamo a fare soldi con questo Stato vendendogli le nostre armi, che poi spenderemo per acquistare il suo gas.

Plaudiamo la Polonia quando accoglie i profughi ucraini (simili a noi: ma il nostro non è un malcelato razzismo?), ma non la condanniamo quando respinge i pakistani, i siriani e compagnia bella (diversi da noi); biasimiamo lo stupro commesso da un russo su un’ucraina, ma facciamo finta di non sapere delle violenze perpretate dai libici sulle migranti, ci commuoviamo vedendo un bambino ucraino ucciso, ma voltiamo subito lo sguardo quando vediamo quello annegato.

Tutto ciò - allo stato - non viene rivelato, nulla viene detto: esistono vittime di serie A, da mostrare con compiacimento morboso in una sorta di pornografia della guerra, e vittime di serie B da non esibire, né in televisione né sulla carta stampata, per non far calare l’attenzione sulle prime (simili e vicine a noi) e sulla martellante necessità che solo la fornitura di armi possa fermare la guerra in Ucraina.

Da qui un appello ai mass media, agli organi di informazione, alle agenzie di stampa: pubblicate le immagini di tutte le guerre e di tutti i reporter, che rischiano la vita per introdurre nei nostri occhi - di forza e con forza – frames di realtà in un sistema che ha l’imperativo categorico di nasconderla, con l’invito ad essi, ove ve ne fosse bisogno, di non smettere mai di documentarne la crudeltà [19] perchè solo essa può generare, in un mondo sonnacchioso e distratto, emozioni e possibili auspicabili reazioni.

Abbiamo il dovere di imparare da queste fotografie e da quelle che verranno; abbiamo bisogno di non dare per scontato che il mondo civile sia sempre teso in direzione di libertà e giustizia e di  lottare, con lucidità e coraggio, contro ciò che noi esseri umani abbiamo fatto e continuiamo a fare del nostro mondo.

È proprio per questo che da più parti si dice che la fotografia documentaristica deve essere rivoluzionaria, poiché essa, avendo in sé natura libertaria, è in grado di sfidare tutti i poteri [20].

Diversamente, quale sarebbe la nostra comprensione del mondo se non ci fossero le fotografie?

Sino ad oggi i fotografi, come i pittori dell’800, hanno documentato guerre, morte, malattie, sono stati e sono testimoni di battaglie, dove una delle due parti ha ovviamente perso con il sacrificio incalcolabile di vite umane, senza che si sia riusciti ad estirpare il male alla radice.

Non per questo però dovrà mai cessare e/o attenuarsi la battaglia di una informazione a 360° gradi, per additare al mondo l’orrore, il disgusto o la disapprovazione non della guerra in Ucraina, ma di tutte le guerre.

Forse un giorno, turbati se non scioccati dalla documentazione di questi orrori, i grandi della terra, proveranno, se non a fermarsi, a fare un passo indietro verso un mondo migliore, prima però che si faccia un deserto che venga chiamato pace [21].

  

[1]   http://www.lefotochehannosegnatounepoca.it/2017/04/27/kim-phuc-la-nuova-vita-della-bambina-bruciata-dal-napalm/

[2]           https://www.osservatoriorepressione.info/usa-iniziato-processo-la-morte-george-floyd/

[3]           https://www.focus.it/cultura/storia/terrorismo-rosso-anni-di-piombo

[4] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2022/04/16/mariupol-i-russi-stanno-rastrellando-i-nostri-uomini_34f7330f-b304-4ed1-923f-550d8ba024a0.html

[5] https://geo.tesionline.it/geo/article.jsp?id=13682

[6] https://www.tulliofortuna.com/artworks#bwg40/4943: “I can’t breathe: a new America Flag” (remembering Jasper Jones). 

[7]  https://www.rivistailmulino.it/a/il-diritto-e-la-guerra.

Sontag, (On photography, New York, Anchor books-Doubleday, 1990) ritiene, invece, che “il trauma delle atrocità fotografate svanisce vedendole ripetutamente…in questi ultimi decenni, la fotografia “impegnata” ha contribuito ad addormentare le coscienze almeno quanto a destarle”.

[8] http://www.lefotochehannosegnatounepoca.it/2017/05/16/david-kirby-lo-scatto-cambiato-volto-dellaids/

[9] Condannato dalla Corte federale di Karlsruhe per aver sfruttato cinicamente sentimenti e compassione a fini commerciali.

[10] https://phehinothatemiyeyelo.wordpress.com/2018/12/04/manifesta-inferiorita-un-essere-misero/

[11] Toscani, Ciao Mamma, Mondadori, 1995, 37.

[12] Pierre Mac Orlan,  Scritti sulla fotografia , Medusa Edizioni, 2020

[13]   https://www.corriere.it/cronache/20_novembre_21/lamborghini-rimuove-social-foto-letizia-battaglia-le-proteste-sindaco-palermo-2320033e-2bcc-11eb-b3be-93c88ba49aa1.shtml

[14] https://www.ilriformista.it/letizia-battaglia-dalla-bimba-col-pallone-alla-pubblicita-lamborghini-arte-confusa-con-pedofilia-293615/?refresh_ce

[15] Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, traduzione di R. Guidieri, Einaudi, 2003.

[16] Egon Schiele, Ritratto d'artista, Abscondita, 2007.

[17] https://expoitalyonline.it/toscani-interessa-caschi-un-ponte/13137402.

https://www.primapress.it/primo-piano2/breaking-news/breaking-news/ucraina-mercenari-siriani-arruolati-dalla-russia-per-la-guerriglia-urbana-nelle-citta-che-ancora-resistono.html

[18] https://www.atlanteguerre.it

[19] Susie Linfield, La luce crudele, Contrasto, Roma, 2013, 11.

[20] Bresson, Vedere è tutto, Roma, 2014, 58.

[21] Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant , locuzione tratta dall'Agricola di Publio Cornelio Tacito.

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