ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Ponti versus muri, o muri e ponti. 4) Nel Natale del covid non siamo più tanto buoni

Ponti versus muri, o muri e ponti. 4) Nel Natale del covid non siamo più tanto buoni

di Giuseppe Savagnone

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Sommario: 1. Un Natale rovinato? - 2. La nuova conflittualità sui vaccini e il green pass - 3. Dagli intellettuali ai social, una guerra fratricida - 4. A Natale non siamo tutti fratelli - 5. La festa di Dio è quella dell’uomo.

1. Un Natale rovinato?

Un altro “Natale di guerra” con il covid - il secondo dallo scoppio della pandemia - mette a dura prova il clima festoso che ha sempre caratterizzato questa festa. Già la formula del “distanziamento sociale” contraddice la sua essenza, che tradizionalmente è quella di riunire intorno a una bella tavola imbandita, in un clima di serena distensione e di allegria, le famiglie disperse, gli amici lontani, tutti coloro che i ritmi inesorabili della società contemporanea  hanno diviso nel corso dell’anno. E invece no: mascherine, niente abbracci, niente assembramenti, ambienti ben aereati (e quindi esposti al freddo invernale).

E questo è ancora solo un aspetto, per quanto importante, del problema. Per ciò che ormai da tempo il Natale significa nella società odierna – la celebrazione del consumismo di massa -  la pandemia viene a rovinare  anche l’economia, rendendo più precaria la corsa agli acquisti, i viaggi, le cene al ristorante. Anche perché il virus ha rivelato una terribile capacità di mutazione e si ripresenta in sempre nuove varianti – l’ultima è quella omicron - , facendo temere che presto non basteranno più per definirlo tutte le lettere dell’alfabeto greco.

2. La nuova conflittualità sui vaccini e il green pass

C’è tuttavia qualcosa, nel momento attuale, che colpisce più alla radice il senso del Natale. Essa ha sempre rappresentato la festa della bontà, in cui la durezza dei cuori si scioglie e lascia affiorare barlumi di solidarietà e di fraternità abitualmente soffocati dalle logiche spietate del “terribile quotidiano”.

Di questa fraternità, oggi, stentiamo molto a vedere delle tracce. Le misure approntate dai vai governi per contenere la pandemia, in particolare la campagna vaccinale e l’obbligo del green pass, hanno scatenato in diversi Paesi reazioni che vanno dal rassegnato vittimismo di chi deve sottostare a una prevaricazione dei propri più sacri diritti,  a una protesta, che assume anche forme violente.

Ormai tramontate le guerre di religione, finiti anche i tempi delle contrapposizioni ideologiche, sperimentiamo con un po’ di stupore che le fratture,  un tempo dovute a quelle divergenze ideali, si verificano oggi, con non minore drasticità, per la questione dei vaccini.  Quello che nel vangelo si preannunziava come effetto  della nuova fede - «separare l'uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera» (Mt 10,35) – lo stiamo oggi sperimentando per i problemi legati all’esistenza della pandemia e alle eventuali misure  per il suo contenimento.

Amicizie saldissime si sono incrinate, su questi temi  per la foga della reciproca polemica. All’interno delle famiglie si sono accese aspre discussioni. Nessun vaccino – anzi più in generale, nessun farmaco (nemmeno la famosa pillola anticoncezionale) – aveva forse mai diviso gli animi quanto questo.

3. Dagli intellettuali ai social, una guerra fratricida

Lo scontro non si svolge solo a livello privato, ma ha il suo riscontro pubblico a livello intellettuale. A fronte di una maggioranza della comunità scientifica che attesta la gravità del fenomeno, ci sono state persone di cultura, come il filosofo Agamben, che parlano della «invenzione  di un’epidemia», con cui si sarebbe trasformata «una normale influenza, non molto dissimile da quelle ogni anno ricorrenti», in una catastrofe umanitaria, allo scopo di giustificare «frenetiche, irrazionali e del tutto immotivate misure di emergenza».

