ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Violenza di genere e maltrattanti: il progetto “Il messaggio corretto”

Violenza di genere e maltrattanti: il progetto “Il messaggio corretto”

di Giada Li Calzi* e Eva Lo Iacono**

* Direttore Fondazione Progetto Legalità onlus

** Sociologa e ricercatrice per la Fondazione Progetto Legalità onlus  

[In calce al testo, la brochure informativa della Fondazione Progetto Legalità onlus su come riconoscere la violenza e a chi rivolgersi]

Sommario: 1. Uno sguardo altro, uno sguardo oltre - 2. Ricevere/dare il messaggio sbagliato - 3. Rendere possibile correggere il messaggio - 4. Da un approccio multi-agency per un apprendimento collettivo... - 5. ...A un approccio di agency per la prevenzione della violenza a scuola - 6. Le lezioni apprese dal progetto a scuola - 7. I messaggi corretti dai ragazzi.  

1. Uno sguardo altro, uno sguardo oltre

Human è un film documentario realizzato da Yann Arthus Bertrand - fotografo, giornalista e ambientalista – che attraverso le sue foto aeree racconta il nostro pianeta sia dal punto di vista della bellezza e della biodiversità, sia rispetto all’impatto antropico. Attraverso il suo sguardo  dall’alto ci mette nelle condizioni di poter vedere tutto quello che ci è ignoto in quanto immersi nella realtà e nella cultura in cui viviamo. Esplorando il mondo, Bertrand ce lo racconta in termini di diversità anziché di differenze, facendoci così percepire la ricchezza della varietà.

Nel 2016, Bertrand scende di scala e atterra. Metaforicamente e letteralmente. Avviene per caso: l’elicottero con cui faceva le sue foto aeree in Mali ha un guasto e lui ed i suoi collaboratori sono costretti a passare qualche giorno in una zona rurale, in attesa dei pezzi di ricambio. Per la prima volta, così, intervistando a lungo un contadino locale e si trova a confrontarsi “davvero con la vita e le esperienze di una persona”. Da questa esperienza, si avvia  il progetto Human che arriva raccogliere una serie di oltre 2.000 interviste, realizzate sulla base di alcune scelte stilistiche tra cui quella di usare uno sfondo nero: tutti gli intervistati sono messi  sullo stesso piano.

2. Ricevere/dare il messaggio sbagliato

In una delle interviste raccolte, un uomo racconta la sua storia attraverso queste parole: «ricordo il mio patrigno, mi picchiava in molti modi, cavi di prolunga, grucce, pezzi di legno e un sacco di altre cose. E ogni volta che mi picchiava mi diceva: “fa male più a me di quanto io ne faccio a te. Lo faccio solo perché ti voglio bene”. Questo mi comunicava il messaggio sbagliato su cosa fosse l’amore. Così per molti anni ho pensato che l’amore dovesse fare male e ho fatto male a chiunque amassi. E ho misurato l’amore in base al dolore che gli altri ricevevano da me. E’ stato così finché non sono finito in prigione, un luogo privo d’amore, dove ho cominciato ad avere una comprensione di ciò che era o non era amore. Lì ho incontrato qualcuno: lei mi ha dato la prima intuizione di ciò che era l’amore. Lei ha guardato oltre la mia condizione e il fatto che io fossi in prigione con una sentenza all’ergastolo per il peggiore degli omicidi che un uomo possa commettere: uccidere una donna e il suo bambino. È stata lei: Agnes, la madre di Patricia e la nonna di Chris, che io avevo ucciso, a darmi la migliore lezione sull’amore perché aveva tutto il diritto di odiarmi, ma non l’ha fatto e con il tempo, lungo il viaggio che abbiamo intrapreso, lei è stata stupefacente. Mi ha dato amore e mi ha insegnato cosa fosse l’amore».

