Per onorare la memoria di Vittorio Occorsio nel giorno dei 50 anni dal suo assassinio, pubblichiamo il discorso del Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione Vittorio Occorsio reso il 10 giugno 2026 in occasione della cerimonia di inaugurazione della nuova sede della Corte di appello di Roma e dell’intitolazione dell’aula magna della Corte ai magistrati Mario Amato e Vittorio Occorsio.
Nello spazio di meno di una decade, dal 1967, quando Vittorio Occorsio chiese l’assoluzione dei giornalisti Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi nel processo per diffamazione intentato dal Generale Giovanni De Lorenzo, così dimostrando incontrovertibilmente coi fatti il ruolo costituzionale del pubblico ministero, fino al suo assassinio il 10 luglio 1976, il magistrato dovette occuparsi della strage del 12 dicembre 1969, dei sequestri di persona a scopo di estorsione a Roma, delle organizzazioni neofasciste più pericolose. In questo lavoro, egli individuò le connessioni insospettabili tra la criminalità organizzata mafiosa, Cosa Nostra, e gli autori dei sequestri, tra cui esponenti di Ordine Nuovo, e giunse alla prima sentenza che riconobbe nelle trame eversive la finalità di ricostituzione del partito fascista; questa sentenza portò al decreto di scioglimento dell’organizzazione, emesso dal Ministro dell’Interno, prima applicazione della Legge Scelba.
Con cinque anni di anticipo sulla perquisizione di Castiglion Fibocchi individuò, solo poche settimane prima di essere ucciso, i possibili legami tra quelle vicende e la Loggia Propaganda 2. Fu ucciso da Pierluigi Concutelli, con un’arma potente, proveniente dalla Polizia politica della Spagna franchista.
In meno di 9 anni, l’intera vita della Repubblica.
Mario Amato, che ne prese il posto, con determinazione e intelligenza investigativa seppe comprendere la pericolosità dell’eversione di destra nelle forme diverse che essa andava assumendo, sotto la pressione delle sfide di strada e della necessità di emulare i metodi delle articolate organizzazioni di sinistra. Comprese quindi non solo che la miriade di sigle, apparentemente in competizione, avevano tra loro collegamenti stabili al di là delle pur esistenti diversità, e che i Nuclei Armati Rivoluzionari erano ben poco spontanei, rispondendo a un preciso disegno politico, al quale conseguiva una struttura basata su gerarchie di fatto.
Egli andava comprendendo anche che quelle organizzazioni avevano rapporti stabili con le vecchie organizzazioni neofasciste, radicate sin dall’immediato dopoguerra nel rifiuto della democrazia. Comprese, di conseguenza e a seguito degli attentati con potenti esplosivi al carcere di Regina Coeli e al Csm tra gli altri, che un filo conduceva a futuri terribili eventi.
Se, nell’organizzare la mostra archivistica per il cinquantesimo anniversario dell’assassinio di Occorsio, mi ha colpito ed emozionato ritrovare nella casa della famiglia le prime pagine dei giornali pietosamente private delle foto del magistrato ucciso, è difficile ancora oggi leggere le pagine delle audizioni di Mario Amato dinanzi al Csm, per la richiesta di aiuto, inascoltata dall’ufficio e dai colleghi, per la profondità delle analisi e la chiara percezione del pericolo che gravava su di lui e sulla Repubblica. Forse persino la premonizione della strage del 2 agosto a Bologna.
Dalla solitudine dei due maestri dinnanzi a un compito difficile e pericoloso nacque un metodo di lavoro che avrebbe portato in pochi anni allo smantellamento delle organizzazioni di estrema destra.
Metodo di lavoro che, partendo appunto da quella solitudine, si venne formando intorno al gruppo di lavoro comune, del quale fecero parte nel 1980 giovani magistrati, alcuni dei quali da poco giunti alla Procura di Roma. Anni difficili, in cui a tale ufficio si arrivava non dopo lunghe attese, ma tra le prime destinazioni… Loris D’Ambrosio e Michele Guardata avrebbero pagato entrambi un prezzo molto pesante: il primo, per le minacce anche alla famiglia; il secondo per un attentato fallito nella fase esecutiva per una casualità; Giancarlo Capaldo, Pietro Giordano e Alberto Macchia non corsero rischi minori. Quando i singoli componenti cambiarono ruolo, a essi subentrarono Elisabetta Cesqui e Pietro Saviotti.
Il metodo di lavoro consisteva innanzitutto nell’esistenza stessa del gruppo – per l’epoca esperienza innovativa – che comportava la continua condivisione delle informazioni, la firma comune dei provvedimenti più delicati e soprattutto la comune elaborazione. Tale condivisione comportò la naturale conseguenza della creazione di un archivio comune, prima cartaceo, intelligentemente strutturato per una immediata consultazione, poi informatizzato sin dalla fine degli anni ’80, esperienza all’epoca unica, che consentiva la ricerca libera su testi integrali.
Questo metodo si sposava alla capacità di comprendere fino in fondo le dinamiche dell’eversione fascista, seguendo le indicazioni di Amato sui legami tra sigle ed esperienze diverse e di Occorsio sui legami con il crimine organizzato.
Tra i tanti membri delle Polizie giudiziarie che hanno dato la vita in quegli anni – Penitenziari, Carabinieri, Finanzieri – devo qui concludere ricordando il vice brigadiere Francesco Evangelista, assassinato pochi giorni prima di Amato, che gli era amico e che aveva con lui operato, e il Capitano di Polizia Francesco Straullu, ucciso con l’agente Ciriaco di Roma per il lavoro che essi svolgevano col gruppo di lavoro della Procura della Repubblica di Roma.