In  netta contrapposizione a papa Francesco, secondo cui   il vaccino «può salvare tante vite umane, non dimentichiamolo», c’è stata la durissima denunzia  di mons. Carlo Viganò, arcivescovo e già nunzio apostolico negli Stati Uniti: «Ci siamo svegliati un po’ tardi, è vero, ma stiamo cominciando a capire che ci hanno ingannato per quasi due anni, raccontandoci cose che non corrispondevano alla realtà, dicendo che non c’erano cure, che si moriva di Covid, mentre uccidevano deliberatamente i contagiati per farci accettare mascherine, lockdown e coprifuoco».

Senza arrivare a questo estremo negazionismo, altri intellettuali, pur riconoscendo l’utilità dei vaccini,  si sono schierati contro l’obbligo del green pass. È il caso di Massimo Cacciari, che ha firmato insieme ad Agamben  una lettera in cui si denunzia il pericolo che l’introduzione dell’obbligatorietà del green-pass dia luogo alla «discriminazione di una categoria di persone, che diventano automaticamente cittadini di serie B», creando una situazione che è tipica dei regini totalitari. «Un fatto gravissimo, le cui conseguenze possono essere drammatiche per la vita democratica».

È anche il caso dei 300 docenti universitari  - tra cui il noto storico Alessandro Barbero - che, invocando analoghe motivazioni, hanno firmato una lettera in cui si dichiara  «ingiusta e illegittima la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana).

Anche se queste posizioni sono state fin dall’inizio decisamente contestate dalla maggioranza del mondo universitario, che parla di assurdo “complottismo” e di misconoscimento delle ragioni della scienza, i no-vax e no-pass non demordono e l’8 dicembre scorso, a Torino, hanno celebrato un convegno seguito da quasi tremila persone, in cui si è costituita una «Commissione dubbio e precauzione» col compito di sostenere la loro causa.  

Non si tratta di un dibattito limitato agli ambienti intellettuali. Basta andare sui social per scoprirne le vastissime risonanze mediatiche. Con toni tutt’altro che rispettosi e  dialogici. Fino al punto di pubblicare su Telegram l’indirizzo dell’abitazione romana del premer Draghi, con un minaccioso invito a ritrovarsi ogni sera davanti al suo portone.

La guerra del covid si è trasformata, insomma, in una guerra fratricida e assolutamente trasversale, che lacera le nostre società e rende problematica la serenità della convivenza, soprattutto in un momento in cui la pandemia e le misure sanitarie sono di fatto, ormai da mesi, l’argomento prevalente sia sui mezzi di comunicazione sia nelle conversazioni private. Per non rovinare il cenone di Natale sarà meglio, quest’anno, parlare del tempo e dei mutamenti climatici…

4. A Natale non siamo tutti fratelli

Ma la più grave smentita dello spirito natalizio è forse quella che viene dallo stile con cui la risorsa dei vaccini è stata finora gestita dalle società opulente, le quali, al di là di dichiarazioni prevalentemente retoriche, non hanno fatto quasi nulla per aiutare i Paesi poveri ad averne la quantità necessaria per le loro rispettive popolazioni.

«Il cartello di associazioni sanitarie e umanitarie People’s Vaccine Alliance denuncia che, rispetto agli 1,8 miliardi di dosi promesse al fondo Covax, nato per distribuire vaccini ai Paesi più poveri, al momento ne sono arrivate 261 milioni, solo il 12%» (A. L. Somoza, Vaccini ai paesi poveri, promesse da marinaio, su «Huffington Post», 26 ottobre 2021) . 

E stenta ancora moltissimo a passare la richiesta di una moratoria dei diritti di proprietà intellettuale dei vaccini, proposta già nell’ottobre 2020 da India e Sudafrica e sostenuta energicamente da papa Francesco nella sua battaglia contro i “muri” che dividono i poveri dai ricchi

Si tratta, infatti, di una misura tesa  a superare la logica capitalista dei monopoli con cui le grandi case farmaceutiche  impediscono ai Paesi in via di sviluppo di produrre autonomamente i vaccini necessari a combattere la diffusione della pandemia. 

