ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Neuroscienze, linguaggio e giustizia penale

23 gennaio 2026
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GerryShaw, <em>Neurons stained green with antobody [...]</em>, immagine generata da EnCor Biothecnology (Fonte: Wikipedia.org)
GerryShaw, Neurons stained green with antobody [...], immagine generata da EnCor Biothecnology (Fonte: Wikipedia.org)
ABSTRACT

Il focus muove dagli studi sul linguaggio e analizza le possibili ricadute nel campo della giustizia, in particolare nel settore penale. Mutuando un approccio multidisciplinare si richiamano orientamenti filosofici, psicologici e neuroscientifici sul linguaggio, stimolando riflessioni volte a ri-considerare l’importanza delle parole. Un tale ripensamento non involge solo le forme linguistiche e le modalità comunicative, ma le stesse dinamiche processuali. Quest’ultime, infatti, ove non siano accompagnate da un processo di formazione e di consapevolezza adeguato, rischiano di generare effetti altamente nocivi, a volte anche irreversibili.

1. La centralità del linguaggio tra filosofia, psicologia e (neuro)scienze

Concepire e configurare il linguaggio quale un mero strumento di comunicazione, e cioè come veicolo di pensieri pre-confezionati nella nostra mente, è una prassi comune e abbastanza consolidata.

In realtà, si tratta di una visione non corretta, oltre che estremamente riduttiva. Il linguaggio, infatti, non è un mero veicolo dei pensieri, né tantomeno le parole traducono ciò che è racchiuso nella mente.

«Il sapere non viene tradotto in parole quando viene espresso. Le parole non sono la traduzione di qualcos’altro che c’era prima di loro» (Wittgenstein, 1990)[1]. Tale prospettiva filosofica riconosce al linguaggio una funzione essenziale nel processo di costruzione della nostra mente e del nostro io, rovesciando una serie di luoghi comuni.

Nel supportare conclusioni analoghe, Cimatti mette in evidenza che l’autocoscienza non rappresenta cartesianamente il punto di partenza della vita mentale, ma è una sorta di dono inaspettato che la mente riceve dal linguaggio, o meglio, dal fatto che usa il linguaggio per riferirsi a sé stessa[2].

 

Siamo delle creature linguistiche, al punto di credere a quello che il linguaggio dice. Crediamo infatti che l’io sia qualcosa, una sostanza nascosta nelle profondità della nostra mente; in realtà, crediamo all’io solo perché parliamo dell’«io», e non il contrario. […] L’io come «io», allora, ossia come una funzione del linguaggio, non il contrario. I rapporti fra mente e linguaggio, di conseguenza, vanno invertiti rispetto a quanto si è soliti credere. […] Non è la mente a creare il linguaggio, ma semmai il contrario (Cimatti 2000)[3].

 

Il linguaggio, quindi, non è soltanto una modalità di relazione o di comunicazione con gli altri, in quanto guida creativamente la nostra mente, orienta il nostro modo di essere e condiziona i nostri comportamenti.

A rimarcare la funzione essenziale del linguaggio è lo psicologo sovietico Vygotskij (2007), secondo cui «il pensiero non si esprime semplicemente nella parola, ma viene alla luce attraverso di essa»[4].

Il linguaggio non può essere «messo indosso» al pensiero alla stessa stregua di un abito già fatto, non è neppure un mezzo che serve semplicemente per esprimere un pensiero già formulato. Il pensiero, trasformandosi in linguaggio, subisce un mutamento nella sua struttura e nel suo aspetto: esso non si esprime semplicemente nella parola, ma «si realizza in essa»[5].

Il pensiero e il linguaggio hanno radici genetiche completamente diverse, ma si intrecciano in quello che Vygotskij definisce «pensiero verbale».

L’originalità di questa formazione, secondo Cimatti, merita attenzione. La discussione sul tema dei rapporti fra linguaggio e pensiero oscilla fra chi sostiene la priorità e indipendenza del pensiero dal linguaggio (a lungo la posizione delle scienze cognitive) e chi, invece, sostiene la priorità del linguaggio sul pensiero. In questa forma si tratta di una contrapposizione ormai sterile. Vygotskij sposta la discussione sul piano dello sviluppo ad uno stesso tempo biologico e culturale dell’animale umano: non si tratta di affermare la priorità dell’uno o dell’altro elemento, bensì di vedere come dal loro incontro si formi una nuova forma di attività cognitiva. Il “pensiero verbale”, infatti, più che un modo di comunicare è un modo nuovo di organizzare l’esperienza, interna ed esterna. È una operazione naturale perché solo la nostra specie è predisposta in modo innato per l’incontro fra pensiero e linguaggio; è una operazione storico-culturale perché questo incontro avviene fra una dotazione biologica universale e una lingua particolare. Così il “pensiero verbale” è un modo di stabilire relazioni linguistiche con i propri simili ma anche, se non soprattutto, un modo di organizzare il proprio pensiero (Cimatti, 2014)[6].

Una concezione del linguaggio di questo tipo, oltre che del tutto coerente, appare compatibile con l’evoluzione neuroscientifica più recente. Viene meno, infatti, ogni distinzione tra mente e corpo, interno ed esterno, identità individuale/corporea e sociale, a vantaggio di una visione unitaria ed integrata della persona umana.

Helzel (2016) fornisce tracce significative sull’importanza delle parole, mostrando come il linguaggio oggi sia incompreso e sottovalutato.

La parola accade “tra” nella relazione. La parola è il “luogo” nel quale gli individui si relazionano[7]. È la parola che ha creato nell’uomo la possibilità di essere consapevole di sé e della vita nella sua realtà. L’uomo, quindi, è tale “solo grazie al linguaggio”[8]. Questo vuol dire che la parola “coincide con la pienezza dell’essere”[9]. Di indubbio rilievo, inoltre, si palesa il rapporto tra parole e realtà. Le parole sono importanti e l’uso che ne facciamo impatta sulle nostre scelte e sulle nostre azioni, sulla percezione che abbiamo della realtà. La mente crea e dà forma a idee, pensieri e concetti, emozioni e sentimenti, ma è la parola a mettere in moto queste entità dotate di vita propria, rendendole capaci di interagire con l’ambiente circostante. Tale è il potere della parola[10].

