ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Un ricordo di Giacomo Fumu

3 luglio 2026
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ABSTRACT

«Giacomo Fumu è scomparso improvvisamente». Lo leggo sul telefonino.

Allo smarrimento che accompagna la notizia, inattesa, inspiegabile, e che non trova parole, subentra ora la necessità di andare con la memoria a ciò che me lo ha reso vicino. Per fissarne una immagine.

Altri hanno detto, con maggior titolo, della sua brillante esperienza come magistrato, culminata nel ruolo di Presidente della IV sezione penale della Corte di cassazione; delle pronunce rese quale giudice di legittimità; del contributo teorico che egli ha dato alla riflessione giuridica.

Il mio ricordo va a un dettaglio della vita professionale di Giacomo Fumu, un momento che può apparire minore, secondario, ma nel quale credo che siano individuabili i tratti della complessità e dello spessore del magistrato ch’egli ha dimostrato di essere.

È il momento in cui ho conosciuto Giacomo, nel 1998: in occasione della comune designazione quali componenti della commissione incaricata di elaborare e poi via via aggiornare l’archivio informatico dei quesiti in materia penale per la preselezione degli aspiranti al concorso in magistratura, secondo l’idea messa in campo dal legislatore per realizzare una semplificazione e un filtro di ingresso in vista, allora, della entrata a regime del reclutamento “di secondo grado” attraverso il passaggio dei candidati nelle Scuole universitarie di specializzazione o nei tirocini. Idea che sarà poi man mano abbandonata, fino all’attuale ritorno all’accesso diretto al concorso post‑laurea.

In quella esperienza Giacomo Fumu non ha offerto solo il risultato di un impegno istituzionale, già di per sé abbastanza gravoso (la creazione di migliaia di quesiti a risposta multipla è cosa non semplice), ma, quel che più conta, ha portato dentro la discussione collegiale la visione complessa di ciò che è richiesto a chi intende intraprendere la strada della giurisdizione.

La formulazione dei quesiti, da operazione “geometrica”, da astratto esercizio logico e – verrebbe da dire – di stile e di complicazione linguistica, ha trovato, nella persona di Giacomo, il ben diverso senso di una costante riflessione sulle ragioni profonde della funzione del magistrato, la ricerca di una risposta all’interrogativo su cosa occorra davvero verificare per aprire, o chiudere, la porta di accesso a quella funzione. Una attenzione al tema della preparazione e della formazione che è costante nella sua figura e che si svilupperà, nell’esperienza di Giacomo, con la Presidenza di due concorsi in magistratura, con i contributi teorici pubblicati intorno a questo aspetto, con la presenza nella SSM.

Ricordo la garbata ironia – un accenno, una espressione del volto – rivolta verso la pur indispensabile creazione delle minime variazioni espressive nella risposta multipla al quesito, per non cadere in estremi di assurdità e per non creare al candidato trappole puramente formali; ricordo la ricerca di un metodo di costruzione della specifica modalità di selezione che fosse, per quanto possibile, tale da non tradire le non facilmente conciliabili esigenze che in quel momento erano sottese al meccanismo dei “quiz”, di essere uno strumento appropriato di selezione dei concorrenti, di rispettare la finalità deflattiva a fronte di una crescita imponente del numero degli aspiranti, di garantire tempi ragionevoli nella gestione della procedura di concorso, di dare copertura ai vuoti di organico.

Così, nel particolare e nel quotidiano di questo incarico, Giacomo ha aperto interrogativi, fornito agli interlocutori ragioni di riflessione, disseminato dubbi; e questa è capacità di chi ha grande spessore di cultura e di umanità.

Un vago straniamento nell’approfondimento della docimologia («sarà possibile una selezione giusta, non casuale, mediante tecniche selettivo di tipo aziendale, quando si tratta di accertare la conoscenza del diritto?»); una battuta sulla correttezza verso il candidato di una variante imperniata solo su una preposizione (“di o da”?); e soprattutto, su tutto, la consapevole e anche un po’ sofferta coesistenza, nella sua persona, del profondo senso del dovere, da un lato con il rispetto dell’impegno di partecipare seriamente a un itinerario di riforma, ma dall’altro lato e al contempo con la coscienza del limite intrinseco di tale percorso. Poiché – ci diceva Giacomo, esplicitamente o indirettamente – quel che conta sono i princìpi, che sono dentro e oltre il testo, sicché una forma interrogativa contratta allo stremo, fino allo schematismo di risposte fisse, difficilmente potrà dirci se quell’aspirante magistrato avrà poi capacità di ragionamento sul sistema, se saprà vedere le connessioni di un istituto giuridico nel complesso dell’ordinamento.

Giacomo, in quella esperienza forse per lui minore, ha trasmesso, a chi come me ne faceva parte, un’occasione di rimeditazione di aspetti cruciali sul come pervenire alla funzione del giudicare il prossimo e poi praticarla. Ci ha ricordato il senso ultimo della previsione costituzionale del concorso pubblico, anti censuaria e anti classista. Ha sollecitato i molti che già erano magistrati a soffermarsi sulla adeguatezza e sul senso del dire di sì o di no sulla base di nozioni («sapremmo dare, noi, la risposta giusta? Sulla base di quale ragionamento?»). In breve, ci ha messi dinanzi a uno specchio ideale, e tutto questo sempre con quella sua personalissima fusione di rigore sintetico e di leggero umorismo.

Da allora, Giacomo è stato per me un amico, non importa se frequentato in maniera occasionale; lo è stato con il calore affettuoso sempre manifestato nei nostri incontri – da ultimo, nel convegno di Giustizia Insieme di un anno fa – e sempre con parole semplici e quel sorriso gentile proprio di chi non ha bisogno di dimostrare alcunché, e l’interlocutore sa bene quale è il livello di magistrato e di uomo che ha davanti.

Riposa in pace, caro amico.

P.S. Per evitare svarioni di memoria, ho cercato tra le carte qualche traccia di quella esperienza e ho trovato il decreto che ci nominava componenti della commissione. La firma in calce alla nota è quella di Vladimiro Zagrebelsky. Il rimpianto si aggiunge al rimpianto.