Francobollo commemorativo dedicato a Vittorio Occorsio, nel 50° anniversario del suo omicidio
Discorso tenuto dal Procuratore Generale il 10 giugno 2026 in via Mogadiscio n. 10, pronunciato esattamente cinquant'anni dopo, nello stesso luogo e alla stessa ora dell’omicidio di Vittorio Occorsio.
Perché ricordiamo Vittorio Occorsio nel luogo esatto e nell’ora esatta in cui, cinquant’anni fa, egli fu assassinato mentre, sceso da casa e salito in auto, si stava recando nel suo ufficio a Piazzale Clodio?
Perché – come ha scritto qualcuno – sopravviviamo per le tracce che lasciamo.
La traccia che ha lasciato la vita di Vittorio Occorsio è quella di un impegno così intenso, totalizzante ed appassionato da Magistrato da consentirgli una cosa non semplice per un uomo, anzi, forse tra le più difficili: oltrepassare il pensiero e la paura della propria morte.
Vittorio – magistrato a soli ventidue anni e qualche mese, con una preparazione straordinaria che lo aveva collocato quasi in cima alla graduatoria concorsuale (quinto su oltre duecento) – era soprattutto di intelligenza acutissima.
I suoi rapporti di valutazione, fin dal suo primo giorno di magistratura, stentano a reperire adeguata sintassi proprio per descrivere questo suo tratto esistenziale, che ne è il basso continuo, il genoma di riconoscimento dell’uomo: sì, questi rapporti dicono anche della sua “preparazione professionale completa e profonda”; della sua “particolare laboriosità”; del suo elevato “senso giuridico”, della sua “rettitudine morale”. Ma i suoi dirigenti, in tutti i rapporti, sottolineano assolutamente quel dato: la “viva intelligenza” l’”intelligenza acuta”, “spiccata intelligenza” – e così via con variegature di aggettivazioni – assieme ad un altro frammento personologico essenziale, che ad essa si accompagna: un “assoluto senso del dovere”.
Suona quasi come una profezia cha dà i brividi: una intelligenza fuori dal comune che si sposa ad uno straordinario senso del dovere. E’ un potenziale enorme, dirompente per affermare la legalità della giurisdizione.
Questa miscela porta Vittorio Occorsio a leggere e penetrare, prima di tutti gli altri e con acutezza ineguagliabile, fenomeni criminali inediti e di enorme rilevanza, tesi alla sovversione dell’ordine democratico: è il primo ad comprendere il “Piano Solo” e le devianze del SIFAR; è il primo ad occuparsi del (falso) coinvolgimento del Circolo anarchico 22 marzo (e quindi di Pietro Valpreda) nell’attentato di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, scoprendo gli infiltrati, in esso, degli esponenti di Avanguardia Nazionale; è il primo ad indagare il terrorismo nero di Ordine Nuovo ed a intuire il suo disegno sovversivo attraverso i proventi dei sequestri di persona; è il primo, appena quattro mesi prima del suo assassinio, a tracciare il filo che lega tali proventi alla ricostituita Loggia Propaganda P2.
Una tale intelligenza non poté non comprendere – fino in fondo, con lucida perspicacia – che quelle indagini gli avrebbero procurato il sacrificio della sua stessa vita, proprio per mano del capo di Ordine Nuovo. Vittorio ne fu sicuramente perfettamente consapevole: comprese che il rischio non fosse affatto solo potenziale o ipotetico e che lasciasse ben poco margine, nessun margine ad una diversa alternativa al sacrificio della sua stessa vita.
Eppure, andò avanti.
Vittorio pensò certamente alla propria morte ed ebbe certamente, umanamente, paura per essa, immaginata vicina, troppo vicina. Ma non chiese a sé stesso di non avere paura: si comportò, invece, come se non l’avesse; si assunse la terribile responsabilità di essere sé stesso, di scrutare dentro l’abisso senza fare un passo indietro.
Questa è la traccia di Vittorio che sopravvive alla vita stessa di Vittorio, la quale ne costituisce il prezzo.
Oggi, qui, onoriamo queste tracce e, soprattutto, le ricordiamo, nel punto nel giorno e nell’ora in cui, con il suo assassinio, ci sono state trasmesse.
Perché la Storia non ha senso se la memoria storica non diventa ricordo.
Solo come ricordo, nelle profondità dell’anima individuale e collettiva, la memoria storica diventa memoria comune di tutti e, come tale, alimento di fede e di speranza.
È solo il ricordo ciò che accoglie, nella cordialità degli affetti, quanto ci viene offerto dalla memoria: è solo il ricordo ciò che trasforma la memoria collettiva in memoria prospettica – quella che serve per il futuro – e, insieme, in memoria sapienziale.
La memoria storica non è ancora purificata dall’odio: le occorre il sentimento che, liberandola dall’ossessione del particolare, riporta alla totalità del ricordo.
La memoria è analisi; il ricordo è sintesi.
In quanto arida analisi di fatti, la memoria storica va purificata dalle scorie dell’ostilità, affrancata dal rancore, sottratta ad una umanissima sensazione dell’assurdità e del non‑senso e, dunque, dell’inaccettabilità.
In quanto sintesi, l’attività del ricordare, invece, serve alla vita: trattiene ed utilizza ciò che giova, mette da parte ciò che non ha scopo, in primo luogo l’odio.
Ricordare è, perciò, un’attenzione alla realtà attraverso il “ri‑portare al cuore”.
La sola memoria storica diviene effimera, se non è ravvivata, quasi riscaldata, dal collettivo sentimento del ricordo: solo quest’ultimo è un autentico invito ad avere futuro.
Ricordare un martire civile come Vittorio Occorsio depura così la memoria dall’odio e dal risentimento verso chi ce lo ha sottratto e genera una quotidianità condivisa.
Solo il ricordo, intensamente intriso dalla gratitudine per il sacrificio umano che ne è l’oggetto, è in grado di creare un’etica dell’alterità, ci fa rimanere nella speranza.
Qualcuno ha scritto che, attraverso il ‘sentimento’ del ricordo, l’algida memoria storica diventa qualcosa di diverso: paradossalmente, memoria del (per il) futuro. Consente, cioè, quel sentimento partecipativo che, come un sottile filo invisibile, ci ‘tiene assieme’ in un’azione costruttiva, mirata, proiettata. Appunto, in un futuro.
Se pensiamo solo Vittorio Occorsio ucciso, cinquant’anni fa esattamente qui ed a quest’ora dal mitra imbracciato da Pierluigi Concutelli, saremo indelebilmente ossessionati dal senso di morte, oppressi dal timore di un indelebile trionfo dell’ingiustizia.
Se invece ricordiamo Vittorio Occorsio nella sintesi unificante dei sentimenti che ci ha lasciato in eredità, nell’esempio che ha promosso, nella prassi di verità che ha coltivato fino al sacrificio di morte e nell’amore che ci ha regalato, allora possiamo credere e sperare.
