Il 9 ottobre 2026 il Premio Nobel per la pace è stato assegnato a Navanethem «Navi» Pillay, giurista sudafricana, già Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e giudice di tribunali internazionali. La motivazione ufficiale è «for her efforts to promote peace and international law», per i suoi sforzi a favore della pace e del diritto internazionale, e «per il suo contributo determinante a garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio siano perseguiti». Il riconoscimento assume un significato particolare alla luce dell’ultimo incarico che Pillay ha svolto come presidente della “Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e su Israele”.
Il 16 settembre 2025, la Commissione ha pubblicato il rapporto A/HRC/60/CRP.3, dedicato all’analisi della condotta israeliana nella Striscia di Gaza alla luce della Convenzione sul genocidio del 1948. Le conclusioni sono state nette: la Commissione ha ritenuto che le autorità e le forze di sicurezza israeliane abbiano commesso atti di genocidio contro i palestinesi di Gaza, ravvisando anche l’intento specifico dell’annientamento, in tutto o in parte, di una comunità protetta dal diritto delle genti. Si tratta delle conclusioni di una commissione d’inchiesta destinate ad essere vagliate nei procedimenti già attivati davanti alla Corte internazionale di giustizia e alla Corte penale internazionale. Beninteso, il tutto è subordinato all’attuale clima internazionale, in cui multilateralismo e diritto internazionale sono sotto il giogo di grandi potenze che non riconoscono che la logica del più forte, e sono decise a fermare ogni istanza di giustizia internazionale quando questa non risponde ai propri interessi. In ogni caso il ‘rapporto Pillay’ rimane un punto fermo, anche per il futuro.
Il dossier documenta nel dettaglio situazioni corrispondenti ai quattro punti previsti dall’articolo 2 della Convenzione sul genocidio del 1948, ispirata dal giurista ebreo Raphael Lemkin: a. uccisioni sistematiche, b. lesioni gravi all’integrità fisica e mentale; c. sottoposizione deliberata a condizioni di vita intese a provocare la distruzione fisica, totale o parziale di un gruppo; d. misure per impedire le nascite. Per queste ultime in particolare sono stati documentati gli attacchi senza precauzione agli ospedali ginecologici, pediatrici, tra cui la clinica Al‑Basam dove erano conservati 4mila embrioni congelati di coppie palestinesi. Sono state considerate inoltre le dichiarazioni pubbliche di dirigenti politici e militari israeliani come elementi rilevanti per valutare l’intento genocidario.
Il rapporto richiama così, nella loro drammatica concretezza, i discorsi di leader governativi che il diritto internazionale non può ridurre a retorica politica, perché in essi si proclama chiara la volontà di annientare una comunità protetta del diritto delle genti. Alla pubblicazione del rapporto, William Schabas, tra i maggiori studiosi di diritto internazionale penale, ne ha dato una valutazione netta, definendolo «detailed, comprehensive and damning»: dettagliato, completo e schiacciante. Philippe Sands lo ha descritto come un rapporto «importante e indipendente, che dovrà essere preso sul serio da chiunque lo legga, non ultimi coloro che consigliano il primo ministro e il governo israeliano».
Benjamin Netanyahu ha contestato la scelta del Comitato norvegese di avere smarrito «la propria bussola morale», definendo la Pilley ««una persona prevenuta che ha costruito la propria carriera inventando e diffondendo accuse diffamatorie contro l’unico Stato ebraico». Ancora più aspra è stata la reazione del ministero degli Esteri israeliano, che ha descritto l’assegnazione del premio come «una strumentalizzazione grottesca di un premio per legittimare l’odio e il pregiudizio anti‑israeliani», peraltro concludendo: «Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno». Donald Trump ha rilanciato sul suo Truth un messaggio dell’avvocato David I. Schoen che definisce il riconoscimento una «vergogna irreparabile» e accusa la giurista di ostilità verso gli Stati Uniti e Israele, liquidando l’inchiesta su Gaza come una falsificazione. Di segno opposto le reazioni di larga parte della comunità internazionale che ha salutato il premio come un riconoscimento del valore della giustizia internazionale: il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa hanno sottolineato il contributo di Pillay alla difesa dei diritti umani, della dignità e della responsabilità giuridica.
Ma questa tensione fra diritto e potere non scalfisce l’autorevolezza di Navi Pillay, perché in questo paradigma ha vissuto un’intera esistenza. Nasce il 23 settembre 1941 a Durban, nel Sudafrica dell’apartheid, in una famiglia di origine tamil indiana dalle condizioni economiche modeste: suo padre è un conducente di autobus. «Si cresce vedendo l’apartheid intorno a sé e assistendo alle umiliazioni subite dai propri genitori», ha raccontato Pillay, ricordando anche le raccomandazioni che riceveva da bambina: alcune spiagge e le altalene di determinati parchi erano riservate ai bianchi. In quel contesto, solo l’istruzione rappresenta una possibilità di emancipazione, nonostante le restrizioni per i non bianchi. Pillay frequenta l’Università del Natal, dove consegue una laurea in lettere e una in giurisprudenza: nel 1967 avvia il primo studio legale di una donna di colore, che inizia a lottare proprio contro le discriminazioni razziali.
