ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Migliorare il Csm nella cornice costituzionale

Migliorare il Csm nella cornice costituzionale

 di Paola Filippi

Sommario: 1. Premesse - 2. Migliorare il Csm nella cornice costituzionale, la scelta del tema - 3. La promessa costituzionale di autonomia e indipendenza - 4. La rappresentanza elettorale, la politica delle decisioni e i sistemi elettorali - 5. Le correnti - 6. La trasparenza nel governo della magistratura, la semplificazione, il controllo e l’organizzazione - 7. La cura.

 

1.Premesse

Il percorso dell’umanità, così come la vita degli uomini, è segnato da eventi imprevisti, imprevedibili, non governabili o governati male, insomma coefficienti causali sfuggiti al controllo.

L’accidente in un cui incappa il singolo uomo può cambiargli la vita, quella di chi lo incrocia e addirittura la storia di una nazione; figuriamoci se l’accidente riguarda i popoli, come nel caso di una pandemia.

Questo secondo volume della collana i Dialoghi di Giustizia Insieme è andato in stampa in piena pandemia da Covid-19, nella c.d. fase 2.

Dai primi di marzo, ogni sera alle ore 18:00, sempre con il fiato sospeso, abbiamo atteso il numero zero: zero nuovi contagiati, zero malati e soprattutto zero morti. Mentre scrivo non è ancora così, né in Europa né nel resto del mondo.

Come staremo quando tu lettore aprirai questo volume e ti accingerai a leggere queste pagine? Nel tuo momento – il tuo che leggi – conosceremo quello che più ci agita e ci fa stare come “color che son sospesi”, ovvero quali saranno i cambiamenti del vivere sociale, quale la sorte della nostra socialità nel distanziamento.

Il momento di chi scrive è fermo – non potrebbe essere diversamente –, quello di chi legge mobile e, al tempo stesso, molteplice come i lettori e i tempi di lettura e magari di rilettura. Così, alla domanda “siamo ancora socialmente distanziati?” arriverà pure la risposta netta del lettore post-pandemico “no, i convegni si fanno in presenza e le mani si stringono di nuovo”.

Come è stato il debellato il Covid-19 caro lettore post-pandemico non te lo chiediamo, non vorremmo risposte evasive. Se ti accingi a leggere questi dialoghi, non sei un virologo (solo durante la pandemia abbiamo creduto tutti di esserlo) e quindi non ci daresti risposte esatte; e poi è lungi da noi l’idea di importunarTi oltre su virus, cure e vaccini per il Covid-19. 

Qui trattiamo la malattia degenerativa di cui è affetto il governo autonomo della magistratura.

2. Migliorare il Csm nella cornice costituzionale, la scelta del tema

Questa premessa un po' anomala e dialogata, in linea con il titolo della collana, era indispensabile per contestualizzare e dare atto di quanto è avvenuto nel mondo nell’intervallo temporale tra l’11 ottobre 2019, il giorno in cui, presso il complesso monumentale di San Lauro in Roma,  si è svolto  il convegno dal titolo “Migliorare il Csm nella cornice costituzionale” – primo convegno organizzato dalla rivista Giustizia Insieme – e la pubblicazione di questo secondo volume della collana.

Il tema è: il CSM e il governo autonomo della magistratura. I dialoghi riguardano la promessa costituzionale di autonomia e indipendenza, la rappresentanza e le degenerazioni corporative e di riflesso la  trasparenza nel governo della magistratura.

In questo momento la luce alla fine del tunnel della pandemia nutre la speranza che nella fase post-pandemica si migliori.

In questo percorso la raccolta dei dialoghi del convegno si innesta dunque perfettamente nella spinta ideale verso il miglioramento globale.

Migliorare il “governo” della magistratura è un imperativo categorico.

Ma quali le ragioni contingenti della scelta del tema del primo Convegno organizzato dalla rivista Giustizia Insieme?

Anche in questo caso un piccolo passo indietro è essenziale, non solo per spiegare la scelta dell’argomento di discussione, ma anche per rendere comprensibili taluni passaggi che leggerete negli interventi. L’immoralità di alcuni magistrati ha esteso gli effetti del malaffare a macchia d’olio.