Helzel ritiene, dunque, che abbiamo il “dovere alla parola”. La parola è uno stimolo al pensiero e come tale è uno strumento di libertà, “in quanto non solo muove dalla libertà di chi parla, ma sollecita la libertà di chi ascolta” (Carnelutti, 2014)[11]. La parola non dovrebbe essere “abusata”, né usata con leggerezza. Pertanto, occorre un certo grado di responsabilità nell’uso della parola in quanto nel manipolare la parola si manipola la realtà intera. In questo senso, la parola è potente come un’arma[12].

Ma cosa accade se ci si sposta sul terreno delle neuroscienze?

All’intuizione di Noam Chomsky si deve la teoria di una grammatica universale (c.d. “generativa”), in cui sono illustratele fondamenta di qualsiasi tipo di linguaggio[13]. Per la linguistica chomskiana il linguaggio è una facoltà mentale specializzata «innata» nell’essere umano, quindi non appresa esclusivamente per imitazione. Si tratta, in pratica, di un «meccanismo cognitivo computazionale», geneticamente programmato (quindi ereditato), la cui base biologica risiede nel cervello umano.

In termini neuroscientifici, si nasce con una impalcatura mentale già predisposta all’apprendimento del linguaggio, composto da suoni (parole) che sollecitano il cervello a convertirli in rappresentazioni dotate di significato (Nabben, 2014)[14].

Dennett (2018) osserva, al riguardo, che l’installazione della lingua nativa in un neonato è un processo ben progettato, che trae vantaggio dagli effetti selettivi su migliaia di generazioni di discenti di lingue umane. Questi processi evoluzionistici all’inizio non implicavano la riproduzione differenziale di geni, ma piuttosto la riproduzione differenziale più rapida di memi. “Il linguaggio si è evoluto per adattarsi al cervello prima che il cervello si evolvesse per adattarsi meglio al linguaggio”[15].

Ciò premesso, i piani che più rilevano ai nostri fini sono principalmente due.

Il primo riguarda la “neuroplasticità", detta anche plasticità neuronale, e cioè la capacità del cervello di modificare sé stesso.

In qualsiasi momento della vita possono verificarsi delle situazioni che determinano cambiamenti in ragione della neuroplasticità del cervello. Tale concetto indica, in particolare, la capacità del cervello di cambiare la propria forma e il proprio funzionamento anche in maniera significativa. Queste modificazioni possono avvenire «come risposta a esperienze vissute, ma anche ai pensieri che elaboriamo» (Forza, Menegon & Rumiati, 2017)[16].Ovviamente, tra i fattori che modellano la struttura del cervello un posto privilegiato è occupato proprio dal linguaggio.

Dennett ci aiuta a comprendere come e perché la plasticità del cervello sia strettamente collegata ai pensieri e alle parole.

 

I perfezionamenti che istalliamo nel nostro cervello quando apprendiamo il linguaggio ci permettono di riconsiderare, richiamare, ripetere e riprogettare le nostre attività, trasformando il nostro cervello in una specie di camera dell’eco […]. I processi che persistono più a lungo e che persistendo acquistano influenza, sono quelli che noi chiamiamo pensieri coscienti. I contenuti mentali diventano coscienti non perché penetrano in qualche area speciale del cervello o perché vengono trasdotti in un mezzo privilegiato e misterioso, ma perché risultano vincitori rispetto ad altri contenuti mentali nella competizione per aggiudicarsi il controllo del comportamento, e quindi per esercitare effetti di lunga durata – oppure, come noi diciamo in modo tuttavia fuorviante, per «entrare nella memoria». E poiché noi siamo soggetti parlanti, e il parlare a noi stessi è una delle nostre attività più influenti, uno dei modi più efficaci grazie ai quali un contenuto mentale può diventare influente è quello di poter guidare le componenti che fanno uso del linguaggio (Dennett, 2000)[17].

 

Risulta individuata e scandita, dunque, la dinamica cui siamo ciclicamente esposti: 1) la competizione tra contenuti mentali diversi, spesso opposti o contrastanti; 2) il “parlare a noi stessi”, propedeutico all’esplicitazione vocale del linguaggio.

Il secondo piano di interesse riguarda i “neuroni specchio”, scoperti nel 1992 grazie alla ricerca dell’Università di Parma e al team guidato da Rizzolatti. Durante gli esperimenti condotti sui macachi i ricercatori italiani accertarono che alcuni neuroni motori si attivavano sia quando la scimmia compiva un’azione (afferrare un oggetto) sia quando osservava la stessa azione compiuta da un altro individuo. Gli studi successivi individuarono questa classe di neuroni anche nell’uomo, aprendo un varco interpretativo fondamentale non solo per le attività emulative ma anche per i percorsi di “apprendimento per imitazione”[18]. Il sistema dei neuroni specchio rappresenta, in pratica, la nostra capacità di «entrare nella mente degli altri» attraverso le emozioni (Oliverio, 2013)[19].

I neuroni specchio, che inducono a replicare empaticamente nel cervello le emozioni altrui (ad es. dolore o gioia), nell’uomo sono stati localizzati in aree motorie e premotorie, nella corteccia parietale inferiore e nell’area di Broca. Circostanza quest’ultima di non poco conto, atteso che si tratta proprio della regione in cui viene prodotto il linguaggio.

Secondo Catuara Solarz (2022) la caratteristica multimodale dei neuroni specchio suffraga l’idea che essi siano responsabili delle rappresentazioni concettuali delle azioni, che sono fondamentali per il linguaggio. Tali conclusioni sarebbero in linea con la teoria secondo cui le rappresentazioni cognitive sono «incarnate». Ciò significa che le rappresentazioni mentali dipendono dal corpo (e dalle reti neurali responsabili delle sue sensazioni e del suo movimento) in modo bidirezionale e interagiscono con esso in modo più complesso rispetto al semplice schema recipiente-contenuto[20].