Riportando frasi come “e ogni volta che mi picchiava mi diceva: fa male più a me di quanto io ne faccio a te. Lo faccio solo perché ti voglio bene” e ancora “mi comunicava il messaggio sbagliato su cosa fosse l’amore” questa testimonianza, che Bertrand intitola «#13: amore dal più improbabile dei posti», mette a fuoco molti fattori: (i) il problema, vale a dire la violenza più che meramente il violento; (ii) la causa, rappresentata dal fatto che non c’era mai stato un altro messaggio su cosa fosse l’amore, né mai altra prospettiva o diverso punto di vista: il contesto di per sè definiva un destino; (iii) la soluzione:  fare in modo di sperimentare un’alternativa per formulare un pensiero nuovo sulla relazione affettiva partendo dalla riflessione sul significato di una relazione se basata sul controllo, la dipendenza, la violenza, o, invece, sulla fiducia, la scelta e il sostegno.

Da qui la riflessione da cui scaturisce il progetto “Il messaggio corretto”: quale messaggio diamo sulla violenza di genere? A cosa non facciamo attenzione? Chi ha la responsabilità di offrire un messaggio alternativo? Come correggere il messaggio di un “voler bene” violento?

3. Rendere possibile correggere il messaggio

Tramite un finanziamento del 2018 a seguito di un bando del Dipartimento Pari Opportunità il progetto “il messaggio corretto” è nato da una condivisione metodologica che ha visto lavorare insieme: Ufficio interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Sicilia, la Cooperativa Sociale Nuovi Sviluppi, la Fondazione Progetto Legalità Onlus, con il coinvolgimento dell’Ufficio Scolastico Regionale.

Il disegno del progetto, è partito proprio dalle domande soprariportate, e ha visto più livelli di intervento: quello interistituzionale con gli enti pubblici che si occupano del tema; quello operativo con il maltrattante e quello preventivo con gli adolescenti. La riflessione comune ha permesso di aggiungere anche una quarta dimensione, vale a dire, la collaborazione e la costruzione di una rete multilivello e dell’opportunità di modelli operativi co-disegnati.

Quando si parla di prevenzione di un crimine, lo si fa guardando diversi modelli di intervento sui quali gioca primariamente una componente di sicurezza. La novità con cui abbiamo scritto il progetto è stata, invece, quella di interrogarsi, ancora prima di intervenire, su un approccio  sociale e sistemico che guardasse all’opportunità di fare crescere una cultura interagenzia, in modo tale che chi opera nel settore avesse la possibilità di riflettere su come e in cosa sia possibile svolgere con un approccio collaborativo. Agendo, cioè, nell’interesse della vittima, e non solo quella hic et nunc, ma anche della vittima potenziale che un sistema che si limita all’inerzia procedurale, o anche alla sola solerzia, può non arrivare a proteggere.

Lo stimolo quindi è stato quello di superare il lavoro a sé stante e individuale delle singole realtà ed operatori, per arrivare invece a percepirsi come parte di una learning organization, capace sia di far tesoro di ciò che funziona sia di apprendere da quanto bisogna migliorare. Il viaggio è ancora lungo, anche se alcuni punti sono stati messi in evidenza, tra cui il messaggio lanciato dai giovani della scuola nella quale si è fatta attività di prevenzione, che chiedono alla collettività, e alle istituzioni in primis, attenzione per il loro sviluppo e sostegno per adempiere al proprio futuro e ai propri sogni.

4. Da un approccio multi-agency per un apprendimento collettivo...

Il mondo del terzo settore ha una propensione a sviluppare un’intelligenza collettiva e, in tal senso, si muove anche l’azione della Fondazione Progetto Legalità, promossa dall’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo e diventata Onlus già dal 2008 che cerca di operare secondo un principio di accountability, vale a dire: rendere conto di come si decide, di come si usano le risorse e dei risultati raggiunti. “PretenDIAMO il buon esempio” è il motto a cui si ispira la Fondazione cercando di lavorare per conoscere, comprendere e superare le “di-visioni” all’interno e tra i livelli istituzionali.  

Ogni progetto della Fondazione parte dalla realtà di riferimento, per individuare una modalità d’intervento che sia generatrice di nuove relazioni di ‘senso’ e dunque di soluzioni che nascano in seno alle dinamiche relazionali, e non quali mere risposte ad un problema estemporaneo. È un gioco di squadra che allena a “com-prendere” e “con-correre” dove si tratta, innanzitutto di attivare interazioni: infatti, perché un progetto possa favorire una vera trasformazione, bisogna sviluppare una visione che vada oltre alla stessa vita progettuale. In sintesi, anziché  cercare un posizionamento momentaneo è necessario puntare ad un impatto di sistema.