Un trojan inoculato nel cellulare di un magistrato destinatario di indiscusso apprezzamento da parte di un ampio segmento dell’elettorato (Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, dal maggio 2008 fino al marzo 2012, e componente del Consiglio Superiore della Magistratura nella consiliatura dal 2014 al 2018), come nel racconto di Esiodo ha determinato l’apertura del vaso di Pandora, rendendo pubblico il malaffare endemico che ammorba il governo autonomo della magistratura.

E’ emersa in tutta la sua gravità una crisi dei valori etici e morali che va ben oltre l’immaginabile ed è ben più grave della c.d. degenerazione correntizia, di cui pur si aveva consapevolezza.

L’antefatto è questo: il 9 maggio 2019 si incontrarono, in un albergo romano in orario notturno, un magistrato, attualmente deputato del PD, un ex senatore del PD, all’epoca indagato dalla Procura di Roma, alcuni magistrati, consiglieri del CSM e Luca Palamara, ex consigliere, appena cessato dall’incarico, all’epoca sostituto della Procura di Roma, con una domanda pendente di Procuratore aggiunto. Il tema dell’incontro, tra gli altri – forse solo per alcuni, ma almeno “apparentemente” per tutti – era la nomina del successore del Procuratore della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone.

A seguito della pubblicazione, nella forma dello stillicidio, delle conversazioni e delle chat  intercettate attraverso un captatore informatico, inoculato come un virus nel cellulare di Luca Palamara, tra giugno e settembre si sono dimessi cinque consiglieri e il Procuratore generale della Corte di Cassazione. I messaggi contenuti nel cellulare di Palamara hanno svelato una modalità di conferimento degli incarichi direttivi fondato su accordi spartitori e patti di scambio. Un sistema di gestione trasversale del potere rispetto alle correnti, ridotte a dividendo per il calcolo dei posti “pro quota” da assegnare.

Il c.d. caso Palamara ha certificato, in un generale sconcerto, lo stato di profondo malessere del Consiglio superiore della Magistratura.

Una crisi di credibilità dell’Istituzione grave, sia tra i magistrati che tra la pubblica opinione.

L’opinione comune è che prevalgano, almeno a volte, logiche di gestione del potere –soprattutto per le nomine dei capi degli uffici giudiziari – che scolorano fortemente la funzione di garanzia dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura assegnata al Consiglio Superiore dalla Costituzione.

L’idea diffusa, che è prevalsa nel dibattito politico, è che il male si annidi nelle correnti interne all’Associazione Nazionale dei Magistrati: da qui il proposito di escogitare un sistema elettorale che impedisca alle correnti di interferire, attraverso il controllo della scelta della componente togata, nella vita consiliare.

I messaggi privati contenuti nella cronologia del telefono di Luca Palamara, pubblicati senza alcuna regola, hanno aperto scenari sconcertanti sul governo della magistratura e sulla questione morale da affrontare e risolvere con urgenza.

Sullo sfondo, un’altra questione che prima o poi dovrà essere affrontata: quella della violazione del diritto alla riservatezza degli autori dei messaggi, rimasti nella memoria del telefono di Palamara, e pubblicati con l’enfasi giornalistica, inutili per le indagini e solo prova di immoralità o mera “grettezza” dell’interlocutore di turno di Palamara. 

Ma questa è un’altra storia.

 3. La promessa costituzionale di autonomia e indipendenza

I temi trattati nei dialoghi che hanno animato il convegno, con l’apertura di Giorgio Costantino, riguardano il Consiglio Superiore della Magistratura, nell’idea che di tale organo avevano i nostri costituenti, come ce la illustra Francesca Biondi in “Il CSM: le ragioni della composizione mista e delle modalità di formazione”.  Seguendo gli argomenti trattati attraverso il file rouge della cura al male che affligge il governo autonomo nelle forme dello sfrenato “carrierismo”, utile appare il suggerimento, relativo allo status dei consiglieri togati, di ripristinare la previsione che “chi è stato consigliere non può, nei due anni successivi alla scadenza del mandato, partecipare ad un concorso per l’assunzione di un incarico direttivo o semi-direttivo o nuovamente essere collocato fuori ruolo”; e poi quello di  “una modifica degli artt. 21 e 30 della legge n. 195 del 1958, nella parte in cui prevede che l’intero Consiglio sia rinnovato contestualmente.  Un rinnovo parziale del C.S.M. aiuterebbe, oltre che a garantire una maggiore continuità nell’esercizio delle funzioni, a spezzare alcune logiche di appartenenza, da un lato, e ad assicurare un adeguato ruolo ai laici i quali, invece, generalmente scontano – almeno nei primi anni – un deficit di conoscenza rispetto ai colleghi magistrati”. Modifica da introdurre con legge costituzionale, secondo Giacomo D’Amico.  

