ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Stabilità o riforme condivise?

La democrazia non ha bisogno di un vincitore, ma di un parlamento rappresentativo
4 settembre 2026
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Fonte Wikimedia Commons / Quirinale.it
ABSTRACT

Il dibattito sulla nuova legge elettorale sembra partire ancora una volta da una premessa profondamente sbagliata e cioè che il principale problema della democrazia italiana sia quello di sapere, la sera delle elezioni, chi ha vinto e chi governerà. Tuttavia, non è questo il compito di una legge elettorale la quale, invece, deve innanzitutto consentire che la volontà politica espressa dai cittadini trovi nel Parlamento una rappresentanza la più fedele possibile. Il governo viene dopo, nasce dal Parlamento, dalla capacità delle forze politiche di confrontarsi, di trovare convergenze e, quando necessario, di costruire compromessi. È precisamente questa la logica della nostra Costituzione parlamentare.
L’idea di attribuire artificialmente, attraverso un premio in seggi, una maggioranza parlamentare a chi non l’ha ottenuta nelle urne rappresenta un problema democratico prima ancora che politico. La Corte costituzionale lo ha affermato con estrema chiarezza quando, con la sentenza n. 1 del 2014 (emessa a proposito del cosiddetto Porcellum), ha dichiarato illegittimo un premio privo di una ragionevole soglia, perché capace di trasformare una maggioranza relativa, anche esigua, in una maggioranza assoluta dei seggi in grado di stravolgere la Costituzione senza la necessaria consultazione con la minoranza. Il risultato, secondo la Corte, era una compressione eccessiva della rappresentatività dell’assemblea e dell’eguaglianza del voto. La Consulta non ha dichiarato incostituzionale in assoluto qualunque premio di maggioranza. Ma ha fissato un principio che dovrebbe essere politicamente ancora più importante del limite strettamente giuridico: la governabilità non può essere acquistata al prezzo di una drastica deformazione della volontà degli elettori. Se il 35 o il 40 per cento degli elettori vota una determinata forza politica, perché una legge dovrebbe trasformare quel 35 o 40 per cento nel 55 per cento dei seggi? Perché alcuni voti dovrebbero pesare, nella formazione della maggioranza parlamentare, più di altri? Se due schieramenti ottenessero percentuali di consensi simili (ad esempio il 41% ed il 42 %) attribuendo un premio di maggioranza quale quello ipotezzato dalla attuale proposta, il voto di un elettore dello schieramento maggioritario peserebbe il doppio di quello dello schieramento minoritario. A giustificazione di questi meccanismi viene invariabilmente invocato il mito della “stabilità”. Ma siamo davvero sicuri che la stabilità sia sempre, e di per sé, un bene? (sul tema si veda l’articolo di Questa rivista del 27 luglio, Il falso mito della stabilità di governo). Un governo stabile, infatti, può governare bene oppure male, può realizzare le riforme necessarie oppure limitarsi a conservare equilibri, incarichi e posizioni di potere. La durata di un esecutivo non costituisce di per sé una misura della qualità di una democrazia. Inoltre, una stabilità garantita artificiosamente da una legge elettorale rischia di trasformarsi nell’opposto di ciò che promette: non la stabilità delle istituzioni, ma solo la stabilizzazione del potere. Un sistema dittatoriale è per definizione estremamente stabile e può durare per decenni.
Una democrazia parlamentare deve senza dubbio essere capace di decidere, ma deve esserlo attraverso la ricerca di un consenso politico tra le varie compenenti, non attraverso artifici matematici che attribuiscono nelle Camere una forza che gli elettori non hanno attribuito nelle urne.
Ancora più problematica sarebbe l’introduzione di un doppio turno con ballottaggio nazionale fra due schieramenti. In tal senso, la Corte costituzionale, nella sentenza n. 35 del 2017 sull’Italicum, ha già dichiarato illegittimo lo specifico meccanismo allora previsto: una lista avrebbe potuto, infatti, arrivare al secondo turno con un consenso iniziale anche esiguo e, vincendolo, conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. In quella occasione, la Corte rilevò che ciò poteva produrre una sproporzionata compressione della rappresentanza e dell’eguaglianza del voto. Ma esiste anche un problema politico più generale. Costringere un Paese pluralista come l’Italia a dividersi in due blocchi contrapposti significa trasformare ogni elezione in uno scontro frontale tra due Italie. Il ballottaggio può essere ragionevole quando si deve scegliere una singola persona (per esempio un sindaco o un governatore di regione), ma applicato alla rappresentanza politica nazionale rischia di alimentare una logica plebiscitaria: o con noi o contro di noi. In un’epoca già caratterizzata da una fortissima polarizzazione politica e sociale, istituzionalizzare questa contrapposizione sarebbe estremamente pericoloso. Portata alle sue conseguenze estreme, è una logica che divide una comunità nazionale in due campi reciprocamente ostili, quasi due popoli contrapposti. È precisamente il contrario di quello che serve per mandare avanti le riforme delle quali il paese ha bisogno ed è ciò che le istituzioni democratiche dovrebbero evitare, non incoraggiare.
C’è poi la questione dell’indicazione preventiva del Presidente del Consiglio.
