ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

La resa dei conti e la reazione della magistratura di Vladimiro Zagrebelsky

La resa dei conti e la reazione della magistratura

di Vladimiro Zagrebelsky    

I tanti messaggini captati nell’indagine di Perugia aprono una finestra su una penosa realtà di traffici personali più o meno gravi, che non si esaurisce certo in quanto ora diviene pubblico. Essa sollecita ancora una volta la magistratura a ripensare seriamente se stessa. Ben più gravemente, ma ancora senza significative reazioni, si susseguono notizie di magistrati corrotti. Troppo frequentemente, in vicende diverse ma tutte gravissime perché riguardano magistrati (ordinari, amministrativi, tributari, onorari), la pubblica opinione è raggiunta dalla notizia di arresti e processi. I quotidiani che ne trattano nemmeno vi attribuiscono il clamore che meriterebbero. E si ha l’impressione che la magistratura, dato corso agli obbligatori provvedimenti amministrativi, pensi che convenga non enfatizzarne il significato e aspettare che ne svanisca il ricordo. Errore gravissimo. Dovrebbe allarmare al massimo grado il fatto che l’arresto o l’incriminazione di un magistrato non cagioni ormai un maggior sdegno di quanto non derivi dalla percezione della diffusa corruzione nella amministrazione pubblica e nella politica.

È chiaro che è impossibile attribuire alla magistratura nel suo complesso la modestia etica che emerge da quelle chiacchiere (e dai fatti cui si riferiscono) e ancor meno dagli episodi di corruzione. Tuttavia, per un consigliere del Consiglio superiore della Magistratura clientelare vi sono decine di clienti. Si usa deplorare il primo, quando vien scoperto, ma il problema vero sono i secondi. Il consigliere è persona di servizio, che passa le sue giornate a soddisfare coloro che lo hanno eletto. Egli non li tradisce, poiché è stato votato proprio per fare quel mestiere. Sarebbe tempo che, non in inutili documenti delle associazioni, ma nel comportamento di tutti e di ciascuno si sviluppasse un visibile cambio di passo. Nelle vicende associative, vi sono state fratture motivate dal rifiuto del clientelismo come tratto identificativo di più di un gruppo. Ma la logica propria della ricerca del consenso (e dei voti) si è poi imposta, divenendo irresistibile la richiesta e l’offerta di protezione e promozione dei sodali. Ricordo che più di trent’anni orsono, all’epoca della scissione del Movimento per la giustizia da Unità per la Costituzione, il rifiuto delle imperanti pratiche clientelari e dell’irrilevanza di criteri etici nella gestione della Associazione, spingeva alcuni di noi a suggerire che il nuovo gruppo si concentrasse sulla attività culturale, distinguendosi con il rinunciare a concorrere alle elezioni nella Associazione e per il CSM. Prevalse la posizione inversa. E prevalse poi la forza delle cose, nel contesto.    

Potrebbe ormai essere troppo tardi, per evitare che anche la credibilità dell’attività giudiziaria, delle sentenze, delle indagini penali sia travolta nell’opinione generale, già pronta a credere che tutto sia corrotto, tutto marcio. Su questa base si offre ad un vasto mondo politico l’occasione della attesa resa dei conti con una magistratura che fortunatamente, anche se spesso malamente, ha abbandonato l’antica deferenza verso il Potere. Per questo non sono necessarie riforme legislative. Basta far passare l’idea che la magistratura è una vergognosa congrega di corruttela e, soprattutto, di “politicizzazione” per rendere non credibile tutta la sua azione -e quindi tutti i condannati vittime anziché colpevoli- e persino per negare i fatti accertati dalla magistratura, nel passato, nel presente e nel futuro. Se non altro per questo, portano una imperdonabile responsabilità i non pochi protagonisti dei traffici e gli ambienti della magistratura che li hanno promossi e eletti.

