Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0
Sono davvero rare le occasioni in cui il Parlamento approva leggi che non siano il frutto di iniziativa legislativa governativa, e particolarmente che non abbiano come oggetto la conversione di un decreto‑legge. Quindi si dovrebbe apprezzare il fatto che sia in fase di approvazione un disegno di legge nato da una proposta parlamentare (sia pure con la benedizione, più o meno esplicita, dell’esecutivo), tuttavia, in considerazione dei contenuti di cui sinteticamente si dirà, non è il caso della nuova disciplina dell’attività venatoria, approvata la scorsa settimana dal Senato ed ora passata all’esame della Camera dei deputati.
Certo non può indurre all’apprezzamento neppure il fatto che, una tantum, in un clima di esagerato rigorismo punitivo, vengano ridotte significativamente alcune delle sanzioni penali previste dalla legge vigente, come, ad esempio, quelle erogabili in caso di violazione del divieto di cacciare sparando da autoveicoli, da natanti o da aeromobili: una riduzione che non pare affatto coerente con il ripetuto richiamo alla sicurezza delle persone in nome della quale, durante la legislatura in corso, nuovi reati sono stati creati e diversi aumenti di sanzione hanno subito illeciti già esistenti.
Ancora, sempre in tema di sicurezza, la possibilità di cacciare in territori demaniali (ivi incluse spiagge e foreste) ed anche dopo il tramonto non appare utile a favorire la serenità di chi desideri frequentarli dopo l’avvio del periodo di caccia che coincide con la parte finale della stagione estiva.
Ma non sono solo questi i motivi di critica delle novità che si vogliono introdurre: nel complesso la riforma, se approvata, indebolirà sensibilmente il livello di protezione della fauna selvatica, come denunciato da numerose organizzazioni scientifiche, dal WWF e da tante altre associazioni ambientalistiche, che hanno raccolto centinaia di migliaia di firme per scongiurarne la definitiva approvazione.
In particolare, grazie alla riforma aumenteranno le specie cacciabili, sarà rimosso il divieto assoluto di caccia nei pressi dei valichi montani interessati dalle rotte migratorie dei volatili, sarà consentito l’uso di richiami vivi, sarà possibile autorizzare la caccia di selezione agli ungulati e la “braccata” al cinghiale anche in presenza di terreno coperto da neve (pratiche, queste ultime, finora rigorosamente vietate sull’intero territorio nazionale).
Al fine di impedire azioni di protesta e di disobbedienza civile viene introdotta una sanzione amministrativa pecuniaria irrogabile a chiunque tenti di ostacolare, interrompere o disturbare intenzionalmente le operazioni di caccia: ancora un modo per limitare indebitamente la libertà di manifestazione del pensiero e di riunione.
Dunque, piuttosto che rafforzare la tutela della fauna e della biodiversità si preferisce introdurre previsioni tese a rendere lecite ed a tutelare attività finora precluse. E ciò contraddicendo vistosamente quell’impegno a tutelare «l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni» sottoscritto con una delle poche recenti revisioni costituzionali che abbia ricevuto il consenso pressocché unanime di tutte le forze politiche presenti in Parlamento pochi anni or sono, ivi incluse quelle che formano l’attuale maggioranza di governo. Da chi lamenta l’obsolescenza della Carta repubblicana frutto di un’altra temperie storico‑politica e nata dall’accordo di partiti non più esistenti e da ideologie superate che giustificherebbe vistosi scostamenti dalla legalità costituzionale (come l’alterazione dei rapporti tra Parlamento e Governo nell’esercizio della funzione legislativa da almeno trent’anni sottolineata dalla Corte costituzionale) ci si aspetterebbe tutt’altro atteggiamento nei riguardi di previsioni costituzionali che si è contribuito ad approvare…
Un ultimo (ma non meno rilevante) aspetto inquietante del disegno di legge ora all’esame della Camera è costituito dal ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Sicurezza Ambientale) nei procedimenti decisionali relativi alla regolazione dell’attività venatoria. In particolare, si vogliono declassare in facoltativi i pareri che la legislazione vigente prevede come obbligatori.
Si tratta di un ulteriore sintomo del tentativo del potere politico di limitare i condizionamenti della propria azione (se non di sottrarvisi), testimoniato in tempi recenti in più occasioni come, ad esempio, nel caso dell’approvazione della legge di riforma della Corte dei conti che ne ha ridotto i poteri di controllo ed ora all’esame della Corte costituzionale, o in quello del fallito tentativo di modificare il governo dei giudici con la revisione costituzionale respinta dall’elettorato con il referendum svoltosi nello scorso mese di marzo.