L’importanza del governo autonomo in termini di indipendenza della magistratura lo illustrano nei loro interventi Alessia Fusco in “Indipendenza dei giudici europei” e Roberto Conti in “ Indipendenza dei giudici nazionali e giurisprudenza UE”.

Alessia Fusco ci ricorda l’importanza sottesa al recupero del significato dell’indipendenza “come problema da studiare e non come soluzione granitica, ma anche come strumento funzionale ad un principio ben preciso che è la soggezione del giudice alla legge, con riferimento non soltanto all'ordinamento nazionale ma al complesso delle fonti che derivano dall' intelaiatura multiforme dell'ordinamento costituzionale, che è costituito anche dalle fonti ordinamentali e sistemiche dell'Unione Europea – da un lato – e del Consiglio d'Europa – dall'altro”. L’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, fulcro dell’attività giurisdizionale, reclama un CSM autenticamente autonomo e indipendente dagli altri poteri dello Stato.  Roberto Conti sollecita una nuova Gardone alla quale partecipino accanto ai magistrati, gli accademici e gli avvocati che hanno a cuore la democrazia e i diritti fondamentali.

Da Gardone la magistratura è cambiata. Diverso è anche l’accesso in magistratura e diversa la formazione: ce lo spiegano Angelo Costanzo in “La formazione del magistrato e la sua legittimazione”, Ernesto Aghina in “Come si forma un magistrato”  e Giacomo Fumu in “Accesso e selezione dei magistrati”. L’età media dell’accesso è di trentuno anni e, considerato il tirocinio, il neo-magistrato inizia la sua attività in prima sede intorno ai trentatre anni, con l’effetto che la magistratura italiana ha l’età media più alta d’Europa: questo l’allarme lanciato da Ernesto Aghina. Meglio sarebbe ripensare all’accesso anche in termini di sviluppo graduale all’interno di una scuola come nel sistema francese, ci fa riflettere Angelo Costanzo. Dell’importanza della formazione, anche comune con il ceto forense per evitare l’autoreferenzialità già temuta dall’assemblea costituente, ce ne parla Giacomo Fumu. E’ fondamentale poi la formazione anche in termini di autocontrollo del magistrato, come ci ricorda Andrea Apollonio.

4. La rappresentanza elettorale,  la politica delle decisioni e i sistemi elettorali

Il tema della rappresentanza elettorale, non può che partire da una necessaria premessa: “la presenza nell’ ordine giudiziario di una percentuale così elevata di donne reclama con urgenza di essere adeguatamente rappresentata nell’ organo di autogoverno mediante misure di riequilibrio, idonee ad assicurare non solo eguali posizioni di partenza, ma anche un risultato finale”.

E ancora“ è necessario essere consapevoli della doverosità di politiche attive di pari opportunità, imposte dagli interventi riformatori rispettivamente del 2003 e del 2001 sugli artt. 51 e 117 co.7 Cost. e dai vincoli internazionali e comunitari: non si tratta infatti di discriminazioni a rovescio di dubbia legittimità, ma di trattamenti idonei al superamento della nozione liberale classica di eguaglianza formale, o eguaglianza competitiva, in direzione dell’ eguaglianza sostanziale, intesa come parità di risultati, che sola integra la dimensione sostanziale dell’ eguaglianza”. Di ciò ci avverte, con il suo garbo risoluto, Gabriella Luccioli. 

Donatella Ferranti in “La rappresentanza di genere” ben chiarisce come “la questione della rappresentanza femminile nel CSM non è da inquadrare tanto nel tema della discriminazione, quanto in un tema politico: si tratta di rappresentare nel modo migliore e più completo il corpo della magistratura e dunque anche la differenza di genere. Oggi la rappresentanza dei magistrati nel CSM rischia di essere soprattutto rappresentanza di gruppi che sono nati con propri connotati politico-culturali, ma che a volte hanno rischiato di trasformarsi e di operare come gruppi di potere”.