            Scopo dichiarato di una possibile riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e della sua composizione, tramite una nuova (una ennesima!) legge elettorale per la quota dei due terzi riservata ai magistrati, è la eliminazione dell’influenza delle correnti della Associazione nazionale dei magistrati. Nei provvedimenti del CSM si vuole che valga il merito dei magistrati e non l’appartenenza a questa o quella consorteria. Consorteria è la parola giusta, poiché le trattative e gli scambi alla ricerca delle necessarie maggioranze nel Consiglio intersecano le correnti e spesso ne prescindono. Ciò che con una riforma del CSM si dichiara di voler assicurare è la prevalenza del merito dei magistrati. Sarebbe difficile dissentire, ma purtroppo il richiamo al merito non è soluzione sufficiente. Il problema, infatti, è l’identificazione e la valutazione del merito. Certo quando si debbano comparare più candidature di magistrati che chiedono di ottenere un posto direttivo negli uffici giudiziari o anche solo un trasferimento da sede a sede, da ufficio a ufficio, vi sono posizioni indiscutibili di spiccata qualità o di evidente inadeguatezza. Ma restano sempre candidati che è impossibile classificare in funzione del merito e della idoneità a ricoprire quel posto. “Merito” e “idoneità”, infatti, per fare che cosa? I criteri prestabiliti sono spesso ambivalenti: la varietà delle esperienze maturate dal candidato pesa più o meno della specializzazione acquisita? E come si può motivare la preferenza dell’uno o dell’altro sulla sola base di quanto risulta dal fascicolo personale? Nei trasferimenti ordinari frequentemente non è seriamente possibile sostenere che una domanda è più meritevole di un’altra (salvo che si segua seccamente il criterio della collocazione nel ruolo di anzianità). E quando si tratta di assegnare un incarico direttivo, tra i candidati vi sono anche magistrati che mai ne hanno esercitato uno.

È esperienza comune che possono essere in competizione magistrati non distinguibili sul piano del “merito” e che tuttavia promettono di agire in modo diverso (soprattutto, ma non solo, se si tratti di incarichi direttivi): diverso per le correnti culturali che legittimamente e utilmente percorrono la magistratura, e quindi per i modi di intendere la funzione giudiziaria, i disegni organizzativi degli uffici, le scelte di priorità cui indirizzare le risorse dell’ufficio, ecc. Ignorare questa realtà è illusorio o negativo. Così come mistificante è la pretesa che i magistrati si distinguano solo per il merito o la preparazione giuridica. Da tempo la soggezione dei giudici soltanto alla legge, stabilita dalla Costituzione, non significa alcun automatismo nella interpretazione e applicazione della legge. L’idea illuministica del giudice bocca della legge, proclamata dai Montesquieu, dai Robespierre, dai Beccaria è tramontata, almeno da quando il magistrato interprete della legge deve orientarne la lettura in modo da renderla compatibile con la Costituzione e le Carte europee e internazionali dei diritti fondamentali, per renderla capace di concretizzarne principi e valori. L’idea che le varie interpretazioni della legge da applicare alle controversie da decidere comprendano una interpretazione esatta, distinta da interpretazioni sbagliate è ormai priva di fondamento. Come nell’ambito dei giuristi in generale, anche nella magistratura si sviluppano orientamenti diversi, non solo legittimi, ma anche ben fondati e fecondi. Gli esempi possono essere molti: in materia penale si fronteggiano diversi atteggiamenti rispetto al ricorso alla custodia cautelare. In materia civile si oppongono diverse posizioni in tema di nuove famiglie e nuove genitorialità.

La scelta costituzionale della elezione della parte del CSM riservata ai magistrati consente di dar spazio al pluralismo culturale e professionale che percorre la magistratura: ora certo, come è avvenuto anche in altri settori della vita sociale, con minor vigore (e radicalismo), ma pur tuttavia ancora utilmente. Il luogo della sintesi operativa è il CSM, il cui lavoro non può essere sterilizzato richiamando formule vuote, o almeno insufficienti, come quella di un astratto “merito” che si pretende “oggettivo”. Proprio perché si rifiuta e si ritiene indegno il livello di molti dialoghi intercettati nella indagine di Perugia, proprio perché non si vuole dimenticare il susseguirsi di gravi errori commessi dal CSM nelle nomine ad incarichi direttivi, si può al tempo stesso affermare che sia lecito ed anzi positivo l’articolarsi della vita culturale e professionale della magistratura in modo organizzato. Se la parola “correnti” dispiace, se ne trovi un’altra, per descrivere una realtà insopprimibile. Per una nuova legge elettorale, tramontata l’idea strampalata del sorteggio, pare ci si orienti verso collegi ristretti uninominali. Si crede così che verrebbero eletti i “migliori”, vicini agli elettori e autonomi dalle correnti organizzate. Si tratta di una illusione priva di qualunque contatto con la realtà. Chi sarà in grado di concentrare su di sé i voti necessari, se non chi prometterà favore e protezione ai colleghi? Una volta eletto, sarà poi costretto a trattare con gli altri componenti il CSM gli scambi di voti necessari per costruire le maggioranze. Ciascun componente si sentirà (e sarà) responsabile solo nei confronti del suo elettorato, la cui composizione (per esperienze, funzioni, impostazioni culturali e professionali) sarà tanto diversificata da essere unificata soltanto dalla ricerca di protezione e di vantaggi. Non c’è dunque limite al peggio. Il pluralismo culturale e professionale della magistratura deve potersi rispecchiare nella composizione del CSM. Esso va rivitalizzato e apprezzato, invece che soppresso, espulso, ignorato per lasciar campo libero alla sola logica della clientela.

 

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