Dunque

i neuroni specchio non solo promuoverebbero la comprensione delle azioni altrui attraverso la loro simulazione nel proprio sistema motorio, ma permetterebbero anche la comprensione simbolica del linguaggio mettendolo in rapporto con l’attivazione delle reti neurali assegnate ai concetti e alle azioni proprie del soggetto. Il ruolo dei neuroni specchio nel linguaggio è quindi molto importante in quanto quest’ultimo rappresenta un canale fondamentale di scambio di concetti e idee, di interazione sociale e di integrazione culturale (Catuara Solarz, 2022)[21].

2. Il potere del linguaggio: azione, creazione e trasformazione

In passato molti autori, da Austin a Searle, da Habermas ad Arendt, ritenevano che parlare fosse una “forma di azione”.

I recenti studi neurofisiologici, neuroanatomici e di neuroimaging comprovano l’origine condivisa di linguaggio e azione, evidenziando anche i punti in comune. L’organizzazione del sistema motorio, infatti, mostra interessanti parallelismi con l’organizzazione del linguaggio[22].

Su questa linea di pensiero si attesta anche uno dei più innovativi percorsi di ricerca della sociologia fenomenologica: l’etnometodologia e l’analisi della conversazione.

Queste due discipline – sottolinea Caniglia – si occupano della comunicazione umana, in particolare dell’attività quotidiana dell’interazione verbale. Nella loro prospettiva il linguaggio è un’attività sociale: il parlare. Il parlare, tuttavia, non è altro che “linguaggio in azione”. Gli approcci tradizionali definiscono il linguaggio come un mezzo simbolico impiegato per riferirsi al mondo o per dare espressione ai pensieri che elaboriamo nella nostra mente. In questo modo sembrano sostenere che il linguaggio e il mondo – e la mente – costituiscano entità distinte e indipendenti, e il primo serva solo per descrivere il secondo. Per l’etnometodologia, invece, il linguaggio/parlare è un modo per compiere azioni sociali, per fare il mondo e non solo per dire o descrivere il mondo o gli stati della nostra mente. Con il linguaggio noi compiamo una quantità sterminata di azioni: promettiamo, critichiamo, valutiamo, lodiamo, collaboriamo, etc. Anche i verbi mentalistici come pensare, credere o dubitare sono modi per produrre certe azioni e non semplicemente la descrizione di un processo che sta avvenendo nella mente. Quando qualcuno dice “penso che dovresti restare a casa”, non sta riferendo un processo in corso nella sua mente (pensare), ma sta producendo un’azione: dire “penso che…”, infatti, è un modo per dare una raccomandazione, offrire un consiglio, etc (Caniglia, 2018)[23].

Dunque

 se immaginiamo che il linguaggio sia azione, allora tutto ciò di cui abbiamo bisogno di sapere è nel linguaggio stesso: le emozioni o le intenzioni sono tutt’uno con il linguaggio e non entità separate da esso e collocate nella mente. In sintesi, è questa ricca dimensione del fare nel e attraverso il linguaggio ciò che ci permette di afferrare i significati altrui e di comunicare i propri (Caniglia, 2018)[24].

 

Ma entriamo, a questo punto, nel campo della “neuroscienze del linguaggio”.

Il linguaggio possiede un autonomo “potere creativo”: le parole plasmano la realtà, modificano la percezione di sé e del mondo, costruiscono l’universo narrativo[25]. Il modo in cui parliamo – a noi stessi e agli altri, di noi stessi e degli altri – crea e modella la nostra realtà, influenza il pensiero, l’umore, i geni e il DNA.

Le parole sono dotate quindi di un enorme potere: esse attivano immagini mentali e reazioni chimiche (ormoni e neurotrasmettitori) capaci di influenzare le emozioni, i comportamenti e le relazioni.

Il linguaggio ha il potere di indirizzare l’attenzione e di influire sulle decisioni. Gli studi dimostrano, infatti, che il comportamento sociale è influenzato da stimoli subliminali (come, ad esempio, le parole della pubblicità o colte nelle conversazioni). Gli scienziati chiamano questo meccanismo priming, e cioè predisposizione (Nabben, 2014)[26]. Quest’ultimo è un fenomeno mnemonico – psicologico – inconsapevole che si verifica allorquando l’esposizione a un determinato stimolo (parola, immagine, suono) influenza inconsciamente la risposta successiva a uno stimolo correlato, attivando percorsi neurali preesistenti nella memoria e riconosciuti automaticamente (come se le scelte da effettuare fossero innescate e guidate da una sorta di “pilota automatico”).

Il linguaggio può essere anche veicolo di trasformazione e cambiamento, di guarigione o distruzione.

Secondo von Humboldt (1836) «la lingua è lo strumento di formazione del pensiero. L’attività intellettiva, che di per sé è assolutamente spirituale ed interiore e non lascia alcuna traccia percettibile di sé, mediante la parola si esterna e diventa accessibile ai sentimenti»[27].

In effetti le parole modellano la nostra struttura cerebrale, stimolando in alcuni casi trasformazioni e/o cambiamenti significativi[28].

Le ricerche neuroscientifiche in materia di narrazioni e storytelling confermano che il linguaggio e le parole che solitamente adoperiamo, per illustrare una sequenza di eventi o raccontare la nostra storia, contribuiscono in modo decisivo alla costruzione dell’identità. La narrazione, d’altra parte, è anche uno strumento terapeutico efficace e potente in grado di dare senso alle esperienze, di promuovere la consapevolezza emotiva e favorire la guarigione psichica.

Quanto agli effetti che le parole possono “generare o non generare”, appare alquanto emblematica la povertà di linguaggio diffusa tra i giovani (ma non solo), di sovente accompagnata dalla incapacità di formulare domande e risposte di senso.

Carofiglio (2022) segnala, in proposito, che proprio i ragazzi più violenti non sono capaci di gestire una conversazione, non riescono a modulare lo stile della comunicazione – il tono, il lessico, l’andamento – in base agli interlocutori e al contesto, non fanno uso dell’ironia e della metafora. Non sanno sentire o nominare le proprie emozioni, spesso non sanno raccontare storie. La povertà della comunicazione si traduce in povertà dell’intelligenza, in doloroso soffocamento delle emozioni[29].