Questo gioco di squadra è ciò che ha saputo attivare l’UIEPE Sicilia - partner istituzionale del progetto “Il messaggio corretto” (referente scientifico: dott.ssa Rosanna Provenzano dell’UEPE di Caltanissetta) -, che ha accolto e stimolato collaborazioni diverse e parallele. In questo quadro, sono stati messi a fattor comune due progetti che avevano nell’UIEPE il partner istituzionale: il progetto “il messaggio corretto” con capofila la Coop Nuovi sviluppi (referente: dott.ssa Anna Amoroso) e il progetto “CIMA” con capofila il centro Padre Nostro di Brancaccio (referente: d.ssa Maria Pia Avara). Entrambi prevedevano azioni formative rivolte agli operatori UEPE e, raccordati, aumentavano la potenzialità di poter realizzare un percorso più solido e strutturato.  

La progettazione congiunta dei moduli formativi, sostenuta dall’Anm Palermo (con la d.ssa Giovanna Nozzetti e il dott. Ennio Petrigni)  a cui hanno collaborato attivamente, anche i magistrati del Direttivo della Fondazione tra cui il dott. Leonardo Agueci, attuale presidente della Fondazione e già Procuratore aggiunto a Palermo, e Giovanbattista Tona consigliere di Corte d’appello a Caltanissetta, ha coinvolto docenti, criminologi, magistrati con diverse esperienze e ruoli, e ancora, operatori sanitari, forze dell’ordine, e il Garante dei Detenuti. L’unione fra le due progettualità ha consentito di allargare il numero dei partecipanti, arrivando a coinvolgere operatori UEPE di tutta la Sicilia, nonché di estendere la formazione a più enti istituzionali. E’ stato possibile, così, fare formazione alle forze dell’ordine, oltre che agli assistenti sociali, psicologi ed esperti in mediazione dei conflitti. Un ideale prosieguo del dibattito, che attraverso le componenti istituzionali dialoghi anche con il tavolo attivato a livello regionale presso il Dipartimento delle politiche sociali, dovrebbe allargare la platea alla componente sanitaria territoriale (evitando di pensarsi come attori di un sistema che si limita a intervenire quando la violenza è consumata), nonchè alla Procura dei Minori e all’avvocatura poichè il tema dei maltrattanti è spesso fortemente collegato alla violenza assistita.

Un esempio di collaborazione, questo, che lancia un nuovo approccio ben descritto dalle parole della Dott.ssa Rosanna Provenzano, dirigente UEPE CL: “Dal mio punto di vista, il progetto “il messaggio corretto” è stato capace di ‘mettere a sistema’ a favore di un approccio multi-agency che spinge i singoli Enti e Soggetti che si occupano del tema ad uscire dalla propria specificità di settore, allo scopo di perseguire un obiettivo più ‘alto’. Bisogna abbandonare un approccio meramente burocratico e settoriale, mentre è importante - soprattutto in un periodo di crisi - valorizzare quanto abbiamo, favorire l’incontro e fare sistema”.

Approccio, questo, sostenuto anche dal capofila di progetto, nelle parole della Dott.ssa Anna Amoroso: “La novità di un progetto di questo tipo sta proprio nel creare una sinergia tra più Soggetti sia essi pubblici che privati (dalla Questura ai commissariati ai rappresentati del mondo del terzo settore), costituendo una rete molto ampia. In pratica abbiamo messo in ‘filiera’ le risorse presenti sul territorio favorendo una azione congiunta, piuttosto che settoriale e individuale”.

5. ...A un approccio di agency per la prevenzione della violenza a scuola

Oltre alla formazione, il progetto ha puntato fortemente sulla prevenzione. Per farlo si è deciso di coinvolgere i più giovani così da riflettere con loro sui rapporti di genere. La modalità è stata quella dell’ascolto reciproco, della comunicazione e del riconoscimento delle emozioni attraverso la tecnica della mediazione umanistica. l’obiettivo era quello di attivare un cambiamento culturale che scardinasse quegli stereotipi, spesso radicati, che generano relazioni squilibrate, prostrazione e umiliazione. L’approccio è quello dell’Agency dell’individuo,   nel senso in cui lo intendono Amartya Sen e Martha Nussbaum, come “capacitazione” necessaria all’individuo per potersi realizzare come persona.

