ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Una vita piena di letteratura e di processi: Pier Paolo Pasolini

Una vita piena di letteratura e di processi: Pier Paolo Pasolini*

di Umberto Apice

Tra gli autori “ribelli”, che, consapevolmente o no, con la loro opera o con la loro vita, infrangono le leggi (quelle che la società a loro contemporanea cristallizza come regole convenzionali del vivere civile, ma talvolta le stesse leggi dell’ordinamento giuridico), un rilievo di primo piano spetta al più controverso scrittore-poeta del Novecento italiano: Pier Paolo Pasolini, la cui breve vita, come ha scritto Piergiorgio Bellocchio, fu “subito, nel bene e nel male, letteratura”. All’indomani della sua morte per mano – apparentemente – di un giovane che aveva le caratteristiche fisiche di uno dei suoi personaggi, un illustre giurista, Stefano Rodotà, scriverà che a carico di Pasolini non si sono celebrati tantissimi processi, ma “un processo solo, ininterrotto per almeno vent’anni, che si gonfia e si arricchisce, di dirama e si ritrae, sempre con lo stesso oggetto e la stessa finalità, mettere in dubbio la legittimità dell’esistenza di una personalità come Pasolini nella società e nella cultura italiana. […] Pasolini è la somma di tutti i vizi, incarna il sogno di chi vorrebbe il Male con una sola testa per decapitarlo con un colpo solo[1].

Nel 1961 Pasolini ha 39 anni ed è un artista affermato[2]: ha già pubblicato i romanzi Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), oltre che la raccolta di poesie Le ceneri di Gramsci (1957), e ha diretto il film Accattone (1961). È diventato un personaggio, un caso: il suo modo d’intendere l’ “impegno” è nuovo, rivoluzionario, investe le concezioni politiche, ma anche i rapporti personali; il suo modo di vivere non simulatamente l’omosessualità è provocatorio; il suo progetto letterario deriva dall’ idea gramsciana di un romanzo nazional-popolare ma nello stesso tempo, aspramente, se ne distacca. Nel cinema propone una rilettura “sacrale” del neorealismo, collegando marxismo e semiologia, spiritualismo e approccio sociologico. Erano gli anni in cui la sinistra diffidava di chi, pur professandosi di sinistra, osava lanciare critiche – come faceva Pasolini – al marxismo reale. In più, Pasolini era uno scrittore trasgressivo: come trasgressivi erano stati Oscar Wilde, Jean Genet, William Burroughs; come lo sono in genere tutti gli artisti che rendono inconsueto ciò che è familiare e che fanno diventare problematico ciò che la gente considera scontato. Era facile identificare in lui il simbolo della trasgressione, dell’alterità sessuale, dell’anticonformismo: e, negli ambienti della destra “nostalgica”, erano tantissimi quelli che provavano nei suoi confronti un tale sentimento paranoico di avversione da essere spinti a criminalizzarlo. Ne sono prova i numerosi processi e le numerose denunce-querele, di cui alcune su fatti estremamente improbabili, a suo carico: tra cause civili e penali (furto di manoscritti, rissa, atti osceni in luogo pubblico, diffamazione, calunnia, spettacolo osceno, stampa pornografica, ubriachezza, corruzione di minorenne) il numero dei processi - considerando i vari gradi - può calcolarsi intorno all’ottantina.

Perché questo mio discorso su Pasolini parte dal 1961? Perché il 30 novembre 1961 il quotidiano romano Il Tempo, foglio indipendente ma vicino alla destra, pubblica a piena pagina: “Denunciato per tentata rapina Pier Paolo Pasolini ai danni dell’addetto a un distributore di benzina”. L’articolo è accompagnato da un fotogramma tratto dal film Il gobbo di Carlo Lizzani: Pier Paolo Pasolini attore ha un mitra in mano. Prende così inizio un processo che mi sembra emblematico nella esistenza di Pasolini e nella radiografia di un’Italia ancora vischiosamente fascista. Lui conosceva bene quel rito misterioso che si chiama processo, perché cercava di essere sempre presente nelle udienze che lo riguardavano: voleva guardare da vicino quel meccanismo perverso che è il processo penale. Il destino volle, poi, che, poco prima della fine dei suoi giorni, un suo scritto che provocò molte discussioni (e, chissà, forse anche la sua tragica morte) fosse un articolo di giornale intitolato proprio Il Processo (in Il Corriere della Sera, 24 agosto 1975), dove si affacciava l’ipotesi che fosse necessario mettere sotto processo (metaforico ed etico, prima che politico o giudiziario) tutti i vertici del partito che aveva fino allora governato, con l’indicazione precisa dei nomi – come Zola nel suo J’accuse scritto per la liberazione di Alfred Dreyfus – da Andreotti a Fanfani, da Gava a Restivo: “ammanettati” in un’immagine metaforica, ma non per questo meno affermativa di “una verità storica inconfutabile”.