 

I ragazzi sprovvisti delle parole per dire i loro sentimenti di tristezza, di rabbia, di frustrazione hanno un solo modo per liberarli e liberarsi di sofferenze a volte insopportabili: la violenza fisica. Chi non ha i nomi per la sofferenza la agisce, la esprime volgendola in violenza, con esiti spesso drammatici. Nelle scienze cognitive questo fenomeno – la mancanza di parole, e dunque di idee e modelli di interpretazione della realtà, esteriore e interiore – è chiamato ipocognizione. Si tratta di un concetto elaborato a seguito degli studi condotti negli anni Cinquanta dall’antropologo Bob Levy. Nel tentativo di individuare la ragione dell’altissimo numero di suicidi registrati a Tahiti, Levy scoprì che i tahitiani avevano le parole per indicare il dolore fisico ma non quello psichico. […] “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo” ha scritto Ludwig Wittgenstein: la caduta del linguaggio – si può arrivare a dire – è la caduta dell’uomo (Carofiglio, 2022)[30].

3. Il ruolo del linguaggio nella giustizia penale

A ciascuno di noi capita, piuttosto spesso, di pensare ed agire secondo stereotipi e pregiudizi che orientano le nostre azioni e producono effetti nei confronti degli altri. Ciò pone non pochi problemi alla società postmoderna, contribuendo ad alterare i suoi già precari equilibri.

Spesso ci capita, altresì, di accomunare indistintamente pensiero e cognizione, creando confusione.

Sposito (2022) ci aiuta a definire e comprendere il significato di alcuni termini.

 

I concetti di stereotipo e pregiudizio non sono la stessa cosa, ma sono strettamente collegati: lo stereotipo è infatti il nucleo cognitivo del pregiudizio. In ambito psicologico, differentemente dal linguaggio corrente, pensiero e cognizione non sono sinonimi. Il pensiero coincide in particolare con il linguaggio interiore e con i simboli che usiamo; è spesso conscio, o almeno è qualcosa di cui potremmo essere consapevoli. Il termine cognizione ha invece un’altra connotazione, dato che si riferisce a processi mentali prevalentemente inconsci: la cognizione è un’attività mentale attraverso cui si elaborano, comprendono e memorizzano informazioni percettive e attraverso cui si pianifica e programma ciò che si dice e si fa. Non ne siamo consapevoli e ce ne accorgiamo solo facendoci attenzione. In questo senso agisce come il programma di un computer, cioè lavorando “sullo sfondo” (Sposito, 2022)[31].

 

Cosa accade quando il nostro giudizio ha a che fare con il mondo della giustizia?

In generale, tendiamo un po’ tutti a sminuire gli effetti che le parole generano nella vita delle persone (indagate, imputate, condannate, detenute o private della libertà). La diffusa adozione di aggettivi infelici per qualificare e definire le persone “indesiderate” o descrivere le loro condotte è divenuta ormai prassi comune, dai media ai social. Non si tratta tanto o solo di parole inappropriate, quanto piuttosto di un linguaggio fortemente condizionato appunto – da stereotipi. Si tende, infatti, a etichettare le persone che sono venute a contatto con la giustizia, identificandole di volta in volta con il reato presuntivamente commesso (“ladri, rapinatori, assassini, mafiosi”) o con la patologia da cui sono eventualmente affetti (“psichiatrici, tossici, alcolizzati”). Prende forma così il pregiudizio, l’idea cioè secondo cui si tratta di “categorie” che non cambieranno mai e che, pertanto, non possono rivendicare pretese o diritti[32].

I meccanismi descritti assumono portate e dimensioni altrettanto significative, laddove la persona interessata sia detenuta in carcere in ragione di una condanna definitiva.

Gli esperti forniscono, in proposito, indicazioni utili.

È emersa la necessità di prestare una maggiore attenzione al linguaggio scritto e parlato, a partire dall’osservazione scientifica della personalità e dalle relazioni di sintesi in cui viene illustrato il programma rieducativo e la condotta intramuraria. Il linguaggio, in questi casi, deve rispecchiare in modo fedele il percorso effettuato all’interno del carcere, oltre ad arricchire l’identità della persona. Gli studi neuroscientifici sulla plasticità e la plasmabilità del cervello certificano che il linguaggio è in grado di determinare conseguenze importanti, confermando che “le parole aiutano a cambiare”[33]. Ciò significa che le aggettivazioni inappropriate, offensive o infelici possono ostacolare la presa di coscienza, impedendo o arrestando il processo di consapevolezza e di ravvedimento del reo, mentre una relazione empatica fondata su un linguaggio positivo e costruttivo può stimolare nel corso del tempo cambiamenti significativi.

Come suggerisce Tagliagambe, il linguaggio e le relazioni dinamiche in carcere sono fondamentali in quanto impediscono la cristallizzazione, evitando che il tempo si fermi. Il pericolo maggiore, infatti, è che il detenuto rimanga bloccato al momento del reato. Le relazioni statiche, alimentando la cristallizzazione, ostacolano la costruzione dell’identità personale, la ricerca e l’individuazione di uno scopo. Ostacolano altresì la possibilità di un riscatto e di cambiamento reali e, quindi, il reinserimento sociale. L’interazione dinamica tra l’educatore e il condannato, viceversa, può generare una realtà completamente nuova. “Non più un pensiero/visione, ma un linguaggio/azione che accompagni verso un nuovo senso di appartenenza e restituisca speranza alla persona detenuta”. È questo il percorso da seguire (Tagliagambe, 2023)[34].

Il linguaggio dei mezzi di informazione o dei social è spesso scontato, intriso di luoghi comuni. La linea di tendenza descrive il carcere come l’unica pena concepibile, facendo leva sul peso emotivo dei fatti di cronaca. La contrapposizione tra giustizialisti e garantisti è netta, la rappresentazione dei punti di vista non contempla mai una “via di mezzo”, come se fosse impossibile contemperare le esigenze di sicurezza e di difesa sociale con la tutela dei diritti fondamentali della persona detenuta. Tutto ciò alimenta una visione della realtà poco inclusiva in cui prevalgono i sentimenti di odio, di rancore o vendetta sociale[35].

Qualora poi si tratti di persona condannata ma ancora “giudicabile”, che in seguito venga riconosciuta innocente o del tutto estranea ai fatti, le parole in precedenza impiegate dall’autorità giudiziaria, dall’opinione pubblica o dal contesto di appartenenza possono diventare dei veri e propri “macigni”, generando traumi personali o sociali i cui effetti possono protrarsi a dismisura.

