ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Il falso mito della stabilità di governo

Le grandi riforme del passato furono approvate da governi passeggeri
27 luglio 2026
58 visite
Arco di Traiano (Benevento). Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

Arco di Traiano (Benevento). Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

ABSTRACT

L’approvazione alla Camera della nuova legge elettorale, ribattezzata “Stabilicum”, ripropone una convinzione che da anni accompagna il dibattito istituzionale italiano: per governare bene occorre anzitutto garantire la stabilità degli esecutivi. L’argomento appare intuitivamente convincente: governi più longevi sarebbero anche governi più capaci di realizzare riforme profonde e durature. Il testo passa ora all’esame del Senato (e ad eventuali rilievi della Corte Costituzionale), ma già il suo nome richiama con evidenza questa aspirazione alla stabilità per garantire la operatività dei governi. Tuttavia, basta ripercorrere alcune delle pagine maggiormente significative della storia repubblicana per accorgersi di quanto sia fragile l’equazione tra durata dei governi e capacità riformatrice. Nel 1970, ad esempio, il Parlamento approvò lo Statuto dei lavoratori, destinato a diventare il punto di riferimento dei diritti dei lavoratori italiani e a segnare profondamente il rapporto tra impresa e lavoro. Eppure quella riforma, che avrebbe influenzato per decenni la vita economica e sociale del Paese, fu varata durante il terzo governo Rumor, un esecutivo rimasto in carica poco più di 4 mesi (132 giorni). Tre anni più tardi, nel 1973, vide la luce la grande riforma tributaria che istituì l’IRPEF, allora articolata in 32 aliquote, dando concreta attuazione al principio costituzionale della progressività fiscale. Eppure non fu un governo particolarmente longevo a portarla a compimento: il quarto governo Rumor, infatti, durò appena 260 giorni. La stessa considerazione vale per una delle riforme che più profondamente hanno trasformato la società italiana. Nel 1975, la revisione del diritto di famiglia pose definitivamente sullo stesso piano marito e moglie, superando un’impostazione incompatibile con i principi della Costituzione e riconoscendo una nuova centralità alla famiglia fondata sull’uguaglianza tra i coniugi. Questa svolta storica fu realizzata dal quarto governo Moro, la cui esperienza si concluse dopo 446 giorni. Infine, nel 1978, l’Italia compì forse il passo più importante nella costruzione dello Stato sociale con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, che garantì a tutti i cittadini il diritto universale alla tutela della salute, indipendentemente dal reddito e dalla condizione sociale. Una riforma che ancora oggi rappresenta uno dei pilastri della nostra convivenza civile, e che fu approvata durante il quarto governo Andreotti, rimasto in carica appena 369 giorni.

Quelle elencate sono quattro riforme che hanno cambiato il volto dell’Italia, approvate da quattro governi relativamente brevi. Un dato che invita a riflettere e che suggerisce come la capacità di trasformare il Paese dipenda molto meno dalla longevità di un esecutivo e molto di più dalla qualità della politica, dalla forza delle idee e dalla disponibilità delle istituzioni a ricercare soluzioni condivise. La narrazione di questi fatti non vuole ovviamente portare a concludere che la stabilità non sia una virtù, ma solo che la durata di un governo non è il fattore decisivo della forza riformatrice di un Paese. Per comprendere la ragione di tale forza bisognerebbe forse guardare meno alla durata degli esecutivi e più alla qualità della vita politica di quegli anni. L’Italia degli anni Settanta, in effetti, era un paese indubbiamente molto diverso da quello odierno, il quale, pur attraversato da tensioni drammatiche (terrorismo, crisi economica, conflitti sociali, inflazione), possedeva tuttavia un patrimonio che oggi appare assai più fragile: un forte senso delle istituzioni e la diffusa coscienza che alcune decisioni dovessero essere condivise ed assunte nell’interesse dell’intera comunità nazionale. In effetti, anche le forze politiche più lontane sul piano ideologico riconoscevano all’epoca la propria reciproca legittimità ed il valore delle istituzioni comuni. Non è un caso che proprio in quegli anni maturasse la stagione del compromesso storico: il tentativo, promosso da Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, di ricercare forme di collaborazione tra le due grandi culture popolari del Paese (quella cattolica e quella comunista) pur nella permanenza di profonde, e spesso diametralmente opposte ed insanabili, differenze ideologiche. Oggi, invece, la parola compromesso è spesso caricata di una connotazione negativa, sintetizzata nella locuzione dispregiativa di “inciucio”. Eppure non è forse proprio il compromesso la sostanza stessa dell’azione politica? In una democrazia, come in ogni processo decisionale che coinvolga una pluralità di persone portatrici di interessi, valori e sensibilità differenti, il compromesso non rappresenta una resa o un cedimento, bensì il punto di equilibrio che rende possibile individuare soluzioni condivise nell’interesse della collettività. Demonizzarlo significa, in fondo, misconoscere la natura stessa della politica democratica. Nello stesso spirito di reciproca legittimazione tra i partiti si svilupparono negli anni ’70 prassi istituzionali oggi purtroppo dimenticate. Ad esempio, nel 1976 la Presidenza della Camera dei deputati fu affidata a Pietro Ingrao, esponente del Partito Comunista Italiano, allora principale forza di opposizione e da allora per anni una delle due Camere è stata presieduta da rappresentanti dell’opposizione. Era il riconoscimento che alcune istituzioni dovessero appartenere all’intera Repubblica e non soltanto alla maggioranza del governo pro‑tempore. Questa prassi virtuosa si interrompe bruscamente con il primo governo Berlusconi del 1994.

La stagione politica delle grandi riforme degli anni ’70 ci insegna che la stabilità non coincide necessariamente con l’immobilità degli assetti politici, ma nasce dalla fiducia reciproca tra le istituzioni e dalla capacità delle diverse forze di riconoscere un terreno comune sul quale costruire le riforme. È qui che il dibattito odierno dovrebbe forse soffermarsi maggiormente. Una legge elettorale può certamente favorire la formazione di maggioranze più solide. Ma nessuna legge, per quanto ben congegnata, può creare quella cultura politica che rende possibili le grandi riforme. San Tommaso d’Aquino definiva il bene comune come il fine proprio di una comunità politica, un bene che è superiore alla semplice somma degli interessi individuali perché appartiene a tutti e rende possibile il pieno sviluppo di ciascuno (bonum commune est melius et divinius quam bonum unius). Da questa prospettiva la politica non dovrebbere consistere soltanto nel conquistare o conservare il potere, ma nel ricercare quelle condizioni che consentano all’intera comunità di prosperare. Forse è proprio questa la grande lezione che ci consegnano gli anni Settanta: le grandi riforme non sono nate perché esistevano governi più stabili. Nacquero invece perché, nonostante divisioni profonde e talvolta drammatiche, esisteva una diffusa consapevolezza che alcuni obiettivi (in tema di lavoro, salute, famiglia, giustizia fiscale) appartenessero al patrimonio comune della nazione e richiedessero il contributo responsabile di tutti. Lo Stabilicum qualora approvato in forma definitiva potrà forse rendere più stabile la vita dei governi. Ma la vera stabilità di cui una democrazia ha bisogno non è quella degli esecutivi: è la stabilità di una comunità politica la quale riconosce la legittimità dell’avversario politico ed il primato del bene comune sugli interessi di parte. Senza questi elementi, nessuna legge elettorale potrà mai garantire, da sola, la nuova stagione delle grandi riforme di cui il nostro paese ha oggi estremo bisogno.