ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Decisioni statistiche, filosofia della scienza e scelta referendaria

20 marzo 2026
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ABSTRACT

I sondaggi elettorali delle ultime settimane mostrano che oltre metà degli elettori italiani è ancora incerta su cosa votare al prossimo referendum sulla riforma Nordio. Non si tratta di un dato marginale. Questa indecisione può dipendere da una informazione incompleta, dalla scarsa chiarezza degli obiettivi e degli strumenti contenuti nella proposta, oppure da una più generale disaffezione verso la politica. Tuttavia, per molti cittadini essa riflette anche la consapevolezza che la posta in gioco è elevata e, in alcuni suoi effetti, difficilmente reversibile. In una situazione del genere può essere utile, almeno per un momento, uscire dalla logica della polemica politica o della tifoseria partitica (che mal si addice ad una riforma costituzionale) per adottare un punto di vista più razionale. In questo senso può aiutarci la statistica, la disciplina che tradizionalmente fornisce strumenti per prendere decisioni in condizioni di incertezza e informazione incompleta.

Nella teoria delle decisioni statistiche ogni scelta comporta inevitabilmente il rischio di commettere errori. All’inizio del Novecento la statistica moderna ha introdotto la distinzione tra due tipi fondamentali di errore: l’errore di prima specie, che consiste nel rifiutare qualcosa che andrebbe accettato, e l’errore di seconda specie, che consiste nel non rifiutare qualcosa che andrebbe invece respinto. Non esistono decisioni prive di rischio: la questione decisiva è stabilire quale dei due errori sia più grave e più costoso. Questa distinzione è tutt’altro che astratta. Guardando alle decisioni prese nel corso della nostra vita, tutti abbiamo sperimentato rimorsi e rimpianti. Il rimorso che nasce dall’aver compiuto una scelta sbagliata ed il rimpianto che nasce dall’aver rinunciato a una scelta che avrebbe potuto rivelarsi opportuna. In molti contesti è razionale privilegiare il rischio del rimpianto rispetto a quello del rimorso, perché le conseguenze legate al primo sono spesso reversibili, mentre quelle legate al secondo raramente lo sono. Inoltre, il rimorso è generalmente meno accettabile del rimpianto: esso, infatti, nasce da un errore ormai acclarato, mentre il rimpianto resta confinato nel campo dei “se” e dei “forse”, privo di una controprova definitiva.

Gli esempi sono numerosi. Pensiamo a un processo penale: è preferibile correre il rischio di assolvere un colpevole o quello di condannare un innocente? Tutti gli ordinamenti democratici scelgono consapevolmente la prima opzione, ritenendo moralmente e socialmente inaccettabile la seconda. Un altro esempio riguarda l’introduzione di un’innovazione industriale, di un nuovo farmaco o di un nuovo prodotto: decisioni affrettate possono produrre danni duraturi, mentre rinviare, testare e correggere comporta spesso costi limitati e benefici elevati nel lungo periodo. Lo stesso vale per le scelte di un buon padre di famiglia chiamato a decidere se cambiare casa o accettare un nuovo lavoro in un’altra città: decisioni prese in condizioni di informazione incompleta, nelle quali la prudenza suggerisce di mantenere margini di flessibilità, poiché tornare indietro dopo impegni economici e familiari di lungo periodo, può risultare molto costoso o addirittura impossibile.

Questa logica trova, del resto, un solido fondamento anche nella filosofia della scienza. In effetti, Karl Popper ha costruito la sua teoria del falsificazionismo sull’idea che le ipotesi scientifiche non debbano mai essere considerate definitive, ma sempre esposte alla possibilità di essere smentite. Se una teoria resiste a numerosi tentativi di falsificazione può essere assunta solo temporaneamente valida. Ma una buona decisione è quella che lascia aperta la possibilità di correggere l’errore; le scelte irreversibili sono, da questo punto di vista, epistemologicamente fragili.

Applicando questo ragionamento alla scelta referendaria in relazione alla proposta di riforma Nordio, il criterio di scelta appare forse più chiaro. Non si tratta di contrapporre immobilismo e riformismo, ma di valutare il rischio di approvare una riforma sbagliata rispetto al rischio, assai meno oneroso, di non approvarla ed eventualmente riformularla in futuro. Un voto favorevole introdurrebbe cambiamenti difficilmente reversibili su punti particolarmente delicati – quali, ad esempio, il sorteggio negli organi di garanzia, l’assetto dell’Alta Corte, la non ricorribilità delle sue decisioni – dei quali è difficile prevedere tutte le conseguenze. Se tali elementi si rivelassero inadeguati, il costo istituzionale e sociale sarebbe infatti elevatissimo. Un voto contrario, invece, non chiuderebbe la porta a una riforma della magistratura, mantenendo aperta la possibilità di riformularla e migliorarla, correggendone i nodi critici oggi non così ampiamente condivisi come richiede un documento costituzionale.

Quando l’incertezza è elevata e gli effetti sono strutturali e irreversibili, la razionalità suggerisce prudenza. In conclusione, l’elettore che abbia letto, compreso e condiviso pienamente, oltre ogni ragionevole dubbio, il progetto di riforma dovrebbe orientarsi per il SÌ. Al contrario, chi non ne condivide per intero tutte le finalità, ma anche chi nutre qualche dubbio, o chi non ha potuto approfondire a sufficienza il tema, dovrebbe optare invece per il NO. In caso di dubbio, la scelta più responsabile resta quella che lascia aperta per il futuro la possibilità di correggere eventuali errori.