Se si analizza il linguaggio riservato alle persone che sono venute a contatto con la giustizia penale, si potrà rinvenire agevolmente l’utilizzo sistematico di una serie di “etichette”. Come facciamo a riconoscerle e distinguerle?

Sposito (2022) ci fa addentrare all’interno di una materia delicata, ai più del tutto sconosciuta.

Il pregiudizio viene generalmente inteso – seguendo gli insegnamenti della psicologia sociale – come un atteggiamento negativo nei confronti di qualcosa o di qualcuno, e si basa solitamente su uno stereotipo negativo[36].

 

Per stereotipo si intende, allora, una credenza condivisa, data per ovvia in un determinato ambiente culturale, che si esprime in convinzioni sempre generalizzanti, sempre semplificative e talora – ma non necessariamente – erronee. […] Gli stereotipi più tipici riguardano non solo realtà sociali ma anche tematiche psicologiche popolarizzate (come lo stereotipo: “la sofferenza rende più maturi”) o realtà naturali (“è meglio curarsi con le erbe che con sostanze artificiali”). Lo stereotipo può diventare pregiudizio quando non deriva da una conoscenza diretta, ma appresa. Il più delle volte si tratta di valutazioni spicce legate sempre a giudizio negativo non sottoponibile alla critica. Non si tratta di un concetto errato, sbagliato, ma di un pregiudizio vero e proprio. Un pensiero, dunque, diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze. I pregiudizi scaturiscono dall’erronea generalizzazione causata dagli stereotipi e dalle categorizzazioni in generale. E allora, semplificando: a) lo stereotipo è la componente cognitiva ed è alla base del pregiudizio; b) il pregiudizio è la componente valutativa; c) la discriminazione è la componente comportamentale (il pregiudizio basato su stereotipi muta il comportamento dell’individuo)[37].

 

Il pregiudizio, conclude Sposito, deriva dunque da quelle scorciatoie cognitive di cui difficilmente siamo consapevoli e che non è certamente facile eliminare[38].

Se si vogliono superare i condizionamenti culturali che circondano la giustizia penale è necessario, quindi, stimolare un cambio di narrazione. Occorre mutare il linguaggio, dal lessico o tenore degli atti giudiziari e delle relazioni sociali alla terminologia denigrante dei mezzi di informazione e dei social network. Se le parole aiutano realmente a cambiare, va da sé che le aggettivazioni infelici, i luoghi comuni e gli stereotipi costituiscono un ostacolo al cambiamento.

Si comprende, allora, come e perché sia necessario iniziare a ragionare sul linguaggio in modo più adeguato e competente, anche e soprattutto nel campo della giustizia.

Negli ultimi anni il linguaggio giuridico è stato oggetto di svariati studi ed approfondimenti.

Risulta ormai pacifico che le parole utilizzate e gli atti processuali possano introdurre stereotipi e pregiudizi (sociali, culturali, morali, etnici, di genere) in grado di condizionare la valutazione delle prove e l’equità del giudizio. A tale rischio, peraltro, non si sottrae la stesura motivazionale delle sentenze, oltre che i documenti e gli atti generati nel corso dell’iter procedimentale. La maturazione di questa “nuova consapevolezza” ha indotto gli addetti ai lavori a stimolare diverse iniziative (percorsi formativi, eventi, linee guida, protocolli, osservatori) finalizzate a contrastare i fenomeni involutivi all’interno del circuito giudiziario e a promuovere un linguaggio il più possibile neutro, inclusivo e, comunque, non discriminatorio[39]. Questo processo di sensibilizzazione, pur essenziale, non ha portato tuttavia all’introduzione di innovazioni normative, rimettendo a ciascun operatore del diritto la facoltà di acquisire o meno le competenze necessarie.

Le innumerevoli implicazioni del linguaggio spostano inevitabilmente l’attenzione dalla linguistica forense alle neuroscienze cognitive.

Bottini (2017) evidenzia come il costrutto neuroscientifico che sta alla base del linguaggio giuridico sia estremamente complesso, coinvolgendo vaste aree del cervello con funzioni cognitive ed emotive differenti. La lingua del diritto, a causa della sua complessità, impone un carico cognitivo notevole in quanto coinvolge, per la sua comprensione, funzioni quali la memoria e l’attenzione. Tuttavia, l’utilizzo della chiave metaforica implica l’attivazione anche di processi cognitivi extra-verbali quali l’immaginazione mentale. Infine, il contenuto non neutrale della lingua del diritto attiva processi emozionali rilevanti[40].

Diversi anni addietro il programma di ricerca degli psicologi israelo-americani Amos Tversky e Daniel Kahneman riuscì nell’impresa di indicare le procedure responsabili degli errori sistematici denominati bias[41]. A distanza di anni Kahneman, Sibony e Sunstein concentrarono l’attenzione su un altro difetto del ragionamento umano: il rumore. Quest’ultimo sarebbe presente ogniqualvolta c’è una decisione, un giudizio o una previsione. Invero, ovunque si eserciti il giudizio umano – nella sanità pubblica come nelle aule di giustizia, nelle strategie aziendali come nelle decisioni quotidiane – lì si trova il rumore, che svia il ragionamento e causa errori[42].

Orbene, è evidente come la relazione tra linguaggio e bias possa giocare un ruolo di primo piano. Le scorciatoie mentali che conducono a valutazioni errate, infatti, si nutrono di pensieri automatici e spontanei che sono originati dal linguaggio, cioè dal “parlare a noi stessi o agli altri”. Così come risulta altrettanto evidente che una buona parte del rumore che inquina il giudizio sia riconducibile, direttamente o indirettamente, all’uso distorto del linguaggio.

Va segnalato, peraltro, che di recente si è andato affermando anche in Italia un nuovo ed importante settore di ricerca che ha ad oggetto le trappole cognitive “nella fase delle indagini”[43].