Per comprendere la biografia di Pasolini, bisogna partire da una premessa: che Pasolini apparteneva a una categoria speciale di intellettuale. Alla stessa categoria apparterrà uno scrittore che non è ancora nato al tempo della morte di Pasolini: Roberto Saviano. Esistono due tipi di intellettuali – dirà Saviano – quelli che raccontano la vita osservandola come da dietro a un paravento, e quelli che ci si devono schiantare addosso, perché solo quando sono al tappeto, agonizzanti, allora riescono a descriverla. Pasolini era del secondo tipo: dentro alla vita. “Scrivere sì, commentare sì, fare analisi sì, ma solo dall’alba al tramonto, perché – sparito il sole – iniziava il suo corpo a corpo con la vita ”[3].   

Torniamo alla notizia di stampa apparsa su Il Tempo. Non era una bufala (anche se l’illustrazione col mitra, traslata dal film di Lizzani, era il più lampante esempio di giornalismo scorrettamente suggestivo): era, invece, con tutta evidenza  una bufala la denuncia, che, presentata da un ragazzo della provincia laziale, racconta di un’inverosimile tentata rapina in un distributore di benzina e annesso bar – tabacchi della periferia di San Felice Circeo dove Pasolini e Sergio Citti erano alloggiati da qualche giorno per scrivere una sceneggiatura. Questo il racconto della denuncia: un uomo, poi subito identificato per Pasolini, sarebbe entrato nel bar, dopo una breve chiacchierata col ragazzino della mescita avrebbe calzato guanti, estratto una pistola, messo un colpo in canna, puntato la pistola alla tempia del ragazzino, cercato di aprire il cassetto degli incassi, e infine sarebbe stato messo in fuga dalla prontezza del ragazzo che aveva impugnato un coltello. Altri particolari fluviali usciranno fuori: Pasolini che chiude la porta dall’interno con la chiave prelevata dall’esterno, le pallottole che erano d’oro, il cappellaccio che era nero, Pasolini che desiste dopo la reazione della vittima e lancia la minacciosa frase “Noi due ci rivedremo”. E come si discolpa Pasolini? Sin dal primo verbale e per tutti gli anni del processo (saranno sei, con cinque pronunce di diversi consessi giudicanti) Pasolini non negherà di essersi fermato presso quel distributore e di avere scambiato qualche parola con il ragazzo (solo qualche parola, “visto che il suo silenzio era sempre più strano ed a mio avviso dovuto a una psicologia patologica o alla selvatichezza della vita che conduceva”), ma negherà recisamente la parte gangsteristica e quel finale da film sulla mafia (“Noi due ci rivedremo”). In quel periodo – risponderà Pasolini a qualche intervistatore – c’erano coinquilini che facevano sottoscrizioni per farlo sloggiare, direttori di giornali che davano ordini perché il suo nome venisse scritto solo in notizie di cronaca nera, bande di facinorosi che alle prime dei suoi film inscenavano virulente proteste, procedimenti penali che fioccavano contro film e romanzi ritenuti osceni. È ovvio che un processo come quello che vede parti civili due giovincelli innocenti (Bernardino De Santis, l’aggredito, e il fratello Benedetto, titolare dell’esercizio) e come imputato un famoso corruttore di minorenni avrebbe agito da cassa di risonanza per una già iniziata campagna di stampa demonizzante. Possono sembrare manovre ottuse e idiote; ma tutto tiene se lo scopo è additare un bersaglio da colpire e distruggere.

Nel periodo di tempo che precedette il dibattimento di primo grado, precisamente il 2 gennaio 1962, su Paese sera esce una poesia di Pasolini dal titolo Ipotesi sul Circeo: “Vuole ciò che vuole:/ il bandito che arriva/ dall’odiato sole/ per oscura attrattiva…./ Ah, qualsiasi ipotesi/ sia severa e buona; / timorati idioti,/ suona per voi vergogna./ Corruzione o miseria/ o nevrosi: qualsiasi/ sia la censura vera/ è per voi una spia;/….”.  Quale sia il riferimento diretto ai fatti del processo è difficile dirlo; o, per lo meno, è difficile dire che la poesia possa offrire un apprezzabile contributo probatorio o confessorio. Eppure, l’alacre avvocato della parte civile chiede che copia della poesia venga acquisita agli atti. Richiesta rigettata: ma rimane l’interrogativo sul perché di una richiesta così assurda. Abbiamo modo di sapere, invece, che cosa pensasse Pasolini della disavventura che gli stava capitando. Orbene, Pasolini si rifiutava di credere all’ipotesi dei due De Santis “comprati”. Più che al complotto preferiva credere alla loro buona fede, o all’allucinazione, o alla nevrosi. L’idea di un complotto gli doveva sembrare paradossale e sproporzionata: essere inviso al fanatismo fascista, questa sì gli sembrava un’idea verosimile, ma non qualcosa di più.   

La condanna ci sarà: quindici giorni di arresto (con la condizionale), che ovviamente sembrerà “mite” ai giornali che riportano la notizia. Forse verrà abbozzata in quei giorni la poesia (rimasta inedita fino alla sua morte) sul “terrore per il padre non simile ai padri”, che fa parte dell’autobiografia in versi.