Imprescindibile punto di partenza per la riforma è dunque che occorre “mirare a un sistema elettorale che rispecchi le caratteristiche e le diversità anche di genere presenti nel corpo della magistratura e che riesca a garantire che ciascun componente che lo rappresenta agisca nell’interesse dell’istituzione, secondo la propria competenza e sensibilità culturale”.

La ricerca del sistema elettorale migliore, in ottica crociana, passa attraverso l’analisi storica dei sistemi nella loro complessità, criticità ed effetti. La rassegna ce la offre Giuseppe Santalucia in “I sistemi elettorali nella storia del CSM: uno sguardo d’insieme”.

Ma il sistema elettorale non è la panacea, “non risolve né previene i guasti del consociativismo giudiziario”. Ce lo ricorda Giacomo D’Amico, che analizza i possibili sistemi elettorali: il sistema del voto singolo trasferibile (illustrato anche da Francesca Biondi), già elaborato dalla commissione Balboni nel 1996; il sistema elettorale adottato per  il Senato nel 1993, con distribuzione dei seggi secondo il metodo D’Hondt. D’Amico ne illustra i pregi, i rischi e le criticità; evidenzia il pericolo di cordate trasversali, personali ed accorpamenti; mette in guardia dalle ricadute derivanti dalla scelta dei collegi elettorali.

Bisogna poi tener presente che i risultati dei sistemi elettorali sono in realtà ridisegnati, nella pratica attuativa, dagli escamotage ispirati dallo spirito di conservazione dei gruppi preesistenti. 

L’attuale sistema elettorale, adottato d’urgenza con la legge n. 44 del 2002, allo scopo non celato di “contenere il peso delle correnti” è un classico esempio dell’heterogonie der zwecke di Wilhelm Wundt. Il sistema elettorale introdotto nel 2002 ha, infatti, prodotto l’effetto di rafforzare gli aspetti deviati delle correnti che, con subitaneo spirito di conservazione, hanno messo in atto sistemi di scelta apicale e cartelli elettorali per assicurarsi un adeguato numero di seggi.

Il paradosso dell’attuale sistema lo fotografa Alfonso Amatucci, che, aprendo il forum sui mali del CSM, ha segnalato a conferma di quanto affermato da Giacomo D’Amico che l’attuale sistema elettorale produce l’effetto per cui, da una lato, “se un gruppo organizzato vuole ottenere seggi, deve esso stesso (e non gli elettori) compiere delle scelte preventive”; e, dall’altro, che “se non lo fa, quand’anche non lo faccia per nobili ragioni, soccombe”. In questo secondo caso, l’effetto del tutto irragionevole è che un gruppo che dagli elettori ottenga più voti degli altri potrebbe addirittura non avere rappresentanti o averli in numero inferiore. Il danno di un sistema elettorale quale quello attuale è che la scelta apicale del gruppo elimina la naturale chances di partecipare alla competizione elettorale al candidato più stimato nel suo ambito lavorativo.

Il monito di Alfonso Amatucci è che, con questo sistema elettorale, si perde l’occasione di veder composto l’organo di autogoverno da uno “stimato magistrato”, e ciò è un danno per l’istituzione perché “quanto più è elevato il prestigio di un magistrato, tanto minore è la sua dipendenza da orientamenti non fondati su ragioni cristalline”.

Con l’attuale sistema elettorale sono i dirigenti delle correnti che scelgono i candidati e con essi coloro che saranno eletti. Esempio eclatante la lista dei candidati p.m. per le elezioni del 2018: quattro i candidati della lista per quattro seggi, per quattro correnti in lizza.

Nella pratica è stato realizzato un sistema peggiore di quello osteggiato dal senatore Francesco Cerabona nel dibattito che si svolse nel marzo del 1958 sul sistema da adottare per l’elezione dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. All’epoca si ipotizzava il sistema di voto per il tramite di delegati. La necessità che la scelta degli eletti sia dell’intero corpo degli elettori e non di pochi, ben la richiamò allora l’onorevole con le parole che seguono: “Quindi vadano a votare, votino personalmente, perché personalmente potranno meglio dare il loro giudizio. Altrimenti si tratterà di voti addomesticati, specie quando sono in gioco i nomi dei grossi papaveri e non dei papaverini!

Il papavero si impone con l'aspetto ed anche con l’odore. Il magistrato ha una personalità, un intelletto, una coscienza! Voti personalmente! I magistrati arriveranno anche a piedi nudi, che magari attraverseranno fiumi e torrenti, pur di giungere a Roma e compiere il loro dovere. Essi hanno coscienza e capacità per poter votare, non a mezzo di procuratori, ma personalmente, e vorranno scegliere uomini che, singolarmente, conoscono e stimano”.