Non può negarsi, da ultimo, che a causa della plasticità neuronale le illusioni o trappole cognitive in cui incorre il giudice saranno a loro volta veicolate nel giudizio mediante la “’interazione linguistica”, con la conseguenza o il rischio di generare una distorsione della realtà o un disagio psichico nelle parti processuali (si pensi all’escussione di testi, consulenti o periti, all’audizione della persona offesa ovvero all’esame dell’imputato). Tale pericolo assume un significato di tutto rilievo allorquando si sia in presenza di soggetti fragili, neurodivergenti o minori d’età[44], relativamente ai quali i sistemi simbolici (verbali, scritti, visivi) e le azioni verbali o non verbali (gesti, espressioni, sguardo, postura) rivestono particolare importanza. In generale, il tema è quello delle garanzie di tutela che disciplinano l’accesso alla giustizia delle “persone vulnerabili”[45].

Sul piano neuroscientifico alcune delle questioni citate trovano una spiegazione logica e plausibile nella teoria della “simulazione incarnata”, secondo cui il linguaggio presuppone una complessa interazione tra modalità sensoriali e motorie.

Vittorio Gallese, uno dei padri della teoria anzidetta, ha promosso l’idea che il linguaggio sia radicato nel corpo: il cervello non si limita a rappresentare simboli linguistici in modo isolato, ma utilizza i suoi sistemi sensomotori per simulare e interpretare le esperienze a cui quei simboli si riferiscono. La comprensione del linguaggio implica il reclutamento dei sistemi neurali responsabili dell’azione, della percezione e dell’interazione sociale. Il significato delle parole non è quindi separato dalle nostre esperienze di movimento, percezione, affettività e interazione sociale, ma è profondamente radicato in esse (Gallese, 2025)[46].

Ovviamente la prospettiva dei neuroni specchio e la teoria della simulazione incarnata, strettamente collegate tra loro, potrebbero essere estremamente utili al sistema della giustizia penale. Oltre che alle dinamiche processuali sopra indicate, si pensi ad esempio al settore di rieducazione o riabilitazione psicosociale delle persone in conflitto con la legge.

Per quanto concerne i Qprocessi rieducativi intramurari, l’importanza dei neuroni specchio è piuttosto palese. In tale direzione, lo sguardo e gli occhi assumono un rilievo fondamentale. Si è evidenziato, infatti, che guardare gli altri è un canale visivo per “entrare in contatto con la mente dell’altro”[47]. Non a caso il carcere è stato definito come “il posto dove parlano gli occhi”[48]. Si è segnalato, altresì, come ambienti degradati ed impoveriti, deprivazione, grida, manifestazioni di sofferenza, siano elementi dannosi che incidono sull’assetto neuronale, riducendo o annullando le possibilità rieducative, e come per converso esista, tuttavia, un piano costruttivo rappresentato dalle emozioni positive all’interno del quale il linguaggio gioca un ruolo primario (Muglia e Di Leverano, 2024)[49].

Di indubbio interesse anche le dinamiche dei neuroni specchio all’interno del gruppo.

Diversi studi, osserva Catuara Solarz, dimostrano che il sistema specchio ha maggiori probabilità di attivarsi verso persone simili. Anche se i dati non sono sufficienti per generalizzare, è possibile che i meccanismi neurali alla base dell’empatia siano meno sensibili nei confronti dei soggetti sociali che non sono simili o sono considerati come aventi caratteristiche disumanizzate o alla stregua di oggetti inanimati. Questo è coerente con gli atteggiamenti discriminatori o i discorsi intolleranti di alcune persone che disumanizzano, strumentalizzano o oggettivano altri gruppi, suggerendo una mancanza di empatia per il loro dolore e i loro diritti fondamentali (Murrow e Murrow, 2015). Riconoscere la natura automatica e inconscia di questi meccanismi può essere il primo passo per indirizzare in senso favorevole questo processo biologico intrinseco in tutti noi[50].

In questo modo

il sistema specchio si trasformerebbe in un alleato e in un meccanismo foriero di speranza per il progresso sociale futuro dell’umanità poiché grazie ai neuroni specchio siamo in grado di empatizzare con gli altri non solo per altruismo, ma perché essi ci collegano con le persone intorno a noi fino a condividere le medesime rappresentazioni mentali e a sperimentare in prima persona i loro sentimenti (Catuara Solarz, 2022)[51].

 

Il tema del linguaggio giuridico sarebbe connesso anche al cambiamento in atto nel pianeta giustizia. In questa direzione, afferma Breggia (2022), si sta cercando di promuovere una figura diversa di giudice, non un burocrate, ma un “giudice delle relazioni”. Non il giudice che punisce, ma un giudice consapevole che dinanzi a lui ci sono persone, una vicenda umana segnata da errori, incomprensioni, frustrazioni, una vicenda che vuole essere, in primo luogo, narrata e compresa. Rendere la lingua del diritto accessibile, sfrondata di inutili tecnicismi e non più strumento di potere di una casta, risponderebbe inoltre a un’esigenza di democratizzazione del sapere giuridico che passa anche attraverso il linguaggio. La chiarezza dunque è necessaria, ma non basta. La lingua, infatti, “non si limita a rispecchiare i valori, ma concorre anche a determinarli”[52].

 

Lingua e pensiero sono interconnessi. Il linguaggio deve dunque essere chiaro, ma anche corretto, “non ostile” e rispettoso della dignità delle persone. Questo aspetto riguarda il tema dell’incidenza dei cd. biases impliciti nelle operazioni decisorie dei giudici ed è ampiamente sottovalutato nelle prassi giurisdizionali italiane. Occorre sorvegliare il pregiudizio, anche inconscio, per evitare gli stereotipi o scorciatoie cognitive[53].

 

È necessario avere “cura delle parole”. A questo scopo, bisogna essere consapevoli che nel percorso della decisione e del ragionamento, le emozioni hanno una parte fondamentale. Camuffarle, anziché prenderne consapevolezza, è esattamente l’operazione idonea a permettere agli stereotipi di acquisire il dominio del percorso decisionale. La cura delle parole si accompagna, dunque, al riconoscimento delle emozioni che, a dispetto dell’immagine asettica dell’ambiente giudiziario, lo attraversano inevitabilmente (Breggia, 2022)[54].