Nasce così l’intervento a scuola, realizzato dalla Fondazione Progetto Legalità Onlus presso l’Istituto di Istruzione Superiore F. Ferrara di Palermo, collocato nel quartiere della Cala, individuato con il supporto d.ssa Fiorella Palumbo, Dirigente Tecnico dell'USR - Ufficio scolastico regionale (referente per la materia). Si tratta di un Istituto che vive dentro un quartiere multietnico con la presenza di diverse comunità (bengalese, shrilankese, marocchina, ghanese e algerina). Nella scuola i giovani italiani e quelli appartenenti a comunità straniere trovano assieme la via per una convivenza interculturale. Molti degli studenti stranieri che frequentano il Ferrara hanno ancora fresca l’esperienza e la paura del viaggio affrontato, e le speranze legate a quel loro arrivo in Italia. Colpiscono, a questo riguardo, le riflessioni di uno studente extracomunitario, grato ai propri genitori per consentirgli di studiare nonostante il loro stato di povertà.

Nella maggioranza dei casi, però, i giovani che frequentano l’Istituto vivono in un contesto socio-culturale che li avvicina, pericolosamente, alla  strada e alle sue attività, incrementandone l’evasione scolastica. Da quanto accennato, l’Istituto lavora con complessità tali da richiedere molte energie e risorse. La crisi pandemica ha ulteriormente esacerbato la fuga dal mondo della scuola.

In un contesto di questo tipo, il progetto “Il messaggio corretto” ha lavorato sulle “capacità” relazionali, consentendo di ritagliare uno “spazio protetto” di riflessione e condivisione di esperienze ed emozioni.  A partire dal mese di gennaio 2020 fino a febbraio 2021, con dieci classi sono stati effettuati degli incontri periodici di mediazione dei conflitti con due esperte di mediazione con formazione complementare: psicologia (d.ssa Loredana Genovese) e assistente sociale (d.ssa Anita Russo), entrambe con esperienze di giudice onorario presso il Tribunale per i minori di Palermo. il lavoro di mediazione, condotto in assetto plenario e circle time, coadiuvato da un osservatore esterno (Marco Panebianco), ha permesso di fare emergere emozioni molto diverse e via via più intense, in un ambiente di ascolto e  accompagnamento.  Come descritto dalle esperte, il metodo di lavoro fa sì che l’attenzione non è mai volta sulla persona ma sulle sue emozioni, favorendo pertanto un approccio empatico e non giudicante: “Non si viene riconosciuti tramite un giudizio, ma sei riconosciuto rispetto a quello che stai provando (…) Finalmente c’è qualcuno che vede quello che stai provando e ti accompagna in quelle che sono le emozioni”.

Nelle parole dei ragazzi, sono diverse le tematiche emerse, connesse alla natura e alla qualità delle relazioni: il rapporto uomo/donna e la valutazione di un rapporto sano; i rapporti etero ed omosessuali e la possibilità di identificarsi oltre i pregiudizi; le caratteristiche della violenza di genere e i diversi tipi di violenza (assistita, economica, psicologica, sessuale e fisica); il conflitto e il riconoscimento delle proprie emozioni attraverso l’ascolto e la reciprocità. E ancora, i temi della solitudine adolescenziale e la difficoltà di piacersi e accettarsi, soprattutto quando l’altro diventa lo specchio della propria identità.

Da qui, anche le problematiche relative alla violenza di genere e/o il bullismo.

Le ragazze, in particolare, percepiscono tanti pregiudizi verso la figura femminile, relegata, ancora, a vecchi paradigmi e stereotipi come quello della donna-casalinga. Manifestano il bisogno di essere riconosciute fuori dai cliché. Alcune giovani appartenenti a comunità straniere affermano di non potersi autodeterminare nelle relazioni e di non essere libere nella scelta del proprio compagno/a di vita.  

