ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Io voto No

19 marzo 2026
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ABSTRACT

Attraverso il referendum ‘sulla giustizia’ – che però con il cattivo funzionamento della giustizia nel nostro Paese e con i possibili rimedi a tale atavica situazione non ha nulla, ma proprio nulla a che fare, il governo Meloni chiede una cosa e ne vuole un’altra. Chiede, il governo Meloni, la convalida popolare, il 22-23 marzo, della scelta fatta in Parlamento a favore della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Vuole, il governo Meloni, indebolire l’indipendenza dei giudici nell’interpretare e nell’applicare le leggi.

Mi spiego.

Che il referendum ‘sulla giustizia’ chiami gli aventi diritto al voto a dire ‘Sì o No’ alla separazione delle carriere, e che a questo si riduca il senso del prossimo referendum, non corrisponde al vero. La verità è invece che nella gestione politica del referendum la separazione delle carriere non fa che da specchietto per le allodole, un argomento tanto suggestivo – l’arrendevolezza del giudice di fronte al ‘collega’ pubblico ministero, la quale arrendevolezza, minando la parità tra accusa e difesa nel processo, va a scapito dell’imputato – quanto ( tutto sommato) futile: già oggi il 40% dei processi si conclude con l’assoluzione dell’imputato, segno che questa (presunta) arrendevolezza dei giudici non esiste, e che comunque giudice e pubblico ministero resterebbero ‘colleghi’ anche dopo la riforma, dato che la riforma non mette in discussione il fatto che continuano entrambi ad appartenere a quello stesso ordine giudiziario che l’articolo 104 della Costituzione pretende «autonomo e indipendente da ogni altro potere». Sul Corriere della Sera dell’11 febbraio 2026, Enzo Cheli, insigne giurista, spende al riguardo parole sagge: «La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri era già stata avviata da una legge ordinaria con la recente riforma Cartabia, e bastavano poche norme, sempre ordinarie, per completarla. Perché mettere in gioco oggi norme fondamentali dell’attuale impianto costituzionale del potere giudiziario?». Del resto, non si avrebbe questo clima da duello rusticano di tutti contro tutti che infiamma il dibattito intorno a questo referendum ‘sulla giustizia’, se dietro al paravento della separazione delle carriere non vi fosse qualcosa di più profondo e direi quasi di esistenziale. Andiamo a vedere di che cosa si tratta, partendo dall’inizio.

La scheda che avrà in mano nell’urna chi andrà a votare contiene non già una sola, ma ben quattro domande tutte difficilmente intellegibili dal grande pubblico, a ciascuna delle quali è comunque possibile dare una risposta differenziata: Sì a una, No a un’altra. Le domande sono queste: 1) conviene, sì o no, separare le carriere dei giudici e dei pubblici ministeri?; 2) conviene, sì o no, dividere l’attuale organo di governo del potere giudiziario, il Csm, in due distinti Csm, uno per i giudici ed uno per i pubblici ministeri, entrambi presieduti dal Capo dello Stato?; 3) conviene, sì o no, che i membri ‘togati’ dei due Csm siano scelti per sorteggio, invece che essere eletti dall’insieme dei magistrati, come è avvenuto finora?; 4) conviene, sì o no, costituire un’Alta Corte di giustizia, composta insieme da giudici e da pubblici ministeri, oltre che da ‘laici’, competente a giudicare degli illeciti disciplinari dei magistrati, sui quali ha finora giudicato la Sezione disciplinare del Csm? Si tratta (lo ripeto) di questioni molto tecniche, e una persona normale fa fatica a capire di cosa si sta parlando. Sono quesiti che creano disparità di vedute perfino presso quei pochi addetti ai lavori – magistrati, avvocati, professori di diritto – che sono in grado di padroneggiarli nel loro significato e nelle prevedibili conseguenze che deriveranno dall’esito del voto, in un caso o nell’altro; e infatti taluni di essi si pronunciano per il Sì, altri per il No.

Così il grande pubblico, digiuno per forza di cose dei vari risvolti tecnici che si nascondono in ciascuna delle domande di cui si compone il quesito referendario, alla fine si ridurrà a votare pro o contro la Magistratura, additata all’opinione pubblica dai media filo-governativi come la sola, come la vera responsabile dei tanti e gravi malanni di cui soffre qui da noi la macchina giudiziaria. Pertanto, chi la ritiene colpevole vota Sì, chi la pensa diversamente vota No.

Qui una premessa è d’obbligo. La credibilità della Magistratura, elemento essenziale affinché il potere giudiziario possa svolgere il suo ufficio in modo indipendente da ogni altro potere, deriva dalla fiducia dei cittadini. L’eventuale vittoria del Sì, non importa se di larga o di stretta misura, avrebbe il valore di un atto di sfiducia popolare nei confronti della Magistratura. La quale, in tal modo, pur di recuperare una credibilità sia pur derivata, non avrebbe altra scelta se non quella di rifugiarsi sotto le insegne dei partiti di governo, forti nella loro legittimità del consenso elettorale. Tutto questo però ha un prezzo, dato dalla rinuncia all’indipendenza da parte dei giudici e dei pubblici ministeri, i quali si vedrebbero a quel punto costretti di fatto a porsi in sintonia con gli orientamenti interpretativi delle leggi e degli accordi internazionali dettati ogni volta dall’Esecutivo. A un tale prezzo se ne aggiunge un altro conseguente al primo: verrebbe meno il ruolo di filtro svolto dai giudici tra l’esigenza di sicurezza dello Stato e la garanzia dei diritti dei cittadini (e degli stranieri), specialmente in presenza di una vocazione repressiva dell’Esecutivo. Finirebbe in altre parole per affievolirsi la difesa giudiziaria di fronte ai pubblici poteri. Una cosa che deve impensierire ciascuno di noi.