La giustizia in Sudafrica è ancora un miraggio per la comunità nera, e Pilley decide di munirsi di strumenti di conoscenza del diritto più avanzati: prosegue gli studi negli Stati Uniti, alla Harvard Law School, dove consegue il Master of Laws nel 1982 e il Doctor of Juridical Science nel 1988, con una ricerca sul ruolo politico della magistratura sudafricana. Fu la prima sudafricana a conseguire quel dottorato ad Harvard, come ricorda una biografia dell’università intitolata significativamente The Bus Driver’s Daughter, «La figlia del conducente di autobus». Ma il momento decisivo della sua formazione rimane negli anni degli studi in Sudafrica, quando nella biblioteca dell’Università del Natal si era imbattuta nei verbali dei processi di Norimberga. La colpì l’affermazione del principio della responsabilità penale individuale nel diritto internazionale: la sovranità dello Stato non può trasformarsi in uno scudo assoluto per chi commette atrocità, né l’autorità politica e militare può esimersi dalla responsabilità personale per i crimini più gravi. Da quella illuminazione ideale sarebbe maturata una profonda convinzione, destinata ad accompagnarla per tutta la vita: nessuno può collocarsi al di sopra della legge.
Nella sua attività forense Pillay difende attivisti contro l’apartheid, oppositori e persone perseguitate dal regime, come suo marito, Gaby Pillay, arrestato nel 1971 in base al Terrorism Act. Navi denuncia i metodi illegali utilizzati negli interrogatori e il ricorso alla tortura, e nel 1973 ottiene un riconoscimento cruciale: una corte afferma il diritto all’assistenza legale per i prigionieri politici detenuti a Robben Island, fra i quali vi figura anche Nelson Mandela. Pillay si occupa anche della violenza domestica contro le donne, contribuendo alla fondazione dell’Advice Desk for the Abused. Con la fine dell’apartheid, nel 1995 Pillay è nominata giudice dell’Alta Corte del Sudafrica, prima donna nera a ricoprire quell’incarico. Nello stesso anno entra nel Tribunale penale internazionale per il Ruanda, istituito dalle Nazioni Unite per giudicare i responsabili del genocidio del 1994. Ne diviene presidente nel 1999, mantenendo l’incarico fino al 2003. La sua esperienza cruciale è per il processo contro Jean‑Paul Akayesu: il Tribunale riconosce che lo stupro e altre forme di violenza sessuale possono costituire crimini contro l’umanità e, quando ricorrono gli elementi richiesti dalla Convenzione, atti di genocidio. Con questa esperienza, nel 2003 entra nella Corte penale internazionale, dove vi presta servizio fino al 2008 nella Sezione d’appello. Nei processi cui è chiamata ad occuparsi Pillay tiene fermi questi principi, respingendo il ricorso di Thomas Lubanga Dyilo, che sarebbe stato poi condannato per il reclutamento e l’impiego di bambini‑soldato sotto i quindici anni nelle ostilità della Repubblica democratica del Congo.
Dal 2008 al 2014, Navi Pillay guida l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, dove promuove il riconoscimento dei diritti delle persone LGBT, sostiene il lavoro di documentazione delle violazioni nei conflitti, in particolare in Siria, e sollecita l’accertamento delle responsabilità anche ai più alti livelli di potere. Contribuisce inoltre all’iniziativa dell’ONU Human Rights Up Front, volta a integrare la tutela dei diritti umani nelle decisioni dell’intera organizzazione e a prevenire risposte tardive di fronte alle atrocità. Nel 2015 entra nella Commissione internazionale contro la pena di morte, di cui diviene presidente nel 2017, e nel 2019 viene nominata giudice ad hoc della Corte internazionale di giustizia nel procedimento promosso dal Gambia contro il Myanmar in base alla Convenzione sul genocidio. Da qui l’ultima sfida alla Commissione d’inchiesta dell’Onu sui territori palestinesi.
Il filo conduttore di questo impegno è la ferma convinzione che gli obblighi internazionali non possano essere subordinati alla convenienza politica: la sovranità non cancella la responsabilità degli Stati e il richiamo alla sicurezza non autorizza a ignorare i diritti fondamentali. È questa la ragione per cui il Nobel conferito a Pillay ha un significato che supera la sua biografia. Non è il giudizio su una donna a dividere la comunità internazionale, ma l’idea stessa che il diritto debba valere anche quando a essere chiamati a risponderne sono governi e dirigenti dotati di un enorme potere. La sua storia, dall’infanzia sotto l’apartheid alle aule dei tribunali internazionali, testimonia che la giustizia è un limite che il potere deve imparare a riconoscere. Il Nobel non cancella le guerre, non restituisce la vita alle vittime e non garantisce che i responsabili siano puniti. Può però ricordare al mondo che l’impunità non è un destino. Finché ci sarà qualcuno disposto a documentare un crimine, a pronunciare una verità e a chiedere giustizia anche contro i più forti, la speranza non sarà vinta. Soccorrono allora le parole della stessa Navi Pillay, in un saggio del 2021 dedicato al 75° Anniversario del Tribunale di Norimberga, di cui evocava fermamente i principi, «I’ve spent my life fighting for human rights – and the job is not done»:
«Ho passato la vita a lottare per i diritti umani, e il lavoro non è finito (…) Il percorso verso l’attuazione dei Principi di Norimberga è il simbolo dell’aspirazione dell’umanità alla giustizia e del suo progresso verso la sua piena realizzazione. Abbiamo l’obbligo morale di proseguire il nostro impegno collettivo per costruire un futuro più giusto e pacifico, nell’interesse delle generazioni future. Dobbiamo passare da una cultura dell’impunità per i crimini più gravi e le violazioni dei diritti umani a una cultura in cui si è chiamati a rispondere dei propri atti e ad assumerne la responsabilità. Questa è l’essenza di Norimberga ed è un elemento fondamentale dell’eredità che anch’io spero di lasciare».
Se il Nobel per la pace viene assegnato a una donna che ha dedicato la propria vita a questo compito, resta aperta la possibilità che la coscienza dell’umanità, ferita e troppo spesso silenziosa, torni a farsi sentire.