Si tratta di giovani donne che risentono di relazioni di genere dal carattere patriarcale dove la figura maschile deve esercitare un controllo verso quella femminile limitandone l’autonomia. Come racconta una operatrice, l’esercizio di questo controllo inizia già nelle prime esperienze di coppia: “rispetto alle relazioni di genere ci siamo scontrati con una idea piuttosto “comune”nel racconto uomo/donna: l’uomo “cacciatore” e la donna “preda”. Molte ragazzine italiane ci hanno raccontato del fatto che devono cancellare dalla rubrica tutti i nomi e i numeri di telefono di maschi, oppure che devono vestirsi in un certo modo - evitando la minigonna o maglie scollate - per non mancare di rispetto al proprio fidanzato”.

Il lockdown ha esacerbato quelle dinamiche domestiche e familiari già squilibrate e opprimenti. Per alcune giovani, di origine africana, all’isolamento del lockdown si è aggiunto il constante controllo esercitato, a più livelli, dalla propria comunità culturale: “Per tutto quello che faccio e mi succede nella vita devo condividerlo con la mia comunità e quello che mi pesa di più è il giudizio. Cioè: se faccio qualcosa che non va bene per la mia comunità sono giudicata. Sono punita”. Mentre altre ragazze, di origini bengalesi, raccontano di vivere relegate nell’ambito domestico e, una volta terminate le lezioni, di tornare a casa senza aver più la possibilità di uscirne. Nelle loro parole non poter frequentare la scuola “è stata una tortura, perché la scuola è libertà” , e ancora “la scuola rappresenta la massima espressione di libertà”.

Da queste testimonianze si evince il ruolo fondamentale che, oggi, può giocare la Scuola nel determinare una rivalsa dei giovani più fragili e di come il problema vada affrontato, in modo interistituzionale e con maggiori strumenti culturali.

In un ambiente carico di emozioni come quello descritto, gli operatori hanno raccolto tanti messaggi e provocazioni da parte di questi giovani. Tra le attività svolte, è stato chiesto ai ragazzi e alle ragazze di immaginarsi nell’altro genere: sono emersi modelli di uomo e donna estremi. In particolare nelle parole delle ragazze è emerso sia il messaggio da correggere (“se fossi uomo sarei violento”), ma anche riflessioni per arrivare a quello corretto: “se fossi uomo farei sorridere la mia donna”, che confermano la bontà dell’approccio adottato per raggiungere il cambiamento auspicato.

Il lavoro avviato con la scuola continua oltre il termine del progetto con un ciclo di incontri informativi promosso con la dott.ssa Patrizia Abate, Dirigente Scolastica e la docente Giuliana Spera, responsabile della funzione referente. Il primo di questi è con la Polizia di stato, per proseguire con un’associazione di protezione delle donne,  una cooperativa che si occupa di maltrattanti e/o direttamente con referenti UIEPE, magistrati, proprio per consentire alla scuola di formare una rete interistituzionale di riferimento e, al contempo, mettere i discenti in condizione di comprendere il ruolo di ogni attore. L’approccio, in questa fase, è volto a supportare una prospettiva “multi-agency” in cui sia possibile, intanto, comprendere al meglio il contributo che ogni attore istituzionale è chiamato a dare.

6. Le lezioni apprese dal progetto a scuola

In relazione a tutto quello che è emerso durante le attività, si evincono alcuni aspetti che potrebbero essere rafforzati in modo da supportare la comunità educante, e la gestione delle problematiche che essa si trova ad affrontare.  

6.1. Attivazione all’ascolto e propensione all’accoglienza.

L’attivazione all’ascolto reciproco consente agli alunni/e e alle loro famiglie di interagire meglio tra loro, e verso gli altri. Quindi di riconoscere nella scuola un posto in cui si apprendono anche soft skill, e non solo competenze di base legate alle discipline curriculari.  

6.2. Attivazione di strumenti di comprensione culturale.

Gli stessi operatori attivati nell’ambito del progetto, per quanto esperti, sentono la necessità di comprendere i limiti della loro operatività rispetto a vincoli culturali e religiosi, onde poter mantenere il dialogo necessario al clima di fiducia che bisogna instaurare con l’alunno/a che decide di aprirsi agli adulti e raccontare il proprio disagio/problema. Il tema, come dimostrano le cronache più recenti, si fa urgente: non basta proteggere le giovani donne ma occorre comprendere e farsi comprendere dalle altre culture, guardando anche a un particolare contesto familiare dove rischia di consumarsi un particolare tipo di violenza di genere volta a soffocare anche con le misure più estreme ogni possibilità di una propria autorealizzazione dei figli.  