Tra i sistemi elettorali non si è tralasciato di trattare il metodo del sorteggio, affrontato da Salvo Spagano, che ci ha portato indietro nel tempo, al primo esempio noto di sorteggio: quello dell’antica Atene. Le conclusioni tratte dalla storia sono che “l’utilizzo del caso nella selezione del decisore, e quale che sia l’ampiezza della discrezionalità che gli si tributi, è uno strumento tutt’affatto neutrale, e ciò con buona pace di un dibattito corrente poco avvertito, che lo riduce ad una panacea livellatrice e ri-vendicativa di torti, veri o presunti, patiti per mano di qualsivoglia autorità”. Nessuna buona soluzione può provenire dal sorteggio, solo la falsa premessa che tutti sono bravi a far tutto e la perdita dell’autorevolezza.

Il sistema del sorteggio è incompatibile, come spiega Giacomo D’Amico, con il principio costituzionale dell’elezione dei componenti del Consiglio, sia in caso di sorteggio successivo che anteriore all’elezione. Il dissenso è unanime: ne spigano le ragioni, anche istituzionali, Giuseppe Santalucia e Bruno Giordano.

Sulla stessa linea, Francesco Dal Canto, che definisce il sorteggio “una  non-soluzione” e ricorda come era stata avanzata “ nel d.d.l. costituzionale n. 4275/2011 e prima ancora, negli anni Settanta, dal Movimento sociale italiano”. Anche lui, come Francesca Biondi, sottolinea che l’effetto sarebbe quello di un “Consiglio del tutto svilito, ridotto a mero organismo burocratico, in netto contrasto con l’esigenza di valorizzazione del pluralismo interno”. Poi, nelle sue conclusioni Francesco Dal Canto ben ci illustra come occorre essere consapevoli in ordine al fatto che i congegni “elettorali non sono da soli risolutivi, è opportuno rintracciare una soluzione che vada nel senso di ridurre gli effetti perversi del correntismo senza, allo stesso tempo, frustrare il pluralismo di cui le correnti sono espressione”. Scarta i poggetti di legge C. 226 e C. 227, presentati negli scorsi mesi alla Camera dei deputati per iniziativa dei deputati Stefano Ceccanti e Marco Di Maio (in realtà riproduttivi di proposte analoghe presentate nella XVI legislatura), tesi all’introduzione di un sistema, di tipo maggioritario, caratterizzato dall’articolazione in sedici piccoli collegi uninominali (uno per i magistrati di legittimità, quattro per i pubblici ministeri, undici per i giudici di merito) e dalla circostanza che ogni elettore può votare soltanto per il collegio ad egli relativo. Il rischio è, da un lato, la provincializzazione e il localismo; dall’altro, l’estromissione delle minoranze culturali dal Consiglio, in danno del pluralismo.

Illustra i lati positivi del progetto elaborato dalla Commissione Scotti nel 2016, che si caratterizza per il pregio di coniugare il sistema maggioritario con quello proporzionale, con collegi territoriali e un collegio nazionale e due turni: “il primo maggioritario, su base territoriale, il secondo, proporzionale per liste concorrenti, su base nazionale”.

Illustra la proposta avanzata a suo tempo dalla Commissione Balboni, istituita nel 1995, la cui peculiarità è quella del “voto singolo trasferibile”, con il vantaggio di “mantenere un elevato grado di proporzionalità” e di “valorizzare l’apprezzamento dei singoli magistrati”.

Secondo questa proposta, “i Collegi sono plurinominali e l’elettore si esprime votando un singolo candidato di una lista e indicando, in ordine di preferenza, altri candidati, non necessariamente della stessa lista, ai quali il voto potrebbe essere trasferito qualora il primo candidato non possa essere eletto o non abbia bisogno del voto per essere eletto”.

Infine espone i pregi del sistema proporzionale “temperato”, caratterizzato dalla previsione di tanti collegi uninominali quanti sono i magistrati da eleggere (esclusi quelli di legittimità, da concentrare in un collegio apposito), con collegamento di ciascun candidato con candidati in altri collegi facenti parte dello stesso gruppo e con distribuzione dei seggi su scala nazionale con il sistema proporzionale. Una volta ripartiti su scala nazionale i seggi tra i diversi gruppi, risultano eletti i candidati che, nel rispettivo collegio, ottengono la percentuale di voti più alta”.