Il successivo iter processuale registrerà altre decisioni di diverso tenore: amnistia applicata in appello, annullamento in cassazione, insufficienza di prove in un nuovo giudizio di appello. E intanto si moltiplicavano le traversie giudiziarie inflitte a Pasolini: guardate a posteriori, oggi, solo una mente sprovveduta può pensare che le varie iniziative provenissero sempre da isolati e fanatici pivelli. Poi, la morte. Per mano di una o più persone: massacrato di botte a margine di un convegno d’amore mercenario. Molti si dissero: “È morto in sintonia con la sua vita”, tirando un sospiro di sollievo, perché non poteva rinfacciare più niente a nessuno e non poteva più arrogarsi il diritto di fare processi (metaforici) a chi deteneva il potere legittimamente. Ad altri però venne un dubbio, che fosse proprio questo il vero movente del delitto: farlo tacere per sempre, impedirgli di fare processi alla classe dirigente. Delitto politico, quindi. Ma non in senso traslato, simbolico: un gruppetto di marchettari, mossi a livello cosciente da una loro logica eminentemente “privata” e a livello inconscio da una logica “politica” indotta dall’esecrazione che era stata ad arte creata intorno alla figura di Pasolini. No: per alcuni (e non sono pochi) si trattò di delitto politico in senso proprio: l’esecuzione del delitto, cioè, prese il via a seguito di precisa commissione da parte di mandanti che si erano determinati in base a un preciso movente “politico”. Ciò, quattordici anni dopo la strampalata accusa della tentata rapina al Circeo: al termine di una vera e propria persecuzione giudiziaria e quando gli atti di accusa – disperate e utopistiche requisitorie – contro la classe politica al potere erano divenuti incalzanti, ossessivi: “Io so i nomi dei responsabili delle stragi, io so nomi e cognomi”.

Negli anni che precedettero la sua morte Pasolini ripensò a quel pomeriggio e a quella sosta nel distributore di San Felice Circeo e, da poeta, raccontò come andarono le cose: “Là dentro c’era un ragazzo torvo,/ col grembiule credo di ricordare, i capelli/ fitti da donna/ la pelle pallida e tirata, una certa folle innocenza negli occhi,/ di santo ostinato, di figlio che si vuole uguale alla buona madre./ In pratica, lo vidi subito, un povero ossesso,/ cui l’ignoranza dava tradizionali sicurezze,/ trasformando la sua cadaverica nevrosi in rigore/ d’obbediente figlio/ identificato coi padri./ Come ti chiami, che fai, vai a ballare, hai la ragazza,/ guadagni abbastanza,/ furono gli argomenti con cui retrocessi dal primo impeto della vecchia libidine/ della controra come un pesce seccato./ Voi avete visto il mio Vangelo,/ avete visto i volti del mio Vangelo./ Non potevo sbagliare, e talvolta le decisioni dovevano avvenire/ in pochi minuti:/ non ho sbagliato mai/ perché la mia libidine e la mia timidezza/ mi hanno costretto a conoscere bene i miei simili./ Conobbi subito anche lui,/ il misero indemoniato del casale, assediato dal sole./ L’inverno veniva,/ era lì nel suo volto,/ con le sue tenebre e le sue case silenziose, la sua castità./ Mi ritirai./ Ma non in tempo perché egli non sentisse, come una donna,/ il terrore per il padre non simile ai padri/ che avevano costituito, per la sua obbedienza, il mondo[4].

Cosa si può leggere in questa pagina autobiografica? Anzitutto, quello che ugualmente emerge da tutta la sua opera: che la vita, per Pasolini, non era altro che un vasto campo di sperimentazioni talvolta anche dolorose e drammatiche, il cui unico scopo e possibilità di significato era nel dare nutrimento all’espressione poetica.

Inoltre, col senno di poi, vi possiamo scorgere quell’intreccio inestricabile e misterioso che, nel vissuto di un artista, si viene a costituire tra un’incontenibile vitalità e un drammatico disagio esistenziale.                         

 

*Paragrafo estratto dal capitolo “Crimini, processi e letteratura” del libro di Umberto Apice - già autore di Processo a Pasolini. La rapina del Circeo, ed. Palomar, 2007 - “Una musa per Temi. Diritto e processi in letteratura”, casa editrice Lastaria, in uscita il prossimo 15 aprile e pubblicato in anteprima su GiustiziaInsieme.

[1] STEFANO RODOTÀ, Il processo. In memoria di Pier Paolo Pasolini, in LAURA BETTI (a cura di), Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione e morte, Milano, 1977.

[2] Utilizzo, per questa parte riguardante la figura di Pasolini, molti materiali provenienti dal mio Processo a Pasolini. La rapina del Circeo, Bari, 2007, chiedendo scusa al lettore per molte implicite autocitazioni.

[3] ROBERTO SAVIANO, Gridalo, Firenze, 2020.

[4] P.P.PASOLINI, Il poeta delle ceneri. Autobiografia in versi: l’opera fu ritrovata da Enzo Siciliano in un cassetto, fra le carte dello studio di Pasolini in via Eufrate, dopo la sua morte; e fu pubblicata, per la prima volta, nel 1980 sulla rivista “Nuovi Argomenti”.

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