6.3. Comunicazione aperta e riconoscimento delle emozioni.

La comunicazione più aperta da parte degli alunni/e consente ai docenti (e ai compagni di classe) di mettere in atto strategia di supporto, anziché rischiare di scambiare per indifferenza, o alterigia, l’isolamento attuato da parte di alcuni alunni/e. Inoltre, essere in grado di riconoscere gli effetti delle proprie azioni diminuisce il carico di reazioni aggressive e di rabbia e aiuta a esprimere in modo diverso il proprio disagio. Consente inoltre in presenza di un livello di disagio per una situazione che pur non configurando reato ne coltiva il rischio di degenerazione, di valutare l’eventuale opportunità di intervento in modo non meramente “burocratico”, predisponendo gli stessi ragazzi a trarre le informazioni necessarie attraverso incontri con la rete dei servizi per le donne, i centri per i maltrattanti, le forze dell’ordine, la magistratura, gli operatori dell’esecuzione penale esterna permettendo così di conoscere e comprendere la rete dei servizi e il modo in cui questi possono cooperare. Nonché introducendo ad altri temi relazionali come le dipendenze, il bullismo e il cyberbullismo.  

Questa analisi è frutto di un lavoro di osservazione voluto all’interno del progetto: un momento di valutazione che non fosse solo quantitativo ma anche e soprattutto qualitativo e consentisse così di cogliere e restituire nuove ipotesi di lavoro sia in classe sia al gruppo di progetto, con l’obiettivo di potere raccogliere elementi per definire un modello di intervento per prevenire la formazione di comportamenti criminogeni in termini di violenza di genere e, soprattutto, per mettere i più giovani, già privati di due anni di socializzazione, in condizione di tornare a una qualità della relazione nell’ottica della promozione dell’uguaglianza di genere.

Ciò anche in una prospettiva di lavoro europea che prevede, tra le altre cose: una raccomandazione sulla prevenzione di pratiche dannose, il lancio di una rete europea sulla prevenzione della violenza di genere, il finanziamento di iniziative all’interno del programma Daphne.    

7. I messaggi corretti dai ragazzi

Sono almeno tre i messaggi “corretti dai ragazzi/e” che un’azione di prevenzione con respiro ampio come in questo progetto ha consentito di fare emergere:

Se negli obiettivi generali di un programma il focus è sul prevenire la discriminazione dovremo fare attenzione anche al fatto che l’effetto del lockdown ha reso tutti uguali (cioè tutti a casa) solo nel senso peggiore: nessuno ha più potuto sviluppare la propria unicità imparando a metterla in relazione con gli altri. Un effetto sterilizzante che ha di fatto privato una generazione della possibilità e capacità di contaminazioni, nel senso positivo del termine, che dovremmo puntare a recuperare. Pensando alla lezione plasticamente appresa da Yann Arthus Bertrand sull’importanza di uno sguardo alto ma senza dimenticarci dell’importanza di atterrare, tra la gente, e costruire relazioni con cui dare un nuovo senso al nostro mondo.  

Siamo entrati in classe pensando di dover mantenere la giusta distanza ma, questo progetto, ha messo in luce che dovremmo ri-apprendere/lavorare con la prospettiva della giusta vicinanza.  

La libertà di scegliere e di poter realizzare se stessi è il dono simbolico che ragazzi e ragazze hanno formulato per i compagni/e che, a vario titolo, hanno raccontato il proprio disagio nelle relazioni di genere, non solo come coppia ma anche, da non sottovalutare, nel rapporto con i genitori.    

 

Tutti i materiali di progetto (tra cui la brochure informativa per riconoscere la violenza e capire cosa fare, e un video che raccoglie le parole di chi lavora sul campo per illustrare il bisogno di investire sulla crescita di una cultura interistituzionale) sono sul sito www.progettolegalita.it a disposizione delle scuole e/o di chi vuole promuovere azioni sui maltrattanti.

Per ogni informazione, e/o per futuri progetti si può contattare la Fondazione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


 

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