5. Le correnti

L’attuale sistema ha enfatizzato il potere dei segretari e dirigenti delle correnti ovvero il potere dei singoli a scapito di quello assembleare e dell’elettorato. La scelta dei candidati, sin da subito, è stata effettuata sulla base del requisito della notorietà a livello nazionale a scapito del miglior indicatore di moralità e autorevolezza effettiva, costituito dalla stima dei colleghi della porta accanto.

Se è vero – come ci ha ricordato Giacomo D’Amico e confermato Francesco Dal Canto – che il sistema elettorale non è la panacea di tutti mali che affliggono il governo autonomo della magistratura, certo è che alcuni sistemi sono peggiori di altri, e tra i peggiori si colloca senz’altro l’attuale sistema, che ha rimesso nelle mani di pochi il potere che, per Costituzione, spetta all’elettorato.

Dei mali del CSM ce ne parla Giorgio Spangher, consigliere laico della prima consigliatura eletta con il sistema elettorale introdotto con la legge n. 44 del 2002.

Giorgio Spangher ci ricorda come “nel contesto del Consiglio Superiore, le correnti che, certamente, hanno come substrato un elemento culturale ideologico, legato alla visione ed alla missione della giurisdizione […] si strutturano anche come centri di potere”. Di qui i rischi del sistema Palamara, divenuto nella sua persona lo snodo di un centro di potere, in cui si incrociavano i notabili delle correnti della magistratura e della politica.

Come ci ricorda Giorgio Spangher, le correnti negli ultimi vent’anni sono diventate “il volano per ulteriori manifestazioni di potere”, il volano per “incarichi direttivi, nomine agli organismi europei, le varie designazioni del c.d. fuori ruolo”.

Ma le correnti non sono solo un male. Carlo Guarnieri – riprendendo la premessa di Giorgio Spangher, con riguardo alla connotazione culturale ideologica di fondo che le caratterizza – con ragionamento sottile, alla luce delle scelte che, in taluni settori, i magistrati sono chiamati a compiere, ne coglie un pregio ovvero che “le correnti svolgono un ruolo non indifferente: segnalano infatti all’esterno dell’istituzione, almeno a grandi linee, le modalità con cui la discrezionalità verrà esercitata. Lo stesso collateralismo – oggi peraltro molto meno in voga – collegando correnti di magistrati a indirizzi politici introduceva, anche se in modo surrettizio, una forma di responsabilità”.

Ecco che nell’analisi prende piede, per bocca degli accademici, il vero male, ovvero  “il declino della dimensione programmatica delle correnti giudiziarie che oggi possono essere accusate di voler influire non tanto sulle politiche giudiziarie quanto sulla spartizione delle posizioni direttive”.

Alla domanda “C’è uno spazio nel quale l'associazionismo giudiziario può esercitare il suo ruolo senza diventare metastasi del sistema di autogoverno?”, la risposta di Eugenio Albamonte è positiva, ma condizionata. La prima condizione è che “ bisogna manutenere la tenuta democratica” dei gruppi della magistratura associata. Le associazioni della magistratura “devono essere delle strutture democratiche, trasparenti e quanti in esse militano devono impegnarsi e garantire che esse non siano un simulacro che viene agito dall’esterno o dall’interno attraverso logiche opache, che non vi abbiano più accoglienza centri di potere palesi od occulti che non coincidano con le rispettive dirigenze statutarie, democraticamente elette e perciò politicamente responsabili rispetto al proprio corpo sociale.”

La prima condizione è dunque la democrazia interna e l’assemblearità dei gruppi della magistratura associata.  

La seconda condizione è che occorre “modificare urgentemente il sistema elettorale”,  e la modifica deve avvenire secondo due obiettivi: quello di valorizzare “la responsabilità politica delle aggregazioni”; e quello di  fornire agli elettori la “possibilità reale di scelta tra più candidati”.