L’assoggettamento della Magistratura all’Esecutivo – il vero obiettivo del governo Meloni, la quale infatti ad ogni occasione non si stanca di ripetere che «una certa la magistratura ci rende difficile portare avanti le nostre politiche sulla sicurezza» e che «se c’è un pezzo della filiera che si ferma diventa tutto difficile» – a sua volta non è altro che un tassello di un disegno di sovversione costituzionale che questo governo porta avanti fin dal suo insediamento. Un disegno che si snoda attraverso altre due tappe: il varo di una ben studiata legge elettorale capace di assegnare ad una stretta minoranza del corpo elettorale – all’incirca al 45% del 50% del totale – una vasta maggioranza di seggi in Parlamento; e di seguito il ‘premierato’, una forma di governo già preventivata fin dagli esordi dell’attuale coalizione di destra, poi rapidamente ibernata in attesa di tempi migliori, e che a quel punto sarà quasi certamente scongelata. Il ‘premierato’, lo dico in estrema sintesi, è un «accentramento al centro» (avrebbe detto il politologo Giovanni Sartori) dei poteri di decisione politica, e precisamente nelle mani di un Capo del governo eletto direttamente dal popolo, senza bilanciamenti e garanzie. Il preludio di una società conflittuale. La nascita di una nuova Costituzione destinata a destrutturare la Costituzione oggi in vigore, che fa perno sui diritti inviolabili di libertà, sulla pari dignità di ogni essere umano, sul principio di eguaglianza (articolo 3 della Costituzione) e infine (elemento altrettanto essenziale) sulla indipendenza dell’intera Magistratura dal potere politico. Oggi, il processo politico si snoda tra attori diversi – partito, sindacato, Parlamento, Governo, magistratura, burocrazia, per cui il sistema funziona a negoziazioni multiple e successive; sicché, insegnava Sartori, Elementi di teoria politica, in una pagina ancora attuale «il freno e i controlli del sistema non risiedono tanto nella divisione dei poteri, ma nella necessità di negoziare un accordo e di addivenire a delle transazioni tra tutti coloro che hanno voce in capitolo».

Diversamente a disegno costituzionale realizzato, l’accentramento al centro del potere avrebbe effetti plurimi negativi. Ne elenco alcuni, i principali. 1) La magistratura, da una posizione di garanzia dei diritti e da un attivismo tendenzialmente sostitutivo orientato a dare voce ad attori e ad interessi altrimenti esclusi dal processo di formazione delle politiche pubbliche, passerebbe ad un attivismo deferente, orientato ad assecondare gli indirizzi politici dell’Esecutivo. 2) L’affievolimento dei diritti costituzionali, conseguente alle ondate di normazione repressiva che si succedono le une alle altre riesumando o tentando di riesumare istituti della legislazione di emergenza (legge ‘Reale’ del 1975) degli anni di piombo, pur in assenza del piombo di quegli anni (per fortuna, viene da aggiungere!), e al contestuale depotenziamento del potere giudiziario, non più in grado a quel punto di garantire un’adeguata difesa dei diritti. 3) Inoltre, elemento altrettanto preoccupante ai fini del livello di garanzia dei diritti, ne risulterebbe di fatto indebolita, pur a Costituzione invariata dal punto di vista testuale, sia la capacità del Presidente della Repubblica di operare un primo vaglio di legittimità costituzionale delle leggi, data la soverchiante (e condizionante) primazia politica del Capo del governo, e sia la possibilità della Corte costituzionale di intervenire a tutela della Costituzione e dei diritti che vi sono protetti, dato che i giudici, ormai remissivi di fronte alle politiche dell’Esecutivo, saranno meno disponibili a sollevare davanti alla Corte – organo che di regola non agisce motu proprio ma su istanza dei giudici – questioni relative alla validità delle leggi, che pertanto rimarranno stabilmente in vigore pur essendo invalide o di dubbia validità. 4) Il principio gerarchico riprenderebbe all’interno della burocrazia il suo pieno vigore, risalendo lungo tutta la filiera delle responsabilità, dal livello più basso fino al capo del Governo, che può imporre ai ‘suoi’ ministri ordini e direttive. 5) Le frange estreme delle forze di opposizione, essendo queste schiacciate in Parlamento da una legge elettorale iniqua che le sotto-rappresenta in eccesso rispetto alla loro reale consistenza nel Paese, potrebbero trascinare la battaglia politica nelle piazze, con le conseguenze che abbiamo sperimentato in un tragico passato non troppo lontano.

Riassumendo, la Costituzione sarebbe, senza neppure troppo rumore, strappata dai suoi cardini: le libertà e gli istituti di garanzia. Tutto ciò, mentre cruciali fattori di radicamento e di stabilizzazione della democrazia nel Paese – i partiti di massa di sicura lealtà democratica, le grandi Confederazioni dei lavoratori, una classe politica direttamente scaturita dalle fila antifasciste (basti pensare a Sandro Pertini e a Giuliano Vassalli eroi della Resistenza, e a tanti altri come loro) sono ormai un lontano ricordo.

La democrazia dei nostri giorni, senza una chiglia profonda e ben salda, è fragile. L’eventuale vittoria del Sì l’accompagnerebbe (come si dice) per la discesa: verso un regime autoritario. A questa prospettiva io, socialista di ultima fila, mi ribello. IO VOTO NO.

In corso di pubblicazione su MonOperaio, marzo 2026.

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