Non tutti sanno che ad opporsi strenuamente da mesi a questa svolta è, insieme a Gran Bretagna, Svizzera e Canada, la Commissione Europea la quale, in alternativa, ha proposto che delle «licenze volontarie per il trasferimento di tecnologie alle aziende nei Paesi del Sud del mondo» venga effettuata dalle multiazionali farmaceutiche «in cambio di abolizione delle restrizioni commerciali, abbattimento delle barriere doganali, facilitazioni fiscali. Così i monopoli sono salvi» (N. Dentico, Covid. Vaccini. La Terza via dell’Europa mette all’angolo i Paesi poveri, su «Avvenire» 27 novembre 2021). 

E questo mentre la stessa Commissione elaborava delle linee-guida, poi ritirate, in cui, per combattere ogni forma di discriminazione, si chiedeva ai suoi dipendenti di  attenersi ad un «linguaggio inclusivo»,  da cui bandire  nomi propri come Maria e Giovanni, perché presenti nella Bibbia, ed espressioni come “buon Natale”, da sostituire con “buone festività”, per rispetto alle culture non cristiane. Come se l’inclusività potesse realizzarsi annullando le differenti identità, invece che trattandole tutte con un rispetto che include la solidarietà.

Vecchia, ipocrita Europa senza più anima - un tempo cristiana e ora neppure umana! Altro che spirito di fraternità! Certo, la tristezza per questa perdita non può e non deve far dimenticare tanti meriti che, malgrado tutto, la rendono preziosa e che continuano ad alimentare la speranza di una sua rinascita. Peraltro, quello  che il Natale richiederebbe non è un buonistico altruismo, ma la cura intelligente del suo stesso bene. Come è evidente nel caso dei vaccini. Gli immunologi sostengono che le varianti nascono e proliferano laddove la campagna vaccinale stenta a decollare. L’affacciarsi della versione omicron del covid, devastante per tutti,  è dunque anche una conseguenza  di questo miope egoismo dell’Occidente che, come tutti gli egoismi, alla fine non paga.

5. La festa di Dio è quella dell’uomo

Il “muro” che divide i Paesi ricchi da quelli poveri in tema di vaccini è solo un caso dei tanti, tutti drammatici sul piano umano, di cui le cronache di queste settimane sono piene. Basti pensare al dramma dei migranti ammassati alla frontiera tra Bielorussia e Polonia, o a quello dei profughi di Lesbo, in riferimento a cui papa Francesco ha parlato di un «naufragio di civiltà»…

Il rinnegamento delle sue radici cristiane da parte dell’Europa, in ogni caso, non le stia portando fortuna. Si può non credere nel vangelo per fede, ma esso per secoli ha dimostrato la capacità di evidenziare i valori dell’umano  (magari anche contro la Chiesa istituzionale, che è stata sempre più lenta a riconoscerli). La fraternità è uno di questi valori, come papa Francesco, nella sua enciclica «Fratelli tutti»,  ha voluto sottolineare. Il Natale ne è un simbolo eloquente.

Resta, per chi è aperto all’ascolto, il richiamo del messaggio cristiano ad un evento che non si presenta  solo come un episodio del passato, di cui fare memoria, al pari della presa della Bastiglia o della proclamazione della Repubblica italiana, ma come una prospettiva di senso che può illuminare il futuro.  Che Dio abbia voluto diventare uomo, che abbia condiviso la vita di ogni essere umano, specialmente dei più poveri,  è una verità difficile da credersi – lo “spaventato”, colpito dalla follia per quello che accadeva, in fondo è l’unico personaggio del presepe che abbia realizzato l’inconcepibilità di ciò che stava accadendo - , ma sicuramente carica di significato. Alla luce del Natale, in ogni persona è possibile riconoscere il Suo volto divino: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me»» (Mt 25,40).  Questa è la festa Dio, ma anche quella dell’uomo, soprattutto di chi è povero e debole.

Per questo, forse, al di là del discutibile intento dichiarato, aveva una sua logica l’idea della Commissione Europea di cancellare ufficialmente dal suo vocabolario il termine “Natale”. 


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