 6. La trasparenza nel governo della magistratura, la semplificazione, il controllo e l’organizzazione

I mali dell’autogoverno si superano anche attraverso la ragionevolezza, la condivisione e il rispetto delle regole, al quale deve essere ancorata la discrezionalità delle scelte. Si ridimensionerebbe così il tema del delicato equilibrio tra autonomia e controlli, “ossia il delicato equilibrio tra prerogative del CSM (di cui all’art. 105 Cost.) ed effettività dei principi di buon andamento e imparzialità, nonché inviolabilità del diritto di difesa (artt. 24 e 97 Cost.), come scrive Sandro Saba.

Il mancato rispetto delle regole della discrezionalità comporta la perdita di autorevolezza del Consiglio Superiore, che diventa ostaggio del giudice amministrativo che ne annulla le delibere. Conseguenza del mal governo è pure che il giudice amministrativo viene elevato a rango di organo superiore all’organo di governo autonomo della magistratura, in barba alla sua qualità di organo di alta amministrazione e alla rilevanza costituzionale che lo connota.

La trasparenza e la ragionevolezza delle regole sono di primaria importanza: Elisabetta Pierazzi, a riguardo, evidenzia la necessità di “un radicale mutamento di prospettiva. Le regole devono essere chiare e comprensibili; le decisioni devono essere adottate in modo trasparente e motivato; chi le prende se ne assume la responsabilità”. Le decisioni, infine, “devono essere sottoposte al controllo del corpo dei magistrati, elettori e amministrati, per essere valutate non soltanto con i rimedi amministrativi ma anche al momento delle elezioni”.

Ecco qui  come il  CSM si svela come luogo della politica delle decisioni, concetto diverso dalla rappresentanza politica, come ci spiegano Francesca Biondi e Francesco Dal Canto, e con ciò confermano, come ha fatto Carlo Guarnieri, l’importanza di gruppi della magistratura associata “sani” e di consiglieri che orientino le loro decisioni secondo i  programmi esposti agli elettori, ovvero in base a principi e regole generali e astratte.

Le regole organizzative alle quali gli uffici devono attenersi e la verifica dell’effettività dell’applicazione, come ci ricorda Giovanni Salvi, riverberano effetti positivi sull’efficacia dell’azione giudiziaria e l’esercizio della funzione nel migliore dei modi possibili.

Sempre in tema di organizzazione degli uffici giudiziari Antonella Magaraggia in “La sottile linea rossa tra controllo e collaborazione” ci ricorda che “quando si mette mano all’organizzazione, si mette mano alla giurisdizione”  e che “intervenire sull’organizzazione non è mai una scelta neutra, non è un’opzione riconducibile a una dimensione meramente tecnica, ma coinvolge scelte di politica giudiziaria” – con ciò confermando quanto detto da Giorgio Spangher e Carlo Guarnieri, con riguardo all’utilità sotto tale profilo delle ideologie.

Diverso è il modo di dirigere l’ufficio in ragione dell’opzione ideologica del dirigente, e anche in ciò l’appartenenza alle correnti può offrire elementi di conoscenza, purché l’informazione si adotti in quanto generale e astratta. Anche nel controllo e nell’organizzazione la politica delle decisioni ha un ruolo essenziale, e Alessandra Camassa ci ricorda come nella deriva populista e demagogica“il termine “controllo” nel settore giustizia da parte del dirigente dell’Ufficio è stato spesso confuso con dirigismo e con efficientismo”, mentre esso è essenziale per il buon andamento del servizio giustizia.

Beatrice Bernabei richiama la nostra attenzione sulla necessità della semplificazione e, dopo averci riportato alla mente l’amministrazione del Conte de “Il Castello” di Kafka, ci avverte che l’obiettivo della semplificazionenon può essere raggiunto se non partendo dall’interno dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, attraverso una attenta opera di razionalizzazione e semplificazione dell’esistente”. La degenerazione correntizia passa anche attraverso il potere di fornire informazione per canali “clientelari”, e non istituzionali. Anche il dato neutro dell’inoltro di una richiesta, o il dato neutro della conoscenza dello stato di una pratica diventa strumento clientelare quando la richiesta è complicata da formulare e l’informazione in ordine alla fase del procedimento non è facile da ottenere, attraverso le vie istituzionali.

La semplificazione è la direzione verso cui “bisogna muoversi, per migliore il CSM nella cornice costituzionale”.  

La semplificazione è un utile antidoto al correntismo.

6. Siamo davvero convinti che il male si annidi nell’associarsi e partecipare?

 La domanda che nel dialogo che anima questo volume e in cui vorremmo coinvolgere il lettore è dunque: siamo davvero convinti che il male siano le correnti o meglio i gruppi associati della magistratura?