La parola d’ordine, secondo una opinione autorevole, dovrebbe essere: promuovere l’educazione sentimentale del giudice, in particolare imparare a conoscersi, imparare a conoscere i propri moti interni; cogliere che essi spesso si muovono in un terreno inconscio, che non affiora, cioè, nella sfera dell’analisi razionale. Prendere coscienza dei pericoli insiti nella compassione e nell’esecrazione. Imparare che i significati che tali sentimenti esprimono devono essere intrattenuti senza tralasciare il ruolo di co-valutazione dell’analisi razionale (Blaiotta, 2021)[55].

Va segnalato, infine, che nonostante gli indubbi progressi degli ultimi anni permane allo stato la sottovalutazione di un fenomeno di cui i giuristi fanno fatica a prendere piena coscienza. Il linguaggio rappresenta di per sé un “veicolo apripista” di immagini e suggestioni e, al tempo stesso, un “terminale creativo” che elabora e produce continuamente nuove realtà. Di tutto ciò il mondo del diritto, in particolare della giustizia penale, non potrà in futuro non tenere conto.

Si aggiunga che l’agognato traguardo della neutralità, obiettivo primario del linguaggio giuridico, dovrà essere necessariamente inteso come la sintesi di un complesso percorso in cui la depurazione emotiva e le strategie di debiasing assumano il ruolo di protagonisti.

[1]Wittgenstein L., Osservazioni sulla filosofia della psicologia, Adelphi, Milano, 1990, p. 216.

[2]Cimatti F., La scimmia che si parla. Linguaggio, autocoscienza e libertà nell’animale umano, Bollati Boringhieri, Torino, 2000, p. 236.

[3]Cimatti, op. cit., pp. 247-248.

[4]Vygotskij L.S., Pensiero e linguaggio, Giunti, 2007, p. 166.

[5]Vygotskij, op. cit., p.168.

[6]Cimatti F., «L’individuo è l’essere sociale». Marx e Vygotskij sul transindividuale, in “Il transindividuale. Soggetti, relazioni, mutazioni”, a cura di Etienne Balibar e Vittorio Morfino, Mimesis, 2014, pp. 266-267.

[7]Helzel P.B., Per una teoria generale del dovere, Cedam, 2016, p. 182.

[8]Ebner F., La parola e le realtà spirituali. Frammenti Pneumatologici (1921), traduzione italiana, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 1998.

[9]Barcellona P., La parola perduta, Dedalo, Bari, 2007.

[10]Helzel, op. cit., pp. 184-186.

[11]Carnelutti F., Il canto del grillo (1954), Cedam, Padova, 2014.

[12]Helzel, op. cit., pp. 187-188.

[13]Per un approfondimento Chomsky N., Il mistero del linguaggio. Nuove prospettive, Raffaello Cortina Editore, 2018; Friederici A.D., Chomsky N., Berwick R.C., Moro A., Bolhuis J.J., Language, mind and brain, in Nature Human Behaviour, volume 1, 2017, pp. 713-722.

[14]Nabben J., Il potere del linguaggio. Comunicare in modo efficace per ottenere risultati migliori, LSWR, 2014, p. 88.

[15]Dennett D.C., Dai batteri a Bach. Come evolve la mente, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018, pp. 212-213.

[16]Forza A., Menegon G., Rumiati R., Il giudice emotivo. La decisione tra ragione ed emozione, Il Mulino, Bologna, 2017, p. 69. Tra gli aspetti che gli autori mettono in rilievo emerge in particolare lo “stile emozionale”.

[17]Dennett D.C., La mente e le menti. Verso una comprensione della coscienza, Rizzoli, 2000, p. 173.

[18]Per un approfondimento Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il Cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2006; Rizzolatti G., Sinigaglia C., Specchi nel cervello. Come comprendiamo gli altri dall’interno, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2019.

[19]Oliverio A., Immaginazione e memoria. Fantasia e realtà nei processi mentali, Mondadori Università, 2013.

[20]Catuara Solarz S., I neuroni specchio. Apprendimento, imitazione, empatia, in Scoprire le neuroscienze. Come funziona il nostro cervello, Milano, EMSE Italia, n. 02, 10 settembre 2022, pp. 90-91.

[21]Catuara Solarz, op. cit., pp. 92-93.

[22]D’Ausilio A., Maffongelli L., Fadiga L., L’origine comune di linguaggio e azione, in Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia, volume 4, n. 2, 2013.

[23]Caniglia E., Neurodiversità. Per una sociologia dell’autismo, dell’ADHD e dei disturbi dell’apprendimento, Meltemi, 2018, pp. 187-188.

[24]Caniglia, op. cit., p.189.

[25]Per un approfondimento sul potere creativo delle parole Panikkar R., Lo spirito della parola, Bollati Boringhieri, 2007; Newberg A. & Waldman M.R., Words can change your brain, Penguin Books Ltd, 2014.

[26]Nabben, op. cit., p. 88.

[27]Von Humboldt W., La diversità delle lingue nelle sue varie forme, postuma in tedesco, 1836. Per un approfondimento sul linguaggio come “attività dello spirito” Florenskij P.A., Attualità della parola. La lingua tra scienza e mito, a cura di Elena Treu, Guerini e Associati, seconda edizione 2013 (ristampa 2017).

[28]Per un approfondimento sul potere trasformativo del linguaggio “Il potere trasformativo delle parole: come il linguaggio plasma la nostra realtà”, Centro Phoenix, 16 settembre 2025, in www.centrophoenix.net/blog/potere-trasformativo-parole-neuroscienze.

[29]Carofiglio G., La nuova manomissione delle parole, a cura di Margherita Losacco, la Repubblica, Edizione speciale GEDI, Torino, 2022, pubblicato su licenza di Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, pp. 19-20.

[30]Carofiglio, op. cit., pp. 20-21.

[31]Sposito G., Dai loci ciceroniani ai bias cognitivi e al ‘rumore’. Come nascono e si alimentano i pregiudizi, anche in ambito giudiziario, in “Il fascino della comunicazione tra antico e presente”, Atti tavola rotonda, Urbino, 7-8 aprile 2022, a cura di Marina Frunzio, Intra Edizioni, 2022, pp. 52-53. Per un approfondimento Sposito G., Prima di giudicare. Stereotipi e pregiudizi in dieci grandi processi, Intra, Pesaro, 2020.