La nostra Costituzione in questo si esprime in modo inequivocabile: è il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio dei ministri. Naturalmente gli elettori devono conoscere programmi, coalizioni e leadership, ma trasformare l’indicazione politica del candidato premier in un’investitura sostanzialmente vincolante significa modificare, senza dirlo apertamente, il funzionamento della forma di governo parlamentare. Infatti, il Presidente della Repubblica non esercita una mera funzione notarile, e le sue prerogative diventano particolarmente importanti proprio quando dalle urne non emerga una maggioranza autosufficiente, quando una coalizione entra in crisi o quando occorre verificare se in Parlamento esista una diversa maggioranza in grado di governare. Pretendere che il nome stampato sulla scheda vincoli l’intera legislatura significa comprimere questo ruolo e avvicinare surrettiziamente il nostro ordinamento a un sistema di elezione diretta del capo del governo, senza affrontare apertamente una revisione dell’equilibrio costituzionale.
C’è da ultimo una questione di metodo che precede tutte le altre. Le leggi elettorali non dovrebbero mai essere costruite guardando ai sondaggi del momento e chiedendosi quale formula convenga a questo o a quel partito. Una buona legge elettorale dovrebbe, al contrario, essere una legge che ciascuna forza politica sarebbe disposta ad approvare senza sapere quale sarà il proprio risultato alle elezioni successive. Il suo scopo non dovrebbe essere produrre necessariamente un vincitore, ma creare le condizioni affinché le diverse componenti della società italiana siano rappresentate e siano poi costrette a confrontrasi. Può sembrare una concezione antiquata, ma la storia della nostra Repubblica suggerisce esattamente il contrario. Alcune delle più importanti riforme della storia repubblicana furono realizzate negli anni Settanta, in una stagione caratterizzata da governi spesso brevi e da un sistema elettorale fortemente proporzionale. Lo Statuto dei lavoratori arrivò nel 1970 varato da un governo che durò solo 132 giorni, la riforma tributaria che istituì l’IRPEF fu approvata da un governo che rimase in carica solo 260 giorni, nel 1975 un governo di 446 giorni approvò la riforma del diritto di famiglia, nel 1978 fu istituito il Servizio sanitario nazionale da un governo che restò in carica per 369 giorni. Erano anni politicamente difficilissimi, segnati dal terrorismo, dalle tensioni sociali e dalla crisi economica. Eppure, forze politiche profondamente diverse e in profondo disaccordo su moltissimi temi (cattolici, socialisti, comunisti, repubblicani e liberali ) seppero trovare, sui grandi temi, le necessarie convergenze parlamentari, dando vita a riforme destinate a trasformare strutturalmente il Paese.
La concertazione tra i vari partiti non è stata, in quel caso, il segno di una debolezza della politica, al contrario, essa ha rappresentato la Politica nel suo significato più alto. Il compromesso, infatti, non è un tradimento nei confronti dell’elettore, ma lo strumento attraverso il quale interessi, culture e visioni differenti riconoscono l’esistenza e la legittimità reciproca e congegnano soluzioni in vista del bene comune. È questa la capacità mostrata in maniera sublime dalla Assemblea Costituente e che abbiamo progressivamente perduto.
Per tutte le ragioni descritte il sistema maggiormente coerente con la nostra forma di governo è anche il più semplice: un sistema proporzionale puro, eventualmente accompagnato soltanto dagli accorgimenti minimi necessari a evitare una frammentazione patologica. Ogni forza politica dovrebbe ottenere in Parlamento una rappresentanza sostanzialmente corrispondente ai voti ricevuti. Nessun premio artificiale, nessun vincitore precostituito, nessun ballottaggio nazionale destinato a dividere il Paese in due. E soprattutto la libertà di costruire le alleanze dopo il voto. Questa formula viene spesso descritta come un difetto, quasi fosse un inganno nei confronti degli elettori. Essa rappresenta, invece, una virtù della democrazia parlamentare. Gli elettori scelgono i partiti e la loro forza relativa. I partiti, sulla base di quel mandato, si assumono pubblicamente la responsabilità di trovare una maggioranza, indicando quali programmi comuni intendano realizzare e a quali compromessi siano disposti. Infatti, è più trasparente una maggioranza costruita in Parlamento sulla base dei voti realmente espressi oppure una maggioranza assoluta fabbricata da una legge elettorale che attribuisce surrettiziamente decine di seggi aggiuntivi a chi non li ha conquistati?
Dovremmo, infine, liberarci di una parola che da trent’anni condiziona il dibattito nel nostro paese: governabilità. Tale termine infatti è diventata quasi sinonimo di una democrazia efficiente mentre i due termini indicano cose molto diverse. Infatti, una legge elettorale può garantire matematicamente una maggioranza, ma non può garantire che quella maggioranza sappia governare, che scelga bene, che ascolti le varie istanze che emergono nel Paese o che realizzi buone politiche pubbliche ampiamente condivise e destinate a durare nel tempo. La democrazia non consiste nel trovare un meccanismo che consenta a qualcuno di comandare per cinque anni. Consiste, invece, nel rappresentare una società complessa e nel costringere le sue diverse componenti a cercare, attraverso il dialogo ed il confronto, soluzioni condivise. Forse dovremmo smettere di cercare una legge elettorale che produca un vincitore e tornare a cercarne una che produca un buon Parlamento. Perché la stabilità può essere imposta da una formula matematica, ma il consenso deve essere, invece, pazientemente costruito attraverso il dialogo tra tutte le forze politiche.

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