A proposito della partecipazione, Antonio Gramsci ha scritto “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire partecipare. Chi vive veramente non può non essere cittadino partecipe. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo? Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Io partecipo, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, partecipo. Perciò odio chi non partecipa, odio gli indifferenti.”

Dopo aver letto le parole di Antonio Gramsci ben difficilmente si può affermare che il male è nell’associarsi e nel partecipare; piuttosto il male è, all’opposto, nell’abbandono della  partecipazione, nell’abbandono dell’etica della polis. E’ l’isolamento che consegue all’abbandono dell’agorà il complice del potere dei pochi e dell’esercizio debosciato dello stesso.

Quanto sia importante la partecipazione, ce lo ricorda Morena Piazzi con il suo intervento dal titolo “Se il qualunquismo vince?”. La risposta alla sua domanda è sotto gli occhi di tutti: se il qualunquismo vince il governo della magistratura cade in mano di chi, lontano dalla politica ragionevole e trasparente delle decisioni, opera nell’interesse dei suoi accoliti.

Il male che si annida nelle correnti è da individuare allora nella perdita delle idee, degli ideali e dei valori e, come ha detto Marcello Basilico, “intanto le correnti possono trovare ragione d’esistere e legittimazione ad agire, in quanto rivelino valori identificativi e dimostrino di operare in tendenziale coerenza con quei valori. Un riscatto su queste basi, insomma, passa attraverso il recupero della loro identità politica”.

Non è il confronto culturale attivo che “ammalora” la magistratura, non è la partecipazione alla vita associativa, bensì la ragione non collettiva che muove il singolo.

E’ la strumentalizzazione del gruppo a fini individuali che, da centro di elaborazione del pensiero, lo trasforma in consorteria che “compete e combatte” per la collocazione dei suoi adepti in centri di potere e soddisfa le ambizioni dei singoli.

 7. La cura

Sono molti i percorsi da intraprendere: affrontare il male del carrierismo, deflagrato per la miccia innestata dal d.lgs. n. 160/2006, con l’introduzione della temporaneità degli incarichi direttivi, male da affrontare attraverso la revisione delle regole che governano la discrezionalità; dare concretezza alla valutazione sulle attitudini; semplificare e razionalizzare le regole; ma, soprattutto, richiamare l’attenzione sul ruolo  del magistrato, sulla funzione di servizio sull’attenzione alla richiesta di giustizia.

E’ essenziale riscoprire il ruolo del magistrato come quello di colui che ascolta, osserva e si confronta, per incidere efficacemente, con la sua giurisprudenza e l’organizzazione del suo ufficio, nel percorso della legalità del nostro paese.

Ricalibrare al nostro interno le giuste misure e più stabili paletti etici” al fine di rafforzare “il senso del limite”, al fine di riscoprire la tensione verso “idealità più autentiche e genuine” – per usare le parole di Dino Petralia.

Non possiamo far prevalere l’idea che “la migliore qualità per governare sia quella di non voler governare” – come ci avverte Giuseppe Santalucia –, ma occorre che per interessi collettivi e pubblici, mai individuali, ci si riappropri degli spazi lasciati in balia del malgoverno di pochi.

E se la partecipazione in termini di appartenenza è uno scoglio insormontabile, che dalle nuove generazioni è percepito come minaccia all’indipendenza, allora ben vengano “le aggregazioni fluide” richiamate da Giuseppe Santalucia, che siano animate però dal motto del rispetto delle regole, della trasparenza delle decisioni, dell’efficienza del servizio giustizia e dell’attenzione alla questione morale. Sarà di grande aiuto ricordare che la magistratura non deve essere corporativa, autoreferenziale e ripiegata su sé stessa, bensì deve essere impegnata a ricercare soluzioni per il miglior servizio giustizia.

La cura contro il correntismo è nelle mani dalle nuove generazioni di magistrati.

Ma non bisogna farsi illusioni: è dalla determinazione con la quale i giovani magistrati sapranno riappropriarsi dei luoghi dell’elaborazione culturale da porre a servizio della politica delle decisioni consiliari nonché dalla risolutezza con la quale saranno in grado di ripudiare e emarginare coloro che hanno asservito al carrierismo la partecipazione alla vita associativa dipende il futuro dell’autonomia del governo della magistratura italiana.

 

 

 

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