[32]“Carcere? Servono parole non ostili”, a cura di Enrica Riera, intervista al Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Regione Calabria [Luca Muglia], Il Quotidiano del Sud, 3 maggio 2023.

[33]“Parole e carcere: la fabbrica del linguaggio”, evento a cura dell’Ufficio del Garante Regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Reggio Calabria, 27 aprile 2023, report in Relazione annuale 2023, pp. 151 ss., https://www.consiglioregionale.calabria.it/GaranteDetenuti/2023-11-29_Relazione-2023.pdf.

[34]Tagliagambe S., Le parole sono pietre: perché è importante evitare di scagliarle impropriamente, in “Parole e carcere: la fabbrica del linguaggio”, op. cit., p. 152.

[35]“Parole e carcere: la fabbrica del linguaggio”, op. cit., p. 152.

[36]Sposito, op. cit., pp. 57-58.

[37]Sposito, op. cit., pp. 58-59. L’autore esemplifica: 1) “provo ribrezzo per un musulmano” (cioè solo perché è musulmano – pregiudizio); 2) “penso che, siccome è musulmano, sicuramente è violento” (stereotipo); 3) “nelle amicizie evito di frequentare i musulmani” (discriminazione).

[38]Sposito, op. cit., p. 59.

[39]Diverse le iniziative intraprese: dal Consiglio Nazionale Forense, che ha riservato alla materia diversi percorsi formativi, all’Unione Camere Penali Italiane, che ha istituito di recente la Commissione per la Linguistica giudiziaria. Da segnalare anche il Corso di Formazione Permanente “Psicologia del giudicare” a cura della Scuola Superiore della Magistratura.

[40]Bottini G., Il ruolo delle Neuroscienze nella comprensione del testo giuridico, in “Le parole giuste. Scrittura tecnica e cultura linguistica per il buon funzionamento della pubblica amministrazione e della giustizia”, Senato della Repubblica e Università di Pavia, Munari Edizioni, 2017. L’autrice illustra uno studio recente in cui alcuni scienziati hanno esplorato quali siano le aree cerebrali che si attivano in un gruppo di giudici durante l’individuazione delle responsabilità e quando devono invece stabilire l’entità della punizione. I risultati dimostrano che nell’atto di identificare le responsabilità, ovvero di decidere se un individuo debba o meno essere punito, si attivano aree cerebrali coinvolte in processi cognitivi strategici e di analisi, in particolare le cortecce prefrontali. Nella fase in cui invece i giudici devono stabilire l’entità della punizione commisurandola all’atto commesso, il distretto cerebrale che si attiva è nel contesto del circuito delle emozioni che è completamente distinto dalle aree associative che modulano le funzioni cognitive.

[41]Vedi sul punto Kahneman D., Pensieri lenti e veloci, 2011, Mondadori, 2012.

[42]Kahneman D., Sibony O., Sunstein C.R., Rumore. Un difetto del ragionamento umano, UTET, 2024.

[43]Per un approfondimento Forza A., Rumiati R., L’errore invisibile. Dalle indagini alla sentenza, Il Mulino, 2025.

[44]Per un approfondimento Muglia L., Neuroscienze e reati minorili: categorie penalistiche e psicologia del giudicare, in Giustizia Insieme, 13 novembre 2020, www.giustiziainsieme.it/it/diritto-penale/1357-neuroscienze-e-reati-minorili-categorie-penalistiche-e-psicologia-del-giudicare.

[45]Secondo Fair Trials in Europa gli individui neurodivergenti (persone con autismo, ADHD, sindrome di Tourette o disturbi dell’apprendimento) affrontano svantaggi sistemici nei sistemi di giustizia penale, che non riescono a riconoscere i loro bisogni specifici e a fornirgli il supporto necessario per partecipare al processo penale. Sebbene la Raccomandazione della Commissione Europea del 27 novembre 2013 (GUE C 378 del 24.12.2013) sulle garanzie procedurali per le persone vulnerabili indagate o imputate in procedimenti penali rappresenti un passo nella giusta direzione, la sua natura non vincolante la rende priva di efficacia giuridica. Vedi sul punto Vieira A., Making justice accessible: neurodivergent individuals and procedural accommodations, in Fair Trials, 20 maggio 2025, www.fairtrials.org/articles/news/making-justice-accessible-neurodivergent-individuals-and-procedural-accommodations.

[46]Gallese V., Language and bodily multimodality. The role of embodied simulation, in Sistemi Intelligenti, Volume 2, 2025, pp. 165-166.

[47]Carrozzo F., Marinelli A., Pisanello G., Valzano F., Lo sguardo degli altri, in Psicologia della Visione, 2015/2016.

[48]Serra C., Fabrizi L., Il linguaggio degli occhi. La comunicazione non verbale in ambito di istituzioni totali, Edizioni Universitarie Romane, 1993.

[49]Muglia L. & Di Leverano A.M., Il reinserimento sociale delle persone detenute: neuroscienze, epigenetica e welfare, in Welfare e Ergonomia, Franco Angeli, n. 2/2024, p. 167.

[50]Catuara Solarz, op. cit., pp. 127-128; Murrow G.B. & Murrow R., A hypothetical neurological association between dehumanization and human rights abuses, in Journal of Law and the Biosciences, volume 2, 2015, pp. 336-364.

[51]Catuara Solarz, op. cit., p. 128.

[52]Breggia L., Per un linguaggio non ostile dentro e fuori il processo. Il potere delle parole. Avere cura delle parole, in Questione Giustizia, 5 novembre 2022.

[53]Breggia, op. cit.

[54]Breggia, op. cit. Gli Osservatori sulla giustizia civile si occupano da alcuni anni di formazione sulla lingua del diritto. Ispirandosi al Manifesto dell’Associazione Parole O’Stili, essi hanno varato le Linee guida per un linguaggio non ostile, dentro e fuori il processo.

[55]Blaiotta R., L’educazione sentimentale del giudice. A proposito di giustizia, amianto, vittime diffuse, in Sistema Penale, www.sistemapenale.it, 15 giugno 2021.